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Umiliazione

XV settimana T.O.

Il dialogo tra l’Altissimo e il suo servo Mosè non solo continua, ma si approfondisce ulteriormente mentre si chiarisce il contenuto e il modo della missione: <Sono venuto a visitarvi e vedere ciò che viene fatto a voi in Egitto> (Es 3, 16). Il Signore Dio non si accontenta di dare uno sguardo di sfuggita alla condizione dei suoi figli, ma il suo vedere fa tutt’uno con il suo decidere: <Vi farò salire dall’umiliazione> (3, 17)! Questa decisione fondamentale di Dio per la nostra vita raggiunge la sua pienezza di rivelazione e di esperienza in Cristo Gesù che va oltre. Invece di farci semplicemente <salire dall’umiliazione>, il Verbo eterno del Padre è sceso con noi e come noi nell’esperienza dell’umiltà più vera ed esigente che si fa invito a condividere la stessa sorte per maturare il medesimo stile di vita: <Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro> (Mt 11, 28). A questa promessa di consolazione e di refrigerio si accosta un invito chiaro e pressante: <Prendete il mio giogo sopra di voi> (11, 29).

Sembra che il Signore ci voglia dire che il peso talora insopportabile del giogo che siamo noi stessi per noi stessi, può essere radicalmente alleviato dal fatto di uscire da noi stessi e lasciare che il peso di Cristo sulle nostre spalle con la sua ineguagliabile leggerezza diventi la dima per rivedere e riconsiderare tutto ciò che ci è di peso nella vita e ci fa essere di peso per gli altri. Se i rabbini insistono sul giogo della Legge da portare con fedeltà e quasi da sopportare in silenzio, il Signore Gesù ci parla del giogo dell’amore che, per quanto pesante, è sempre e solo leggero. Quando il Signore Gesù ci invita a imparare da Lui ci chiede, appunto, di apprendere questa sapienza amorosa che si fa leggerezza coraggiosa senza mai rinunciare alle inevitabili esigenze – talora persino dure ed austere – che vengono dalla scelta di vivere secondo la logica del Vangelo.

Quando il Signore rivela a Mosè il suo nome: <Io sono colui che sono> (Es 3, 14) non fa altro che aprire il cuore del suo profeta e amico alla sorpresa quotidiana di una relazione che segna e trasforma l’esistenza. Va sottolineato che l’Altissimo non si accontenta semplicemente di presentarsi a partire dalla sua essenza ontologica, ma subito chiarisce il suo intento salvifico e per questo aggiunge: <Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi>! Così l’essenza della vita di Dio invece di isolarLo in una divina e inviolabile beatitudine si rivela nel suo compromettersi appassionatamente con l’esperienza dei nostri cammini e, prima di tutto, con la fatica che sperimentiamo a motivo delle umiliazioni che la vita ci impone e che, talora, imponiamo a noi stessi. Dinanzi alla nostra fatica di vivere e di sperare sempre l’Altissimo rinnova la sua decisione di compromettersi fino in fondo e senza risparmio: <Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo di che egli vi lascerà andare> (3, 20). Questa decisione si rinnova e si radicalizza nella parola e nel dono pasquale del Signore Gesù: <Sono mite e umile di cuore> (Mt 11, 29).

Signore Gesù, la tua mitezza e la tua umiltà sono per noi conforto e ristoro nel tempo della prova e dell’umiliazione soprattutto quando siamo noi stessi a derubarci della pace e della serenità. Sii nostro liberatore e sii per noi salvatore da tutto ciò che grava sul nostro cuore e rischia di opprimerci.

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Rivelazioni

XV settimana T.O.

La memoria della rivelazione del nome e della vita di Dio a Mosé nel deserto del Sinai ci riporta al mistero delle “rivelazioni” di Dio che se sono parte del bagaglio della nostra memoria credente sono, al contempo, la nostra speranza per ogni passo futuro della nostra esistenza e del combattimento della nostra fede. Se l’Altissimo si rivela a Mosé come <Io sono> si rivela in Gesù come Dio <Amore> (1Gv 4, 8). L’Altissimo si rivela a noi nel dono della creazione che continua in ogni intervento di ri-creazione che noi chiamiamo esperienza di redenzione e di liberazione proprio nella logica di quell’esodo guidato da Mosè il quale continua nella storia di ogni popolo, di ogni uomo e donna in ogni tempo e in ogni luogo. Davanti alla fatica di Mosè chiamato ad entrare in una relazione salvifica capace di farsi mediazione di salvezza, la parola dell’Altissimo è una rassicurazione di presenza: <Io sarò con te> (Es 3, 12). La presenza di Dio nella nostra vita che si fa sua sensibilità alla nostra vita è motivo di esultazione e di lode per il Signore Gesù: <perché ai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli> (Mt 11, 25).

