Uomo

Sant’Andrea

La festa dell’apostolo Andrea ci accompagna negli inizi di un nuovo Avvento. Così possiamo chiederci che cosa mai questo apostolo può dirci circa il nostro cammino di attesa della venuta nella carne del Verbo di Dio? La risposta a questa domanda ce la offre la citazione ripresa da Paolo nella lettera ai Romani e che troviamo come prima lettura di questa festa: <Chiunque crede in lui non sarà deluso> (Rm 10, 11). La testimonianza dell’apostolo Andrea ci rinfranca nel nostro cammino di discepoli e ci rassicura sul fatto che seguire il Signore non può portare che ad una pienezza di vita. La promessa che il Signore fa ai suoi primi apostoli chiamandoli alla sua sequela è una parola che viene rivolta a ciascuno di noi nella misura in cui accettiamo di seguire il Maestro: <vi farò diventare pescatori di uomini> (Mt 4, 19). Ma per diventare <pescatore di uomini> bisogna essere fino in fondo uomini ed è a questo che rimanda il nome di Andrea che in greco significa “uomo”. Accanto a suo fratello <Simone, chiamato Pietro> (4, 18) si potrebbe dire che Andrea è caratterizzato da una “durezza” diversa da quella della pietra e più simile a quella delle piante secolari di cui può essere simbolo la diversa croce – quella decussata – su cui la tradizione vuole che abbia subito il martirio. 

Mentre Simon Pietro spesso si fa prendere da un entusiasmo sempre misto ad un pizzico di panico, Andrea sembra essere più “greco” nel suo modo di essere più razionale e calmo. Davanti alla richiesta di alcuni greci che desideravano incontrare da più vicino il Signore, l’apostolo Filippo si rivolge ad Andrea e con questi presenta il loro desiderio a Gesù (Gv 12, 22). Così pure davanti allo scompiglio creato dallo stesso Signore che vuole sfamare la folla è proprio Andrea a scorgere un <ragazzo> i cui <cinque pani e due pesci> (Gv 6, 9) possono essere il piccolo inizio per una condivisione talmente grande da far avanzare ciò che all’inizio sembra semplicemente impensabile. 

All’apostolo Andrea si rifà come suo fondatore la Chiesa sorella di Costantinopoli e in questo modo essa ricorda alla Chiesa di Roma – fondata sul martirio di Pietro e di Paolo – che c’è sempre un modo più “umano” per affrontare e risolvere ogni situazione e che sempre si può e si deve trovare una soluzione il più possibile adeguata alle diverse contingenze ed esigenze. La Chiesa di Oriente mentre onora Andrea come colui che è il <primo chiamato> (cfr. Gv 1, 40) a seguire il Signore Gesù dalle parole del Precursore suo maestro lo canta con queste parole: <Tu che frequentavi colui che era germogliato dalla sterile, abbandonata la pesca dei pesci, o apostolo, hai preso nella rete gli uomini, con la canna dell’annuncio, calando come amo l’esca della pietà, e traendo dall’abisso dell’inganno tutte le genti> (Anthologhion, I, 984). Lasciamoci anche noi prendere dall’amo di Cristo che si fa uomo per noi e, con la forza che viene dall’assomigliargli sempre di più nella <pietà>, cerchiamo di essere <pescatori di uomini> con il nostro essere uomini secondo Dio: coraggiosi (in greco andréin significa avere coraggio) e calmi.

Attendere… con delicatezza

I settimana T.A.

