Seminatore

Sollievo

XXV settimana T.O.

La preghiera di Esdra raccoglie in sé gli elementi propri – persino necessari – di ogni nostro desiderio di mettere la nostra vita davanti allo sguardo di Dio. Ogni volta che ci esponiamo alla relazione con Dio siamo attraversati da due correnti emotive diverse. Da una parte il senso profondo della nostra povertà e fragilità che può giungere fino ad un sentimento atavico di <vergogna> (Esd 9, 6) cui, subito, si congiunge la consapevolezza di una grazia e di una misericordia senza le quali la nostra stessa vita non potrebbe sussistere. Per questo Esdra arriva a ritrovare tutta la sua fiducia e la sua serenità: <ma nella nostra schiavitù il nostro Dio non ci ha abbandonati: ci ha resi graditi ai re di Persia, per conservarci la vita ed erigere il tempio del nostro Dio e restaurare le sue rovine, e darci un riparo in Giuda e Gerusalemme> (9, 9). Esdra, uomo certamente pio e assolutamente devoto, ma non meno tormentato da una certa scrupolosità che può ridurre in <schiavitù> il cuore rendendolo prigioniero della paura, prima fra tutte la paura di sbagliare, può ben significare il nostro bisogno di guarigione profonda.

Il Signore Gesù <convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demoni e di guarire le malattie> (Lc 9, 1). Il cammino della Chiesa per le strade e fino alle periferie più remote dell’umanità non ha altro scopo se non quello di permettere a ciascuno di sperimentare ciò che ha vissuto Esdra: <così il nostro Dio ha fatto brillare i nostri occhi e ci ha dato un po’ di sollievo nella nostra schiavitù> (Esd 9, 8). La schiavitù cui Esdra pensa in modo del tutto naturale è quella legata all’esperienza dell’esilio in terra straniera, ma vi è una schiavitù del cuore di cui tutti noi facciamo esperienza ed è quella indicata da Gesù sotto la figura dei <demòni> che indicano tutto ciò che in noi fa resistenza alla grazia, alla misericordia, alla speranza. Da questo punto di vista il Vangelo è sempre un annuncio di libertà perché si dona come una possibilità rinnovata di poter guarire da tutto ciò che imbriglia la corsa della speranza e intristisce la vita.

Pertanto il Signore Gesù non si accontenta di affidare ai suoi discepoli una missione tanto grande quanto precisa, ma consegna loro anche lo stile e la modalità necessari perché cercando di curare gli altri non ci si lasci contaminare e soggiogare delle stesse malattie e dagli stessi demoni. Per questo il Signore Gesù dopo aver affidato la missione indica pure la modalità: <Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro e non portate due tuniche> (Lc 9, 3). Questo modo di lanciarsi nella missione sembra quasi una profilassi necessaria per gli Apostoli per poter curare senza ammalarsi. Se questa è la cura, se questo è il vaccino contro i demoni e le malattie, allora è più facile capire che le malattie sono originate da un unico virus che è quello della paura di avere bisogno degli altri e di essere tutti chiamati a condividere e a prendersi cura gli uni degli altri. In realtà siamo chiamati ad essere gli uni per gli altri <sollievo> (Esd 9, 8) e sicuro <riparo> (9, 9).

Signore Gesù, noi ti ringraziamo: inviati da te, siamo spinti ad andare e a lasciare che il nostro volto rifletta un raggio almeno del tuo! Né pane, né bastone, né bisaccia: siamo poveri e non possiamo nasconderlo. Fa’ che maturi in noi, Signore, un cuore capace di donare semplicemente se stesso e di annunciare la buona notizia di un vangelo che libera, illumina e guarisce!

Seminatore

Che bel segno!

S. Matteo apostolo

Un testo di Beda il Venerabile, molto caro a Papa Francesco da cui ha tratto il suo motto episcopale che è divenuto il suo programma pastorale come Vescovo di Roma, può aiutarci ad entrare nel mistero di questa festa che ci apre alla contemplazione del mistero di una sequela: <Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: ‘Seguimi’. Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello interiore della misericordia. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con un sentimento di amore e lo scelse, gli disse: ‘Seguimi’. Seguimi, cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi quanto con la pratica della vita. Infatti, “chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato” (1 Gv 2,6). “Ed egli si alzò, e lo seguì”. Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un invisibile impulso a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili (cf Mt 6,20). “Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli”. La conversione di un solo pubblicano ha aperto la strada della penitenza e del perdono a molti pubblicani e peccatori. Che bel segno! Al momento della conversione colui che doveva più tardi diventare apostolo e maestro dei pagani trascina dietro di sé sulla via della salvezza un gruppo di peccatori>1.