Questa parola di Gesù è incandescente quanto e come il roveto che <ardeva> ma <non si consumava> (Es 3, 2). Il Signore >ci fa percepire quale sia stato l’esodo interiore vissuto da Mosè che lo rese capace di farsi mediazione di salvezza per tutto il popolo: riconoscere la vanità della propria sapienza per assumere la realtà e la sfida di essere uno dei <piccoli> (Mt 11, 25) cui è data la grazia di sperimentare la salvezza che viene dall’Altissimo e che ci fa passare da un servizio schiavizzante – come quello imposto al popolo dal Faraone – ad un servire Dio liberante <su questo monte> (Es 3, 12). Il monte abitato da Mosè diventa un luogo di appuntamento per ricevere la Legge che libera dall’abuso di un potere assoluto e irrispettoso e lo ritroviamo come il <monte> (Mt 5, 1) da cui il Signore Gesù proclama le beatitudini ed apre il cuore dei suoi discepoli ad una comprensione ancora più ampia ed esigente della Legge data per mezzo di Mosè.

La lucidità sulla realtà testimoniata dalle parole benedicenti di Gesù è una promessa ed una forma di salvezza. La salvezza passa sempre attraverso la relazione: <Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo> (Mt 11, 27). La parola rivolta a Mosà <Io sarò con te> (Es 3, 12) si è fatta carne in Gesù prendendo i tratti di una compagnia quotidiana che fa della nube dell’esodo una presenza continua nella vita di ogni uomo e di ogni donna. Si dice che l’Altissimo si è rivelato a Mosè <mentre stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero> (3, 1) e il volto di un Dio che cammina con noi si rivela continuamente nella prossimità ancora più forte del Signore Gesù che si fa compagno di ogni strada. Gesù nostro Salvatore e ci chiede di farci compagni di vita per ogni uomo e sorella perché la salvezza possa essere sperimentata veramente da tutti. Per questo e a partire da questo ognuno di noi è chiamato a diventare per l’altro <angelo del Signore> (3, 2).

Signore Gesù, Salvatore del mondo aiutaci ogni giorno a saper riconoscere i segni del tuo passaggio nella nostra vita e in quella dei nostri fratelli più piccoli. Donaci di aprirci alla rivelazione del tuo volto che passa sempre attraverso una crescente capacità di aprire il nostro cuore a quanti sono più poveri e, con la loro semplicità, ci aiutano a riconciliarci con la nostra stessa piccolezza.

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Giudizio

XV settimana T.O.

Le parole del Signore Gesù sembrano non lasciarci tregua: <nel giorno del giudizio, la terra di Sodoma sarà trattata meno duramente di te> (Mt 11, 24). Il giudizio del Signore riguarda sempre la nostra capacità o meno di aprirci ad un’accoglienza dell’altro il cui primo passo e il cui primo segno è quello di dare credito alla parola che, proprio attraverso l’altro, scuote ed interpella il nostro cuore talora troppo duro e troppo chiuso. L’evocazione della città di Sodoma è cifra di tutte quelle realtà chiuse in se stesse e su se stesse tanto da diventare insensibili alla vita e persino una minaccia di vita per chi ha bisogno di <compassione> (Es 2, 6) e di cura. L’icona della figlia del faraone è una luce di speranza assieme a quelle altre donne (le due levatrici, la madre e la sorella) che in un modo o nell’altro salvano e custodiscono la piccola vita di Mosè chiamato a salvare la vita di molti altri piccoli, poveri, oppressi, minacciati nella stessa possibilità di sopravvivere alle angherie del faraone. La memoria di una salvezza assicurata dalla compassione come sensibilità alla bellezza (2, 2) è incisa a fuoco nel cuore e nell’inconscio di Mosè che non può sopportare l’ingiustizia fino a mettersi in un certo modo contro la “giustizia”.

