Oggi è la parola

Fuoco
Martedì, 16 Luglio 2019
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Sabato - I settimana T.Q.

(Dt 26, 16-19 / Sl 118 / Mt 5, 43-48)

 

Non c’è niente che possa darci la forza e la gioia di amare i nostri nemici – cosa in cui consiste la perfezione dell’amore fraterno - se non la considerazione amorosa di quanto il Signore Gesù ha fatto per noi accettando di essere maltrattato e umiliato fono all’estremo pur di non velare minimamente il mistero dell’amore appassionato di Dio per l’umanità. Perché mai il Verbo si sarebbe fatto carne se non per rivelarci l’eccesso d’amore da cui la nostra stessa esistenza è frutto? Come dice mirabilmente Elredo di Rielvaux: <per riposare più perfettamente e soavemente nella gioia della carità fraterna, abbracci di vero amore anche i nemici. Perché questo fuoco divino non intiepidisca di fronte alle ingiustizie, guardi sempre con gli occhi della mente la pazienza e la mitezza del suo amato Signore e Salvatore>1

Questo sguardo posato sul Signore con amore ardente ci permette di conformarci a lui e così essere finalmente e in verità <figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti> (Mt 5, 45). Essere <un popolo particolare> (Dt 26, 18) significa essere capaci di imitazione e questo comporta l’impegno a digiunare da ogni pensiero di esclusivismo, rifiuto, disprezzo. Si tratta di rendere efficace esistenzialmente il dono che, ontologicamente, il Battesimo ci conferisce per grazia nel renderci figli di Dio. Entrare nella vita di Dio esige accettare di passare in quell’eccesso di dono e di amore che è la stessa vita di Dio.

Si conclude questa prima settimana di quaresima ed è come se la Liturigia ci esortasse e quasi ci impegnasse a fare una sorta di bilancio di questo primo tratto di cammino e lo fa mettendoci di fronte al mistero del perdono offerto in modo unilaterale e incondizionato. L’accostamento delle letture di quest’oggi sembra autorizzare una conclusione assolutamente evangelica: essere <un popolo consacrato al Signore> (Dt 26, 19) significa essere <come> (Mt 5, 48) il Padre dei cieli capaci di un eccesso di benevolenza e di misericordia che non si arresta e mai si arrende neppure davanti alle evidenze più crasse della nostra chiusura al mistero dell’amore.

Mentre ci prepariamo a riaccogliere nella liturgia di domani la luce sfolgorante della Trasfigurazione in cui si cele il mistero della notte oscura della croce, saimo chiamati già a trasfigurare la nostra vita a partire dal nostro modo di entrare e di attraversare le relazioni con i nostri fratelli e sorelle in umanità che sono ancora più fratelli e sorelle quanto più ci mettono di fronte al dramma della differenza, della distanza, della contrapposizione e persino dell’inimicizia. In questa luce la parola del Signore Gesù <amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano> (5, 44) lungi dall’essere un atto di eroismo etico o una forma di filantropia diventa un modo di essere al mondo nella piena coscienza della propria unicità che deve necessarriamente ammettere il dovere di portare il peso della differennza fino all’eccesso di cui testimonia il <nemico> (5, 43) a cui il Signore ci chiede di rivelare l’altra faccia dell’eccesso che è l’amore ab-solutoda ogni <merito> e da ogni illusione di contraccambio. L’orazione dopo la comunione esprime al meglio ciò di cui abbiamo bisogno: <poiché ci hai accolti alla scuola della tua sapienza, continua ad assisterci con il tuo paterno aiuto>.

Signore Gesù, oggi la tua parola svela tutto il nostro limite e le nostre contraddizioni. Come si fa ad amare chi ci fa soffrire, chi non ci ama, chi ci fa del male? Eppure sperimentiamo che questa è l’unica via che libera il nostro cuore, che ci immette in un positivo dinamismo di vita, che ci consente di seguirti senza zavorre pesanti. Signore Gesù rendici più generosi e amorevoli con chiunque, lungo il cammino. Kyrie eleison!



1. ELEREDO DI RIELVAUX, Specchio della carità, III, 5.