Oggi è la parola

Quale pace?
Sabato, 17 Agosto 2019
XX Domenica del T.O. (Gr 38, 4-6. 8-10 / Sl 39 / Eb 12, 1-4 / Lc 12, 49-57)   La lettera agli Ebrei ci invita a vivere <tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede> (Eb 12, 2)...

Giovedì – V settimana T.Q.

(Gn 17, 3-9 / Sl 104 / Gv 8, 51-59)

 

La promessa che Dio rivolge ad Abràm è una promessa che viene rivolta pure a ciascuno di noi: <E ti renderò molto molto fecondo> (Gn 17, 6). Proprio mentre si fa sempre più imminente il dramma pasquale in cui il Signore Gesù non solo viene rifiutato ma viene pure fatto passare per un <maledetto> secondo il linguaggio e la sensibilità religiosa o per un<fallito> secondo il sentire comune, la liturgia ci fa ritornare all’esperienza di Abramo per comprendere l’evento che il Signore Gesù sta per attraversare per noi e per la nostra salvezza. La parola del Signore Gesù non fa altro che riprendere la promessa offerta ad Abramo proprio quando nel suo cuore il buio della sterilità e quindi la minaccia di una vita segnata dal fallimento si fa come cruenta: <In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte> (Gv 8, 51). La reazione dei Giudei è, a dir poco, tremenda: <Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti… chi pretendi di essere?> (8, 52-53). La reazione e la domanda dei Giudei va da noi accolta con grande attenzione e senza snobbismi: non vedere la morte non è un privilegio bensì un compito, non è una forma di esenzione bensì una grande opportunità di attraversare la vita fino al punto in cui essa sconfina con la morte così da poter – chiaramente – distinguersi da essa.

Al Signore Gesù piace mettere la sua esperienza in relazione con quella vissuta dal padre Abramo e il nesso tra i due sta proprio nel fatto che la promessa e la possibilità di vita e in quel modo sovrabbondante indicato da quel <molto, molto> (Gn 17, 6) proprio quando tutto sembra inclinare alla rassegnazione e alla deposizione di ogni desiderio. La finale del vangelo di quest’oggi ci fa sentire già il sapore amaro di ciò che contempleremo e celebreremo tra una settimana: <Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio> (Gv 8, 59). Un testimone dei nostri giorni – fr. Christophe Lebreton di Notre Dame de l’Atlas a Tibhirine – scriveva nel suo Diario che è necessario <aprirsi alla speranza di Dio, là sul volto dell’altro, lasciarsi sconvolgere, disturbare, distogliere, significa cessare di sapere> e aggiunge magnificamente che <La porta della speranza è la disgrazia (la valle di Akor) che si apre alla novità e mi ingiunge un comandamento nuovo, il comandamento del nuovo di cui tu vuoi farci complici, innamorati>[1]

Il <molto molto> che Dio ci promette è direttamente proporzionale all’esperienza del poco fino all’annichilimento in cui siamo o meno disposti a passare come in un crogiolo. Ma è la che scopriremo di non essere soli ma legati profondamente a tutti coloro che – prima di noi e dopo di noi ma sempre con noi – sanno assumere questo processo. Così – e in tutta verità – il Signore Gesù può ardire: <Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò> (Gv 8, 56). Perché Abramo conobbe ciò che Gesù sta per conoscere: l’umiliazione della sterilità e del fallimento in modo talmente forte che <si prostrò con il viso a terra> (Gn 17, 3) ma anche in modo sorprendentemente forte tanto da non essere più lo stesso: <Non ti chiamerai più Abràm ma ti chiamerai Abramo perché padre di una moltitudine ti renderò> (Gn 17, 5).

Signore Gesù, l’umiliazione ed il fallimento ci prostrano e “mangiamo polvere”, nel riconoscere la nostra fragilità, la precarietà di ogni  nostro progetto, l’apparente vittoria del male nella storia. In questi momenti, se ascoltiamo il cuore, la tua voce ci rassicura, con un’eco antica, ben conosciuta eppure sempre, del tutto nuova: ”molto e molto e molto…”! Così ripeti a chi vive di poco o a chi perde molto, perde tutto e accetta il crogiuolo della prova che introduce ad un’alba nuova… kyrie eleison!


1. M. SUSINI, I martiri di Tibhirine, Dehoniane, Bologna 2005, pp. 213-214.