Essere la gioia

III Domenica T.O.

La pericope evangelica è la combinazione di due passi del vangelo lucano accostati tra loro: il prologo all’intera opera e il racconto dell’inizio del ministero pubblico di Gesù che avviene a Nazaret dove era cresciuto. Due cose sembrano stare a cuore all’evangelista: che si abbia a disposizione il meglio dei dati storici per accogliere nella storia la rivelazione e la sottolineatura di come nella vita di Gesù ci siano più inizi. In una parola si potrebbe dire che la missione del Signore Gesù è quella di essere la gioia di quanti non hanno gioia! Per questo il Signore Gesù, come farà persino alla sera di Pasqua, non smette – come Neemia – di leggere e interpretare le Scritture perché la gioia del Signore è la vostra forza. Il Signore si presenta con una identità chiara e una missione rigorosa le quali esigono una reazione che può essere di accoglienza oppure di turbato rifiuto. L’apostolo ci ricorda il compito di ciascuno di conoscere e di riconoscere il proprio posto all’interno e a servizio dell’unico corpo ecclesiale: non tutti siamo chiamati a servire nello stesso modo. Ambrogio di Milano si lascia andare all’esultazione: <Dissétati prima all’Antico Testamento, per poter bere quindi dal Nuovo. Se non berrai al primo, non potrai bere al secondo. Bevi al primo per alleviare la tua sete, bevi al secondo per dissetarti appieno. Bevi l’uno e l’altro calice, quello dell’Antico e quello del Nuovo Testamento, perché in ambedue bevi Cristo>. Per seguire il pensiero di Ambrogio sulla necessaria compresenza delle Scritture ebraiche e cristiane, potremmo osare dire che la cosa importante è bere il mistero di Cristo sapendolo ritrovare, riconoscere e accogliere in qualsivoglia pagina della nostra umanità e della nostra storia.

Lo Spirito ci aiuta ad evitare la trappola dell’illusione che facilmente si tramuta in presuzione del piede che si crede occhio e dà a ciascuno la forza e la semplicità di acconsentire alla verità di se stessi perché la gioia sia piena in noi e attorno a noi.

Etre le joie

III Dimanche T.O.

La péricope évangélique est la combinaison de deux étapes de l’évangile de Luc liées entre elles : le prologue de l’oeuvre entière et le récit du ministère public de Jésus qui arrive à Nazareth où il avait grandi. L’évangéliste semble avoir à coeur deux choses : être le plus précis possible sur les dates historiques pour accueillir dans l’Histoire la révélation et, en même temps, signaler que, dans la vie de Jésus, il y a plusieurs débuts. En un mot, l’on pourrait dire que la mission du Seigneur Jésus est d’être la joie de ceux qui n’ont pas de joie! Pour cela, le Seigneur Jésus, comme n’arrêtera d’ailleurs pas de le faire le soir de Pâques – comme Néhémie-, lit et interprète sans cesse les Ecritures pour que la joie du Seigneur soit notre force. Le Seigneur se présente avec une identité claire et une mission rigoureuse qui exigent une réaction qui peut être un accueil ou un refus inquiet. L’apôtre nous rappelle le devoir de chacun : connaître et reconnaître sa propre place pour le service de l’unique corps ecclésial : nous ne sommes pas tous appelés à servir de la même façon. Ambroise de Milan se laisse aller à l’exultation : ” Désaltérés d’abord par l’Ancien Testament, pour pouvoir boire alors au Nouveau. Si tu ne bois pas au premier, tu ne pourras pas boire au Second. Bois au premier pour intensifier ta soif, bois au second pour te désaltérer entièrement. Bois l’un et l’autre calice, celui de l’Ancien et celui du Nouveau Testament, parce qu’avec les deux, tu bois le Christ”. Pour suivre la pensée d’Ambroise sur la nécessaire compréhension des Ecritures juives et chrétiennes, nous pensons pouvoir dire que la chose importante est de boire le mystère du Christ en sachant le retrouver, le reconnaître et l’accueillir dans n’importe quelle page de notre humanité et de notre histoire.

