Seminatore

Un uomo

XXII settimana T.O.

Il quadro introduttivo offerto dalla liturgia di ieri ci ha fatto sostare su quelli che sono i primi passi di Gesù in mezzo alla nostra umanità che, dalla sua parola e dai suoi gesti, può sperare la gioia sempre più grande di una salvezza ritrovata. Il quadro di oggi ci riguarda più da vicino visto che ciascuno di noi è chiamato a riconoscersi, almeno in parte, nella figura di <un uomo che era posseduto da un demonio impuro> (Lc 4, 13). In due quadri che si guardano come fossero esposti l’uno di fronte all’altro, viene messo in gioco tutto il dramma della salvezza nel cui dinamismo la presenza in mezzo a noi del Verbo fatto carne interroga la nostra umanità e ci obbliga a venire allo scoperto per tutto ciò che concerne il nostro modo di esporci fino ad accogliere il dono che ci viene fatto. Il fatto che quest’uomo si metta a gridare dando voce alla disperazione che la sola presenza del Signore Gesù crea nel suo cuore è per noi motivo di riflessione e di verifica interiore: <Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!> (Lc 4, 34).

La santità intesa come pienezza di umanità che fa sperare in una pienezza di vita mette in crisi il modo di vivere o di non vivere cui sembra la nostra umanità si abitui molto più facilmente di quanto si possa immaginare e desiderare. In realtà, l’uomo posseduto accusa il Signore di qualcosa che non è assolutamente vera. Infatti <uscì da lui, senza fargli alcun male> (4, 35). Non è vero che il Cristo sia venuto a <rovinarci>, è vero, altresì, che la sua presenza è venuta a salvarci. Nondimeno ogni esperienza di autentica salvezza comporta un’esperienza reale di cambiamento e di progresso che, non lasciandoci, nello stato cui siamo abituati può sembrarci persino un’esperienza di morte o di rovina. L’apostolo Paolo ci mette in guardia da quella sorta di inedia spirituale che rischia, quasi inconsapevolmente, di farci scivolare nella morte dell’anima. Per questo ci esorta vivamente: <Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri> (1Ts 5, 6).

Dopo averci esortato a non lasciarci andare all’inedia dello spirito, l’apostolo ci ricorda una cosa fondamentale: <Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo> (5, 9). Ciò che siamo chiamati a ricevere attraverso Cristo Signore è la <salvezza> senza mai dimenticare che ogni esperienza di salvezza, se autentica e duratura, comporta una sensazione di “rovina” di tutto ciò che rischia di essere il sistema delle nostre abitudini mortifere. Quando l’indemoniato riconosce nel Signore Gesù <il santo di Dio!> (Lc 4, 34) è come si dichiarasse una certa paura e un certo timore che questa santità si travasi nella sua vita. La risposta del Signore ci riguarda personalmente forse ben più di quanto immaginiamo a primo acchito: <Taci! Esci da lui!> (4, 35). Il primo passo, assolutamente necessario, per entrare in un dinamismo di salvezza efficace è un’opera di liberazione interiore capace di creare uno spazio di silenzio che permette la ricezione del dono rinnovato di un appello alla vita.

Signore Gesù, non smettere mai di continuare a richiamarci al nostro compito di umani che è quello di dare sempre più spazio a ciò che in noi fa’ spazio alla tua presenza che ci libera e ci salva. Fortificaci nella nostra resistenza contro tutto ciò che vuole imporsi alla nostra vita sottraendoci la gioia di essere umani e liberi in te.

Seminatore

Tristi

XXII settimana T.O.

La predicazione del Vangelo sembra necessariamente legata alla preoccupazione che <non siate tristi come gli altri che non hanno speranza> (1Ts 4, 13). Se questo riguarda nelle preoccupazioni dell’apostolo quanti sono morti, riguarda ancor più urgentemente coloro che sono vivi. Le parole conclusive della prima lettura: <Confortatevi dunque a vicenda con queste parole> (4, 18), possono essere applicate in modo del tutto particolare alle parole con cui il Signore Gesù inaugura il suo ministero pubblico completamente teso a tenere desta la speranza e a ravvivare continuamente la gioia di tutti: <mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore> (Lc 4, 18-19). In una parola, il Signore Gesù desidera essere in mezzo a noi e per noi animatore e sostenitore della nostra gioia riscattandoci da tutto ciò che ci rende <tristi>.

