Convertire il tradimento

Mercoledì Santo

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. (Is 50, 4).

Chi mai potrebbe essere più gravemente <sfiduciato> di Giuda che <cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù> (Mt 26, 16)? Per questo il Signore non si tira indietro e, davanti al discepolo che tradisce, si fa <vicino> (Is 50, 8), rendendo la <faccia dura come pietra> (Is 50, 7) senza che mai il cuore si indurisca. A Giuda, che cerca di rimanere nascosto a se stesso, il Signore Gesù regala la possibilità di venire allo scoperto: <Tu l’hai detto> (Mt 26, 25). Quale maestro affidabile che si prende cura fino all’ultimo di ciascuno dei suoi discepoli, il Signore tende la mano e apre il suo cuore a Giuda nel momento del suo tradimento, continuando a trattarlo come un fratello senza per questo impedire in nessun modo che egli possa esercitare fino in fondo la sua libertà di porsi contro il suo maestro. Mentre i discepoli chiedono al Maestro: <Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?> (Mt 26, 17), Giuda interroga i sacerdoti: <Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?> (Mt 26, 15). Giuda ha smesso di essere discepolo proprio nel momento in cui non ha più interrogato il suo Maestro, cercando di dare una risposta al suo cuore <sfiduciato> (Is 50, 4) in un modo disperato. Da parte sua il Signore non smette di comportarsi come Maestro, cercando, fino all’ultimo, di fare verità e di vivere tutto nella luce e nella chiarezza: <In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà> (Mt 26, 21). Alla vigilia di un nuovo triduo pasquale, siamo già seduti <a tavola> ((Mt 26, 20) con il Signore e non possiamo sottrarci alle sue domande che non vogliono certo né umiliarci né imbarazzarci, ma renderci capaci di dichiarare con onestà chi siamo e chi vogliamo diventare.

Non sempre possiamo pensare di essere all’altezza delle esigenze dell’amore, eppure sempre e comunque possiamo tenere aperto un dialogo di verità e di umiltà: <Sono forse io, Signore?> (Mt 26, 22). Lasciamoci interrogare alla vigilia di questa Pasqua, per mettere davanti al Signore, che si dona per noi con un amore infinito, tutto ciò che in noi resiste e, talvolta, perfino tradisce.

Attorno alla tavola pasquale presieduta dal Signore che si trova con i suoi discepoli, tutti devono ammettere di essere possibili traditori. Condividere la misericordia comincia sempre con la capacità di confessare gli uni agli altri e gli uni davanti agli altri le proprie fatiche nell’acconsentire all’amore.

Convertire la notte

Martedì Santo

Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: <Signore chi è?> (Gv 13, 25).

Ancora il mistero di Giuda e del suo tradimento attirano la nostra attenzione, quasi per poterci esaminare in modo rigoroso e comprendere così a quale livello corriamo anche noi il rischio di tradire. Se ieri è stato il gesto di cura di Maria di Betania a rendere ancora più profondo il tradimento di uno degli apostoli, oggi è il gesto di rarissima intimità del discepolo amato, che si china sul petto del Signore, a fare da sponda al dilagare di tutto ciò che in noi si chiude all’amore, prima di tutto perché non può comprenderlo. La promessa fatta al servo del Signore: <ti renderò luce delle nazioni> (Is 49, 6), nel gesto del discepolo amato diventa capacità di esporsi interamente al fuoco di quell’amore che arde nel cuore del Signore Gesù alla vigilia della sua passione. Il cuore di Cristo è come il roveto ardente contemplato da Mosè nel deserto e diventa così il luogo della rivelazione somma non solo del cuore di Dio, ma di ciò che sta a cuore a Dio. Possiamo ben immaginare il ritmo infuocato del cuore del Signore, mentre svela a Giuda ciò che purtroppo gli sta ormai a cuore: <Quello che vuoi fare, fallo presto> (Gv 13, 27). Sembra proprio che il Signore si faccia garante della libertà di ciascuno nell’essere capace di riconoscere il proprio desiderio e di portarlo a compimento, anche quando questo ci allontana dalla luce e ci fa sprofondare nelle tenebre: <Ed era notte> (Gv 13, 30). Eppure il Signore non abbandona completamente Giuda alla notte, ma gli consegna attraverso il <boccone>, solitamente riservato all’ospite d’onore, una scintilla del suo stesso amore che nemmeno la tenebra dell’inferno più buio potrà vincere.

L’intimità del cenacolo ci aiuta a capire i sentimenti profondi del Signore Gesù che si lascia interrogare dai suoi discepoli dando a ciascuno una risposta vera, per quanto dura, da accogliere: <Darai la tua vita per me?> (Gv 13, 38). La bocca del Signore è come una <spada affilata> (Is 49, 2) che ci obbliga a prendere coscienza di ciò che veramente desideriamo, come per Giuda, e di ciò per cui non siamo ancora realmente pronti, come per Pietro. Accogliere la misericordia significa aprirsi al vero di noi stessi per essere liberi e responsabili fino in fondo.

Il discepolo amato spicca all’interno del gruppo dei discepoli per la sua disponibilità a farsi mediatore di intelligenza. Tanto più siamo intimi del Signore, quanto più siamo chiamati a mediare tra Lui e i nostri fratelli, perché passi la luce e perché l’amore sia condiviso come luogo possibile di <salvezza> che si riversa <fino all’estremità della terra> (Is 49, 6).

Convertire in eccedenza

Lunedì Santo

Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta (Is 42, 2-3)).