L’Esprit nous aide à éviter le piège de l’illusion qui se transforme facilement en prétention du « pied » qui se croit « œil », donnant ainsi à chacun la force et la simplicité de consentir à la vérité de soi pour que la joie soit pleine en nous et autour de nous.

Seminatore

Fuori

II settimana T.O.

Il testo evangelico di oggi si offre in tutta la sua brevità, ma con una forza sconvolgente. I familiari del Signore Gesù – non esclusa sua madre – <dicevano “È fuori di sé”> (Mc 3, 21). Questa conclusione, stando al testo, è la conseguenza di un atteggiamento “eccessivo” del Signore Gesù quanto a dedizione e passione nel suo ministero evangelico: <al punto che non potevano neppure mangiare> (3, 20). Non è raro che si sia tacciati di “follia” per il semplice fatto di essere abitati da una passione per ciò che si ama, per ciò che si fa. Non è diversa la “follia” di Davide il quale invece di gioire per la morte di Saul <afferrò le sue vesti e le stracciò> (2Sam 1, 11). Laddove normalmente si reagisce con una certa soddisfazione per la morte del nemico o per il grande successo della predicazione vi è sempre – nelle anime grandi – una reazione diversa proprio perché non ripiegata su se stessa ma aperta al bisogno degli altri e non alla propria comodità e, quasi incredibilmente, neppure per il proprio successo e il conseguimento dei propri obbiettivi a lungo ostacolati da persone ed avvenimenti. I familiari del Signore Gesù cercano di riportarselo a casa, cercano di dargli una “calmata” ma l’evangelo è allergico alle “calmate” ed è sempre una spinta “fuori di sé”. Un movimento che esige un’adesione profonda del cuore e il dono di tutta la propria vita. Laddove la famiglia di Gesù vuole trovare una buona sistemazione usufruendo dei vantaggi, ma senza pagare le conseguenze della predicazione evangelica, il Signore Gesù si sottrae, per non sottrarsi alla sua missione e spegnere il fuoco d’amore che arde dentro il suo cuore. Difficile essere uomini del Vangelo e allo stesso tempo persone senza passione: <Gionata per la tua morte sento dolore, l’angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! Tu mi eri molto caro; la tua amicizia era per me preziosa più che amore di donna> (1, 25-26). L’amicizia infatti è la forma perfetta dell’amore in quanto è continuamente e perfettamente gratuita. Ed è proprio l’assoluta gratuità che, spesso, fa passare per matti. Ma come dimenticare, anche nel concreto della nostra vita e delle nostre relazioni, che l’amore esige e comporta una certa dose di follia. Cosa fa la differenza se non il fatto di non avere più neanche il tempo di <mangiare> (Mc 3, 20)? Il modo di amare e di darsi del Signore è totale tanto da trascurare i bisogni fondamentali per sopperire al bisogno degli altri che sono più importanti ed essenziali dei propri più urgenti bisogni: <il vivere senza di te è un morire senza fine, e una vita priva della sua metà non basta per continuare a vivere>1. Vivere di questa logica non può che farci considerare <fuori> (3, 21). E ben venga, pur di essere “dentro” la logica del Regno… il cui primo segno è vivere ogni cosa da “dentro” e non da fuori. Anche a noi è richiesto come al Signore Gesù, di non farci riprendere dalla famiglia delle nostre abitudini, delle nostre paure, dei nostri comodi ma di continuare a farci una famiglia che sia il segno e il frutto di un amore sempre più grande e più dilatato, sempre più capace di dimenticarsi, pur di non dimenticare nessuno.


1. ABELARDO, Inni, <Compianto di Davide per la morte di Gionata>.

Seminatore

Le ragioni del cuore

II settimana T.O.