Il <giudizio> di cui parla il Signore Gesù è profetizzato dal modo in cui Mosè si lascia toccare fino a farsi intimamente interpellare dalla sofferenza degli altri. Eppure, la compassione stessa deve crescere, maturare e purificarsi per non cadere, pur con le migliori intenzioni, nella logica stessa che domina la mentalità di <Sodoma>. Così la prima lettura ci mette di fronte a quelle che potremmo definire le nascite di Mosè: la prima è quella che avviene nel segreto e nello stupore della sua famiglia in cui ciò che è <bello> viene tenuto <nascosto per tre mesi>. Poi avviene la nascita attraverso le sponde da parto del fiume Nilo che porta il cestello tra le braccia della figlia del faraone che si prende cura di un <piccolo> che <piangeva> (2, 6) e gli assicura la vita. Una volta <cresciuto in età> (2, 11) Mosè deve nascere ancora una volta attraverso una maturazione di consapevolezza la cui passione che si fa violenza. Lo stesso Mosè avrà bisogno di un tempo di ulteriore crescita interiore che lo porterà dal farsi giustizia ad essere garante di ciò che è giusto a partire non da se stesso ma confrontandosi con le Dieci Parole di Dio. Per questo <fuggì lontano dal faraone e si fermò nel territorio di Madian> (2, 15).

I segni operati da Gesù sono per la conversione e non per la condivisione di un potere. La compassione è inizio e indizio di autentica conversione il cui cammino è eminentemente personale tanto che nessuno può percorrerlo al posto di un altro. L’immagine, peraltro così poetica, riportata dall’Esodo può diventare simbolo di ciò che è richiesto a ciascuno di noi per non cadere nella logica di Sòdoma: <Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello…> (Es 2, 5). Si tratta ogni giorno di scendere verso le sponde del grande fiume della storia per avere occhi e cuore per tutto ciò che è <piccolo> (2, 6) e ha bisogno della nostra compassione e della nostra cura.

Signore Gesù, che hai conosciuto la gioia di essere accolto e protetto nella tua infanzia, rinnova in noi il coraggio di scendere ogni giorno lungo le rive della storia degli uomini e delle donne per saper vedere tutto ciò che interpella il nostro cuore ed esige il coraggio della nostra compassione per chi e per ciò che è più piccolo.

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Profeta

XV settimana T.O.

Ad introdurci nella lettura liturgica del libro dell’Esodo è una parola forte del Signore Gesù: <Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto> (Mt 10, 41). Il dramma dell’esodo con tutte le sofferenze e il sangue che saranno necessari nel processo di liberazione del popolo sembrano scatenarsi proprio dall’incapacità del nuovo Faraone di accogliere la profezia di una presenza come quella del popolo di Israele che cresce in mezzo agli Egiziani, ma non necessariamente li minaccia. Il testo comincia con una nota che non va mai dimenticata lungo la lettura dell’esodo: <sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe> (Es 1, 8). La figura e la storia di Giuseppe sono memoria continua di come nessuno è autosufficiente né le persone né i popoli! Il figlio di Giacobbe è accolto in Egitto e, in un certo senso, viene salvato dall’accoglienza del sovrintendente del Faraone e dal Faraone stesso, ma è lui che subito dopo salverà il popolo dell’Egitto dalla carestia.

La parola del Signore Gesù che getta le basi e dà le regole di una sana e fruttuosa evangelizzazione diventa la chiave di lettura per ogni reale cammino di integrazione e di vicendevole solidarietà: <Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa> (Mt 10, 42). Eppure, questo non è affatto possibile se si perde la memoria tanto da trasformare il bicchiere d’acqua da offrire in una minaccia di morte tanto che  <Il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina”> (Es 1, 22). La violenza che faraone usa contro i piccoli di un popolo già oppresso dalla schiavitù e dall’eccesso di fatica, diventa nelle parole del Signore Gesù una <spada> (Mt 10, 34) che non deve mai essere usata contro alcuno se non contro se stessi per discernere in modo così autentico da saper anche rinunciare: <Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà> (10, 39).

Essere <degno di me> (10, 37) non ha niente a che vedere con una purità di ordine puritano, ma è il segno di una disposizione profonda e fattiva ad agire nella stessa linea e nella stessa logica del Vangelo in una capacità piuttosto a dare che non a prendere la vita. Quando, prima della comunione, ripetiamo le commosse parole del centurione: <… io non sono degno…>, dobbiamo sempre ricordarci che questo ci riporta più che all’impedimento dei nostri peccati e delle nostre fragilità, alla grande fatica quotidiana di conformare la nostra vita alle esigenze di donazione che ci vengono dal Vangelo. Quando si entra in questa obbedienza evangelica nulla può rimanere come prima ed è del tutto naturale sperimentare il prezzo salato di una <pace> (Mt 10, 34) che germoglia nello stesso solco della <croce> (10, 38). Come spiega padre Carré bisogna ricordare che <la parola croce non indicava prima di tutto il supplizio degli schiavi ma, con l’utilizzazione di una lettera ebraica a forma di croce – il tau francescano che conosciamo noi! – rappresentava una nota, una sorta di sigillo. Come quando si mette una croce per segnare un oggetto e riempire le caselle di un questionario. Ogni volta che ci segniamo o segniamo con il segno della croce ricordiamo di doverla portare sulle nostre spalle, ma questo segno indica la liberazione, il perdono, la salvezza ed è un invito a rendere grazie nella gioia>1.