A ben pensare non è poi così facile essere persone segnate dalla gioia e liberate in modo fondato dalla tristezza. Nella vita del Signore Gesù, intessuta di parole e gesti, possiamo contemplare una sorta di cammino deciso ed esigente verso una gioia sempre più pura e più vera che non ha niente a che vedere con una sorta di immunità o di immunizzazione dal dolore, ma corrisponde ad in processo interiore fatto di intelligenza e di abbandono che permette di poter dire non solo ogni giorno, ma in ogni momento: <Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato> (4, 21). La lettura annuale del vangelo secondo Luca, che ricominciamo oggi e ci accompagnerà fino alla fine di questo anno liturgico, non lascia dubbi: il compimento passa attraverso una verità di relazione che esige una presa di posizione ben più profonda di una semplice espressione di simpatia.

Il cammino verso Gerusalemme che rappresenta il cuore e la struttura stessa di tutto il vangelo secondo Luca, sembra voler essere una pedagogia della gioia autentica che passa attraverso il dono pieno della propria vita consegnata con fiducia e amore alle mani del Padre tanto da essere messa nelle mani degli uomini. La conclusione di questo primo passo sembra essere scoraggiante poiché lo <cacciarono fuori… per gettarlo giù> (4, 29), ma, in realtà, è la speranza ad essere in viaggio poiché <egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino> (4, 30). Questo cammino del Signore che va dalla Galilea a Gerusalemme e da Gerusalemme ad Emmaus sulla cui strada i discepoli <col volto triste> (24, 18) sapranno riprendere la strada della gioia e della speranza. Lungo questi giorni di rinnovato ascolto del vangelo secondo Luca siamo chiamati a scoprire che il <figlio di Giuseppe> (4, 22) pur essendo tale è il <figlio dell’Altissimo> verso il cui <incontro> (1Ts 4, 17) tende tutta la nostra vita per essere, infine, <sempre con il Signore> liberati da ogni tristezza e rinnovati nella gioia.

Signore Gesù, liberaci da ogni forma di tristezza che è sempre il sintomo e il risultato di un attaccamento a noi stessi che non ci permette di accoglierti nella nostra vita fino a saper godere del tuo passaggio in mezzo a noi come fonte di gioia ritrovata e condivisa.

Tradizione

XXII Domenica T.O.

