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Muoversi
Sabato, 24 Agosto 2019
San Bartolomeo (Ap 21, 9-14 / Sal 144 / Gv 1, 45-51)   Natanaele di Galilea dimostra di essere un uomo spontaneo, ma anche generoso. Senza giri di parole esprime ciò che pensa, ma senza nessun giro di...

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San Bartolomeo

(Ap 21, 9-14 / Sal 144 / Gv 1, 45-51)

 

Natanaele di Galilea dimostra di essere un uomo spontaneo, ma anche generoso. Senza giri di parole esprime ciò che pensa, ma senza nessun giro di parole è capace pure di esprimere ciò che sente. Dalla mente di Natanaele nascono domande dirette, ma dal suo cuore nasce un retto sapersi ricredere per credere. Soprattutto in Natanaele possiamo e dobbiamo ammirare la capacità di sapersi muovere verso una nuova comprensione delle cose attraverso gli incontri con le persone che lo aprono all’incontro con lo stesso Signore Gesù da lui proclamato con entusiasmo sincero quale <Figlio di Dio> (Gv 1, 49). Con la sua prudenza e con il suo entusiasmo l’apostolo Bartolomeo/Natanaele, dimostra di essere veramente capace del suo compito apostolico sapendo farsi mediazione, nella sua stessa vita, di sensi nuovi e di nuove aperture. L’evangelista Giovanni evoca sottilmente e simbolicamente tutto ciò in una nota: <Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro…> (1, 47). Nel cuore di quest’uomo entusiasta, ma non dai facili entusiasmi c’è una ricerca della verità che non si chiude su se stessa ed è sempre in viaggio come le nubi nel cielo.

Come spiega Pier Damiani: <Queste nubi si condensano in acqua quando annaffiano la terra del nostro cuore con la pioggia del loro insegnamento per renderla fertile e portatrice dei germogli di opere buone. Appunto Bartolomeo, che festeggiamo oggi, significa in aramaico: figlio di colui che porta l’acqua>[1]. Attraverso l’esperienza e il processo interiore di questo apostolo, possiamo accogliere la presenza di Gesù nella nostra vita come un dono di Dio – questo anche ppuò significare il suo nome – che ci ricolma e ci riempie: <vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo> (Gv 1, 51).

Possiamo ammirare in Natanaele una grande e autentica capacità di muoversi in se stesso – attraverso l’esercizio di un’acuta intelligenza – come pure in relazione a quanti incontra sul suo cammino: nel suo cuore si attua lo stesso dinamismo che il Signore indica come l’anima della vita degli angeli, ossia del mistero della vita che dal cielo si riversa sulla terra. Lo conferma il veggente di Patmos quando apre i nostri occhi sulla realtà della Gerusalemme del cielo che è una realtà di somma apertura senza essere esposta ai quattro venti: <E’ cinta da grandi e alte mura con dodici porte> (Ap 21, 12). La Gerusalemme del cielo, immagine e specchio della Chiesa e di ogni credente, si presenta come una realtà stabile e dinamica al contempo, ben delimitata nella sua realtà e, al contempo, provvista di molte porte da cui tutti possono entrare ed uscire per portare le loro ricchezze e attingere a piene mani a quellie che, in essa, sono amorevolmente e non gelosamente custodite.

Signore, donaci una scintilla del tuo infinito dinamismo, di quello stesso desiderio di muoversi verso di te che animò l’apostolo Bartolomeo che si rivela in modo sempre nuovo, imprevisto, imprevedibile. Rendici capaci di scorgere e di gioire per l’imprevedibile novità del tuo Spirito in azione nel mondo, per lo scambio incessante e stupefacente tra cielo e terra! Donaci di collaborarvi, portando con umiltà il nostro contributo e lasciandoci arricchire dalla novità di vita, di cui ogni fratello, in te, è portatore.