Lo stesso papa Francesco nella sua intervista rilasciata al direttore de La Civiltà Cattolica paragonava la Chiesa a un ospedale da campo: <Io vedo con chiarezza — prosegue — che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso>. Che i malati siano preferiti ai sani, che i peccatori siano anteposti ai giusti è l’opera grande, discreta e strepitosa del Medico che sana e salva la realtà quotidiana delle nostre vite. Andare e imparare a fare lo stesso è potenza di risurrezione cha fa nuovo il mondo. La misericordia è il filo a piombo, che scenda dal cielo di Dio verso la nostra terra, che ci permette di costruire in modo sicuro e bello <fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo> (Ef 4, 13).

L’apostolo ed evangelista Matteo ci conforta e ci sostiene nel nostro cammino di discepoli perché ci ricorda quanto la misericordia del Padre manifestata in Cristo Gesù diventa per tutti la mensa cui si può non solo mangiare, ma vi si può sedere serenamente insieme… forse persino allegramente contando sulla presenza amabile del Signore Gesù.

Signore Gesù, ci trovi ancora al banco delle imposte, intenti a trafficare le nostre illusorie ricchezze. Noi imploriamo la tua misericordia e ti chiediamo il dono del tuo sguardo su di noi, della tua voce che parla al nostro cuore, che ci chiama, che ci invita a seguire i tuoi passi. Ti chiediamo il dono di quel tuo sguardo che ci rivela a noi stessi, che ci ridona la vita, che dà senso e significato al nostro esistere, al nostro desiderare, al nostro agire.


1. BEDA IL VENERABILE, Omelie sui Vangeli, I, 21.

Seminatore

Salire

XXV settimana T.O.

Nel più profondo della tenebra della disperazione dell’esilio che col tempo si è trasformata, nel cuore del popolo, in abitudine e rassegnazione, si leva – infine – una luce. Questa luce si incarna in un appello che non solo viene da lontano, ma proviene da dove nessuno se lo aspetterebbe né, tantomeno, lo spererebbe. Ciro, re di Persia, un re straniero e pagano si fa mediazione di un nuovo inizio per il popolo di Dio forse addormentato nel proprio dolore e la cui sofferenza – come accade anche a noi – rischia di indebolire la speranza e l’audacia: <Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, e costruisca il tempio del Signore> (Esd 1, 3). Due verbi risuonano nell’appello regale ad un popolo ormai abituato ad essere rassegnato e, in molti casi, ben adattato ad una situazione di schiavitù e di sudditanza: salire e costruire!

Due verbi che invitano a riprendere coraggio e soprattutto che invitano a ritrovare un dinamismo di vita che rimette in cammino e riaccende la fantasia. Salire e costruire indicano un movimento interiore che accompagna la storia dell’umanità nei suoi momenti migliori. Questi verbi hanno lasciato il segno nella storia attraverso dei monumenti che sono testimonianza di ciò che l’uomo è capace quando riesce a sperare. Il Signore Gesù radicalizza questo invito con l’immagine della bellezza del fuoco – piccolo o grande che sia – il quale per sua natura va verso l’alto e diffonde attorno a sé un chiarore che permette alla vita di dilatarsi e di rivelarsi nella sua bellezza. Allora è chiaro che <Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce> (Lc 8, 16). Se il re Ciro invita il popolo a salire e a costruire, il Signore Gesù invita i suoi discepoli a vivere in modo luminoso e gioioso senza cedere alla tentazione di ripiegarsi su se stessi o di rinchiudersi nella coltre di una paura che paralizza la vita.

Il segreto di questa luce, la sua scaturigine profonda che la rende invincibile, è la qualità dell’ascolto. Per questo il Signore Gesù esorta vivamente: <Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere> (8, 18). Il Signore Gesù fa del nostro modo di ascoltare un modo di essere e di stare al mondo che diventa, in modo del tutto naturale, un modo per donare. Ciascuno di noi ha ricevuto un dono di cui è responsabile non solo per se stesso, ma anche per ciò che esso può significare per gli altri, cosicché non possiamo soffocare la luce di cui siamo portatori e non possiamo privare noi stessi e gli altri della speranza di cui, in modo talora misterioso, siamo comunque testimoni. La conclusione della prima lettura potrebbe indicare il dinamismo che rianima i nostri cuori ogni mattina: <Allora si levarono… a tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme> (Esd 1, 5). Salire e costruire in ogni momento il tempio di una presenza di Dio in mezzo alla storia cominciando dalle nostre relazioni più quotidiane significa, infatti, sperare e far sperare.

