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Lunedì, 17 Giugno 2019
Lunedì – XI settimana T.O. (2Cor 6, 1-10 / Sl 97 / Mt 5, 38-42)   Sembra ci sia persino una certa contraddizione tra ciò che il Signore Gesù ordina ai suoi discepoli e quanto, invece, l’apostolo Paolo...

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Lunedì – XI settimana T.O.

(2Cor 6, 1-10 / Sl 97 / Mt 5, 38-42)

 

Sembra ci sia persino una certa contraddizione tra ciò che il Signore Gesù ordina ai suoi discepoli e quanto, invece, l’apostolo Paolo riferisce circa il modo con cui ha cercato di far fronte alle ripetute opposizioni e persecuzioni. Nel Vangelo troviamo un imperativo che potrebbe diventare una sorta di mappa interiore che permetta, a ciascuno, di districarsi nel dedalo, normalmente complicato, della relazione con gli altri e che comporta sempre una buona dose di richieste e di esigenze: <tu lascia anche…> (Mt 5, 40). L’apostolo evoca la sua lotta apostolica con queste parole: <in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza> (2Cor 6, 4). Eppure non c’è contraddizione alcuna tra il comando del Signore e l’atteggiamento dell’apostolo: infatti, quale fermezza e forza interiori sono, necessarie, per non lasciarsi destabilizzare dai bisogni e dalle richieste di quanti condividono o incrociano il nostro cammino?

La parola del Signore libera, dentro il cuore del discepolo, una forza che è assolutamente capace di tenere insieme quella fermezza interiore in grado  di non lasciarsi troppo legare dall’esigenze - non raramente provanti  -  che vengono dagli altri. Persino davanti a chi <ti dà uno schiaffo> o <vuole portarti in tribunale> (Mt 5, 39-40), il Signore ci chiede di rimanere in atteggiamento più da spettatori sereni che da offesi imbronciati. Siamo chiamati a questo non per una sorta di eroica impassibilità, bensì per salvaguardare la nostra libertà profonda e per essere, a nostra volta, nella condizione interiore evocata così magnificamente nella prima lettura: <… come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!> (2Cor 6, 10).

Il Signore Gesù non vuole certo negare l’importanza orientativa della Legge, ma ci libera da quel confronto matematico e geometrico con l’altro dandoci così accesso alla libertà, una libertà che nasce dal fatto di non dover corrispondere in modo equivalente, ma piuttosto sempre - e sempre meglio - in modo libero e fedele a se stessi. Se si lascia che l’altro persino ci possa nuocere, abbiamo più possibilità di non diventare prigionieri delle malate - e talora  malevoli - emozioni altrui. Questo ci permetterà di essere capaci di riconoscere e di rispondere a quello che siamo nella verità della nostra profondità. Un piccolo racconto dice che un tale andava a comprare il giornale ogni mattina nella stessa edicola. Il giornalaio puntualmente lo insultava e lo maltrattava e questi reagiva ogni giorno con gentilezza: una gentilezza che era sempre  la stessa e sempre di identica intensità. Ai suoi amici che lo invitavano insistentemente a cambiare giornalaio, quell’uomo aveva risposto serenamente: <Non è lui che stabilisce come io voglia comportarmi!>. E continuò a comprare ogni mattina il giornale nella stessa edicola lasciandosi insultare, certo, ma  senza smuoversi dalla fermezza della sua gentilezza , manifestando, così, la libertà di non lasciarsi maltrattare, ma bensì di rimanere libero di decidere dove - e come - andare a comprare, ogni giorno, il giornale!

Signore Gesù, facciamo tanta fatica a lasciare correre molte delle cose che, in realtà, se ci possono turbare non ci possono comunque nuocere realmente. Donaci la capacità di custodire e incrementare, ogni giorno,  la nostra libertà interiore per essere sempre chiari nel nostro cuore e limpidi nelle nostre scelte, sempre gentili perché interiormente sovrani.