Non saremo mai abbastanza grati alla sapienza della liturgia per il fatto di darci ogni anno come capocordata nel cammino dell’Avvento un uomo così delicato come il <centurione> (Mt 8, 5). Nessuno può dire se è lo stesso che si troverà proprio sotto la croce nel momento della morte del Signore e che riconoscerà nell’uomo appena spirato tra atroci tormenti nientemeno che <il Figlio di Dio> (Mt 27, 54). Ci piace pensarlo e se fosse vero si potrebbe veramente dire che il cerchio si chiude gloriosamente attraverso la fede di un uomo che rese <ammirato> (Mt 8, 10) il cuore del Signore prima che il suo cuore trafitto per amore riempì di ammirazione il cuore di quest’uomo. Da un uomo d’armi abituato per ufficio a comandare e ancor più abituato ad essere se non temuto almeno obbedito non ci si aspetterebbe tutta la delicatezza di cui ci testimonia il vangelo. Delicatezza nei confronti del suo <servo> (8, 6) per il quale chiede al Signore Gesù la guarigione ma anche delicatezza nei confronti dello stesso Maestro a cui chiede di non scomodarsi di entrare sotto il suo <tetto> (8, 8) per non essere imbarazzato dalle dicerie che questo potrebbe creare tra i farisei e i pii devoti che ne scrutano ogni mossa e ogni gesto. Cafarnao è una città malfamata agli occhi della gente devota in quanto è un crocevia di commerci ma pure di credenze e di religioni dove è più difficile restare fedeli a tutte le prescrizioni della legge e delle consuetudini. Eppure proprio con il coraggioso e delicato riserbo di questo centurione si compie la profezia del profeta il quale, pensando alla città santa di Gerusalemme, la immagina e la desidera non come un luogo riservato ai perfetti ma come il polo verso cui tutti sono come attratti. Senza reticenze e con grande entusiasmo Isaia sembra sognare: <il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti> (Is 2, 2). Il profeta sembra anche svelarci come questa ascensione sia espressione di un desiderio profondo e autentico di conversione: <perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri> (2, 3). Mentre muoviamo questi primi passi nella grazia della rinnovata attesa possiamo chiederci cosa può dare vigore ai nostri passi e cosa può renderli saldamenti e sicuramente orientati verso la méta. Oggi possiamo accogliere proprio questo modo delicato con cui il centurione si rivolge al Signore e desiderare anche noi di dargli uno spazio salvifico nella nostra vita che sia rispettoso, discreto, attento, pieno di delicato riserbo accettando e amando di farci reciprocamente presenti senza chiedere troppo e sapendoci accontentare di ogni piccolo gesto di benevolenza. La <fede così grande> (Mt 8, 10) in realtà non è altro che una fede delicata e piena di riconoscenza per il fatto che qualcuno ci ascolti e si apra ai nostri bisogni. Ma prima di chiedere a Dio di fare questo per noi dobbiamo imparare a farlo noi stessi per Lui e per ogni persona che sentiamo nel bisogno e nella necessità. Entriamo in questo Avvento con delicatezza e la delicatezza sia il segreto di questo Avvento perché ci permetta di andare <con gioia incontro al Signore> (Salmo responsoriale).

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Attendere… il giusto

I Domenica d’Avvento

Il portale di ingresso di questo nuovo tempo di Avvento è un testo del profeta Geremia che orienta così la nostra meditazione, la nostra preghiera, la nostra attesa, il nostro desiderio: <In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra> (Gr 33, 15). Questa parola del profeta che ci permette di accogliere con serenità quanto il Signore Gesù ci dice nel Vangelo e che, non a torto, potrebbe inquietarci. É come se la Liturgia ci aiutasse a scendere gradualmente da visioni troppo alte e maestose verso un’ottica semplice e limpida con cui leggere e attraversare la storia fino a rendere per noi – e non solo per noi – un angolo possibile di salvezza. Il primo sguardo è rivolto in alto <segni nel sole, nella luna e nelle stelle>; il secondo profondamente in basso – in quelli che potremmo definire gli inferi del cuore – caratterizzati come <angoscia di popoli in ansia> (Lc 21, 25); al centro vi è un altro sguardo: <allora vedranno il Figlio dell’uomo…> (21, 27). Questa prima domenica di Avvento ci aiuta a rettificare e a rendere più limpido, più <giusto> il nostro sguardo sul mistero della vita e lo fa ripetendoci l’esortazione del Signore che dice ancora una volta: <State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano> (21, 34). Talora non ci rendiamo conto a sufficienza di quanto ad appesantire la nostra vita sia proprio la nostra tendenza a dare spazio a desideri eccessivi che non sono realmente adeguati alla nostra realtà. Cosa mai rende un germgolio più <giusto> o meno giusto se non il fatto di accettare il posto che la natura gli dona e il ruolo che così gli affida?! 

Un nuovo anno liturgico si apre con questa domenica. Si apre: per chi e per che cosa? Non siamo precipitosi nelle risposte e lasciamoci profondamente interrogare dalla nostra inquietudine.