Signore Gesù anche per noi risuona ogni mattina l’invito a salire e costruire. Un invito  che diventa ogni giorno la sfida a risalire e ricostruire. Questa disponibilità a riprendere ogni giorno la marcia della vita è come riattizzare il fuoco ogni mattina,  perchè  la casa sia luminosa e calda. Donaci Signore il coraggio di riaccendere sempre la speranza.

Consegnati

XXV Domenica T.O.

Dei nove annunci della passione che troviamo nei vangeli, quello di oggi è l’unico caso che sia coniugato al presente. La possibilità di essere consegnati nelle mani degli uomini è perennemente presente. Così pure è sempre possibile maturare la capacità di consegnarsi con la dolcezza di un <bambino> e l’arrendevolezza di un povero. Non solo un <bambino> è indicato come misura di relazione tra i discepoli, ma l’evangelista riferendo dell’abbraccio di Gesù, ci mette di fronte alla modalità evangelica di una tenerezza senza la quale è impossibile accogliere la croce. L’apostolo ci propone un criterio per saggiare, ogni giorno, il livello del nostro consenso al vangelo e questo non a parole ma – secondo lo spirito proprio di questo apostolo così poco amato da Lutero – in modo pratico e quotidiano: <dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni> (3, 16). Nella prima lettura è chiaro che, se l’intento dichiarato degli empi è quello di saggiare la mitezza e la santità del giusto, in realtà le loro azioni sono l’espressione di quella disperazione che la gelosia è capace non solo di generare, ma di nutrire in modo regolare e continuo. Non si fanno illusioni gli empi e non possono nascondere a se stessi il male che li divora come un fuoco che incendia la paglia, per usare alcune immagini che ritroviamo nella lettera di Giacomo. Per questo si confessano l’un l’altro: <Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione da noi ricevuta> (Sap 2, 12). In realtà, proprio mentre si cerca di mettere <alla prova con violenze e tormenti> (2, 19) il giusto, non si fa che saggiare e smascherare la propria grettezza e la propria inadeguatezza: <per la strada, infatti, avevano discusso tra loro chi fosse più grande> (Mc 9, 34). I discepoli fanno fatica, come noi, a lasciarsi realmente plasmare dalla parola e dai gesti del Signore Gesù. Per questo reagiscono al suo solenne annuncio del fallimento pasquale tentando di mettere a punto i quadri del fantomatico successo messianico. Il progetto messianico abita segretamente il cuore dei discepoli pieno di sogni e di idealismi che non contempla e non sopporta il contrario cui il Maestro li sta preparando senza dimenticare di preparare se stesso: <Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà> (9, 31). L’evangelista annota qualcosa che riguarda i discepoli ma che riguarda così spesso anche noi: <Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo> (9, 32). Quando noi non capiamo o non vogliamo capire, il Signore non esita a interrogarci e a spiegarci ulteriormente per metterci in condizione di <saggiare> la nostra <mitezza> (Sap 2, 19). Lo fa con un gesto che non ha nulla di romantico. Si esprime con una sorta di giudizio che esige sempre profonda conversione: <Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti> (Mc 9, 35). Come se non bastasse, il modello del servizio del discepolo non è il servitore, cosciente del proprio compito, bensì il <bambino> (9, 36). Proprio il bambino non può servire a molto se non nella misura in cui gli si dà fiducia e lo si ama per la promessa di vita che rappresenta. Tutto ciò comporta di accettare il rischio di farsi garanti di ciò che non può imporsi da sé, ma che solo può lasciarsi accogliere <abbracciandolo>. L’apostolo Giacomo, da parte sua, ci aiuta ulteriormente con la sua parola per saggiare fino a che punto il nostro cammino di conversione è attivo oppure se si è addormentato in una cupa rassegnazione agli stimoli delle <passioni che fanno guerra>. La dignità e l’autenticità del discepolo si misurano nel fatto di non sottrarsi al combattimento spirituale contro tutto ciò che dentro di noi si oppone alla logica del Vangelo, la logica dei piccoli inizi e dei minimi indizi.

Livrés

XXV Dimanche T.O.