Dopo l’intermezzo della lettura del capitolo sesto di Giovanni, la Liturgia ci fa riprendere la lettura di Marco. La lunga riflessione sul <pane> viene ripresa con la discussione intavolata dai farisei che sono scandalizzati dal fatto che <i discepoli prendono cibo con mani impure>. Le tradizioni, gli usi e le prescrizioni sono al servizio di una crescita interiore che si esprime in un’attenzione esteriore ai più deboli. Lo spauracchio di una meccanica religiosità rischia di rendere puri, ma illusi. La conformazione al Vangelo rende umili e perciò puri. Nostro è il compito di purificare il cuore e soprattutto di far corrispondere con autenticità e senza paura, il nostro interno all’immagine che mostriamo di noi all’esterno. Se gli scribi e i farisei rischiano di confidare nella purezza rituale, noi rischiamo di affidarci troppo alle nostre buone intenzioni. Per tutti, il pericolo è di essere talora puri e duri tanto da diventare puri e illusi. In questo senso l’apostolo ci viene incontro con un criterio di discernimento che è, al contempo, interiore e verificabile all’esterno: <Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo> (Gc 1, 27). Naturalmente saremmo inclini a identificare <questo mondo> con “quel mondo” che sta fuori di noi, quello che si vede e si incontra al <mercato> (Mc 7, 4). Per il Signore Gesù si tratta del mondo da cui dobbiamo imparare a prendere le distanze per poterci avvicinare a Dio coltivando la santità dentro di noi: <dal cuore degli uomini… prostituzioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza> (Mc 7, 22). Contro queste passioni disordinate profondamente radicate in quello che i Padri chiamano philautìa/amore di sé, non è sufficiente lavare l’esterno. Dobbiamo farci lavare/battezzare – questo è il termine usato da Marco – nel più profondo del nostro cuore fino a trasformare il modo di pensare. I farisei ipocriti apostrofati dal Signore Gesù rivelano una rara dimestichezza con un mondo di sacralità in cui ogni gesto va compiuto <accuratamente> (7, 3). Questa medesima accuratezza potrebbe diventare l’esempio con cui dedicarsi invece a pulire e purificare l’interno del nostro cuore. Il disprezzo, talora superficiale, che manifestiamo nei confronti degli usi religiosi di casa nostra come pure di altre credenze e tradizioni, contrasta profondamente con l’atteggiamento del Signore Gesù: rettifica senza disprezzare e illumina senza ridicolizzare. Facciamo attenzione a noi stessi per rifuggire dal rischio di indossare a nostra volta una maschera – in greco ypochritès – sotto cui tendiamo e tentiamo di nascondere la nostra freddezza nei confronti di Dio. Questa algida freddezza del cuore si manifesta – secondo l’apostolo Giacomo – nel nostro disinteresse nei confronti degli altri. Il Signore Gesù non giustifica l’irreligiosità o un atteggiamento secolarizzato, ma ci chiede di non perdere mai di vista l’origine e il fine di ogni gesto religioso. I gesti rituali sono un mezzo per creare nella coscienza un’avvertita consapevolezza di fondo: <ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’altro e discendono dal Padre, creatore della luce>. La cantilena del Deuteronomio <ascolta> (Dt 4, 1) è come un mantra che si vuole imprimere nel nostro cuore e accompagnare tutta la nostra vita per darci la possibilità e la gioia di accogliere <con docilità la Parola che è stata piantata> (Gc 1, 21) in noi. La tentazione di continuare ad allungare la lista di ciò che bisogna fare per essere graditi a Dio può diventare una tendenza ossessiva. Il rischio è di identificare la fedeltà al Dio vicino di cui parla il Deuteronomio con quelle <molte altre cose> evocate dal Signore Gesù. Se non si può vivere la fedeltà fuori dalla <tradizione>, bisogna sempre guardarsi dal rischio di moltiplicare all’infinito. Il monito del Deuteronomio non solo è chiaro, ma sembra avere persino una valenza quasi terapeutica: <Non aggiungerete nulla>. Ciò significa vigilare sulla purezza delle nostre pratiche avendo a cuore la loro essenzialità.

Tradition

XXII Dimanche T.O.