Attendre… le Juste

I Dimanche d’Avent

          Le portail d’entrée de ce nouveau temps de l’Avent est un texte du prophète Jérémie qui oriente notre méditation, notre prière, notre attente et notre désir : ” En ces jours et en ce temps, je ferai germer pour David un germe juste qui exercera le jugement et la justice sur la terre ” ( Jr 33, 15 ). Ces paroles du prophète nous permettent d’accueillir avec sérénité ce que le Seigneur Jésus nous dit dans l’Évangile et qui, non à tort, pourrait nous inquiéter. C’est comme si la Liturgie nous aidait à descendre graduellement des visions trop hautes et majestueuses vers une optique simple et limpide pour y lire et traverser l’Histoire jusqu’à nous faire entrevoir – et pas seulement à nous – un angle possible de salut. Le premier regard est tourné vers le haut ” signes du soleil, de la lune et des étoiles “, le second, profondément orienté vers le bas – caractéristique de ” l’angoisse des peuples dans l’anxiété ” ( Lc 21, 25 ) ; au centre, il y a un autre regard : ” alors, ils verront le Fils de l’Homme…) ( 21, 27 ). Ce premier dimanche de l’Avent nous aide à rectifier, à rendre plus limpide, plus ” juste ” notre regard sur le mystère de la vie et, il le fait en nous répétant l’exhortation du Seigneur qui dit encore une fois ” Soyez attentifs, à vous-mêmes, que votre coeur ne s’appesantisse pas ” ( 21,34 ). Souvent, nous ne rendons pas suffisamment compte, combien appesantir notre vie est vraiment notre tendance en donnant de l’espace aux désirs excessifs qui ne sont pas vraiment adéquats à notre réalité. Qu’est-ce qui rend donc un germe plus ou moins ” juste ” sinon le fait d’accepter la place que la nature lui donne et le rôle qu’ainsi elle lui confie ?

Une nouvelle année liturgique s’ouvre avec ce dimanche. Elle s’ouvre pour qui et pourquoi ? Ne nous précipitons pas pour répondre et laissons-nous profondément interroger par notre inquiétude.

Seminatore

Al giusto posto

XXXIV settimana T.O.

Siamo invitati a mettere persino le giuste occupazioni e preoccupazioni al posto giusto. La cosa importante che il Signore Gesù cerca di trasmetterci non è il “come” della fine del mondo ma il “come” arrivare, vivendolo quotidianamente, a questo momento di verità tanto da vivere autenticamente il tempo presente senza “ingannare il tempo” per non ingannare noi stessi. Vegliare <in ogni momento> (Lc 21, 36) significa amare chi è più debole e ha più bisogno, ma significa anche prendersi cura di ciò che in noi è più fragile e bisognoso tanto. La sfida quotidiana del nostro cammino discepolare è passare da un semplice atto di presenza alla storia – personale e globale – ad un essere realmente presenti a noi stessi e agli altri soprattutto nei momenti più esigenti e duri. In questo ultimo giorno del tempo ordinario, mentre già si preparano i colori e i toni di un rinnovato Avvento, siamo chiamati a rimboccarci le maniche e non certo di incrociarle. Si tratta per ciascuno di affrettare con nostre scelte e le nostre azioni quel momento sognato da Daniele in cui <la grandezza dei regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo> (Dn 7, 27).

Il primo passo per evitare di incrociare le braccia dinanzi alle esigenze della storia è quello di congiungere la mani in atto di preghiera per obbedire alla consegna del Signore: <Vegliate, in ogni momento, pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo> (Lc 21, 36). Come spiega un teologo contemporaneo: <La preghiera non è soltanto una risposta alla vita di tipo radicale per mezzo del godimento e dell’assaporamento della vita, ma è anche un modo per opporsi ai nemici della vita. In un senso molto reale, la storia della preghiera è la storia del potere all’interno della comunità di preghiera e nel mondo in generale. La preghiera, infatti è l’atteggiamento che si assume di fronte ai poteri malvagi, è una battaglia, è la lotta umana contro il male>1. Potremmo dunque concludere questo anno di ascolto della Parola attraverso il ciclo della liturgia con il proposito di coltivare di più e in modo più radicalmente profetico la nostra attitudine alla preghiera non certo per isolarci misticamente dalla vita e dalla storia, ma per abitarla fino a trasformarla.