1. PIER DAMIANI, Discorso 42, secondo per S. Bartolomeo.

Venerdì – XX settimana T.O.

(Rut 1, passim / Sl 145 / Mt 22, 34-40)

 

Una sola parola che è ben più che una parola sola: amare! Eppure questo, se è altamente desiderabile, non è possibile se non lasciandosi profondamente ed esigentemente amare. Tutte le leggi, ogni comandamento, ciascuno degli orientamenti che danno direzione e senso alla vita partono da questa origine profonda e intima e ad essa conducono attraverso le molte strade e i non facili percorsi della vita: <Amerai il Signore… Amerai il tuo prossimo> (Mt 22, 37.39). La domanda che viene posta al Signore Gesù dal dottore della legge è una, ma la risposta di Gesù si articola già in due parti che, in realtà, aprono a quell’infinito di declinazioni possibili che è proprio dell’amore autentico ed esigente. Alla duplice risposta, che pone accanto all’amore per Dio quello per il fratello, andrebbe subito aggiunto quello ineludibile che bisogna avere per se stessi. Così l’elenco non può mai essere concluso perché le esigenze dell’amore esigono continuamente adattamento, sensibilità e creatività.

Se la risposta del Signore Gesù dev’essere stata recepita dai suoi ascoltatori come un sollievo dinanzi all’obbligo di stretta osservanza dei 613 precetti enumerati minuziosamente dalle scuole rabbiniche, nondimeno aprirsi e impegnarsi ad amare secondo il cuore di Cristo rischia di esigere l’evangelica disponibilità non solo a perdonare, ma anche ad amare <settanta volte sette>. La conclusione del Maestro non è affatto una chiusura, ma un’ulteriore apertura su quelle sorprese che il dovere e la gioia di amare continuamente richiedono alla disponibilità e alla creatività di ciascuno. Di questa apertura e non timore di osare l’amoredi Rut è una magnifica icona. Questa donna, che pure non condivide la fede di Israele, non teme di manifestare chi è fino in fondo, fino a rivelarsi nella sua diversità e nella sua unicità. In ebraico il nome di Rut anagrammato dà proprio: Torah. Rut non è figlia di Israele, ma ha nel cuore la stessa logica di quella Torah che ispira i sentimenti e le azioni dei pii israeliti. Rut porta inciso nel suo stesso cuore e nell’intimo della sua umanità, quasi in modo naturale, il fondamento essenziale di tutti i precetti.

Da parte sua Noemi dice a Rut di stare attenta prima di caricarseli sulle spalle obbligandosi alla loro osservanza. Eppure questa donna moabita tenuta a debita distanza per la sua origine pagana si scopre e si rivela spiritualmente parente di Abramo che obbedisce al comando di Dio che risuona esattamente in questi termini: <Va’ verso il tuo cuore> (traduzione possibile di Gn 12, 1)! Mentre anche noi poniamo la domanda del dottore della Legge dobbiamo aprire il cuore ad accogliere in verità la risposta del Signore Gesù il quale, attraverso l’osservanza amorosa della legge, ci conduce verso le esigenze di un amore sempre più ampio, capace di congiungere la terra al cielo, l’amore di Dio e quello dei fratelli, la fedeltà alla storia con il desiderio dell’eternità. Così l’assoluto dell’amore di Dio ci permette di abitare e animare l’amore che dobbiamo a noi stessi, agli altri e a Dio, senza relativizzare, ma vivendo in pienezza ogni minima relazione. 

Signore Gesù, infondi nel nostro cuore, nella nostra mente, nei nostri gesti quel dinamismo di amore che si fa accoglienza della diversità e cura dei minimi particolari senza mai cedere al particolarismo. Il tuo Spirito ci doni ogni giorno la fantasia di trovare i modi più veri per dire la nostra adesione all’altro e farlo crescere.

Mercoledì – XX settimana T.O.

