Oggi è la parola

IV Domenica di Pasqua
Sabato, 21 Aprile 2018
(At 4, 8-12 / sal 117 / 1Gv 3, 1-2 / Gv 10, 11-18))   L’apostolo Giovanni ci fa entrare nel mistero di questa domenica sia attraverso il testo del Vangelo che attraverso le parole della seconda...

Ultime news

Vi invitiamo, all'occasione dell'uscita di questo nuovo libro di fr. MichaelDavide, a visitare e frequentare il nostro blog, come luogo di condivisione e crescita del cammino umano-spirituale!   Preti...

Venerdì

(2Cor 11, passim / Sl 33 / Mt 6, 19-23)

Chiaro

La parola del Signore Gesù che conclude il vangelo non è poi così immediatamente chiara: <Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!> (Mt 6, 23). Naturalmente il Signore non si riferisce semplicemente, ma simbolicamente, alla <lucerna del corpo che è l'occhio>> (6, 22), ma quell'occhio interiore che permette di vedere le cose nella verità e nella limpidezza. Giovanni Climimaco proprio concludendo il capitolo de La scala del Paradiso sul discernimento spirituale dice: <Il corpo vede con i due occhi sensibili, il discernimento tra spirituale e materiale si illumina per via degli occhi del cuore>1. Più precisamente, la Tradizione ama parlare di questa lucerna interiore al singolare indicandovi e riconoscendovi quel terzo occhio così caro all'Oriente che è capace di vedere le cose, le persone, gli avvenimenti, se stessi perfino, in modo <chiaro> (6, 27). Uno degli ambiti in cui si esercita quest'arte del discernimento è proprio la capacità di saper distinguere il giusto grado di uso dei beni della terra che vanno non solo gestiti e di cui bisogna anche godere, ma da cui, al contempo, bisogna tenere il cuore profondamente libero.

Per questo, il duplice invito del Signore Gesù risuona in questi termini: <non accumulatevi tesori sulla terra... accumulatevi tesori nel cielo> (6, 19-20). Questo non per un motivo di rinuncia afflittiva e mortificante fine a se stessa o per un disprezzo ingiusto delle realtà create per la nostra gioia e per il nostro godimento, bensì per una giusta considerazione della realtà esterna e – ancora più significativamente – per rispetto a se stessi e alla propria libertà: <Perché là dov'è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore> (6, 21). Di questa chiarezza e limpidezza di sguardo è testimone l'apostolo Paolo il quale sa parlare di se stesso, della propria vita e del proprio ministero a servizio del vangelo fino a <dire una pazzia> (2Cor 11, 23). Ma il criterio che gli permette persino di vantarsi (11, 21), mettendo in luce il proprio cammino come esempio ispirativo per tutti, è esattamente questo profondo distacco da se stesso che pone al centro e al cuore del suo vivere <la preoccupazione per tutte le Chiese> (11, 28) e l'attenzione ai più piccoli: <Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? Se è necessario vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce alla mia debolezza> (11, 29).

Coniugando le due letture che la Liturgia oggi ci propone, siamo sensibilizzati a quello che si può definire "il tesoro della nostra debolezza" che non ha niente a che vedere con un debolismo malatticcio e ripiegato, ma con la capacità di rendere chiaro e onesto il nostro sguardo. Se l'ascolto quotidiano della Parola dona all'occhio del nostro cuore una certa limpidezza, allora ogni cosa, ogni realtà, ogni persona e persino gli elementi che costituiscono e caratterizzano la nostra identità personale, come le emozioni e i sentimenti, troveranno il loro giusto posto arricchendo e non dilapidando il <tesoro> (Mt 6, 21) che niente e nessuno potrà violare, ma di cui tutti potranno godere a conforto della comune <debolezza> (2Cor 11, 30)

 

[1] GIOVANNI CLIMACO, La scala del paradiso, XXVI.

 

 

Sabato

(2Cor 12, 1-10 / Sl 33 / Mt 6, 24-34)