          Après la lecture intercalée du chapître six de Jean,  la Liturgie nous fait reprendre la lecture de Marc. La longue réflexion sur le ” pain ” est reprise par la discussion empreintée aux pharisiens qui sont scandalisés par le fait que les disciples “mangent avec les mains impures ” . Les traditions, les us et les precriptions sont au service d’une croissance intérieure qui s’exprime par une attention extérieure aux plus faibles. L’épouvantail d’un mécanisme religieux risque de donner l’illusion de devenir purs. La conformité à l’Evangile rend humbles et donc purs. Ce qui nous incombe est de purifier le coeur et surtout de faire correspondre avec authenticité et sans peur, notre intérieur avec l’image extérieure que nous montrons. Si les scribes et les pharisiens risquent de se confiner dans la pureté rituelle, nous risquons de trop nous fier à nos bonnes intentions. Pour tous, le danger est alors d’être purs et durs en vivant dans l’illusion de la pureté. En ce sens, l’apôtre vient à notre rencontre avec un critère de discernement qui est, en même temps, intérieur et vérifiable à l’extérieur : ” la religion pure et sans tache face à Dieu notre Père est celle-ci : secourir les orphelins et les veuves dans leurs afflictions et se conserver purs de ce monde ” ( Jc 1, 27 ). Naturellement, nous sommes enclin à identifier ” ce monde ” avec ” celui ” qui est à l’extérieur de nous et qui se voit et se rencontre au ” marché “( Mc 7, 4 ). Pour le Seigneur Jésus il s’agit du monde dont nous devons apprendre à prendre des distances pour pouvoir nous approcher de Dieu en cultivant la sainteté en nous : ” au coeur des hommes ……prostitutions, vols, homicides, adultères, cupidité, malveillance, tromperie, envie, calomnie, superbe, orgueil ( Mc 7, 22 ) ” Contre ces passions désordonnées profondément enracinées dans ce que les Pères appellent ” philautea/amour de soi ” ce nest pas suffisant de laver l’extérieur. Nous devons nous faire laver/baptiser – c’est le terme employé par Marc – dans le plus profond de notre coeur jusqu’à transformer notre façon de penser. Les pharisiens hypocrites apostrophés par le Seigneur révèlent un rare oubli dans un monde sacralisé où chaque geste est accompli ” soigneusement ” ( 7, 3 ). Ce même soin pouvait devenir exemple auquel se dédié au lieu de nettoyer et purifier l’intérieur de notre coeur. Le mépris alors superficiel que nous maintenons face aux us religieux de notre maison ou des autres croyances et coutûmes, contraste profondément avec l’attachement du Seigneur Jésus :” rectifier sans mépriser et illuminer sans ridiculiser ” . Nous faisons attention à nous-mêmes pour réfuter le risque d’endosser à notre tour un manque,  en grec – ypochritès  -, sous lequel nous tendons et tentons de cacher notre froideur par rapport à Dieu. Cette froideur glaciale du coeur se manifeste – d’après l’apôtre Jacques – par notre desintérêt des autres. Le Seigneur Jésus ne justifie pas l’irreligiosité ou un attachement sécularisé, mais il nous demande de ne jamais perdre de vue l’origine et la fin de tout geste religieux. Les gestes rituels sont un moyen de créer une profonde prise de conscience avertie : ” chaque bon cadeau et chaque don parfait viennent de l’autre et descendent du Père, créateur de la lumière “. La ritournelle du Deutéronome ” écoute ” ( Dt 4, 1 ) est comme un mantra qui vient s’imprimer dans notre coeur et accompagne toute notre vie pour nous donner la possibilité et la joie d’accueillir ” avec docilité la Parole qui a été plantée ” ( Jc 1, 21 ) en nous. La tentation de continuer à allonger la liste de ce qu’il faut faire pour être agréable à Dieu, peut devenir une tendance obsessionnelle. Le risque est d’identifier la fidélité à un Dieu proche dont parle le Deutéronome avec ces ” nombreuses autres choses ” évoquées par le Seigneur Jésus. Si l’on ne peut vivre en dehors de la ” tradition”, il faut toujours se garder de multiplier à l’infini. L’attention du Deutéronome est claire, elle semble même avoir une valeur quasi thérapeutique : ” N’ajoutez rien “. Cela signifie veiller sur la pureté de nos pratiques en ayant à coeur l’essentiel. 

Seminatore

Da Dio

XXI settimana T.O.

Chi di noi potrebbe dire di realizzare esistenzialmente nella propria vita quanto viene ricordato dall’apostolo Paolo come se fosse un’evidenza : <riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri> (1Ts 4, 9). Non solo, l’apostolo ci tiene a sottolineare e a dichiarare che l’amore imparato alla scuola di Dio e non semplicemente come espressione dei nostri sentimenti migliori non può che essere rivolto <verso tutti> (4, 10). La lettura liturgica del vangelo secondo Matteo si conclude con una parola assai dura: <là sarà pianto e stridore di denti> (Mt 25, 30). Più che una minaccia che metterebbe in crisi tutto quello che lungo la lettura del vangelo secondo Matteo ci è stato rivelato del cuore <mite e umile> (Mt 11, 28) di Dio stesso, si tratta di una messa in guardia da tutto ciò che in noi può bloccare la crescita dell’amore tanto da trasformare l’investimento che Dio ha fatto su di noi in un misero fallimento.

Se Paolo ci ricorda che abbiamo <imparato da Dio> ciò a cui si riferisce è esattamente questa capacità continua di investire sull’altro onorando l’investimento che gli altri fanno su di noi. Il primo ad investire è, in realtà, Dio stesso. Se l’ultima parola con cui sembra essere vergata l’intera lettura del vangelo di Matteo così come ci viene offerto dalla Liturgia ci può inquietare è solo nella misura in cui dimenticassimo il gesto non solo magnanimo ma rischioso di quell’uomo che, al momento di mettersi in <viaggio> (Mt 25, 14) non va a trovare i <banchieri> (25, 27) ma <consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, e un altro uno, secondo la capacità di ciascuno, poi partì> (25, 15). Questa serena partenza che si basa su una fiducia di fondo nei confronti dei suoi servi è l’unico ambito che permetta una vera crescita di cui l’apostolo Paolo si fa esplicitazione con la sua parola di esortazione: <a progredire ancora di più e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostri mani> (1Ts 4, 10-11).

