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Troppo
Martedì, 27 Giugno 2017
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Venerdì

(2Cor 11, passim / Sl 33 / Mt 6, 19-23)

Chiaro

La parola del Signore Gesù che conclude il vangelo non è poi così immediatamente chiara: <Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!> (Mt 6, 23). Naturalmente il Signore non si riferisce semplicemente, ma simbolicamente, alla <lucerna del corpo che è l'occhio>> (6, 22), ma quell'occhio interiore che permette di vedere le cose nella verità e nella limpidezza. Giovanni Climimaco proprio concludendo il capitolo de La scala del Paradiso sul discernimento spirituale dice: <Il corpo vede con i due occhi sensibili, il discernimento tra spirituale e materiale si illumina per via degli occhi del cuore>1. Più precisamente, la Tradizione ama parlare di questa lucerna interiore al singolare indicandovi e riconoscendovi quel terzo occhio così caro all'Oriente che è capace di vedere le cose, le persone, gli avvenimenti, se stessi perfino, in modo <chiaro> (6, 27). Uno degli ambiti in cui si esercita quest'arte del discernimento è proprio la capacità di saper distinguere il giusto grado di uso dei beni della terra che vanno non solo gestiti e di cui bisogna anche godere, ma da cui, al contempo, bisogna tenere il cuore profondamente libero.

Per questo, il duplice invito del Signore Gesù risuona in questi termini: <non accumulatevi tesori sulla terra... accumulatevi tesori nel cielo> (6, 19-20). Questo non per un motivo di rinuncia afflittiva e mortificante fine a se stessa o per un disprezzo ingiusto delle realtà create per la nostra gioia e per il nostro godimento, bensì per una giusta considerazione della realtà esterna e – ancora più significativamente – per rispetto a se stessi e alla propria libertà: <Perché là dov'è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore> (6, 21). Di questa chiarezza e limpidezza di sguardo è testimone l'apostolo Paolo il quale sa parlare di se stesso, della propria vita e del proprio ministero a servizio del vangelo fino a <dire una pazzia> (2Cor 11, 23). Ma il criterio che gli permette persino di vantarsi (11, 21), mettendo in luce il proprio cammino come esempio ispirativo per tutti, è esattamente questo profondo distacco da se stesso che pone al centro e al cuore del suo vivere <la preoccupazione per tutte le Chiese> (11, 28) e l'attenzione ai più piccoli: <Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? Se è necessario vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce alla mia debolezza> (11, 29).

Coniugando le due letture che la Liturgia oggi ci propone, siamo sensibilizzati a quello che si può definire "il tesoro della nostra debolezza" che non ha niente a che vedere con un debolismo malatticcio e ripiegato, ma con la capacità di rendere chiaro e onesto il nostro sguardo. Se l'ascolto quotidiano della Parola dona all'occhio del nostro cuore una certa limpidezza, allora ogni cosa, ogni realtà, ogni persona e persino gli elementi che costituiscono e caratterizzano la nostra identità personale, come le emozioni e i sentimenti, troveranno il loro giusto posto arricchendo e non dilapidando il <tesoro> (Mt 6, 21) che niente e nessuno potrà violare, ma di cui tutti potranno godere a conforto della comune <debolezza> (2Cor 11, 30)

 

[1] GIOVANNI CLIMACO, La scala del paradiso, XXVI.

 

 

Sabato

(2Cor 12, 1-10 / Sl 33 / Mt 6, 24-34)