Provvidenza

La parola con cui si conclude il vangelo suona così: <A ciascun giorno basta la sua pena> (Mt 6, 34) che andrebbe tradotto più precisamente con "a ciascun giorno basta il peso di se stesso". Come spiega Giovanni Crisostomo <Gesù non ci proibisce di seminare ma dice che non dobbiamo affannarci> e ancora <non ci vieta di lavorare, ma non vuole che siamo senza fiducia, non vuole che ci tormentiamo nell'inquietudine e nelle preoccupazioni>2. Come pure il Signore Gesù non vuole che cediamo alla tentazione di lasciarci andare ad un'idea di Provvidenza che sconfini nel fatalismo e in una sorta di assistenzialismo divino bensì ci chiede con forza di farci carico fino in fondo di tutto ciò che possiamo fare "oggi" per cercare <prima il regno di Dio e la sua giustizia> (6, 33). Non deve assolutamente sfuggirci il contesto in cui il Signore Gesù invita ed esorta a non affannarsi né preoccuparsi. Si tratta del contesto di una scelta libera, responsabile e consapevole: <Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro> (6, 24). Lungi dal cadere in una sorta di limbo della volontà in attesa di essere teleguidati, la fiducia radicale in Dio è il frutto e il segno di una scelta assoluta e consapevole per Lui! Di questa fiducia assoluta in cui si esercita attivamente l'abbandono disarmato e disarmante della fede, ci testimonia l'apostolo Paolo che, dopo aver parlato di tutte le sue disavventure esterne non esita a parlare anche delle sue sofferenze e scissioni interiori senza perdere la calma e la pace fino a dire: <Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori (ina episkénòse=affinché pianti la tenda) in me la potenza di Cristo. Anche questo è un testo che, al pari della fiducia nella Provvidenza, può diventare ambiguo fino a stravolgere l'intenzione dell'apostolo. Non si tratta di scivolare in un debolismo amorfo bensì di accogliere tutta la complessità del proprio "oggi" e della propria realtà incarnata fatta di <rivelazioni> mai disgiunte da <una spina nella carne> (2Cor 12, 7). E così – al cuore dell'ambiguità e complessità del proprio reale – lasciare che ponga la sua <tenda> (Gv 1, 14) proprio <la potenza di Cristo>. Come spiega Olivier Boulnois: <La Provvidenza non è né indifferenza né trionfalismo, il suo fine non è quello di proteggere eroicamente la creatura né da farle subire passivamente il male ma cerca il bene essenziale della persona donandoci ogni cosa a nostra misura che è la libertà>. Per questo tutto il cammino nella fiducia che viene richiesto al discepolo è altresì un processo di consapevolezza e di libertà che permette – ogni giorno secondo le esigenze e le sfide del momento presente – di scegliere chi <servire> (Mt 6, 24) nel senso proprio di chi sa e vuole amare. Diamo di nuovo la parola al Patriarca di Costantinopoli che dice ancora riferendosi a Paolo: <Dopo avere infatti biasimato e rimproverato i Corinzi per il fatto che, pure amati, non avevano corrisposto all'amore, anzi erano stati ingrati e avevano dato ascolto a gente malvagia, mitiga il rimprovero dicendo: "Fateci posto nei vostri cuori" (2Cor 7, 2), cioè amateci. Niente spinge tanto all'amore chi è amato, quanto il sapere che colui che ama desidera ardentemente di essere corrisposto>3. Non è forse questa la fiducia nella Provvidenza: amare perché ci sappiamo amati e perciò non avere motivo di preoccuparci? Chi si sente amato si sa, infatti, al sicuro nonostante tutto!

 

[2] GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul vangelo di Giovanni, 21, 3.

[3] GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi, 14, 1

 

 

Ss. Corpo e Sangue di Cristo

(Dt 8 passim / Sal 147 / 1Cor 10, 16-17 / Gv 6, 51-58)

Pane duro

Celebrare la solennità del Corpo e Sangue di Cristo può essere una splendida occasione per fare il punto sul nostro essere <un corpo solo> (1Cor 10, 16-17). Ma essere un corpo solo in Cristo è una sfida per nulla poetica e semplice come può apparire la bianchissima e impalpabile "ostia" che siamo abituati a contemplare nell'ostensorio. Il pane e il vino della <comunione> (1Cor 10, 16) è, in realtà, il duro pane da cui sgorga come dalla <roccia durissima> del deserto (Dt 8, 16) l'acqua della vita. E il <calice della benedizione che noi benediciamo> (1Cor 10, 16) non è semplice banchetto di condivisione e di gioia ma – e qui il dogma cattolico dimostra la sua dolcissima forza – è anche "sacrificio" nel senso di accettazione della "legge del sangue" nella nostra vita e nella nostra storia. Il Signore Gesù non ci illude ma ci dice con una chiarezza e una forza sorprendenti: <così anche colui che mangia di me vivrà per me> (Gv 6, 57). Questo "vivere per" che ci permette alfine di "vivere in" non è cosa agevole ma passa per la macina e il torchio in cui l'attaccamento a noi stessi viene ridotto da grano in farina, da uva in mosto per diventare poi – solo poi! – pane e vino. E tutte queste operazioni non sono "naturali" ma profondamente e duramente umane in cui il <lavoro> (Gn 2, 2) di Dio diventa tutt'uno con il nostro <sudore> (Gn 3, 19) trasformando i doni in conquista e ogni conquista in un dono.