Pertanto tutto ciò diventa impossibile se ci lasciamo prendere dalla <paura> che ci induce a <nascondere il tuo talento> (Mt 25, 25). Se c’è una cosa che non possiamo imparare da Dio è la paura che, invece, ci è stata inoculata come un veleno dal nemico della nostre anime il quale ci ha convinto non a progredire sempre di più a partire dai doni che abbiamo ricevuto, ma a illuderci così tanto su noi stesso fino a cadere nella trappola dell’assoluta sfiducia in noi stessi tanto da provare <paura> (Gen 3, 10) e nasconderci. Quando cediamo a questa logica di sfiducia contagiosa al Signore non resta che confermarci nel nostro dubbio tanto che l’unica cosa che gli resta da fare per darci dignità è quella di far finta di credere alle nostre paure nella speranza di liberarcene prima o poi: <… tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso> (25, 26). Eppure questo non è vero! Ma chi può convincerci dell’amore? Chi può liberarci dalla paura se noi non acconsentiamo alla fiducia?

Seminatore

Mezzanotte

XXI settimana T.O.

L’accostamento tra le letture operato dalla Liturgia conferma l’intuizione dell’interpretazione patristica secondo la quale <l’olio in piccoli vasi> (Mt 25, 4) che <le vergini sagge> non dimenticarono di prendere con sé non è altro che la piccola ma assolutamente necessaria misura di <santo Spirito> (1Ts 4, 8) senza il quale non possiamo in alcun modo né presumere né persino sperare di durare fino a che si levi il grido atteso e temuto: <Ecco lo sposo! Andategli incontro!> (Mt 25, 6). Il Vangelo sembra tenerci particolarmente a dire che questo grido si leva a <mezzanotte>. Per gli antichi, che non possedevano i nostri orologi, questa era l’ora del mistero in cui si può sperare che avvenga ciò che da sempre è atteso senza che si possa in alcun modo forzare. Così troviamo in uno dei testi più antichi della tradizione: <Gli anziani ci hanno insegnato che a quest’ora tutta la creazione riposa un momento per lodare Dio; le stelle, le piante e le acque si fermano un momento e tutte le schiere degli angeli, che lo servono, lodano Dio insieme con le anime dei giusti. Perciò i credenti devono in quest’ora essere solleciti a pregare>1.

La sollecitudine alla preghiera è un simbolo della sollecitudine nella vita di cui le vergini sagge sono simbolo per la loro capacità di mettere in conto la vita con i suoi imprevedibili ritardi che esige continuamente la capacità ora di prevenire fino a preparare come pure la solerzia nel discernimento per saper scegliere la soluzione più opportuna senza tentennamenti. Certo ci sorprende non poco la reazione così poco caritatevoli che si fa risposta immediata e quasi brutale: <No, perché non venga mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene> (25, 9). Le parole di Paolo possono aiutarci a comprendere la parabola che ci rimanda ad una responsabilità personale che non può essere demandata tanto che, nel linguaggio simbolico, arriva persino a non poter essere condivisa come può essere una piccola misura di olio di riserva: esso è quella misura necessaria di Spirito Santo che non può che essere messa nei piccoli vasi della nostra anima quasi secondo l’antica regola della misura della manna. 

L’apostolo esorta di comportarsi <come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio> tanto che ognuno <sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto> (1Ts 4, 1. 4). Il corpo è la realtà che è la più nostra, la più intima che si fa simbolo di ciò che ci rende persone uniche gravate da una responsabilità di risposta inderogabile. Per gli antichi la <mezzanotte> non corrisponde a quello che segnano i nostri orologi moderni tanto precisi meccanicamente quanto imprecisi spiritualmente. Si tratta del tempo in cui scatta qualcosa dentro di noi e si apre una <porta> e si celebrano delle <nozze> (Mt 25, 10). Ci sono dei momenti che non ritornano, delle occasioni che sono uniche e, per questo esigono, tutta la nostra presenza che si fa prontezza che non sopporta nulla che sia <più tardi> (25, 11) di quel momento di incanto che non si può prevedere ma che si può solo attendere… talora per tutta la vita. Comprendiamo meglio e più ampiamente ciò che dice l’apostolo: <Perché chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito> (1Ts 4, 8)… sempre a <mezzanotte>!