Provvidenza

La parola con cui si conclude il vangelo suona così: <A ciascun giorno basta la sua pena> (Mt 6, 34) che andrebbe tradotto più precisamente con "a ciascun giorno basta il peso di se stesso". Come spiega Giovanni Crisostomo <Gesù non ci proibisce di seminare ma dice che non dobbiamo affannarci> e ancora <non ci vieta di lavorare, ma non vuole che siamo senza fiducia, non vuole che ci tormentiamo nell'inquietudine e nelle preoccupazioni>2. Come pure il Signore Gesù non vuole che cediamo alla tentazione di lasciarci andare ad un'idea di Provvidenza che sconfini nel fatalismo e in una sorta di assistenzialismo divino bensì ci chiede con forza di farci carico fino in fondo di tutto ciò che possiamo fare "oggi" per cercare <prima il regno di Dio e la sua giustizia> (6, 33). Non deve assolutamente sfuggirci il contesto in cui il Signore Gesù invita ed esorta a non affannarsi né preoccuparsi. Si tratta del contesto di una scelta libera, responsabile e consapevole: <Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro> (6, 24). Lungi dal cadere in una sorta di limbo della volontà in attesa di essere teleguidati, la fiducia radicale in Dio è il frutto e il segno di una scelta assoluta e consapevole per Lui! Di questa fiducia assoluta in cui si esercita attivamente l'abbandono disarmato e disarmante della fede, ci testimonia l'apostolo Paolo che, dopo aver parlato di tutte le sue disavventure esterne non esita a parlare anche delle sue sofferenze e scissioni interiori senza perdere la calma e la pace fino a dire: <Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori (ina episkénòse=affinché pianti la tenda) in me la potenza di Cristo. Anche questo è un testo che, al pari della fiducia nella Provvidenza, può diventare ambiguo fino a stravolgere l'intenzione dell'apostolo. Non si tratta di scivolare in un debolismo amorfo bensì di accogliere tutta la complessità del proprio "oggi" e della propria realtà incarnata fatta di <rivelazioni> mai disgiunte da <una spina nella carne> (2Cor 12, 7). E così – al cuore dell'ambiguità e complessità del proprio reale – lasciare che ponga la sua <tenda> (Gv 1, 14) proprio <la potenza di Cristo>. Come spiega Olivier Boulnois: <La Provvidenza non è né indifferenza né trionfalismo, il suo fine non è quello di proteggere eroicamente la creatura né da farle subire passivamente il male ma cerca il bene essenziale della persona donandoci ogni cosa a nostra misura che è la libertà>. Per questo tutto il cammino nella fiducia che viene richiesto al discepolo è altresì un processo di consapevolezza e di libertà che permette – ogni giorno secondo le esigenze e le sfide del momento presente – di scegliere chi <servire> (Mt 6, 24) nel senso proprio di chi sa e vuole amare. Diamo di nuovo la parola al Patriarca di Costantinopoli che dice ancora riferendosi a Paolo: <Dopo avere infatti biasimato e rimproverato i Corinzi per il fatto che, pure amati, non avevano corrisposto all'amore, anzi erano stati ingrati e avevano dato ascolto a gente malvagia, mitiga il rimprovero dicendo: "Fateci posto nei vostri cuori" (2Cor 7, 2), cioè amateci. Niente spinge tanto all'amore chi è amato, quanto il sapere che colui che ama desidera ardentemente di essere corrisposto>3. Non è forse questa la fiducia nella Provvidenza: amare perché ci sappiamo amati e perciò non avere motivo di preoccuparci? Chi si sente amato si sa, infatti, al sicuro nonostante tutto!

 

[2] GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul vangelo di Giovanni, 21, 3.

[3] GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi, 14, 1

 

 

Ss. Corpo e Sangue di Cristo

(Dt 8 passim / Sal 147 / 1Cor 10, 16-17 / Gv 6, 51-58)

Pane duro

Celebrare la solennità del Corpo e Sangue di Cristo può essere una splendida occasione per fare il punto sul nostro essere <un corpo solo> (1Cor 10, 16-17). Ma essere un corpo solo in Cristo è una sfida per nulla poetica e semplice come può apparire la bianchissima e impalpabile "ostia" che siamo abituati a contemplare nell'ostensorio. Il pane e il vino della <comunione> (1Cor 10, 16) è, in realtà, il duro pane da cui sgorga come dalla <roccia durissima> del deserto (Dt 8, 16) l'acqua della vita. E il <calice della benedizione che noi benediciamo> (1Cor 10, 16) non è semplice banchetto di condivisione e di gioia ma – e qui il dogma cattolico dimostra la sua dolcissima forza – è anche "sacrificio" nel senso di accettazione della "legge del sangue" nella nostra vita e nella nostra storia. Il Signore Gesù non ci illude ma ci dice con una chiarezza e una forza sorprendenti: <così anche colui che mangia di me vivrà per me> (Gv 6, 57). Questo "vivere per" che ci permette alfine di "vivere in" non è cosa agevole ma passa per la macina e il torchio in cui l'attaccamento a noi stessi viene ridotto da grano in farina, da uva in mosto per diventare poi – solo poi! – pane e vino. E tutte queste operazioni non sono "naturali" ma profondamente e duramente umane in cui il <lavoro> (Gn 2, 2) di Dio diventa tutt'uno con il nostro <sudore> (Gn 3, 19) trasformando i doni in conquista e ogni conquista in un dono.