Signore Gesù, liberaci dalla paura che ci paralizza fino a desiderare l’annientamento del fratello per non doverci misurare con la fatica di accoglierci reciprocamente non come una croce da subire, ma come un sigillo di cui essere fieri.


1. A.-M. CARRÉ, Tout m’est buisson ardent, Cerf, Paris 1997, p. 126.

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Leggero

XV Domenica T.O.

Prima del contenuto vi è una modalità di porgersi e di presentarsi da parte degli annunciatori del Vangelo che permette alla grazia di espandersi come una macchia d’olio e di penetrare fino a risanare e rinvigorire come un balsamo. Il Signore Gesù invia i suoi discepoli direttamente contro gli <spiriti impuri>, ma senza progetti e senza strategie. Il segreto della missione è non avere segreti, né armi seduttrici se non la nudità della croce di Cristo. Nessuna tunica – se non la nudità del vangelo – niente sandali se non i piedi del <vangelo> (Ef 6, 15). Ai discepoli viene concesso di portare solo <un bastone> (Mc 6, 8). Potremmo dire che sotto questa concessione si nasconde il simbolo della croce di Cristo. È il bastone pastorale della croce l’unica arma e l’unico equipaggiamento con cui si potrà liberare la strada da tutti quegli inutili impedimenti e fastidi che rischiano di rallentare la corsa. Per ogni annunciatore del Vangelo della grazia, l’unico dono da comunicare è la grazia del Vangelo. Perché la grazia possa essere riconosciuta e accolta come tale bisogna porsi nella stessa attitudine del profeta-pastore. Amos si presenta come un profeta senza qualità, ma semplicemente chiamato ad essere tale malgrado la mancanza di titoli. Per questo Amos può rispondere con franchezza al sacerdote Amasìa e senza nessun ritegno: <Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro. Il Signore mi prese, mi chiamò, mentre seguivo il gregge> (Am 7, 14, 15). Amos sembra protestare la propria innocenza di essere profeta affermando la sua libertà nel fare il profeta. Amos non vanta una discendenza, come nel caso dei sacerdoti di Israele, né ha alcun interesse personale a lasciare il suo lavoro e la sua vita di sempre. Nessuna pretesa e, soprattutto, la coscienza chiara e profonda di aver ricevuto un appello e una missione che non sono legati ai meriti o alle qualità, bensì a quella disponibilità disarmata e disarmante di mettersi umilmente a servizio di una parola che non viene da noi. Come Amos, ogni discepolo e ogni apostolo è chiamato a protestare prima con se stesso ricordandosi della libera e gratuita iniziativa di Dio. Il segreto della profezia che dovrebbe essere il carattere originario di ogni apostolato sta in una semplice evidenza: <il Signore mi prese, mi chiamò>. Ogni “presa” da parte di Dio, ogni chiamata, si inserisce nel grande disegno d’amore della sua volontà> (Ef 1, 6) che i profeti di ogni tempo hanno cercato di presentare agli uomini. Questo disegno è un progetto d’amore non lo si può che annunciare gratuitamente come lo si è ricevuto. Non c’è posto per il danaro <nella cintura> (Mc 6, 8), non c’è da comprare né da vendere nulla poiché egli <tutto opera efficacemente> (Ef 1, 11). Una sola strategia sembra essere compatibile con il mandato apostolico: rinunciare a se stessi e portare la croce del Signore come un bastone con cui si libera la strada per se stessi e per quanti vengono dopo di noi. Solo così potremo accogliere il <sigillo dello Spirito Santo> che non solo è <caparra della nostra eredità> (Ef 1, 13-14), ma è l’olio che ci permette di camminare e funzionare <a due a due>. La missione va vissuta <in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria>. Perché il vangelo della grazia possa essere annunciato, non può che essere annunciato con grazia. Perché il vangelo possa penetrare la vita degli uomini, non può che essere cosparso sulle ferite che ognuno porta nel proprio cuore come un olio balsamico capace di lenire e di tonificare. L’apostolo Paolo apre il nostro cuore alla meraviglia in uno stupore ritrovato per essere stati <scelti prima della creazione del mondo>. Una scelta che non ci rende migliori di alcuno, ma ci mette in un flusso di bellezza e di bontà attraverso cui passa la testimonianza al Vangelo. Per essere testimoni affidabili del Vangelo di Cristo è necessario essere degli esperti nella speranza che il <disegno d’amore> si realizzi infine per ogni uomo e donna.