Signore Gesù, fa scattare in noi e per noi l’ora dell’amore che sempre ci sorprende e che pure mai dovrebbe trovarci impreparati, ma sono un po’ ciondolanti per la stanchezza della lunga attesa. Infondi in noi la misura necessaria del tuo Spirito per poter riaccendere prontamente la nostra lampada e poterti illuminare la strada per entrare come sposo attraverso la porta de nostro cuore che non potrà che rimanere chiusa.


1. PSEUDO-IPPOLITO, Tradizione apostolica, 41.

Seminatore

Sovrabbondare

XXI settimana T.O.

Vegliare non è semplicemente il contrario di dormire, ma significa evitare accuratamente di cadere in un torpore che ci fa rischiare di non accorgerci di nulla e di nessuno. Ora, nell’esistenza che noi conduciamo, richiamo spesso di addormentarci e di sognare ad occhi aperti senza però darci tempo e modo di sognare in verità. Per sognare, infatti, secondo il Vangelo è necessaria un di più di attenzione che è sempre la forma di un di più di amore capace di darsi e di coinvolgersi nell’attesa. Chiudere gli occhi sulla realtà che ci circonda e che ci abita equivarrebbe a non regalarci più la possibilità di sognare e di aspettarci qualcosa dalla e nella vita. Il rischio è sempre quello di confondere il dinamismo vitalizzate della fede con l’anestetico della religiosità che autorizza a non sentire e a non affrontare la laboriosità delle relazioni. Questo esige la capacità e la volontà di non distrarsi e di non di-vertirsi non perché si ceda a un atteggiamento mortificante della vita, ma perché non ci si lascia andare alla superficialità: esserci è il primo passo perché la vita ci venga incontro e ci sospinga verso l’avvenire.

Dorme chi vive distratto pensando invece divertirsi avendo il cuore e la mente da un’altra parte rispetto al luogo in cui si trova e in cui si dovrebbe trovare. Il Signore Gesù ci chiede di essere vigilanti e di tenere gli occhi e gli orecchi tesi per scrutare i minimi segni del suo ritorno che si attua attraverso gli eventi e gli avvenimenti quotidiani tra le vicende della storia. Perfino in prossimità della sua passione il Signore Gesù riceve la bevanda che lo avrebbe stordito per vivere all’altezza del suo amore. Non si tratta di anticipare la morte, ma di imparare a vivere di più e meglio. Il Signore non definisce beato il servo che troverà in atto di redigere un memoriale di se stesso, bensì quello che troverà al suo lavoro che è appunto un servizio proteso al bene degli altri: <per dare loro il cibo a tempo debito> (Mt 24, 45). Lungi dal distoglierci dalla vita, l’attesa del ritorno del Signore ci rende sempre più sensibili alle esigenze della vita.

Il vissuto concreto e quotidiano è il già di ciò che ancora non vediamo e attendiamo tanto da mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo che fa tutt’uno con la sua speranza per quanti ama e da cui è stato così amato: <Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro amore per voi> (1Ts  3, 12). Una vita profondamente e durevolmente protesa nel desiderio e nella speranza di un compimento che ci supera, non può che essere segnata da una cura e un’attenzione piene di delicatezza e di umile servizio. In caso contrario non potremo che pensare di essere signori di noi stessi e quindi cercheremo in tutti i modi di imporci agli altri dimenticando la nostra parità fraterna e la nostra vocazione a servire. Una simile resa alla dimenticanza e all’orgoglio non può che intristire la vita: <lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti> (Mt 24, 51).

Signore Gesù, Signore, tuo è il tempo: tue sono le ore del giorno e della notte, tuo il tempo della salvezza, tuo il tempo della nostra vita. Rendici consapevoli di questo dono insegnaci ad usarlo bene, nella dimensione dell’umiltà, della cura e del servizio ai fratelli. Donaci di comprendere che siamo chiamati, nella comune ricerca e condivisione “dell’ora”, a costruire insieme, nel tuo nome, un tempo nuovo: il tempo del tuo Regno.

Seminatore

Misura

XXI settimana T.O.