Quando il Signore Gesù dice con solennità: <Io sono il pane vivo, disceso dal cielo> (Gv 6, 51) vuole dire che in lui, nella sua vita e nella sua storia di fedeltà al Padre si è compiuto tutto <il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore> (Dt 8, 2). Solo dopo averti <umiliato e fatto provare la fame> (Dt 8, 3) solo allora e cioè <poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi>. Se il Signore può dire di essere <il pane vivo> (Gv 6, 51) è perché ha accettato nella sua vita di passare/fare Pasqua <per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni> (Dt 8, 15) che rischia di essere una immagine adeguata ed espressiva del nostro stesso cuore in cui accogliamo la manna dell'Eucaristia come cibo e bevanda ma pure come medicina e viatico. Ogni volta che ci nutriamo del Corpo e Sangue di Cristo risuona l'invito: <ricordati di tutto...> (Dt 8, 2)! La nostra tendenza invece sarebbe proprio quella di dimenticare tutto mentre ci accostiamo ai Misteri. Il Corpo e Sangue di Cristo sono il farmaco dell'immortalità, il principio di eternità posto nella nostra durissima realtà perché venga trasformata permettendoci di trasformare la nostra natura di <serpenti velenosi e di scorpioni> (Dt 8, 15).

 

 

Lunedì

(Gn 12, 1-9 / Sl 32 / Mt 7, 1-5)

Accamparsi

Gli inizi se sono sempre difficili sono anche sempre commoventi e toccanti! E oggi la liturgia ci offre la possibilità di commuoverci di nuovo davanti all'inizio del cammino del nostro padre nella fede, di Abram che <partì come gli aveva ordinato il Signore> e il testo ci fa notare che non si tratta di un ragazzino in cerca di avventure poiché <aveva settantacinque anni quando lasciò Carran> (Gn 12, 4). Sono tanti? Sono pochi? La realtà e che sono giusti gli anni di Abram perché sono quelli che gli permettono finalmente di accogliere un invito da parte del Signore e di acconsentirvi. Anche per ciascuno di noi dovrà scoccare l'ora non solo dell'appello da parte del Signore ma del nostro essere pronti e capaci di intenderlo, di decifrarlo e di rispondervi realmente con lo stesso dinamismo di Abram e di quanti sono con lui i quali tutti insieme <si incamminarono verso...> (12, 5). D'ora in poi la vita di Abram non sarà altro che un lungo pellegrinaggio segnato da incontri con Dio e dalla grande fatica di piantare e riavvolgere <la tenda> (12, 8) diventando così l'icona dell'uomo in cammino e il modello per una Chiesa e un'umanità in cammino la cui bussola è una parola e una promessa <ti benedirò... diventerai una benedizione> (12, 2). Tutta la vita e l'esperienza di Abram è come segnata da questo lento – talora difficile – entrare in modo talmente profondo nel mistero della benedizione di Dio sulla propria vita da diventare memoria vivente per tutti che Dio benedice continuamente e apre sempre nuovi orizzonti perché la vita – come fu nei giorni della creazione – si dilati e si arricchisca sempre di più. Eppure sembra che la benedizione sia inderogabilmente legata a quella che frère Roger di Taizé indicava come <la dinamica del provvisorio> e che potremmo ridire come <logica della tenda>. Il testo della prima lettura si conclude così: <Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb> (12, 9). Da Abram siamo chiamati ad imparare ad "accamparci" con semplicità e gratitudine e nella coscienza che siamo ospiti della terra e non padroni. Se questo vale per quanto riguarda lo spazio che ci è permesso di occupare vale ancora di più nei confronti dei nostri fratelli e sorelle in umanità verso i quali siamo obbligati a comportarci con infinita delicatezza e senza accampare nessun diritto. Se matura in noi la coscienza di non poter accampare nessun diritto ma solo di essere grati di poter piantare la nostra tenda accanto a quella di altri uomini e donne in cammino <verso> la propria verità e pienezza, allora la parola del Signore Gesù ci sembrerà un vero e proprio vademecum: <non giudicate, per non essere giudicati> (Mt 7, 1). Del resto risulta chiaro che un giudizio si rende possibile solo quando si reputa che un'opera sia compiuta se, invece, siamo sempre più consapevoli di essere – noi stessi e gli altri – delle opere incompiute e che ciascuno è ancora in cammino, allora non si potrà che chiedere e offrire pazienza. Lungi da noi accampare diritti sulla vita del fratello fino a dire con falsa gentilezza: <Permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio> (7, 4)! Al contrario sia nostro desiderio accamparci accanto al fratello per cercar con lui la strada della vita e fare insieme esperienza della divina benedizione e misericordia tanto da costruire <un altare> all'Unico che vede ogni cosa e che tutti guarisce.