              Parmi les neuf annonces de la passion que nous trouvons dans les évangiles, celle d’aujourd’hui est l’unique à être conjuguée au présent. La possibilité d’être remise entre les mains des hommes est éternellement présente. Tout comme il est toujours possible de mûrir la capacité de se remettre à la douceur d’un ” enfant ” et à la docilité d’un pauvre. Non seulement un ” enfant ” est indiqué comme mesure de relation entre les disciples, mais l’évangéliste se réfère au baiser de Jésus,  et nous montre la façon évangélique d’une tendresse sans laquelle il est impossible d’accueillir la croix. L’apôtre nous propose un critère pour tester chaque jour le niveau de notre consentement à l’évangile et ceci non par des mots mais – selon l’esprit propre de ce disciple (si peu aimé de Luther ) – de façon pratique et quotidienne -: ” Là où se trouve la jalousie et l’esprit de contestation, il y a désordre et multitude d’actions mauvaises ” ( 3, 16 ).  Dans la première lecture, il est clair que, si l’intention déclarée par les méchants est celle de tester la douceur et la sainteté du juste, en réalité, leurs actions sont l’expression du désespoir que la jalousie est capable, non seulement d’engendrer, mais de nourrir de façon régulière et continuelle. Les méchants ne se font pas d’illusion et ne peuvent se cacher à eux-mêmes le mal qui les dévore comme un feu qui incendie la paille, pour reprendre une image que nous retrouvons dans la lettre de Jacques. Pour cela, ils se confessent les uns aux autres : ” Traquons donc le juste puisqu’il nous est inutile, il est contraire à notre manière d’agir, qu’il nous reproche de violer la loi et nous fait une honte de démentir notre éducation ” ( Sag 2, 12 ). En réalité, alors que l’on cherche à mettre à ” l’ épreuve avec violence et tourments ” ( 2, 19 ) le juste, l’on ne fait que tester et démasquer sa propre étroitesse d’esprit et sa propre insuffisance : ” en route, ils avaient discuté entre eux pour savoir qui serait le plus grand ” ( Mc 9, 34 ). Les disciples ont des difficultés, comme nous, à se laisser réellement modeler par la parole et les gestes du Seigneur Jésus. Ils réagissent pour cela à son annonce solennelle de l’échec pascal en essayant de mettre au point le cadre fantomatique d’un succès messianique. Le projet messianique habite secrètement le cœur des disciples pleins de rêves et d’idéalismes qui ne supportent et ne contemplent pas le contraire auquel le Maître les prépare sans oublier de se préparer soi-même : ” Le Fils de l’homme sera livré aux mains des hommes et ils le tueront ; mais, une fois tué, après trois jours, il ressuscitera ” ( 9, 31 ). L’évangéliste note quelque chose qui concerne les disciples mais souvent nous aussi : ” Eux ne comprenaient pas ces paroles et avaient crainte de l’interroger ” ( 9, 32 ). Quand nous ne comprenons pas ou ne voulons pas comprendre, le Seigneur n’hésite pas à nous interroger et à nous expliquer ultérieurement pour nous mettre en condition de ” tester ” notre ” douceur ” ( Sag 2, 19 ). Il le fait par un geste qui n’a rien de romantique. Il s’exprime avec une sorte de jugement qui exige toujours une profonde conversion : ” Si tu veux être le premier, soit le dernier de tous, le serviteur de tous ” ( Mc 9, 35 ). Comme si cela ne suffisait pas, le modèle du service du disciple n’est pas le serviteur, conscient de son propre devoir, mais ” l’enfant ” ( 9, 36 ). L’enfant justement ne peut pas servir à grand-chose, si ce n’est dans la mesure où on lui fait confiance et on l’aime pour la promesse de vie qu’il représente. Tout cela suppose d’accepter le risque de se faire garant de ce qui ne peut s’imposer naturellement, mais qui peut seulement se laisser accueillir ” en l’embrassant “. L’apôtre Jacques, de son côté, nous aide ultérieurement par sa parole pour tester jusqu’où notre chemin de conversion est actif ou s’il est endormi dans une sombre démission et stimulé par ” des passions qui font la guerre ” . La dignité et l’authenticité du disciple se mesure dans le fait de ne pas se soustraire au combat spirituel avec tout ce qui en nous s’oppose à la logique de l’Evangile, la logique des petits commencements et des minuscules indices.

Seminatore

Gardiniere

XXIV settimana T.O.

Non si può comprendere la parabola che troviamo nella liturgia di quest’oggi senza tenere nel dovuto conto ciò che l’evangelista pone come introduzione e chiave di interpretazione: <poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città…> (Lc 8, 4). Così pure non bisogna dimenticare i versetti immediatamente precedenti che abbiamo letto nella liturgia di ieri: attorno a Gesù non c’è un gruppo segregante – ci sono discepoli e discepole – e la sua presenza non è offerta in modo settario, ma in modo assolutamente inclusivo ed universale. Detto ciò, nel Vangelo non si respira aria di trasognata ingenuità o di irenico ottimismo e per questo il Signore Gesù mette in evidenza quali possono essere le conseguenze di uno stile inclusivo: come il seme quando viene generosamente seminato non incontra solo della buona terra o almeno non tutta la terra ha lo stesso grado di fecondità o di adeguatezza alle varie sementi, così pure la Parola di Dio se viene donata incondizionatamente non sempre potrà incontrare lo stesso grado di accoglienza. Tutto ciò che noi rischiamo di leggere come un problema nella ricezione del messaggio evangelico, lo stesso Vangelo ce lo fa cogliere come una normalità.