Il Signore Gesù non ci lascia nell’indecisione e sbarra la strada ad ogni illusione: <Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri> (Mt 23, 31-32). L’unico modo per uscire da questo turbine che rischia di inghiottire il nostro buon desiderio è di aprirsi ad un modo completamente diverso di vivere in relazione a se stessi e agli altri: <come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio> (1Ts 2, 12). La <maniera> degna di Dio che ci fa suoi figli è il non avere misura non solo nel compiere il bene, ma nel compierlo nel modo più generoso e con la dedizione più assoluta: <Vi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio> (1Ts 2, 9).

Se si entra in questa logica di scambio di doni, allora non è possibile cadere nella trappola del calcolo che si fa automaticamente ricerca del comodo. Il primo segno di essere scivolati in questa tendenza è l’incapacità a prendersi le proprie responsabilità senza scaricare sugli altri ciò che, in ogni modo, almeno in parte, dipende dalla nostra scelta e dal nostro impegno. L’invettiva del Signore Gesù continua con una certa forza, ma non ha come scopo quello di spaventarci, ma piuttosto quello di svegliarci dal sonno dell’ipocrisia che ci fa scivolare nella morte interiore tanto che, pensando di costruire tombe e mausolei, diventiamo noi stessi dei <sepolcri imbiancati> (Mt 23, 27). La descrizione che ne fa il Signore non manca certo di efficacia: <all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume>!

In realtà, l’immagine non è solo efficace, ma è pure alquanto inquietante tanto da non ammettere nessuna giustificazione a posteriori richiedendo, invece, una presa di posizione che stia alla base di scelte precise che siano dominate dalla piena disponibilità a dare la propria vita piuttosto che limitarsi a sottilizzare sul <sangue> (23, 30) già versato. Le parole del salmo esprimono bene in cosa consista la sfida di una misura così piena di consapevolezza che sia capace di animare scelte chiare, consapevoli, concrete con cui lottare contro il virus dell’ipocrisia: <Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?> e ancora <nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno> (Sal 138, 11-12).

Le apparenze, infatti, possono anche dare buona coscienza, ma la buona coscienza viene da un cuore sincero e buono. L’apostolo Paolo si è presentato alla comunità di Tessalonica in tutta verità tanto da ricordare che <l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti> (1Ts 2, 13) e se la lasciamo realmente operare, allora sarà capace persino di trasformare il <marciume>. 

Signore Gesù, ci mettiamo ai tuoi piedi e ci facciamo discepoli diligenti sotto la cattedra della tua croce per imparare la misura di un amore che non ha misura e si dona senza fare caso né alla fatica, né la prezzo… come una madre, come un amante.

Seminatore

Porte

S. Bartolomeo

Le <dodici porte> di cui ci parla il testo dell’Apocalisse sono un simbolo pere dire i dodici modi con cui, diversamente e unicamente, gli apostoli hanno seguito il Signore Gesù e hanno resto testimonianza al suo Vangelo. Nel testo evangelico vediamo sfilare sotto i nostri occhi prima Filippo e poi Natanaele i quali si mettono a seguire il Signore e a testimoniare di lui in modo così diverso e così unico. C’è spazio… c’è modo anche per ciascuno di noi. Lo spettacolo che si offre ai nostri occhi è al contempo quello di una sicurezza inviolabile protetta da una pace invalicabile non disgiunto da una infinita possibilità di accoglienza. Questa ricchezza di porte indica proprio l’ampia gamma di possibilità per entrare ed uscire da questa splendida città il cui splendore <è simile a quella di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino> (21, 11). Tutti sappiamo che questa è una magnifica icona della Chiesa di cui oggi festeggiamo uno dei <dodici basamenti sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello> (21, 14). 

Si tratta di Bartolomeo che la tradizione identifica con Natanaele e che è ritenuto l’apostolo che si è spinto più lontano – al pari di Tommaso – avendo predicato il vangelo in India dove avrebbe ricevuto il martirio. A nessuno sfugge la sua figura nella rappresentazione michelangiolesca della Cappella Sistina poiché sulla sua pelle – scorticata dal martirio – l’artista avrebbe raffigurato il suo stesso volto. Forse perché in questo apostolo – alla fine del quarto vangelo scopriamo essere <di Cana di Galilea> (Gv 21, 2) – Michelangelo ha potuto ritrovare un po’ della propria supponenza e della propria resistenza a farsi troppo travolgere dall’entusiasmo altrui rischiando così di sembrare troppo credulo. Difatti quando <Filippo incontrò Natanaele> (Gv 1, 45) partecipandogli la sua grande scoperta e la sua grande gioia la risposta fu immediata e pungente: <Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?> (1, 46). A questa reazione così prevenuta nessuno sembra reagire, né Filippo il quale gli rispose <Vieni e vedi> né tantomeno il Signore Gesù che lo accoglie con ammirazione: <Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità> (1, 47). Ben a ragione la risposta sarebbe potuta risuonare in modo assai diverso: “e da Cana?”.