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Leger

XV Dimanche T.O.

          Avant d’aborder le contenu, il y a une façon de s’adresser et de se présenter de la part des annonciateurs de l’Evangile qui permet à la grâce de se répandre comme une tache d’huile et de pénétrer jusqu’à assainir et revigorer comme un baume. Le Seigneur Jésus envoie directement ses disciples contre les ” esprits impurs”, mais sans projet et sans stratégie. Le secret de la mission est de ne pas avoir de secrets, ni d’armes destructrices, si ce n’est la nudité de la Croix du Christ. Aucune tunique – si ce n’est la nudité de l’évangile – et pas de sandales, si ce n’est les pieds de”l’évangile” ( Eph 6, 15 ). L’on ne concède aux disciples qu’un ” bâton ” à emporter ( Mc 6, 8 ). L’on pourrait dire que sous cette concession se cache le symbole de la croix du Christ. C’est le bâton pastoral de la croix, l’unique arme et l’unique équipement avec lequel l’on pourra libérer la route de tous ces empêchement inutiles et de toutes ces difficultés qui risquent de rallentir la course. Pour chaque annonciateur de l’Evangile de la grâce, le seul don à communiquer est la grâce de l’Evangile. Pour que la grâce puisse être reconnue et accueillie comme telle, il faut se mettre dans la même attitude que le prophète – berger. Amos se présente comme un prophète sans qualité, mais simplement appelé à être ansi, malgré le manque de titres. Pour cela, Amos peut répondre avec franchise au prêtre Amasia, et sans aucune gêne : ” Je n’étais pas prophète, ni fils de prophète ; j’étais vacher et cultivais des plantes de sycomore. Le Seigneur me prit, m’appela, alors que je suivais le troupeau ” ( Am 7, 14 – 15 ). Amos semble protester de son innocence d’être prophète affirmant sa liberté de faire le prophète. Amos ne se vante pas d’une descendance, comme pour les prêtres d’Israël, il n’a aucun intérêt personnel à laisser son travail et sa vie de toujours. Aucune prétention et surtout la conscience claire et profonde d’avoir reçu un appel et une mission qui ne sont pas liés aux mérites ou aux qualités, mais bien à cette disponibilité désarmée et désarmante de se mettre humblement au service d’une parole qui ne vient pas de nous. Comme Amos, chaque disciple et chaque apôtre est appelé à protester d’abord avec soi-même en se rappelant de la libre et gratuite initiative de Dieu. Le secret de la prophétie, qui devrait être le caractère original de chaque apostolat, réside dans une simple évidence : ” Le Seigneur me prit et m’appela “. Chaque ” prise de la part de Dieu, chaque appel s’inscrit dans le grand dessein d’amour de sa volonté ( Eph 1, 6 ) que les prophètes de tous les temps ont essayé de présenter aux hommes. Ce dessein est un projet d’amour et l’on ne peut que l’annoncer gratuitement, comme on l’a reçu. Il n’y a pas de place pour l’argent ” dans la ceinture” ( Mc 6,8 ), il n’y a rien à acheter ni à vendre, car il oeuvre tout avec efficacité ( Eph 1, 11 ). Une seule stratégie semble être compatible avec le mandat apostolique : renoncer à soi-même et porter la croix du Seigneur comme un bâton qui libère la route pour soi et pour tous ceux qui viennent après nous. Seulement ainsi, nous pourrons accueillir ” le sceau de l’Esprit Saint ” qui, non seulement est ” la garantie de notre hérédité ” ( Eph 1, 13-14 ), mais il est l’huile qui nous permet de marcher et d’avancer ” deux par deux”. La mission est vécue ” en attente de la rédemption complète de ceux que Dieu a racheté pour la louange de sa gloire ” . Pour que l’évangile de la gloire puisse être annoncé, il ne peut qu’être annoncé par la grâce. Pour que l’évangile puisse pénétrer la vie des hommes, il ne peut qu’être répandu sur les blessures que chacun porte dans son coeur comme un baume capable d’apaiser et de tonifier. L’apôtre Paul ouvre notre coeur à la merveille dans un étonnement retrouvé pour avoir été ” choisis avant la création du monde “. Un choix qui ne rend personne meilleur, mais nous met dans un flux de beauté et de bonté par lequel passe le témoignage de l’Evangile. Pour être des témoins fiables de l’Evangile du Christ, il est nécessaire d’être des experts de l’espérance pour que le ” dessein d’amour ” se réalise enfin pour chaque homme et femme.

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Visitare

XIV settimana T.O.