Per questo l’evangelista non si accontenta come gli altri evangelisti di parlare del <seminatore> e dei vari tipi di terreno che, bene o male, lo accolgono, ma fa menzione in modo esplicito e assai particolare del fatto che <uscì a seminare il suo seme> (Lc 8, 5). Tutti sappiamo che ogni seme porta in sé un potenziale di vita, è una promessa e apre ad un possibile incremento e alla novità. Ben prima e ben aldilà di quello che noi possiamo recepire c’è una sorta di estasiata ammirazione per il dono che viene elargito e che non è altro che <il suo seme>! Forse a ciò possiamo applicare quanto dice l’apostolo: <ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo> (1Tm 6, 14). L’apostolo Paolo lo ricorda delicatamente, ma chiaramente al suo discepolo: <ti ordino di conservare e in modo irreprensibile il comandamento fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo> (1Tm6, 14). La raccomandazione apostolica vale per ogni <seme> (Lc 8, 5) che viene affidato alla terra del nostro cuore di qualunque specie esso sia, purché sia capace di <ascoltare> (8, 8).

Non siamo semplicemente interpellati nel ritrovare e nel catalogare noi stessi in uno dei tipi di terreno di cui ci parla la parabola. In realtà se guardiamo attentamente dentro la terra del nostro cuore, della nostra mente, delle nostre emozioni, dei nostri bisogni, facilmente riconosceremo che ora possiamo riconoscerci nell’uno e ora nell’altro, magari raramente lo siamo contemporaneamente, ma non è difficile ritrovare le diverse tipologie, esaminando le nostre reazioni e le nostre chiusure. Il fatto che Maria di Magdala scambi il Risorto per un giardiniere è segno che Gesù conosceva quest’arte e la mette a frutto nei confronti del nostro cuore e delle nostre vite che forse sono ancora lontane dal tempo della semina e hanno bisogno ancora, e prima di tutto, di essere arate e concimate. Ma anche davanti a queste operazioni più faticose e sporchevoli il Signore non si tira certo indietro.

Signore Gesù, siamo terreno, terra buona talvolta, più spesso senza profondità, gravato dalle spine, reso arido da sassi e asperità. Ogni tipo di terreno è presente nel nostro cuore, mutevole, ingannevole … e a poco serve cercare di catalogarci nell’una o nell’altra specie. Confidiamo in te, Giardiniere buono, che sai trattare ogni terreno, che sai ararci, concimarci  e gettare il seme “prendendoci per il nostro verso”!

Seminatore

Guarite

XXIV settimana T.O.

Dopo aver ascoltato il testo della peccatrice che entra nella casa di Simone e rivela al fariseo i limiti della sua giustizia alla luce radiosa della misericordia che è capace di guarire e dare profondità alla vita, il piccolo riassunto su quella che potremmo definire la “compagnia di Gesù” rischia di farci soffermare solo su quelle donne <che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità> (Lc 8, 2). In realtà, prima di parlare delle donne che <servivano> Gesù <con i loro beni> (8, 3) si evoca la presenza dei <Dodici> (8, 1) che, a loro volta, vivono accanto al Signore un cammino di guarigione e di illuminazione interiore. Nella prima lettura, l’apostolo Paolo continuando la sua catechesi al suo discepolo e collaboratore Timoteo e mette in chiaro quali siano le malattie non solo comuni ma anche specifiche di coloro che sono chiamati ad un ministero nella e per la comunità: <accecato dall’orgoglio… maniaco di questioni oziose e discussioni inutili> da cui nascono quasi in modo terribilmente naturale: <le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti…> (1Tn 6, 4-5).