Non possiamo nascondere una certa curiosità leggendo il testo evangelico in cui il Signore Gesù <chiamò a sé quelli che voleva> (Mc 3, 13). Il Signore sceglie dodici uomini e lo fa prima di tutto perché <stessero con lui e anche per mandarli> (3, 14). Ha scelto questi uomini – di cui conosciamo direttamente qualche difetto e di cui possiamo indovinarne altri – per quali ragioni? La domanda si fa ancora più inquietante quando l’elenco dei nomi di questi prescelti finisce con una nota così misera: <il quale poi lo tradì> (Mc 3, 19). Eppure proprio in questa tragica finale ci viene rivelato il cuore della scelta del Signore e soprattutto come la chiamata alla sequela non è una forma di plagio, ma è un reale invito a vivere insieme a Lui, a crescere accanto a Lui e questo nella piena libertà che può giungere fino al rifiuto: <ma egli non può rinnegare se stesso> (2Tm 2, 13). Il suo volerci accanto a Lui e il desiderio di condividere con noi la sua intimità e il suo ministero non dipende dalla nostra “buona condotta” ma dalla fedeltà dello stesso Signore al suo cuore, al suo desiderio, al <disegno d’amore della sua volontà> (Ef 1, 6). In tal senso e ancora una volta, Davide si rivela come un uomo che porta dentro i suoi lombi e soprattutto dentro il suo cuore, il mistero del cuore del Messia. Mentre finalmente il suo nemico è nelle sue mani e tutti lo sostengono e lo incitano ragionevolmente alla vendetta: <Davide si sentì battere il cuore per aver tagliato un lembo del mantello di Saul> (1Sam 24, 6). E non era forse proprio questo <cuore> (16, 7) ad essere stato il punto di riferimento e di discernimento per la scelta del più giovane dei figli di Iesse come alternativa a Saul? Davide si dimostra proprio nella <caverna> (24, 4) che sta di fronte <alle Rocce dei caprioli> (24, 3) come il vero <capriolo> (Ct 2, 9) di cui parla il Cantico di Salomone. Se Davide avesse dato ascolto ai suoi compagni e avesse acconsentito alle “sue ragioni”, forse si sarebbe liberato del suo nemico ma, al contempo, lo avrebbe fatto vincere confermando con il suo gesto la fondatezza dei suoi timori e delle sue ossessioni. Se Davide avesse steso la mano contro Saul si sarebbe preso il regno, ma non lo avrebbe ricevuto dalla mano di Dio. Se Davide avesse seguito le ragionevolissime ragioni della sua mente uccidendo il re – caduto in disgrazia e rigettato da Dio – non solo si sarebbe messo al posto dell’Onnipotente ma, soprattutto, avrebbe accettato di andare contro le ragioni del suo cuore facendo prevalere nella sua anima le ragioni del suo nemico. Invece Davide è fedele a se stesso e questa fedeltà – audace e assoluta – vince il suo nemico non perché lo elimina ma perché lo obbliga a prende coscienza della sua superficialità nel pensare che un uomo sia il suo problema mentre, in realtà, la sua tragedia personale ha a che fare con se stesso e con Dio: <Ora, ecco, sono persuaso che, certo, regnerai e che sarà saldo nelle tue mani il regno di Israele> (24, 21). Da dove nasce questa persuasione di Saul circa il destino e la missione di Davide, se non dal fatto che proprio e solo chi regna su se stesso, sulle proprie paure e sulle proprie passioni, può essere regalmente re? Che cosa mai gli apostoli hanno imparato vivendo intimamente accanto al Signore Gesù, se non che si può vivere insieme nella misura in cui si impara a vivere <con lui> (Mc 3, 14) e che questo ha <il potere di scacciare> tutti i <demoni> (Mc 3, 15) che abitano nel nostro cuore e ci fanno sentire l’altro come nemico? La grande scuola del discepolato è proprio quella di non vivere lontano dal nostro cuore e dalla sua segreta e invincibile sapienza, se così non fosse allora è possibile persino che uno dei dodici <lo tradì> (3, 19).

Seminatore

Nasconditi

II settimana T.O.