(Gdc 9, 6-15 / Sl 20 / Mt 20, 1-16a)

 

L’immagine del <rovo> (Gdc 9, 14) che troviamo nella parabola della prima lettura ci aiuta a comprendere meglio le figure con cui il Signore Gesù ci chiede di confrontarci nella parabola che troviamo nel Vangelo. La parola del Signore ha di mira tutti coloro – noi compresi, naturalmente – che non riescono a concepire che Dio possa comportarsi diversamente non solo da come noi stessi ci comporteremmo, ma persino di simpatizzare con modi diversi di essere e di agire talora così destabilizzanti per le nostre abitudini mentale da rappresentare un grande invito alla conversione. Alla fine dell’apologo narrato nel libro dei Giudici proprio il rovo, che non è nemmeno degno di essere chiamato albero, accetta di porsi come re degli alberi portando tutto e tutti e alla rovina. Ciò che manca al rovo è la saggezza di riconoscere di non essere un albero e di agire per questo diversamente dagli alberi, senza entrare in competizione con loro e tenendosi serenamente al suo posto.

Non possiamo che lasciarci interrogare dagli operai dell’ultima ora di cui ci parla il Signore Gesù. Alle <cinque> (Mt 20, 6) del pomeriggio, quando ormai manca un’ora soltanto alla conclusione della giornata, questi tali accettano l’invito di andare a lavorare senza chiedere affatto quale sarà la loro paga e senza neanche cedere alla tentazione di lasciar perdere, perché ormai troppo tardi. Se è vero che il padrone è <buono> (20, 15) nell’impiegare qualcuno fino all’ultimo è anche vero che questi operai si lasciano impiegare senza cedere alla disperazione e alla pigrizia confidando ben più di coloro che, sin dal mattino, hanno chiaro che la loro giornata di lavoro frutterà <un denaro> (20, 2). Si può dire che la bontà di Dio è capace, talora, di trarre frutto, anche se diversamente, anche dalla disperazione, purché questa rimanga ancora disponibile a lasciarsi vincere da una speranza non più attesa, né più pensabile.

Eppure ciò è possibile… sembra dirci la parabola! Inoltre, la parabola ci ricorda che Dio non solo può agire diversamente da noi, ma con il suo atteggiamento e la sua bontà può far fruttificare diversamente ed efficacemente delle realtà su cui non solo non investiremmo personalmente, ma su cui non amiamo che neppure altri investano in termini di benevolenza e di speranza. Come annota Giovanni Crisostomo: <Dunque se gli operai della parabola dicono che nessuno li ha presi a giornata, occorre ricordarsi della pazienza di Dio. Lui, mostra a sufficienza che ha fatto quanto poteva da parte sua, affinché tutti possano venire fin dalla prima ora del giorno. Così la parabola di Gesù ci fa vedere che gli uomini si danno a Dio in età molto diverse. E Dio vuole ad ogni costo impedire che quelli che sono stati chiamati per primi disprezzino gli ultimi>1. Un compito e una conversione da cui difficilmente siamo esenti!

Signore Gesù liberaci dalla maledizione del confronto e tienici lontano dalla presunzione di poter fare ciò che non è affatto adatto né alla nostra natura, né tantomeno alla nostra storia. Donaci la sapienza dell’ulivo, del fico e della vite, donaci la saggezza del silenzio degli operai dell’ultima ora.

 


1. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelia, 64, 3.

Giovedì – XX settimana T.O.