Santissima Trinità

(Pr 8, 22-31 / Sal 8 / Rm 5, 1-5 / Gv 16, 12-15)

 

Normalmente la nostra è un’immagina assai “seriosa” di Dio e, invece, la prima lettura di quest’oggi ci permette di cogliere il tratto più giocoso che è proprio di ogni relazione amorosa la quale trova, infatti, la sua origine nella stessa vita divina. Meravigliosamente il libro dei Proverbi si fa interprete della Sapienza mettendo sulla sua bocca delle parole che ci toccano il cuore: <giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo> (Pr 8, 30-31). L’immagine di una vita divina intenta da sempre e per sempre a giocare è un’apertura che ci permette di uscire da un timore impaurito dell’Altissimo per aiutarci ad entrare in relazione con la sua vita, come quando si accetta e si ama di partecipare ad un gioco che è già iniziato da tempo, e a cui non ci è impedito di aggiungerci, nella speranza che tutti si possano divertire di più. Questa visuale che ci permette di gettare uno sguardo non solo più sereno, ma anche più attraente, sulla vita di Dio lasciandoci guidare dalla parola del Signore Gesù: <Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future> (Gv 16, 13).

Mettendo insieme la suggestione che ci viene dalla prima lettura e le parole del Signore Gesù, potremmo immaginare la vita trinitaria come un continuo gioco al telefono senza fili. Al cuore della vita di Dio vi è una passione continua di comunione che si cura della relazione attraverso quella che potremmo definire una comunicazione continua. Un messaggio sembra rifluire continuamente all’interno della vita divina, un messaggio che, confluendo dal Padre nel Figlio per opera dello Spirito, raggiunge ciascuna creatura come un invito solenne ad entrare nella stessa dinamica e nello stesso stile di comunione. L’apostolo Paolo fissando l’attenzione del suo cuore su questo mistero di intima comunione divina, sembra esserne estasiato: <La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato> (Rm 5, 5).

Si tratta di entrare nel dinamismo dell’amore accettando le regole del gioco portandolo fino in fondo, proprio come il Padre ci ha rivelato, nel dono del suo Figlio, nel cui mistero pasquale riceviamo in dono una presenza ancora più profonda – lo Spirito Santo - che è consolatore e correttore di ogni nostra paura, per così procedere oltre ciò che abbiamo già sperimentato e ciò che ci sembra rassicurare i nostri passi. Celebrando la solennità della Trinità a coronamento del tempo pasquale, professiamo la nostra fede in un Dio che si è messo e continuamente si mette in gioco, per donarci l’accesso alla <grazia> (5, 2) di sentirci <in pace> (5, 1) con Lui, con noi stessi e con il mondo intero. Tocca ora a noi di giocarci dimostrando così di essere “persone” capaci di riprodurre nella nostra vita la stessa immagine di Dio che è unità proprio perché è assoluta e amorosa differenza nella sua Trinità. 

Signore, il mistero d’amore della tua santissima Trinità ci invita a danzare ed a muoverci con libertà di figli e fratelli nelle nostre relazioni. Impariamo da te, nostro padre, ad accogliere corrispondenze e diversità, ad intrecciare le nostre vite accettandone le contraddizioni, a giocare la nostra vita nell’unico campo possibile, quello del dono per amore.

Venerdì – X settimana T.O. 

(2Cor 4, 7-15 / Sl 115 / Mt 5, 27-32)

 

Il Signore Gesù sembra porci tra le mani il coltello della decisione che l’angelo arrestò quando Abramo stava per sacrificare sul monte Moria il figlio Isacco (Gn 22). Non è, infatti, contro gli altri che dobbiamo usare il coltello con cui recidiamo gli ormeggi che ci tengono prigionieri nel porto delle nostre sicurezze e delle nostre paure. È nel profondo del nostro cuore che siamo chiamati ad usare, con audacia e senza ripensamenti, il coltello della decisione contro tutto ciò che ci lega interiormente rendendoci prigionieri di passioni e timori, egoismi e illusioni i quali si rivelano infine come la nostra vera <Geènna> (Mt 5, 29). La parola del Signore Gesù non è una parola di condanna, ma vuole essere una porta di salvezza. Quando ci viene detto: <ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna> non è per farci sprofondare nel terrore, bensì per restituirci la dignità di una scelta sempre possibile per dare alla nostra vita un senso pieno in cui la nostra libertà rimane integra anche quando lo strappo delle decisioni può farci sanguinare il cuore e l’anima. 