Per comprende a quale cammino il Signore abbia chiamato e continui a chiamare tutti coloro che condividono la sua vita e il suo ministero di annuncio della salvezza, le parola che Paolo rivolge in modo appassionata a Timoteo possono rappresentare una sorta di mappa di orientamento per ricominciare, ogni giorno, a camminare nelle vie di Dio: <Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza> (1Tm 6, 11). Paolo non fa mistero del rischio di cadere nell’<avidità del denaro> (6, 10). Nel Vangelo vediamo che queste donne che seguono il Signore hanno trasformato radicalmente l’avidità in generosa condivisione che le ha guarite radicalmente dal bisogno di farsi valere sugli altri, dando loro la gioia e la pace di sentirsi in cammino con gli altri – e prima di tutto con Gesù – in una parità che sa portare tutte le differenze di genere, di vocazione, di storia. Questi tre versetti di Vangelo non solo ci parlano di guarigione, ma ci mostrano la via della guarigione. Essa è possibile perché il Signore Gesù ci accoglie alla sua sequela senza alcuna distinzione e ancora perché la sequela ci guarisca dalla paura delle nostre diversità che alla fine si rivelano essere delle “unicità”. La presenza di un gruppo di donne accanto a Gesù e assieme agli apostoli è una memoria fondante e fondamentale per la coscienza della Chiesa perché possa rimanere dinamicamente fedele alle intuizioni del suo Signore. Potremmo dire che l’esortazione di Paolo a Timoteo che viene invitato energicamente ad essere e a comportarsi quale <uomo di Dio> (1Tm 6, 11) esige di comportarsi proprio come le donne che seguono e assistono Gesù e i suoi apostoli. Esse sono a servizio della comunità e con il loro modo di servire danno un tono al vivere insieme rendendolo capace di testimoniare fattivamente e concretamente non solo la bellezza, ma pure l’efficacia dell’annuncio.

Signore Gesù, ti ringraziamo per tutte le donne che nella Chiesa e della Chiesa vivono ed hanno vissuto: per le donne che ti hanno seguito insieme agli apostoli, che ti hanno servito condividendo la tua stessa vita, che sono rimaste sotto la croce e con i gesti di cura, di accudimento, di tenera custodia che  sono loro propri , hanno accompagnato la tua sepoltura.

Seminatore

Nessuno disprezzi

XXIV settimana T.O.

L’invito che l’apostolo Paolo fa a Timoteo può diventare un atteggiamento di fondo nella vita di ogni discepolo: <Nessuno disprezzi> (1Tm 4, 12). Nel caso di Paolo si tratta di una preoccupazione verso il suo discepolo perché non venga disprezzata la sua <giovane età> e venga quindi riconosciuto e rispettato per quello che è e stimato per il suo <progresso> (1Tm 4, 15). Questa parola di Paolo assume un peso assoluto e incontrovertibile nello stupendo racconto del vangelo. Laddove Simone vede e disprezza la <peccatrice> (Lc 7, 39), il Signore Gesù riconosce e accoglie la <donna> (7, 44). Le parole conclusive dell’incontro sono per noi come un monito a non disprezzare nessuno e a progredire sempre di più e sempre meglio nella capacità di cogliere, apprezzare e mettere in rilievo i gesti dell’amore che diventano la porta per superare ogni peccato che porta sempre in sé una parte, più o meno grande, di disperazione.

Simone si scandalizza del fatto che il Signore si faccia toccare da una peccatrice, e non intuisce che è proprio questo il dono più grande che riceviamo attraverso il Signore: l’Altissimo si fa toccare, nel senso più pieno di questo termine, dalla nostra umanità. Qualunque forma di disprezzo non può che creare un muro di incomunicabilità tale per cui nessun incontro sarebbe possibile. Se poi parliamo di incontro con Dio, allora risulta più che chiaro che, in tal caso, nessuna salvezza sarebbe possibile. Ogni volta che tocchiamo qualcuno e ci lasciamo toccare, nel senso di intercettare e lasciarci intercettare al fine di fare un pezzo di strada insieme, in realtà manifestiamo la speranza che qualcosa, o meglio qualcuno, possa rendere la nostra vita non solo più vivibile, ma anche più bella e vera. Simone il fariseo, che pure invita il Signore nella sua casa sembra non attendersi nulla da questo passaggio se non la conferma del suo vissuto senza nessuna novità e nessun incremento.