(Gdc 11, 29-39a / Sl 39 / Mt 22, 1-14)

 

Il Signore Gesù continuamente riprende a <parlare con parabole> (Mt 22, 1) nella speranza di toccare il nostro cuore e di aprirlo ad un coinvolgimento simile a quello che è richiesto a quanti sono invitati ad <una festa di nozze> (22,2). Accettare l’invito significa lasciarsi coinvolgere in una relazione che ha degli effetti significativi sulla stessa relazione che, in caso di rifiuto, non solo ne soffre ma ne è come interrotta. Quando reagiamo ad un invito dicendo: <Sì, ci sono!>, in realtà manifestiamo il nostro desiderio di esserci con e per l’altro, così da instaurare una relazione che va ben aldilà delle occasioni e delle motivazioni particolari. Nella versione matteana di questa parabola i primi invitati non dicono il motivo – in un certo senso in modo meno ipocrita di quanto ci viene riportato da Luca – e non accampano scuse, ma semplicemente non accettano l’invito e in questo modo dicono di non volersi coinvolgere nella relazione che viene loro offerta e, in tal modo, manifestano il loro assoluto disinteresse per ciò che loro viene proposto manifestando così di essere chiusi ermeticamente nel loro mondo.

Questo spiega il motivo per cui i destinatari primi di questa parabola siano i capi dei sacerdoti e dei farisei: coloro che si sentono autonomi nella loro vita, tanto da non sentire nessuna necessità di lasciarsi interpellare dalle situazione della vita. Di segno assolutamente diverso è ciò che ci viene narrato nella prima lettura. Iefte si fa investire dallo Spirito di Dio e accetta di farsi garante della libertà del popolo, sua figlia si fa coinvolgere interamente e drammaticamente nella vita e nella missione di suo padre senza sottrarsi, anzi rendendo persino l’immolazione della sua vita una cosa naturale e giusta: <Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli compì su di lei il voto che aveva fatto> (Gdc 11, 39). Di certo non possiamo giustificare nessun sacrificio umano né tantomeno l’immolazione cruenta di nessuna parte né di noi stessi né degli altri, ma questo racconto ci ricorda quanto una relazione liberamente accolta può coinvolgerci totalmente e serenamente.

I nostri deserti pastorali talora ci spaventano, ma in realtà essi sono semplicemente l’espressione di una non accoglienza che ferisce e che, al contempo, esige rispetto. Eppure, in ogni relazione il rispetto non può che essere reciproco. Per questo il rifiuto dei primi invitati non è più grave dell’incoscienza e della leggerezza con cui quel tale viene sorpreso tra i commensali <senza l’abito nuziale> (Mt 22, 12). Se rimane vero che il Signore ci fa accomodare, non è assolutamente vero che egli sia accomodante sia con le nostre resistenze che con le nostre inconsapevolezze e le nostre superficialità. Sia nella drammatica storia di Iefte che nella non meno drammatica parabola del difficile assenso all’invito di partecipare alle nozze, ciò che è in gioco non è il banchetto né il voto, bensì la relazione: simbolo che ci fa simbolo! Un dato rimane incontrovertibile: la nostra indifferenza e persino la nostra ostilità non possono impedire che si celebri la festa delle nozze tra Dio e l’umanità.

Signore Gesù, non permettere che rimaniamo insensibili ai molteplici inviti che ci fai attraverso gli appelli quotidiani dell’esistenza. Apri il nostro cuore perché possiamo lasciarci coinvolgere nella storia della salvezza sia nei momenti di gioia che in quelli più esigenti e rischiosi.

Martedì – XX settimana T.O.

(Gdc 6, 11-24 / Sl 84 / Mt 19, 23-30)

 