Quando il Signore Gesù dice con solennità: <Io sono il pane vivo, disceso dal cielo> (Gv 6, 51) vuole dire che in lui, nella sua vita e nella sua storia di fedeltà al Padre si è compiuto tutto <il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore> (Dt 8, 2). Solo dopo averti <umiliato e fatto provare la fame> (Dt 8, 3) solo allora e cioè <poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi>. Se il Signore può dire di essere <il pane vivo> (Gv 6, 51) è perché ha accettato nella sua vita di passare/fare Pasqua <per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni> (Dt 8, 15) che rischia di essere una immagine adeguata ed espressiva del nostro stesso cuore in cui accogliamo la manna dell'Eucaristia come cibo e bevanda ma pure come medicina e viatico. Ogni volta che ci nutriamo del Corpo e Sangue di Cristo risuona l'invito: <ricordati di tutto...> (Dt 8, 2)! La nostra tendenza invece sarebbe proprio quella di dimenticare tutto mentre ci accostiamo ai Misteri. Il Corpo e Sangue di Cristo sono il farmaco dell'immortalità, il principio di eternità posto nella nostra durissima realtà perché venga trasformata permettendoci di trasformare la nostra natura di <serpenti velenosi e di scorpioni> (Dt 8, 15).

 

 

Lunedì

(Gn 12, 1-9 / Sl 32 / Mt 7, 1-5)

Accamparsi

Gli inizi se sono sempre difficili sono anche sempre commoventi e toccanti! E oggi la liturgia ci offre la possibilità di commuoverci di nuovo davanti all'inizio del cammino del nostro padre nella fede, di Abram che <partì come gli aveva ordinato il Signore> e il testo ci fa notare che non si tratta di un ragazzino in cerca di avventure poiché <aveva settantacinque anni quando lasciò Carran> (Gn 12, 4). Sono tanti? Sono pochi? La realtà e che sono giusti gli anni di Abram perché sono quelli che gli permettono finalmente di accogliere un invito da parte del Signore e di acconsentirvi. Anche per ciascuno di noi dovrà scoccare l'ora non solo dell'appello da parte del Signore ma del nostro essere pronti e capaci di intenderlo, di decifrarlo e di rispondervi realmente con lo stesso dinamismo di Abram e di quanti sono con lui i quali tutti insieme <si incamminarono verso...> (12, 5). D'ora in poi la vita di Abram non sarà altro che un lungo pellegrinaggio segnato da incontri con Dio e dalla grande fatica di piantare e riavvolgere <la tenda> (12, 8) diventando così l'icona dell'uomo in cammino e il modello per una Chiesa e un'umanità in cammino la cui bussola è una parola e una promessa <ti benedirò... diventerai una benedizione> (12, 2). Tutta la vita e l'esperienza di Abram è come segnata da questo lento – talora difficile – entrare in modo talmente profondo nel mistero della benedizione di Dio sulla propria vita da diventare memoria vivente per tutti che Dio benedice continuamente e apre sempre nuovi orizzonti perché la vita – come fu nei giorni della creazione – si dilati e si arricchisca sempre di più. Eppure sembra che la benedizione sia inderogabilmente legata a quella che frère Roger di Taizé indicava come <la dinamica del provvisorio> e che potremmo ridire come <logica della tenda>. Il testo della prima lettura si conclude così: <Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb> (12, 9). Da Abram siamo chiamati ad imparare ad "accamparci" con semplicità e gratitudine e nella coscienza che siamo ospiti della terra e non padroni. Se questo vale per quanto riguarda lo spazio che ci è permesso di occupare vale ancora di più nei confronti dei nostri fratelli e sorelle in umanità verso i quali siamo obbligati a comportarci con infinita delicatezza e senza accampare nessun diritto. Se matura in noi la coscienza di non poter accampare nessun diritto ma solo di essere grati di poter piantare la nostra tenda accanto a quella di altri uomini e donne in cammino <verso> la propria verità e pienezza, allora la parola del Signore Gesù ci sembrerà un vero e proprio vademecum: <non giudicate, per non essere giudicati> (Mt 7, 1). Del resto risulta chiaro che un giudizio si rende possibile solo quando si reputa che un'opera sia compiuta se, invece, siamo sempre più consapevoli di essere – noi stessi e gli altri – delle opere incompiute e che ciascuno è ancora in cammino, allora non si potrà che chiedere e offrire pazienza. Lungi da noi accampare diritti sulla vita del fratello fino a dire con falsa gentilezza: <Permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio> (7, 4)! Al contrario sia nostro desiderio accamparci accanto al fratello per cercar con lui la strada della vita e fare insieme esperienza della divina benedizione e misericordia tanto da costruire <un altare> all'Unico che vede ogni cosa e che tutti guarisce.