L’amicizia di Gionata per Davide si traduce in un consiglio accorato: <sta’ al riparo e nasconditi> (1Sam 19, 3). Davanti <alla molta folla> (Mc 3, 7) che segue Gesù e lo acclama creando nei farisei quello stesso scompenso interiore che conquista gradatamente il cuore di Saul il quale <si ingelosì di Davide> (1Sam 18, 9) verrebbe da dare lo stesso consiglio al Signore Gesù: <non farti vedere> troppo! Non è forse questo la reazione istintuale e talora persino violenta che abbiamo di fronte ad un pericolo che può fare del male ad una persona da noi amata oppure su cui esercitiamo cura e protezione: <Nasconditi!> viene subito da dire. Normalmente – e senza dirlo – questo prendersi cura dell’altro comporta un esporsi in prima persona proprio come fa il giovane Gionata ormai divenuto inseparabile amico di Davide a cui ha consegnato in certo modo la sua <anima> tanto che <lo amò come se stesso> (18, 1) che significa, ineluttabilmente, più di se stesso. Se è vero che il Signore Gesù riproduce in sé i caratteri di Davide il quale <mentre tornava dall’uccisione del Filisteo> (18, 6) e circondato e vezzeggiato dal coro delle donne di Israele le quali <cantavano alternandosi> (18, 7) e soprattutto alternando i <mille> di Saul con <i diecimila> di Davide, forse ancora più profondamente nel Signore Gesù di realizza pienamente il modo di sentire di Gionata: <Io uscirò e starò al fianco di mio padre nella campagna dove sarai tu e parlerò in tuo favore a mio padre> (19, 3). Il Signore Gesù espone fino in fondo la sua vita in nostro favore e si schermisce quasi nascondendosi continuamente all’entusiasmo delle folle e alla necessità degli <spiriti immondi> (Mc 3, 11) che <imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse> (3, 12). Il Signore Gesù è infatti immune dal demone dell’invidia e della gelosia che attanaglia il cuore dei farisei ed è puro da ogni istinto di dominio. Sono questi pensieri e inclinazioni conosciute, affrontate e vinte nel lungo tempo della sua preparazione al ministero nel nascondimento di Nazareth e nella prova del fuoco vissuta nel deserto. Così come Gionata con il suo atteggiamento ammirato e riconoscente nei confronti di Davide che <ha esposto la vita quando abbatté il Filisteo> (1Sam 19, 5) dimostra così di essere persino più grande del suo amico avendo ucciso dentro di sé e per sempre – per Davide questo cammino è ancora lontano dal compiersi – il ben più temibile <Filisteo> interiore dell’orgoglio, dell’invidia, dell’amore di sé… del bisogno di primeggiare che in Gionata si è trasformato mirabilmente in amicizia come forma somma dell’amore: <Gionata strinse con Davide un patto, perché lo amava come se stesso. Gionata si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide e vi aggiunse i suoi abiti, la sua spada, il suo arco e la cintura> (18, 3-4). Gionata, amico di Davide è figura di Cristo perché non ebbe alcun timore di restare <nascosto>.

Seminatore

Mostrati uomo

II settimana T.O.