Nelle Scritture, lo <scandalo> non si riduce al cattivo esempio e non si identifica con un semplice atto non conforme alle prescrizioni della Legge. Secondo l’etimologia, lo scandalo è un ostacolo, un laccio, un inciampo che non permette di camminare con libertà orientando la propria vita personale e relazionale verso il meglio intenso come tutto ciò che ci fa bene e ci fa compiere il bene. Mentre la logica dell’egoismo inclina a considerare il proprio vantaggio e a misurare – per evitarlo – il proprio svantaggio, il Signore Gesù invita a mettere sempre l’altro al primo posto e a ricordarsi che ogni abbandono <espone> l’altro a un eccesso di fragilità che può metterlo in pericolo. Così l’ultima parola del vangelo di oggi acquista una valenza meno giuridica e ben più simbolica e paradigmatica: <Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio> (5, 32).

Con un linguaggio paradossale come il privarsi dell’<occhio> e della <mano>, il Signore Gesù ci insegna a curare le nostre passioni tagliandole alle radici che affondano sempre nel nostro cuore ove insorgono gli ostacoli veri alla pienezza di una vita accolta e condivisa. L’esigenza è stupenda e il <tesoro> è così grande da sgomentare i <vasi di creta> (2Cor 4, 7) che siamo. Proprio in questi vasi siamo chiamati a lasciar agire e decantare la <straordinaria potenza> la quale, se <appartiene a Dio>, è comunque partecipata alla nostra libertà di creature. Non ci resta che rimetterci in cammino per comprendere ogni giorno – talora è necessario rinnovare la nostra decisione ad ogni istante – che cosa, nella nostra vita, va tagliato. Ciò  non si fa per mortificarla, bensì per dare speranza di nuovi germogli che siano promessa di frutti buoni e gustosi. Se un albero non lo si pota mai il rischio è che diventi sempre meno fecondo… sempre meno se stesso. 

Signore Gesù, la tua parola talvolta è come un coltello che sembra affondare nella carne viva delle nostre indecisioni e dei nostri continui rimandi. Eppure, te ne preghiamo, non smettere di provocare la nostra libertà fino a restituirle la sua dignità e la sua verità.

Sabato – X settimana T.O.

(2Cor 5, 14-21 / Sl 102 / Mt 5, 33-37)

 

L’apostolo Paolo sembra levare un grido che è in grado di raggiungere, fino a toccare e scuotere ancora, il nostro cuore: <l’amore del Cristo ci possiede> (2Cor 5, 14). Questa splendida affermazione potrebbe diventare un’esigentissima domanda: <L’amore di Cristo ci possiede?>. Quando si pensa alla “possessione” si pensa quasi automaticamente, e talora in modo alquanto malato, a qualcosa che ha a che fare con le forze che si oppongono – dentro e fuori di noi – ai dinamismi della grazia. Paolo ci ricorda che vi è la possibilità di lasciarsi possedere dall’amore del Cristo, un amore che diventa il luogo di genesi di ogni altro amore necessario alla bellezza della nostra vita come pure della vita degli altri. La parola tagliente del Signore Gesù getta ancora più luce sull’affermazione paolina: <Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno> (Mt 5, 37). In questo detto infuocato del Signore con cui rischiamo di scottarci ogni giorno l’anima, è racchiuso un criterio di discernimento assolutamente necessario: <il di più viene dal Maligno>.

Ciò significa che tutto ciò che è ispirato nel nostro cuore dalla grazia di Dio, porta il segno dell’essenzialità, della discrezione e del basso profilo. Sono questi atteggiamenti che si basano sulla coscienza calma della propria realtà segnata dalla bellezza di un limite da accogliere ogni giorno: <Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello> (5, 36). Non avere bisogno di fare giuramenti significa dare alla propria parola un peso che nasce dal cuore e dalla responsabilità nel portare le conseguenze di quanto viene proferito dalla bocca. Appoggiarsi sull’autorità del <cielo> e della <terra>, di <Gerusalemme> e perfino sulla propria <testa> (5, 34-35), per il Signore Gesù sono tutte formule apparentemente solenni, che evidenziano, in realtà, un vuoto profondo che non sarebbe degno di fiducia. Il Signore ci invita ad usare la parola come luogo di impegno assumendo la stessa attitudine divina che, con la sua parola franca, crea e continuamente ricrea nella sua misericordia e nel suo perdono.