Professare apertamente e coraggiosamente la propria fede non significa certo, nella logica e nello stile del Vangelo, esibirsi temerariamente agli occhi del mondo, ma affermare che Cristo, il crocifisso-risorto, è signore della nostra vita. Così, solo così, saremo portatori e annunciatori di una luce e di una benedizione capaci di illuminare e riscaldare gli angoli più oscuri e freddi della realtà umana. L’invito del Signore Gesù a proclamare dalle <terrazze> (Mt 10, 27), non è uno sprone a imporsi e, tantomeno, a fare dell’annuncio del Vangelo una sorta di show. Quella del Signore Gesù è l’esortazione a mettersi in gioco interamente e con tutta la propria vita fino al rischio di osare una parola che ci coinvolgerà , in modo forte, nella relazione con gli altri. Le <terrazze> di cui parla il Vangelo non sono certo i “tetti” delle case del nord dove la presenza di qualcuno sarebbe recepita come strana, pericolosa e comunque originale. Esse  sono i luoghi dove la gente vive e si incontra all’aperto e dove i bambini giocano rincorrendosi da una terrazza all’altra. Letta così l’esortazione del Signore non è quella di “esibire” il Vangelo in modo strano, ma di lasciare che il messaggio penetri nel tessuto della quotidianità perché esso ne possa, semplicemente ed efficacemente, animare la speranza. 

La conclusione della lettura del primo libro delle Scritture – che ci fa sostare sull’esperienza di Giuseppe – è una sorta di professione di fede condivisa: <Dio verrà certo a visitarvi…> (Gn 50, 25). Questa certezza nel futuro nasce da una consapevolezza profonda e sofferta del fatto che Dio ha visitato la sua esistenza e ne ha accompagnato i passi in modo non sempre facile da comprendere e da vivere, eppure così sicuro e certo da poter confidare che non potrà che essere così anche per gli altri. Ciò che il Signore chiede ai suoi discepoli è di vivere non con atteggiamento di “sufficienza”, ma  nella profonda consapevolezza che è <sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro> (Mt 10, 25). Se facciamo memoria ogni giorno del mistero pasquale, in particolare quando celebriamo l’Eucaristia, non possiamo che costatare come non ci sarà nulla che possa turbare il nostro cuore.

In pochi versetti, più volte, il Signore raccomanda di non cedere alla <paura> (10, 26) che è l’origine di ogni male e di ogni peccato e non solo in relazione a Dio (cfr. Gn 3, 10), ma pure in relazione ai nostri fratelli e sorelle in umanità. La storia di Giuseppe ci rammenta, in modo chiaro, che l’origine di tanto dolore – nella difficile fraternità tra i figli di Giacobbe – nasce e si nutre  di <paura> (Gn 50, 15), una paura dalla cui morsa purtroppo sembra non riuscire ad  uscire e neppure leggere la realtà se non in modo distorto e negativo. La risposta di Giuseppe è in tutto simile all’esortazione del Signore Gesù: <Non temete…> (50, 19). Essere discepoli di Cristo e figli dei nostri padri nella fede, comporta il non lasciarsi ottenebrare il cuore dalla paura,  per poter, così, essere  persino traditi e uccisi senza perdere non solo la fede, ma conservando intatta la fiducia. Questa invincibile serenità di sguardo, non può che nascere dalla certezza di essere stati visitati dal passaggio di Dio nella nostra esistenza, un passaggio  che fa, della nostra vita, un continuo tentativo di visitare, con la medesima pace, la vita degli altri per liberarla dal timore e dal sospetto.

Signore Gesù, liberaci dal sospetto di essere ingannati. Rinfresca ogni giorno la memoria del nostro cuore perché possiamo rammentare le tue visite talora così impreviste da nutrire la speranza che esse si possano ancora rinnovare nel concreto e nell’inedito dei nostri giorni.

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Il fratello…

XIV settimana T.O.

Le parole del Signore Gesù vanno diritte al cuore e prima di parlarci di ciò che potrebbe capitare a noi, ci ricordano in modo forte ciò che, per amor nostro, è capitato a Lui: <Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno> (Mt 10, 21). La fatica di essere e rimanere fratelli, la fatica di perseverare nella fedeltà ai propri legami più essenziali di cui quelli familiari sono un simbolo fondamentale, ci viene ricordata dalla conclusione della difficile e amara storia di Giuseppe. Questa lunga e sofferta storia sembra conoscere il suo epilogo nella liberazione di un pianto che è ben più di uno sfogo: <Appena se lo vide davanti, gli si gettò al collo e pianse a lungo, stretto al suo collo> (Gen 46, 29). Possiamo ben immaginare come questo testo sia stato letto, meditato e fatto proprio dal Signore Gesù tanto da evocarlo in una delle più belle parabole del Vangelo quando un altro padre si getterà al collo del proprio figlio a sua volta perduto e finalmente ritrovato. Le parola di Giacobbe-Israele potrebbe essere poste sulla bocca di quel padre misericordioso che conosce la terribile fatica di trasmettere l’alfabeto della misericordia e della compassione ai suoi figli: <Posso anche morire, questa volta, dopo aver visto la tua faccia, perché sei ancora vivo> (46, 29-30).