Simone è talmente corretto che si permette di correggere Dio! Lo stato spirituale di Simone è legato alla legge la quale si organizza attorno a dei “noi” che il Signore Gesù sembra ripetere al contrario: <tu non mi hai dato l’acqua…Tu non mi hai dato un bacio…Tu non mi hai unto con olio>! Questo non per giudicarlo o per sottovalutare il suo gesto, ma per aiutarlo a riconciliarsi con il suo limite e a fare pace con il limite dell’altro senza più paura di se stesso. L’esortazione dell’apostolo a Timoteo potrebbe andare benissimo come esortazione da offrire al <fariseo che l’aveva invitato> (Lc 7, 39) e suona così: <Vigila su te stesso> (1Tm 4, 16). Simone, infatti perde il controllo delle sue emozioni e comincia a pensare tra sé cose che, in realtà, sono contrarie al gesto così solenne e signorile di invitare Gesù nella sua casa. Lo invita <a tavola> (Lc 7, 36) ma non accetta che sia proprio il Signore il centro della tavola e della casa: la salvezza, infatti, è la presenza fisica di Gesù, senza che Gesù vi aggiunga qualcosa di particolare. La casa di Simone, a motivo della presenza del Signore, diventa una casa aperta a tutti ed una tavola imbandita per tutti. Questo intuisce quella donna di cui va rimuginando in cuor suo Simone il fariseo e che, dal suo punto di vista, è semplicemente <una peccatrice> (7, 39). Invece quella donna davanti al Signore Gesù si sente semplicemente <una donna> ed è accolta dal Signore esattamente e solamente come tale e come tale nessuno la disprezzi.

Signore Gesù, ti ringraziamo per la parola di oggi che, ancora una volta, ci colpisce e ci commuove. Vigiliamo sulla rigidità e sull’aridità che spesso governano la nostra fede – ordinata e sicura – sui giudizi che continuamente avvelenano il nostro cuore e oscurano il nostro sguardo di persone “giuste”. Rendici capaci di slancio, esagerati per amore, capaci di gesti mossi dal profondo e dal desiderio folle di incontrarti.

Seminatore

Quadrato

Maria Addolorata

Curiosamente il Vangelo della Passione secondo Giovanni fa quadrato ai piedi della croce del Signore. Appena prima del testo che leggiamo in questa memoria che prolunga la festa di ieri si parla della tunica inconsutile del Signore che viene divisa tra <quattro> soldati. A questi quattro soldati senza nome e senza volto, l’evangelista sembra avere bisogno di contrappore altre quattro figure di donne con un volto preciso tanto a che – solo a loro – viene loro dato da un nome. Queste donne sembrano fare quadrato – nel senso militare del termine – perché la croce non venga come profanata dalla violenza della nostra umanità bruta abituata a prendere, ma sia compresa come luogo di nuova genesi e di fecondità nuova. Il quadrato delle donne mette in luce il mistero di quel discepolo amato che non è il rimasuglio buono dei Dodici, ma la promessa di ciò che ciascuno è sempre in grado di diventare. Le donne sotto la croce sembrano assicurare, come nel momento del parto, uno spazio adeguato per un parto ancora più doloroso di quello della nascita eppure così importante per la nostra speranza e quella di tutta l’umanità.

Tra queste donne spicca la figura della Madre di Gesù, che nel vangelo di Giovanni compare per la prima volta proprio a Cana dove sembra mettere al mondo il Figlio Gesù permettendogli e quasi costringendolo a manifestarsi. Sotto la croce Maria diventa simbolo della Chiesa e di ogni credente chiamato a restare fino all’ultimo sotto la croce per accogliere gli inizi della nuova creazione che sgorgano dal cuore trafitto dell’Agnello immolato. Colei che lo accompagna nella sua prima tappa di rivelazione non può che accompagnarlo anche nella sua ultima tappa di piena rivelazione dell’amore. La presenza di Maria – e non solo di lei, ma quella di altre donne unitamente al discepolo speciale perché amico – è come il vessillo che si leva attorno a quella croce di cui ieri abbiamo celebrato l’esaltazione e quasi il trionfo. Laddove la Chiesa costantiniana edificava basiliche che segnavano il trionfo della cristianità con tutte le sue luci corredate da inevitabili ombre, una sottile pietà legata ai più poveri e, ancora una volta, alle donne cerca di rammemorare “quegli altri” e soprattutto “quelle altre” che furono capaci di sopportare il più crudo fallimento di Gesù senza che l’amore si incrinasse minimamente anzi lo dilatò enormemente: <da quell’ora il discepolo la prese con sé> (Gv 19, 27).