Il monito del Signore ci raggiunge e ci interpella: <State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano> (21, 34). L’esempio di Daniele diventa per noi una sorta di traccia per passare dal turbamento davanti a ciò che si agita nella storia per guadagnare in speranza attraverso una rinnovata fiducia nel fatto che infine e definitivamente al male <sarà tolto il potere, quindi verrà sterminato e distrutto completamente> (Dn 7, 26). Tutto ciò ci sarà certo dato in dono, ma, al contempo, sarà il frutto delle nostre fatiche e delle nostre conquiste interiori attraverso il combattimento contro ogni forma di superficialità e l’impegno costante a mettere ogni cosa, ogni emozione, ogni sentimento, ogni desiderio al giusto posto.

Signore Gesù, ti benediciamo per tutto ciò che abbiamo imparato durante questo anno liturgico e per ciò che la tua parola e i sacramenti hanno fatto crescere in noi come consapevolezza di fronte al nostro compito di combattere strenuamente contro tutto ciò che ferisce la vita e diminuisce la speranza.


1. M. FOX, Preghiera. Una risposta radicale all’esistenza, Gabrielli Editore, Verona 2014, p. 92

Seminatore

Guardare

XXXIV settimana T.O.

Nella prima lettura troviamo un continuo invito ad aguzzare la vista e sembra che il profeta Daniele sia proprio un uomo capace  non solo di guardare, ma anche di osservare, fino a comprendere oltre le stesse cose che cadono sotto i suoi occhi. In questo modo egli può cogliere il senso più profondo di ciò che gli eventi della storia non solo rivelano, ma pure segretamente preparano: <Io Daniele, guardavo nella mia visione notturna…> (Dn 7, 2). Per ben sette volte, nella prima lettura, si evoca la capacità e la volontà del profeta di guardare con una tale profondità da essere in grado di andare ben oltre le apparenze e far maturare – nonostante tutto il peso di minaccia che le varie bestie sembrano incutere – una speranza ancora più grande: <Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunge fino al vegliardo e fu presentato a lui> (7, 13). L’esempio di Daniele ci obbliga ad un serio esame di coscienza sul rischio di avere sempre gli occhi aperti sulla realtà e sulla storia che ci passa davanti attraverso un inarrestabile flusso di immagini e di suggestioni. Quando è così, siamo incapaci di vedere – in realtà – alcunché, quasi prigionieri e spesso persino accecati da una superficialità che rischia di renderci insensibili.

Sembra proprio che guardare e vedere in modo profondo e avvertito sia un dovere che non si improvvisa, ma ha bisogno di una lunga preparazione. E non solo. Questa visione necessita di una vera abitudine – per nulla abitudinaria – ad andare oltre le apparenze, ingaggiando una sorta di diuturno combattimento spirituale contro la superficialità in tutte le sue manifestazioni: le più evidenti, come quelle delle bestie evocate dal profeta Daniele o le più sottili e ancora più invisibili  dei germogli, evocate dal Signore Gesù nel Vangelo: <Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino> (Lc 21, 31). Pertanto non basta vedere con gli occhi o sentire con le orecchie. Per discernere i segni dell’irruzione del Regno di Dio nella nostra storia è necessario maturare nella capacità di intra-vedere, fino ad essere profeticamente capaci di ultra-vedere. Nel battesimo siamo stati unti con il crisma che ci ha reso profeti, re e sacerdoti. Ciò comporta, per ogni battezzato e discepolo del Signore Gesù, un dovere di profezia posta al cuore della storia perché essa possa realmente diventare, non semplicemente l’evidenza di eventi che si succedono quasi casualmente, ma il respiro di una coscienza sempre più affinata: <Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina> (21, 29-30).

Quando il fico, la cui spettrale veste invernale non lascia alcun posto a nessuna illusoria speranza, germoglia, è segno che tutti gli altri alberi faranno ben presto altrettanto e che il raccolto dei frutti si avvicina, assicurando non solo la continuità, ma pure la gustosità della vita. Come discepoli di Cristo Signore, educati quotidianamente alla scuola del Vangelo, siamo chiamati a presagire i tempi e i modi di una speranza senza la quale tutto rischia di soccombere in un’invincibile tristezza.

Signore Gesù, quanto siamo ciechi e quanto siamo insensibili ai segni che annunciano la vita e ci promettono un di più di speranza! Donaci la sapienza di Daniele e donaci la docilità della pianta del fico perché sappiamo lasciarci risvegliare dal sole della tua presenza e ritrovare il pieno gusto di vivere e di donarci.

Seminatore

Liberazione

XXXIV settimana T.O.

