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Sabato, 24 Agosto 2019
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Lunedì – V settimana T.P.

(At 14, 5-18 / Sl 113B / Gv 14, 21-26)

 

Nella prima lettura ci troviamo ad un certo punto in un momento riccamente pieno di suspense quando un uomo paralizzato <che non aveva mai camminato> (At 14, 8) sembra magnetizzato dalla presenza e dalla parola di Paolo. Tra quest’uomo nato paralitico e l’apostolo che ormai vive <evangelizzando> (14, 7) il mondo che gli è possibile raggiungere con i suoi viaggi e i suoi scritti, si crea un’intesa profondissima: al contempo intima e segreta e che pure si manifesta con un incremento di vita che crea stupore ed è occasione di conversione. Si dice che Paolo: <fissandolo con lo sguardo e vedendo che aveva fede di essere salvato…> (14, 9) non fece altro che rendere visibile all’esterno quel dinamismo che già lo aveva salvato nell’intimo del suo cuore. Ed è a questo punto che avviene un malinteso! La gente si concentra completamente sugli apostoli e sembra dimenticare il non-più-paralitico dimostrando così di non aver capito che cosa sia veramente avvenuto e che la cosa più importante non è la capacità taumaturgica degli apostoli, ma quella <fede> che, attraverso gli apostoli, si è risvegliata nel cuore di quest’uomo.

La folla insieme al sacerdote vorrebbero offrire un sacrificio, e gli apostoli non cedono assolutamente alla tentazione di diventare delle divinità e approfittano di questa situazione per ribadire due cose. La prima <Anche noi siamo esseri umani> (14, 15)! La seconda è un invito a cogliere nella loro vita la presenza benefica e amorosa di Dio fino a lasciarsene toccare e convertire. In una parola possiamo dire che gli apostoli cercano di aiutare la folla a prendere coscienza che la presenza e l’opera di Dio non vengono dall’esterno, ma da dentro e che ciascuno può avere accesso a questa interiore presenza nella misura in cui vi si apre. Tutto ciò conferma la parola del Signore Gesù che aiuta i suoi discepoli per certi aspetti a non mitizzare e idolatrare neppure se stesso. Infatti pone la sua persona e la sua presenza in un contesto di relazione più ampia e più profonda in cui ciascun discepolo è chiamato ad entrare effettivamente e generosamente: <Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò> (Gv14, 21). 

Non solo la relazione con Gesù apre alla relazione con il Padre, ma vi è pure lo <Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto> (14, 26). Il Signore Gesù non si rivela davanti al mondo imponendo la sua presenza come un’evidenza a cui arrendersi, ma si rivela dentro la vita dei suoi discepoli e si dona al mondo soltanto attraverso il frutto di una intima relazione che si fa sguardo per la sofferenza dell’altro fino a risvegliare la speranza e la voglia di vivere. Lo Spirito Santo è continuamente all’opera dentro di noi per animare quel dinamismo di relazione con Dio che è capace di ricreare continuamente il vortice umanizzare delle nostre relazioni interpersonali. Talora il primo passo perché ciò avvenga esige una rettifica o almeno un approfondimento dello sguardo e il primo passo di non amare né di guardarsi né di lasciarsi troppo guardare. Inoltre lo Spirito rinfresca continuamente la memoria del cuore e ci difende da ogni amnesia che rischia di paralizzare la speranza e di farci temere la possibilità di lasciarci attraversare da uno sguardo che ci chiede una risposta. Lo Spirito ci ricorda al contempo che siamo uomini – che siamo creature – e che come persone siamo abitate da una presenza che ci trascende senza annullarci.