Il vangelo si conclude con una nota tremenda: <i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire> (Mc 3, 6). Le parole e i gesti del Signore Gesù non lasciano scampo e per questo non possono che produrre degli effetti senza scampo: la conversione alla logica nuova del vangelo di libertà e di gioia per tutti e per ciascuno oppure un bisogno incontenibile e assai comprensibile di scansarsi nel modo più certo possibile dalla parola del Signore. Essa penetra <in fronte> (1Sam 17, 49) proprio come uno dei <ciottoli lisci> che Davide aveva accuratamente scelto e preso <dal torrente> e posti nella <sua sacca da pastore che gli serviva da bisaccia> (17, 40). Questo ciottolo è una parola che atterra ogni falsa interpretazione della Parola di Dio: <È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o ucciderla?> (Mc 3, 4). Lungi dall’essere un domanda retorica questa è una domanda atomica nel senso che esige una presa di distanza da tutto ciò che noi proiettiamo su Dio per conservare il nostro piccolo io personale e sociale con tutto il suo gigantesco bagaglio di egoismo e di sfrontatezza. Infatti non solo <essi tacevano> (3, 4) ma fecero alleanza con quanti come gli <erodiani> erano loro abituali nemici pur di sottrarsi al giudizio di questa domanda del Signreo Gesù che smaschera ciò che, in realtà, si cela dietro l’apparente forza gigantesca della Legga: la propria meschinità e interiore debolezza. Nel cuore dei farisei c’è lo stesso <disprezzo> che c’è nella mente del <Filisteo> nei confronti di Davide che gli sembra <un ragazzo, fulvo di capelli e di bell’aspetto> (1Sam 17, 42). Nel Filisteo e nei farisei c’è la certezza di poter eliminare con facilità ciò che mette in crisi la loro tracotanza ma una cosa forse si dimentica troppo facilmente: <il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia> (17, 47) ma attraverso l’umanità del Verbo fatto uomo che sempre dice <Stenti la mano!> (Mc 3, 5). All’uomo – ogni uomo – il Signore Gesù restituisce il pieno uso della propria libertà attraverso la pienezza dell’operatività che sole permettono l’esercizio di ciò che ci rende umani: la libertà. La domanda del gigante Golia rimane così in sospeso: <Sono io forse un cane…?> (1Sam 17, 43). Una risposta potrebbe essere quella di una Padre della prima ora: <Se tu dicessi: “Mostrami il tuo Dio”; io ti direi: “Mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il mio Dio”. Mostra quindi se gli occhi della tua mente vedono e se le orecchie del tuo cuore odono>1. Anche per noi vale quotidianamente la sfida di non cadere nella trappola della meschinità mascherata da tracotanza e per questo è necessario che sappiamo mettere a segno, con la precisione e la sagacia di Davide, il nostro ciottolo per abbattere dentro di noi il gigante del nostro Ego che, in ogni modo, rischia di impaurirci senza essere veramente pericoloso.


1. TEOFILO DI ANTIOCHIA, Ad Autolico, 1, 2.

Seminatore

Spensierato

II settimana T.O.

L’immagine che ci offre il vangelo di Marco è una sorta di istantanea di quella che poteva essere la vita quotidiana del Signore Gesù con i suoi discepoli. In questo quadretto si respira un’aria leggera e serena a cui si contrappone fortemente l’atteggiamento greve dei farisei sempre intenti a cogliere l’aspetto negativo delle cose più semplici e naturali: <Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?> (Mc 2, 24). A questo approccio legalista e abbastanza triste proprio dei farisei che spesso contaminia anche di noi quando ci rinchiudiamo nella “legalità” per schermirci dalla necessità di cogliere e accogliere la realtà, si contrappone la sensibilità del Signore Gesù al <bisogno> (2, 25) dell’altro. Di certo tra tutti i bisogni che toccano e talora angustiano la nostra vita il più primitivo e naturale è di certo proprio la <fame>. I farisei con il loro atteggiamento di giudizio in realtà dimostrano di avere una conoscenza della Legge di Dio assai meschina e limitata tanto che al Signore non resta che ricordare loro qualche altra pagina delle Scritture capace di dare serenità e di offrire una chiave di lettura più tranquilla e un modo più spensierato di sentire e coltivare le esigenze di Dio nella propria vita senza per questo scadere nella superficialità e nella dimenticanza: <Non avete mai letto cosa fece Davide…?> (2, 25). Con questo riferimento davidico il Signore Gesù si conferma quale vero discendente non solo secondo la carne ma secondo l’umanità del <più piccolo> (1Sam 16, 11) dei figli di Iesse. Ciò che Samuele è costretto infine a cogliere sono proprio i suoi <begli occhi> che indicano un animo <gentile> (16, 12) abituato come è a <pascolare il gregge> (16, 11) andando dietro e persino prevenendo il <bisogno> (Mc 2, 25) delle sue pecore. In Davide possiamo ammirare lo stesso atteggiamento e lo stesso tratto di umanità che ritroviamo nel Signore Gesù: una certa naturalezza non disgiunta da un modo spensierato di vivere le esigenze della Legge di Dio senza che questa divenga un macigno rattristante. Possiamo unirci al compiacimento del Signore davanti ai suoi discepoli che passando <per i campi di grano> (2, 23) sanno godere della bellezza e della bontà del frutto della terra. Possiamo imparare dalla semplice naturalezza di Davide che se ne sta col gregge e accetta di essere unto come re <in mezzo ai suoi fratelli> (1Sam 16, 13) con la stessa semplicità e come risposta ad un <bisogno> che non è il suo personale ma che riguarda la vita di tutto il popolo. Una parola del Signore conservata dalla Tradizione non canonica può ben illuminarci e interiormente dilatarci: <Nello stesso giorno, egli vide un uomo che lavorava di sabato e gli disse: “Uomo, se sai ciò che fai, sei beato; ma se non lo sai, sei maledetto e trasgressore della Legge!”>1. Così possiamo avere un cuore spensierato ma non superficiale.