Il mistero di questi giorni santi, che preparano la celebrazione annuale della Pasqua, ci tocca con la tenerezza e la discrezione di una serie di attitudini e di gesti la cui eccedenza d’amore sembra voler arginare il dilagare di un male troppo grande: <Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso…> (Gv 12, 3). Proprio l’eccesso di questo gesto è capace di far venire allo scoperto il tradimento già in atto di Giuda Iscariota che, invece di lasciarsi toccare dalla bellezza e dalla profondità di ciò che Maria fa per Gesù, si mette a contare: <Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari…> (Gv 12, 5). Mentre la <casa> si riempie del profumo di un amore capace non solo di confortare come un balsamo, ma pure di preparare al grande combattimento che aspetta ormai il Signore Gesù per rivelare al mondo il prezzo e le conseguenze dell’amore, il cuore di Giuda è ormai irraggiungibile a tutto ciò che non obbedisce alla logica del calcolo. Il <servo> (Is 42, 1) del Signore vive e obbedisce ad un’altra logica che è quella di una discrezione e di un rispetto amoroso che già anticipa il suo dono pasquale. Ancora una volta, l’ammirazione del Signore per il gesto di Maria ne fascia il silenzio di parole, per esaltare la grandezza del suo stile di porsi davanti al mistero dell’altro con mani e cuore capaci di cura che fanno sperare il meglio per la <sepoltura> (Gv 12, 7). La negazione dell’amore e la chiusura all’amore, di cui Giuda e il suo tradimento diventano una triste icona, che ricordano come il tradimento comincia sempre con l’invadenza che rappresenta spesso l’inizio di ogni violenza e l’indizio di sofferenze mai metabolizzate e accolte che ci rendono spesso incapaci di amare e, prima ancora, di lasciarci amare.

Maria di Betania da una parte e Giuda dall’altra ci interpellano quest’oggi per fare il nostro esame di coscienza, mentre la <Pasqua> (Gv 12, 1) è più che vicina. Per avere la capacità di intuizione di Maria e la sua prontezza nel dare corpo al suo cuore attraverso i gesti dell’amore, bisogna aver conosciuto in prima persona il balsamo della misericordia. Per Giuda il calcolo non fa altro che rivelare il gelo che già agghiaccia il suo cuore fino a renderlo capace di tradire, perché incapace di meravigliarsi veramente. 

Come il servo del Signore, siamo chiamati a diventare <luce> (Is 42, 6) per quanti si sentono sprofondare nella tenebra di un amore negato o talmente tremolante da temere ogni alito di vento che scuote. Come Maria di Betania siamo chiamati a inventare ogni giorno i gesti adeguati per arginare il dilagare di quel male che radica e cresce solo dove l’amore non basta.

Domenica delle Palme

(Mc 11, 1-10) L’evangelista Marco ci riporta questa parola rivolta dal Signore Gesù ai suoi discepoli: (Mc 11, 2). Con la lettura dell’ingresso del Signore Gesù nella città santa di Gerusalemme, ormai pronta a celebrare la Pasqua, anche noi siamo chiamati ad entrare in modo nuovo – in modo unico – nel mistero pasquale di Cristo Signore. I riti della Settimana Santa, unitamente alla particolare abbondanza dei testi che essa ci offre per nutrire la nostra devozione e aiutare la nostra conversione, sono di una ricchezza così debordante da giustificare un certo silenzio. Allora potremmo proprio lasciarci guidare interiormente da questo simbolo così particolare con cui il Signore sembra dare inizio alla sua beata e gloriosa Passione: . Questo puledro è immagine di Cristo Signore che avanza regalmente – cioè in perfetta libertà da ogni forma di paura – verso il dono di se stesso. Questa è anche una bellissima immagine di ciascuno di noi chiamato a portare sopra di sé il (Mt 11, 29) del Signore Gesù vivendo il suo vangelo di grazia e di amore incondizionati. Infatti, il racconto con una sequenza di semplici gesti ci fa entrare in un’atmosfera di particolare fiducia: il Signore manda i suoi discepoli a slegare un puledro e, dopo una prima reazione, i suoi padroni lo lasciano slegare e portare al Signore. Ma ancora più significativa è la docilità, per così dire più che naturale, di questo mite ma testardo animale a lasciarsi agghindare per portare su di sé – per la prima volta nella sua vita – il peso di una persona. Eppure non ci viene narrata nessuna difficoltà per il Signore di cavalcare questo puledro che non conosce il peso degli uomini, si dice semplicemente (Mc 11, 7). Nessuna resistenza e nessun bisogno – seppur minimo – di domare questo animale finora selvatico. La domanda si pone! Questo puledro è un animale particolare o è il Signore Gesù ad avere un “peso” particolare che è così (Mt 11, 29) da non generare reazioni? Con tutta la simpatia e la gratitudine che possiamo e dobbiamo avere per questo santo puledro, che ebbe il privilegio di portare su di sé il dolce peso del Signore, non possiamo che rimanere ammirati dalla leggerezza di Cristo. Mentre ci apprestiamo a meditare i misteri della Passione del Signore, è come se la Chiesa ci mettesse tra le mani (11, 8) da agitare con dolcezza per acclamare il Signore che passa nella città del nostro cuore ed è portato da questo puledro senza fatica e senza resistenza. Il mistero di Cristo per quanto ci possa sembrare esigente – e lo è! – porta in sé un mistero di dolcezza e di leggerezza che il puledro sente per noi, prima di noi, ma non senza di noi. Apriamo gli occhi del nostro cuore su questo segno e invece di legare cerchiamo di slegare in noi la libertà di amare per superare quelle tensioni e resistenze che ci impediscono di vivere.

Sito rinnovato

Da oggi 27 Marzo il nostro sito rinnovato nella grafica e anche in qualche contenuto è on-line.

Perdonate se nei prossimi giorni ci sarà qualche disfunzione, ma lo stiamo calibrando.

Buona navigazione a tutti/e!