La madre che sta sotto e presso la croce ci mostra l’amore invincibile che si fa indicibile. Maria ci ricorda che l’amore non intristisce neppure nel dolore più acuto e urlante, ma fiorisce ancora più vigoroso. Maria accompagna il suo Figlio fino all’estremo dono della sua vita sapendo portare con lui il peso del fallimento e del ridicolo fino a mescolare le sue lacrime materne al suo sangue effuso. La memoria di oggi non ci fa più stare come la festa di ieri di fronte alla croce, ma ben più umilmente proprio e solo ai piedi di essa. Maria è quella piccola fiamma che tutto il tormentoso buio del Golgotha non può spegnere ed è capace di trapassare la notte più spessa come una spada di luce non abbagliante ma lacerante. Il luogo del supplizio diventa per la presenza di Maria e di quanti si stringono accanto a lei, un santuario, l’unico e vero tempio di cui aveva parlato Simeone, di cui aveva parlato il Signore Gesù. Come dice Charles Peguy: <impossibile che il soffio della morte la spenga>. Il parto di Maria si compie sotto la croce e non c’è nessun travaglio di umanità che sia ormai estraneo alla vita alla passione di Dio.

Signore Gesù, oggi contempliamo Maria ai piedi della tua croce, partecipe della tua passione e ti chiediamo di insegnarci a restare saldi, anche nei momenti di dolore. Dove c’è una sofferenza restiamo come sentinelle nel buio, attendiamo con la preghiera, l’intercessione, i gesti di amore perché le tenebre lascino il posto all’aurora della tua resurrezione. Per intercessione della tua santa Madre addolorata, donaci di perseverare e di vigilare.

Leva

Esaltazione della Santa Croce

Celebrare il mistero della Croce fuori dal contesto proprio della celebrazione pasquale è un modo per dire ancora – una volta e ancora di più – come e quanto la realtà della croce segna il cammino delle nostre vite in modo quotidiano. Nella rilettura che Paolo dà del mistero integrale di Cristo Signore sembra che l’apostolo abbia trovato – non senza fatica – la chiave per interpretare e per testimoniare: <ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo> (Fil 2, 7). In questo verbo <assumere> si possono trovare le ragioni della rivelazione di Dio in Cristo Gesù, ma pure le ragioni del nostro quotidiano assumere il dono della vita con tutto il peso che vivere comporta. Questo verbo assumere sembra inglobare una sorta di sospensione di giudizio che cambia radicalmente il modo di affrontare la gioia e la fatica di vivere. Assumere sembra più un dato di fatto che una scelta. Scegliere la croce sarebbe persino un po’ ambiguo, mentre assumere la croce è un atto di grande dignità umana liberato da ogni ansia di prestazione. 

Accanto al verbo <assumere>, la Liturgia ci rammenta il verbo <elevare>. È lo stesso Signore Gesù a spiegare a Nicodemo ciò che sta al cuore e alla radice della sua persona: <E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna> (Gv 3, 14-15). Si potrebbe dire che il mistero della croce è come la leva di Euclide che permette con uno sforzo minore di sollevare grandi pesi senza rischiare di rompersi la schiena dell’anima. Spesso pensiamo alla croce come l’emblema della sofferenza, più o meno, accettata o, più o meno, subita. La festa di oggi ci aiuta a leggere nella croce il suo lato glorioso che non elimina nulla né della fatica né della ribellione, davanti alla sofferenza, ma che pure ci rimanda a noi stessi per essere in grado di assumere un atteggiamento che ci permette di elevarci senza sottrarci. La leva non è la rassegnazione, bensì la coltivazione quotidiana di un di più di amore come capacità di uscire da sé per donarsi fino in fondo senza mai lasciarsi annientare nella propria libertà di dono: <Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui> (Gv 3, 17).

La nota con cui si apre la Liturgia della Parola che accompagna questa festa parla anche di noi: <il popolo non sopportò il viaggio> (Nm 21, 4). Noi tutti siamo parte di un popolo in cammino verso la libertà con tutte le gioie e la fatiche proprie di questo viaggio imprescindibile. Il seguito del racconto sembra ricordarci che ogni volta che non sopportiamo il viaggio della vita, con le sue sfide e le sue esigenze, si rende necessario far fronte alle nostre ribellioni interiori come fossero: <serpenti brucianti> (21, 6) quasi per recuperare la capacità di guardare un po’ più in alto, un po’ oltre. La croce diventa così un punto di orientamento che ci permette e ci obbliga a non implodere. La croce rappresenta la leva con cui, nella nostra debolezza, diventiamo capaci di sollevare il mondo senza lasciare che il peso ci schiacci.

Ti preghiamo oggi, Signore per tutte le donne e gli uomini nel mondo che vivono gravati da croci difficili da portare. Dona a tutti la forza di tenere alto lo sguardo, di non soccombere sotto il peso, di assumere la croce, facendone la leva della propria libertà e dignità di figli e di fratelli. Donaci di portare nel corpo e nel cuore quel frammento della tua Croce che sa parlare ad ogni uomo del tuo amore divino che ti ha reso servo e crocifisso, per accogliere, amare, donare salvezza.