Sembra la fine di tutto. Eppure è solo la fine di un mondo che vede le sue potenze sconvolte. Il Signore più volte ha accennato al suo ritorno al termine della storia di questo mondo. Se è vero che <le potenze del cielo saranno sconvolte> (Lc 21, 27), nondimeno questa è solo la cornice di un quadro dove ciò che positivamente colpisce è l’avvento del Signore <con grande potenza e gloria> (21, 28). Il Signore rinnova per noi il suo avvento proprio quando un mondo inteso come modo di intendere e vivere la propria storia volge necessariamente e giustamente al termine. Il Signore non ci invita a tremare, ma ci chiede di sperare: <risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina> (Lc 21, 28). A questo punto la domanda si fa urgente per prendere coscienza da che cosa dobbiamo essere liberati. Forse abbiamo bisogno di essere liberati dalla presunzione di avere il controllo di tutta la situazione o dalla pretesa di avere la verità in tasca. La Parola di Dio offertaci attraverso la Liturgia di quest’oggi ci fa scendere con Daniele nella fossa dei leoni e là ci rendiamo conto di come, magnificamente, l’innocenza interiore di Daniele viene riconosciuta dai leoni dopo essere stata calpestata dai notabili del re Dario.

Non si fa nessuna fatica a sentire con quale dolore il re ordinò <che si prendesse Daniele e lo si gettasse nella fossa dei leoni> (Dn 6, 17). Così pure non è difficile immaginare con quali sentimenti il Signore Gesù si lanci in ciò che ha tutta l’aria di essere una minaccia in grande stile: <Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti> (Lc 21, 25). Come se non bastasse, quasi per colpire ancora più direttamente e duramente, il Signore sembra sentire il bisogno di entrare nel dettaglio di quelli che saranno i sentimenti più profondi e più inquietanti: <mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra> (Lc 21, 25). Queste parole non vogliono gettarci nell’angoscia, ma hanno di mira il tentativo di difenderci dalla fossa della superficialità e della dimenticanza. Infatti, se una <liberazione> è attesa e sperata, allora è segno che un’oppressione è attraversata e, perciò stesso, qualcosa di negativo è stato vinto.

Non è certo la minaccia che sta a cuore al Signore, bensì la consapevolezza. Nondimeno, spesso, per crescere in consapevolezza si rende necessario una certa durezza che ci fa  uscire da quel sonno spirituale che, se incontrastato, rischia di farci scivolare – ignari – nella morte. Possiamo spiritualmente porci con Daniele per un’intera notte <nella fossa dei leoni> (Dn 6, 17) e far emergere le paure bestiali da cui ci sentiamo circondati e minacciati. Solo così potremo sperimentare cosa sia e in cosa veramente consista la nostra <liberazione>. Una domanda attraversa naturalmente e giustamente il nostro cuore: che cosa ha reso possibile a Daniele di ammansire quei leoni che, invece, <si avventarono> contro i suoi accusatori e le loro famiglie <e ne stritolarono tutte le ossa> (Dn 6, 26)?

La risposta la troviamo all’inizio della prima lettura: <alcuni uomini accorsero e trovarono Daniele che stava pregando e supplicando il suo Dio> (6, 12). Ciò che può ammansire dentro di noi e attorno a noi quanto invece rischierebbe altrimenti di ucciderci, è la preghiera! Sembra saperlo persino il re nel momento stesso in cui è costretto a far gettare Daniele nella fossa dei leoni: <Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare!> (6, 17). La preghiera mantiene il nostro cuore in un atteggiamento di fede nei confronti di Dio che, per la sua profondità, si comunica agli animali irrazionali e persino alle cose inanimate tanto che, tutto ciò che ci può fare del male può trasformarsi in un mezzo e un’occasione per sperimentare ancora più <vicina> la <liberazione> (Lc 21, 28). 

Signore Gesù, quando ci sentiamo precipitare nella fossa dell’angoscia e ci sentiamo sbranare dalla paura, donaci la semplicità di levare il capo, gli occhi, il cuore, la mente e il desiderio… verso di te. Come un bimbo che guarda la propria madre nel tempo del pericolo, sii tu la nostra liberazione, sii tu la nostra salvezza.