Queste parole commoventi di Giacobbe sono la conclusione di una vita tutta posta sotto il segno della passione, dell’amore, del sogno che ha reso il cammino del patriarca un dramma particolarmente vivo. Questo dramma si conclude con un pianto liberatorio che apre ad una tenerezza immensa frutto di una sapienza dolorosamente acquisita la cui cifra è la parola di appello e di consegna che viene dall’Altissimo: <Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto…> (46, 3). Sulla bocca del nuovo Giuseppe che sarà venduto e ucciso e la cui veste sarà tirata a sorte sotto la croce, l’esortazione non è poi così diversa: <Ma quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi> (Mt 10, 19-20).

Il Signore non ci illude su quelle che sono le condizioni del nostro viaggio interiore attraverso le esigenze e gli imprevisti della vita, eppure mai ci lascia soli con la nostra angoscia né ci abbandona alle nostre paure: <Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo> (10, 23). Ancora una volta l’evocazione del <Figlio dell’uomo> contestualizza il cammino dei discepoli nello stesso cammino del Maestro che è quello della Pasqua di cui lo scendere di Giacobbe in Egitto è già prefigurazione e le cui lacrime di tenerezza e di liberazione sono speranza. La via per affrontare le esigenze pasquali è un atteggiamento: <siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe> (Mt 10, 16) e un interiore abbandono a ciò che viene ispirato, nel segreto del cuore, dallo <Spirito del Padre> (10, 20). Non si tratta di una dimissione dalla propria responsabilità e creatività, ma del frutto maturo di un lungo cammino di discesa in stessi e di esodo da se stessi.

Signore Gesù, il fratello è per noi un cammino da percorrere ed è sempre in discesa per quanto riguarda il nostro amor proprio e sempre in salita per il necessario superamento di ogni tendenza a ripiegarci su noi stessi. Donaci di essere semplici e prudenti senza mai disperare di poterci ritrovare più fratelli.

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Stile

XIV settimana T.O.

Lo stile fa la differenza! Questo vale in tutte le realtà della vita e, in particolare, in quelle che sono le relazioni tra persone. Il Signore Gesù affida ai suoi discepoli, finalmente costituiti come <apostoli>, le linee portanti del loro ministero assicurandosi di trasmettere un messaggio fondamentale che si fa fondante di ogni annuncio che sia non solo oggettivamente riconoscibile, ma anche conforme alle intenzioni profonde del Vangelo: forma e contenuto si illuminano e si autenticano reciprocamente. Lo stile evangelico di cui un teologo contemporaneo – Christophe Théobald – ha avuto il coraggio di parlare in modo chiaro si può ricondurre a due elementi fondamentali: il <gratuitamente> (Mt 10, 8) e una certa distanza e distacco. Se la gratuità è abbastanza scontata, non sempre è chiaro l’intento sotteso a quella prescrizione secondo cui: <entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non è degna, la vostra pace ritorni a voi> (10, 12-13).

In questo modo il Signore rammenta ai suoi discepoli di annunciare il Vangelo senza presumere di poter sapere se e come esso sarà accolto da coloro cui viene donato non solo gratuitamente, ma pure con quel distacco misterioso di cui è icona il seminatore che affida alla terra la semente senza poter e volere seguirne il processo di macerazione e di crescita oppure di perdita. La conclusione della prima lettura non può non commuoverci. Giuseppe dopo un lungo tira e molla con i suoi fratelli non solo si rivela loro, ma è capace di rileggere serenamente e veramente tutta la sua vicenda dolorosa: <Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita> (Gn 45, 4-5). Giuseppe si rivela come un uomo che ha saputo imparare dal suo dolore senza lasciarsene indurire e rimanendo capace di una gratuità impossibile e impensabile senza un certo distacco. 

