Oggi è la parola

Quale pace?
Sabato, 17 Agosto 2019
XX Domenica del T.O. (Gr 38, 4-6. 8-10 / Sl 39 / Eb 12, 1-4 / Lc 12, 49-57)   La lettera agli Ebrei ci invita a vivere <tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede> (Eb 12, 2)...

Sabato – IV settimana T.P.

(At 13, 44-52 / Sl 97 / Gv 14, 7-14)

 

Paolo prende sempre più e sempre più adeguatamente coscienza della sua missione e ci aiuta ad avere sempre più consapevolezza di quella che è la missione della Chiesa come comunità di credenti: <Io ti ho posto per essere luce, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra> (At 13, 47). Si tratta non solo di essere luce, ma di saper puntare la luce perché illumini lontano facendo luce nel più ampio raggio possibile. Si può collocare una pila sui propri piedi e non vedere, in realtà, niente e nessuno, ma la si può anche puntare lontano per cogliere nuove presenze e aprirsi a nuovi incontri. Una comunità di fede che temesse le <estremità>, rischia di non essere più la Chiesa di Cristo. Nella prima lettura di quest’oggi siamo messi di fronte proprio al rischio di perdere il contatto con l’ampiezza del dono di fede. L’inestimabile dono che abbiamo ricevuto ci impegna ad essere, non guardiani escludenti come se fossimo dei buttafuori o degli addetti alla sicurezza. Il ruolo di costoro – talora la loro gloria e il loro vanto – è di tenere la maggior parte fuori perché possa entrare solo una minima parte di privilegiati.

Questo ruolo li fa sentire – un po’ pateticamente – più vicini ai potenti che lasciano passare, senza rendersi conto che, in realtà, sono più vicini a chi, con tanta sicumera, non lasciano entrare, fino a spingerli violentemente fuori. Non così per i discepoli del Risorto chiamati ad essere dei facilitatori e non dei gabellieri impettiti e intransigenti. L’evocazione delle <pie donne della nobiltà>, unitamente ai <notabili della città> che <suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li cacciarono dal loro territorio> (13, 50) disturbano giustamente i sonni della nostra buona coscienza. Il pericolo è che noi – proprio noi – rischiamo di essere come loro e non come Lui! Spesso ci poniamo a difesa dei nostri amati confini interiori ed esteriori dimenticando, così, l’appassionato dovere, non solo di testimoniare fino alle estremità della terra, ma di essere capaci di evangelizzare le estremità del nostro cuore fino a raggiungere gli estremi confini del cuore di tutti. Potremmo così intuire meglio che cosa possiamo e dobbiamo chiedere in obbedienza all’esortazione del Signore Gesù che ancora una volta ci ripete: <chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre> e aggiunge: <E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio> (Gv 14, 12-13).

Queste parole sono la reazione del Signore Gesù alla supplica di Filippo: <Signore, mostraci il Padre e ci basta> (14, 8). La risposta del Signore sembra dire che non basta e non deve mai bastare. La grazie della fede che abbiamo ricevuto è un invito costante ad “estremizzarci” continuamente per dilatare, senza mai restringere, la luce del Vangelo che è per tutti, proprio per tutti. Guai a noi se restringiamo il Vangelo!

Signore Gesù, il mistero della tua risurrezione ha abbattuto i bastioni e ha riportato la vita all’aperto, al largo, alla libertà degli estremi orizzonti. Talora l’ampiezza ci fa paura perché ci rivela le nostre ristrettezze mentali e spirituali. Manda ancora il vento gagliardo del tuo Spirito e sgombra l’orizzonte perché navighiamo lontano… sempre più lontano. Alleluia!