1. J. JEREMIAS, Gli agrapha di Gesú, Brescia 1965, p. 83

Seminatore

Figli dello sposo

II settimana T.O.

Nel testo originale gli <invitati a nozze> sono in realtà <i figli dello sposo/i figli della nuzialità> (Mc 2, 19). E davanti all’aspra critica dei <discepoli di Giovanni> unitamente ai <farisei> (2 18) la risposta del Signore Gesù sembra riprendere la parola che il profeta Samuele rivolge a Saul decretando il fallimento della sua regalità: <Ecco, l’obbedire è meglio del sacrificio, l’essere docili è meglio del grasso degli arieti> (1Sam 15, 22). La motivazione per cui Dio <ha rigettato> (15, 23) Saul come re del suo popolo, dopo aver acconsentito ad elevarlo come sua guida e pastore, è espressa dal testo in questi termini: <non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore> (15, 19). Bisogna stare continuamente attenti e tenersi in continua vigilanza nei confronti del nostro cuore sempre incline ad attaccarsi al <bottino> delle nostre conquiste spirituali. Se il digiuno manifesta il nostro essere entrati nella logica degli <invitati alle nozze> (Mc 2, 19) che vivono completamente abitati dal desiderio di entrare e rimanere nell’intimità dell’amore, allora questo è fecondo perché è liberante se, invece, è un modo per costringere Dio a seguire i nostri progetti e ad acconsentire alle nostre inclinazioni allora diviene – assieme e come altri atti di devozione di per sé lodevoli – <peccato di divinazione> e persino velatamente ma non meno veramente <iniquità e idolatria> (1Sam 15, 23). Come spiega mirabilmente Ambrogio di Milano: <Egli ha detto che i figli dello sposo, cioè i figli del Verbo, i quali per mezzo del lavacro di rigenerazione sono ammessi ai diritti della generazione divina, non potranno digiunare, finché lo sposo sarà con essi. […] Dunque, in questa circostanza egli chiama il digiuno un vecchio abito>1. Questo essere <vecchio> non dipende dalla pratica che rimane non solo lodevole ma da farsi per imitare il nostro Signore Gesù Cristo che digiunò <quaranta giorni e quaranta notti> (Mt 4, 2) bensì tocca le intenzioni più profonde del nostro intimo. Al pari di Saul siamo sempre chiamati quando agiamo o ci sembra di agire secondo quanto <Dio mi ha ordinato> (1Sam 15, 20) a guardare attentamente nel nostro cuore per vedere se esso è divenuto per la presenza dello <sposo> (Mc 2, 19) capace di portare e custodire in sé il <vino nuovo> senza spaccarsi come avverebbe ad <otri vecchi> (2, 22). La sfida è sempre quella di andare oltre le apparenze e questa sfida diventa ancora più esigente quanto si tratta delle realtà spirituali in cui troppo facilmente rischiamo di ingannarci e persino di mistificare. Obbedire è proprio meglio del sacrificio in quanto esprime la disponibilità ad aprire la propria vita alla novità di una presenza che immette nella nostra esistenza il <vino nuovo> di una sensibilità sempre più acuta verso il mistero della vita capace di farci mettere da parte gli <otri vecchi> di tutto ciò che in noi è già listato a <lutto>.


1. AMBROGIO, Omelie sul vangelo di Luca, 5, 22.

Lasciarsi andare

II Domenica T.O.