Il Signore Gesù fissa su di noi <lo sguardo> (Mt 19, 26) per farci entrare nella logica del cammello che passa <per la cruna di un ago> (Mt 19, 24) ben più facilmente di quanto un <ricco> possa ipotizzare di entrare nel Regno facendosi precedere dalle sue ricchezze. Di fronte a questo discorso del Signore Gesù sono più che giustificate sia la costernazione dei discepoli <Allora, chi può essere salvato?> (19, 25), sia la sottile ripicca di Pietro – che ci rappresenta sempre al meglio- <noi abbiamo lasciato… cosa dunque ne avremo?> (19, 27). Reagendo in questo modo i discepoli – e noi con loro – non facciamo altro che identificarci in quel <giovane> che poco fa se n’è andato <triste poiché aveva molte ricchezze> (19, 22). Sempre la grande tentazione è quella di presentarci davanti a Dio come dei cammelli che, nella Scrittura, sono segno di ricchezza (cfr. Gb 42, 12) poiché <sulle loro gobbe trasportano tesori> (Is 30, 6). Di fatto il giovane che si era presentato a Gesù si offriva al suo sguardo “ben carico” delle sue osservanze mentre il Signore gli chiede di alleggerirsi il più possibile. La risposta dei discepoli se è costernata è pure molto sincera. Tutti, infatti, o siamo o ci sentiamo dei cammelli carichi di una qualche ricchezza da offrire. In ciascuno di noi vi è una tale paura di non essere accolti nella nostra povertà da indurci a dimenarci pur di offrire qualcosa per dimostrare all’altro che valiamo qualcosa e che non siamo poi così miserabili: <Intanto, non te ne andare di qui prima che io torni a te e porti la mia offerta da presentarti> (Gdc 6, 18).

Il Signore Gesù ci pone di fronte al <difficilmente> (Mt 19, 23). È difficile entrare nella logica del Regno come dei cammelli la cui identità vale per quello che riescono o non riescono a portare formando splendide carovane come quella con cui la Regina di Saba fa visita a Salomone (1Re 10, 2). Persino Rebecca <vide Isacco e scese subito dal cammello> (Gn 26, 64) per essere da lui introdotta nella tenda dell’amore… a piedi o forse portata in braccio. Entrare nel regno esige di <passare per la porta stretta> (Mt 7, 13) che è tanto stretta da sembrare agli occhi di chi è abituato alla superficialità ben simile alla <cruna di un ago>. In questa cruna bisogna accettare di passare con un filo di sottilissima seta per essere inseriti a ricamo nella grande nappa del Regno il cui <centro è un ricamo d’amore> (Ct 3, 10). A questo ricamo si apporta, personalmente, solo un filo di splendore, ma da cui si riceve <cento volte tanto> (Mt 19, 29).

Il Signore Gesù non ci inganna, e ogni volta che egli mette dinanzi ai nostri occhi qualcosa di difficile – come fa con Gedeone quando gli dice <Va’ con questa tua forza e salva Israele> (Gdc 6, 14) – aggiunge subito che quanto è difficile non per questo è <impossibile> (Mt 19, 26). Tutto ciò nella misura in cui si accetta si seguire nudi il Cristo nudo. Solo così: <alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni> (19, 28). Tutta la vita ci è consegnata per “dimagrire” e passare da essere grossi e testardi come cammelli, ad essere docili e sottili come un filo di seta infilato da mano ferma ed esperta nella cruna di un ago per diventare quel divino ricamo <impossibile agli uomini> (19, 26) ma sempre possibile se ci lasciamo fare dalla delicata e forte mano di Dio. L’opera di Dio infatti sa aspettare tutto il tempo che ci è necessario per perdere le nostre gobbe da cammelli e sempre ci rassicura dicendo: <Resterò fino al tuo ritorno> (Gdc 6, 18). Sempre Dio attende che possiamo chiamarlo con uno dei nomi più belli: <Il Signore è pace> (Gdc 6, 24). Infatti come ricorda Giovanni della Croce: <Colui che ha un cuore che non desidera nulla, vive sempre nell'agiatezza>1.

Siamo proprio come cammelli, Signore Gesù. Ci piace essere carichi di ogni sorta di pesi e per quanto ce ne lamentiamo non sapremmo vivere leggeri. Il tuo Spirito ci ridoni quell’innocenza originale che ci rende capaci di attraversare la vita leggeri e spogli… aperti a ricevere e a donare.

 


1. GIOVANNI DELLA CROCE, Avvisi e sentenze.

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