Come spiegava recentemente p. Radcliff parlando della necessità di annunciare il vangelo alle nuove generazioni: <Incontrare Gesù vuol dire incontrare qualcuno che già ci riconosce> e che non si lascia troppo impressionare né irretire dalle nostre reazioni istintive ma ne sa soppesare e palesare la provenienza più profonda nascosta e mascherata. Il Signore conosce Natanaele come nessun altro: <quando eri sotto il fico> (1, 48) forse a meditare sul senso della sua vita e sul mistero del suo cuore. Dal Signore Gesù dobbiamo imparare come Chiesa. Così continua p. Radcliff: <noi possiamo accettare questo dono che Dio ci offre nella persona di Natanaele solo se prima accettiamo il modo con cui Natanaele si dona a noi. L’aspetto con cui si presenta è quello che dobbiamo vedere, anche se, in definitiva, si tratta di una maschera che può essere rimossa…. >1. Il primo passo non è rettificare o correggere le reazioni ma tenere aperte tutte le <dodici porte> (Ap 21, 12) per essere capaci di aderire a Cristo <con l’entusiasmo sincero di san Bartolomeo> (Colletta).

Signore Gesù, rinnova in noi l’entusiasmo che fu dell’apostolo Bartolomeo e fa’ che la nostra passione per la tua sequela sia contagiosa perché anche altri possano trovare in te la loro casa e la loro strada passando attraverso la porta del loro cuore: unica e bella come una perla.


1. T. RADCLIFF, <Vi annuncio una grande gioia> in Testimoni (2006) 21, pp. 30-31.

Seminatore

Grazia e pace

XXI settimana T.O.

L’augurio dell’apostolo <a voi, grazia e pace> (1Ts 1, 1) può essere accolto come fosse il riassunto di ciò di cui abbiamo tutti bisogno e di ciò che il Signore ci dona ogni giorno come viatico per la nostra vita. La grazia e la pace che ci vengono donate, sono il segno di quanto siamo <amati da Dio> tanto da essere stati <scelti da lui> (1, 4). L’inizio di quello che chiamiamo Nuovo Testamento e di cui la prima lettera ai Tessalonicesi è il testo più antico precedente persino alla redazione dei Vangeli, è circonfuso di un’aura di serenità, di entusiasmo, di gratitudine: <Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presente l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza> (1, 3). A partire da questo testo potremmo dire che il Nuovo Testamento si apre all’insegna di un’ammirazione la quale sembra essere propriamente uno stile con cui si guarda e si valuta il reale a partire da un atteggiamento fondamentalmente positivo e fiducioso.

Le parole dell’apostolo rasentano la lusinga: <La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne> (1, 8). Al contrario l’atteggiamento dei farisei e dei notabili del tempo di Gesù sembra dominato da una nota di disprezzo verso gli altri che rende il rapporto non segnato da un dinamismo di crescita nella fiducia, ma da un atteggiamento che è al contempo dominato dal disprezzo e dal bisogno di controllo in cui si manifesta una necessità di avere qualcuno che faccia da scena e da pubblico alle proprie esibizioni. Le parola del Signore Gesù sono particolarmente dure non per un disprezzo analogo a quello descritto, ma per l’indignazione che crea il vedere un modo di considerare gli altri con il quale si umilia ogni possibilità di incremento di grazia, di pace, di speranza: <chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare> (Mt 23, 13).

Detto questo il Signore Gesù si lancia in una lunga invettiva che talora raggiunge dei toni particolarmente amari. In realtà la durezza e la chiarezza del modo di argomentare del Signore è un invito a lasciarsi, come i Tessalonicesi, alle spalle i propri <idoli> (1Ts 1, 9), per aprirsi ad un cammino di relazione nella verità della carità. Quello che Paolo evoca con una punta di santo orgoglio <il nostro Vangelo> (1, 5) deve diventare ogni giorno nella concretezza della nostra vita un vangelo vivente.