Se entriamo in questo respiro, intriso di una semplicità disarmante, ci troveremo nello stesso dinamismo che anima il continuo movimento delle maree della creazione e della redenzione. Allora, per usare una delle più belle immagini paoline, non guarderemo più la realtà alla <maniera umana> (2Cor 5, 16), ma con la stessa fiducia e lo stesso coinvolgimento che sono di Dio. Per questo, ad ognuno è richiesta un’esigente disciplina della parola, la stessa che nasce da un profondo ordine del cuore. La reciproca lealtà e il richiamo umile al fondamento della Parola, non hanno bisogno di altre garanzie se non quelle che vengono da un amore autentico. Come annotava nel suo Diario, Etty Hillesum: <ogni giorno abbiamo il compito di cercare e di trovare due parole essenziali capaci di dire l’essenziale della vita che è sempre come una pausa tra due parole, tra due amorevoli silenzi>.

Signore Gesù, sono tante – innumerevoli – le parole che pronunciamo ogni giorno, talora parliamo persino nel sonno e parlano i nostri silenzi corrucciati o amorevoli, come pure parlano i nostri occhi, le nostra mani, i nostri piedi. Insegnaci a chiederci sempre cosa vogliamo veramente dire e rendici più lenti nell’aprire la bocca e più attenti ad aprire il cuore.

Giovedì – X settimana T.O.

(2Cor 3, 15-4, 1-6 / Sl 84 / Mt 5, 20-26)

 

Ascoltando la parola del vangelo potremmo – a ragione – porci una domanda: come superare la giustizia dello scriba e del fariseo che sempre – in un modo o nell’altro – abitano il nostro cuore? La posta in gioco è veramente alta per cui non possiamo in alcun modo tergiversare: <non entrerete nel regno dei cieli> (Mt 5, 20). Il Signore Gesù attraverso la sua parola ci permette di comprendere in che cosa consista l’entrare oppure il restare fuori dalla logica del regno. Questa logica, in una parola, non consiste in niente altro se non in una capacità crescente di accogliere non solo intellettualmente ma nel più profondo del proprio cuore: <lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio> (2Cor 4, 4). Per l’apostolo Paolo è chiaro che non basta leggere, ascoltare e meditare la Torah e, per estensione, non basta neppure avere tra le mani il testo dei vangeli poiché sempre <un velo è steso sul cuore> (3, 15). Esso è una sorta di impedimento all’opera dello Spirito la cui presenza e la cui azione trasformante è indicata da un crescente grado e qualità di <libertà> (3, 17). La parola dell’apostolo è potente ed è ammaliante: <e noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore> (3, 18).

La domanda si pone: Come verificare e discernere se la nostra vita realmente rispecchia la <gloria del Signore> fino a diventare uno specchio della sua <azione> dentro di noi e nella stessa storia? Il Signore Gesù ci dà come criterio quello che potremmo definire lo “specchio del fratello”! La relazione con l’altro, talora in modo spietato, è capace di metterci davanti alla verità del nostro cuore. Con una piccola parabola che conclude la pericope del vangelo il Signore Gesù ci mette di fronte alla serietà di questa prova: <Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione> (Mt 5, 25). Ce ne sarebbe già a sufficienza, ma il testo aggiunge quasi per evitare ogni fraintendimento: <In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!> (5, 26). Non si tratta certo di terrorismo psicologico, bensì di un aiuto a non perdere il contatto con la realtà del <vangelo> (2Cor 4, 3) che rimane <velato per coloro che si perdono> proprio perché incapaci di riconoscere nel fratello il sacramento del <volto di Cristo> (4, 6). Superare la giustizia <degli scribi e dei farisei> (Mt 5, 20) significa rifiutare <le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità> (2Cor 4, 2) che passa sempre attraverso il fratello accolto per quello che è e in tutto il suo imprescindibile mistero: <Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio…> (5, 22).

Questo vale non solo nelle nostre relazioni quotidiane, ma persino quando cerchiamo di metterci in comunione con Dio: <se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te…> (5, 23). Sembra proprio che non possiamo mai separarci dallo specchietto del fratello per riflettere <come in uno specchio la gloria del Signore (2Cor 3, 18). In realtà, è questo che ci garantisce dal pericolo “farisaico” più grande e pericoloso e poter dire invece con l’apostolo: <Noi infatti non predichiamo noi stessi ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù> (4, 5).

Signore Gesù, infondi in noi il coraggio di guardarci allo specchio dell’altro e sostenere la prova del confronto quotidiano con i nostri fratelli e sorelle in umanità. Non lasciare che il nostro cuore ceda alla dissimulazione che, in realtà, ci lascia soli in un mondo che ci assomiglia troppo tanto da essere tremendamente triste.

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