Un nuovo libro

Trasmettere il tesoro, Evangelizzare: trasmettere solchi nelle città, fr. MichaelDavide, ed. Messaggero Padova

“La pandemia è stata un “acceleratore di processi” già in atto da anni. Li ha accentuati. Fratel MichaelDavide ci regala un ottimo strumento per “rimetterci in viaggio”. Con lucidità e finezza mette in luce aspetti su cui la Chiesa, da tempo, aveva bisogno di ripensarsi e di riformarsi. E alla fine arriva a considerare il tempo della pandemia aiutando tutti noi a lasciarci provocare. È una lettura avvincente, che fa rinascere una sincera passione per il rinnovamento della Chiesa, sempre letta come “segno della compassione di Dio per gli uomini e le donne. Un libro che è una intensa iniezione di fiducia”. Dalla Prefazione di Mons. Derio Olivero”

Seminatore

Perseverare

XXXIV settimana T.O.

Perseverare esige la capacità di consegnare la propria umana avventura accettando di lasciare che le cose della nostra esistenza seguano il flusso della vita. Solo così invece di essere terrorizzati come il re di cui ci parla la prima lettura, saremo consolati come discepoli sereni e fedeli. Per quanto i passaggi della vita possano sembrare talora duri e spesso così incomprensibili, la parola del Signore Gesù ci accompagna e ci guida in un lavoro di continua interpretazione che non riguarda soltanto i testi sacri, ma anche gli eventi della vita: <Avrete allora occasione di dare testimonianza> (Lc 21, 13). Questa frase ha il duplice sapore della constatazione e della consegna  perché viene posta a conclusione di una serena presa di coscienza del fatto che <Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome> (21, 12). Quello che la vita e la storia possono farci subire, sembra essere un argomento che ci riguarda molto meno di ciò che noi saremo in grado di far dare alle costrizioni della vita, come frutto generoso maturato al sole della libertà e dell’amore. Così possiamo intuire la verità dell’apparente contraddizione nelle parole del Signore, una contraddizione che ci promette, al contempo, una sicura persecuzione, persino all’interno dei vincoli più sacri e amati, senza omettere di rassicurarci in modo tanto radicale da dire: <nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto> (21, 18). 

Infatti, nulla che ha come origine l’esercizio generoso e leale della libertà e dell’amore andrà perduto, non perché non cadrà come un capello, ma perché qualcuno lo raccoglierà e lo conserverà, rendendolo così memoria di una vita donata a tal punto… da sembrare perfino sprecata. Vi è una preziosità che può, infatti, sfuggire all’occhio umano soprattutto se accecato dall’amor proprio, ma in nessun modo sfugge all’Altissimo. Il dramma di Baldassàr è quello della leggerezza e della superficialità. Quando, infatti, <comandò che fossero portati i vasi d’oro e d’argento che suo padre Nabucodonosor, aveva asportato dal tempio di Gerusalemme, perché vi bevessero il re e i suoi dignitari, le sue mogli e le sue concubine> (Dn 5, 2), forse non aveva neppure intenzioni coscientemente sacrileghe, quanto piuttosto la voglia di mostrare la sua ricchezza e lo splendore dei bottini di suo padre. Ma <In quel momento apparvero le dita di una mano d’uomo, che si misero a scrivere sull’intonaco della parete del palazzo…> tanto che <il re cambiò di colore> (2, 5-6).

Era sfuggito al re che quei vasi non erano semplicemente contenitori preziosi, ma erano segno di qualcosa di più grande, di più bello, di immensamente più vero del <grande banchetto> (2, 1) da lui imbandito. Il <vino> dell’ebbrezza di sé non poteva essere contenuto dai vasi che erano stati testimoni della grandezza trascendente dell’Altissimo. Così l’occasione per pavoneggiarsi si trasformò, per Baldassàr, nella necessaria presa di coscienza del limite del suo fragile e apparente potere: <Mene, Tekel, Peres> (2, 25). L’unica via per dare consistenza alla nostra vita è di coltivare il senso profondo delle cose, trasformando ogni piccolo evento in una tappa e in un’occasione di crescita. Il monito del Signore diventa una bussola: <Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita> (Lc 21, 19) e nulla, proprio nulla, andrà <perduto> (21, 18) se sapremo rischiare di sembrare sprecati.

Signore Gesù, sei tu che raccogli ogni capello del nostro capo e lo poni nella memoria divina delle realtà che non passano e che hanno già il sapore dell’eternità. Non lasciare che ci sentiamo mai sprecati anche quando siamo trattati come semplici cose da mostrare e da esibire… tu abiti le nostre anime e fai di noi vasi preziosi come quelli dell’altare.