Tre giorni dopo la promessa fatta a Natanaele e quindi sette giorni dopo la testimonianza data a Betania (1, 28), si pone il primo segno di Gesù nella cornice di uno sposalizio a Cana di Galilea. Se nel Battesimo è il Padre a svelare il mistero di Gesù come Figlio, alle nozze di Cana è la madre a sensibilizzare il figlio verso il bisogno di questi due sposi che rischiano di vedere rovinata la loro festa. Gli sposi hanno sbagliato a calcolare il vino cedendo alla parsimonia oppure i convitati si sono lasciati andare troppo alla gioia? Non sappiamo! Fatto sta che la situazione si fa delicata e la madre di Gesù se ne accorge prima di tutti gli altri: <Non hanno vino> (2, 3).  Il vangelo si apre così con una settimana che termina, il settimo giorno, con la prima ed emblematica manifestazione della gloria di Gesù. Il Signore compie la promessa del profeta e si presenta come il vero sposo dell’umanità che non può più né ritenersi né sentirsi Abbandonata, ma, al contrario, Sposata. Il diadema di cui parla Isaia diventa per Paolo la corona temepestata di molteplici, differenti, e ugualmente preziose perle: la grazia dei diversi carismi e ministeri che risplendono nel mistero della Chiesa e nel cammino dell’umanità animate dal medesimo e unico Spirito. L’abbondanza e l’eccellenza del vino servito a Cana rappresenta per Giovanni la chiave di lettura di tutto il cammino di Gesù che è venuto per ridare all’umanità la pienezza di una gioia duratura. La madre di Gesù compare solo qui nel vangelo di Giovanni per ricomparire – in assoluto silenzio – sotto la croce accanto al discepolo amato. Là, il vino si trasformerà in sangue donato come segno di una eccedenza d’amore e di dedizione di cui ogni nostra cura per la gioia dell’altro è un luminoso riflesso.

Sulle labbra di Maria una sola parola e questa è per noi: <Qualsiasi cosa vi dica, fatela>. Siamo disposti a lasciarsi andare nelle mani amorose dello Sposo, di Gesù?!

Nous laisser aller

II Dimanche T.O.

Trois jours après la promesse faite à Nathanaël et donc sept jours après le témoitnage donné à Béthanie ( 1, 28 ) s’accomplit le premier signe de Jésus dans le cadre d’un mariage à Canaa en Galilée. Si, pour le baptême c’est le Père qui dévoile le mystère de Jésus, en tant que Fils, aux noces de Canaa, c’est la mère qui sensibilise le fils aux besoins de ces deux époux qui risquent de voir leur fête gâchée. Les époux se sont trompés dans leur calcul du vin, cédant peut-être à un sens de l’économie, ou alors, les invités se sont trop laissés aller à leur joie. Nous ne le savons pas! Le fait est que la situation devient délicate et la mère de Jésus s’en rend compte avant tous les autres : ” ils n’ont plus de vin ” ( 2,3 ). L’évangile s’ouvre ainsi, le septième jour, après une semaine qui se termine, par la première manifestation emblématique de la gloire de Jésus. Le Seigneur accomplit la promesse du prophète et se présente comme le véritable époux de l’humanité qui ne peut plus se considérer, ni se sentir abandonnée, mais, au contraire épousée. Le diadème dont parle Isaïe devient pour Paul la couronne agrémentée de multiples, diférentes et précieuses perles : la grâce des divers charismes et ministères qui resplendissent dans le mystère de l’Eglise et sur le chemin de l’humanité, animés par le même et unique Esprit. L’abondance et l’excellence du vin servi à Canaa représente pour Jean la clé de lecture de tout le cheminement de Jésus, venu pour redonner à l’humanité la plénitude d’une joie durable. La mère de Jésus apparaît uniquement ici dans l’évangile de Jean, pour réapparaître – dans un silence absolu – sous la croix aux côtés du disciple bien-aimé. Là, le vin se transformera en sang donné comme signe d’un excédent d’amour et de dévouement dont chaque geste de soin engendrant la joie de l’autre, est un reflet lumineux.

                  Sur les lèvres de Marie, une seule parole et elle est pour nous : ” Quoiqu’Il vous dise, faites-le “. Sommes-nous disposés à nous laisser aller entre les mains amoureuses de l’Epoux, de Jésus ?