L’esperienza di Giuseppe può essere per noi di grande conforto poiché se le parole del Signore Gesù forse ci impressionano per la loro esigenza, il figlio di Giacobbe ci rassicura del fatto che alla gratuità e al distacco non si arriva tutto d’un colpo, ma attraverso un lungo cammino di spoliazione che, normalmente, più che da vivere attivamente è da accogliere come poveri. Solo così si può vivere nella coscienza di una provvidenza che è tanto più autentica quanto più non si può e non si vuole confondere con la previdenza calcolata. Le prime parole del Signore sul ministero apostolico possono essere assunte come una vera parabola della vita in quanto tale: <Strada facendo…> (Mt 10, 7). Sì, si tratta di rimanere in strada e di rimettersi continuamente in cammino per ricomprendere continuamente il mistero della propria vita e per essere testimoni di un annuncio che guarisce e conforta.

Signore Gesù, noi siamo tuoi discepoli e in forza della tua chiamata vogliamo essere non banditori di una dottrina più o meno convincente, ma testimoni di uno stile di vita che incarni il tuo Vangelo fino a renderlo leggibile nella concretezza di una vita spesa con amore anche nella tribolazione e nell’incomprensione. 

Seminatore

Lacrime

XIV settimana T.O.

La raccomandazione del Signore <strada facendo> può diventare un invito che sta al cuore di ogni missione e di ogni annuncio del Vangelo: “facendo strada” che è un modo per dire “facendo vita”. Si tratta così di camminare lasciando cadere nel solco di ogni esistenza, nella sua realtà e nella sua contraddittorietà, l’annuncio che è capace di rimetterci in piedi e di ridare vigore al cammino: <il regno dei cieli è vicino> (Mt 10, 7). Simbolo magnifico dell’attitudine profonda del Signore Gesù che deve diventare quella di tutti i suoi discepoli è Giuseppe che davanti ai suoi fratelli ancora così induriti dalla paura: <andò in disparte e pianse> (Gen 41, 24). I dodici figli di Giacobbe sono come la profezia dei dodici discepoli del Signore ed è subito chiara la fatica ad essere fratelli. Chissà come avranno reagito i dodici discepoli nel sentire non solo il nome, ma quello degli altri la cui vita sarebbe diventata un compito e una quotidiana purificazione.

Il cammino della Chiesa comincia con uno sguardo del Signore Gesù sulla nostra umanità, uno sguardo pieno di compassione e capace di trovare la soluzione più adeguata perché tutti, a partire dalla propria realtà e dal proprio bisogno, possano sentirsi accolti e si sentano confermati in una speranza nuova. Per questo <Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e infermità> (Mt 10, 1). Se la missione della Chiesa, a servizio della speranza dell’umanità, comincia come servizio di compassione e di guarigione, il cammino del popolo di Israele continua con un salto nella lettura dei testi della Genesi, un salto che sottolinea quanto, nessuna storia, possa essere pensata e concepita come rettilinea. Infatti, ogni relazione tra persone – e persino con Dio – non può essere esente da difficoltà e da momenti anche difficili. Dopo aver contemplato la lotta solitaria di Giacobbe nella notte in cui si ritrova finalmente ad affrontare e ad assumere le sue paure, la liturgia pone sotto i nostri occhi la figura di Giuseppe, il figlio dei sogni, il figlio  circondato da un amore di predilezione che diventa fonte di tribolazione.

Forse l’icona di Giuseppe è, per Israele, un modo di comprendere il mistero della propria elezione cui spesso, nella storia, si congiunge l’amara esperienza dell’umiliazione e della persecuzione. La conclusione della prima lettura ci offre un primo piano di Giuseppe assai significativo ed evocativo che può rappresentare una chiave per cogliere, profondamente e veramente, l’attitudine del cuore di Cristo davanti alla nostra umanità spesso tormentata e tormentante. Il pianto di Giuseppe rimanda alla decisione del Signore Gesù di inviare in missione i suoi discepoli proprio con l’intento di saper consolare ogni pianto e lenire ogni ferita. Molte di queste ferite nascono e crescono nella fatica di gestire le inevitabili differenze, unitamente alla fatica di assumere serenamente e umilmente il carattere unico e irripetibile – perciò spesso alquanto incomprensibile – della propria realtà personale e della propria storia. Quando il Vangelo elenca accuratamente <I nomi dei dodici apostoli> (Mt 10, 2) non fa altro che metterci di fronte al mistero della Chiesa come continuazione dello stesso mistero di Israele e dell’umanità intera ove è necessario credere che la salvezza può essere sperimentata solo nella differenza.

Signore Gesù, donaci di non temere i percorsi difficili e dacci la grazia di saper sempre cogliere, nel dolore dell’incomprensione, la possibilità di un’intelligenza più profonda e, talora, persino capace di aprirci ad una verità più piena colta magari attraverso il velo purificante delle lacrime.