Oggi è la parola

XXIX Domenica del T.O.
Sabato, 20 Ottobre 2018
(Is 53, 2-3. 10-11 / Sal 32 / Eb 4, 14-16 / Mc 10, 35-45)   La brama di potere, di supremazia, di privilegi non sono dei desideri, ma delle vere e proprie malattie. Questa bramosia non corrisponde alla...

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Giovedì – XXVII settimana T.O.

(Gal 3, 1-5 / Sal: Lc 1, 69-75 / Lc 11, 5-13)

 

Il Vangelo di quest’oggi sembra ribadire che il senso profondo della nostra vita, in particolare per quanto riguarda il nostro cammino con Dio, non è pensabile senza l’azione e la docilità allo Spirito. Il Signore Gesù conclude così: <quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!> (Lc 11, 13). Questo testo diventa ancora più chiaro e parlante nella situazione odierna, segnata da un rilevante benessere almeno nei nostri paesi: quante cose un padre può dare ai suoi figli! Eppure, quante volte tra le tante cose che si danno, persino inutili e talora dannose, in realtà non si crea quello spazio – potremmo dire quel vuoto necessario – che crea le condizioni di una relazione vera, profonda, capace di far crescere e maturare. Il nostro Dio non è colui che ci ricolma di doni e che non ci fa mancare niente, talora persino subissandoci del superfluo, quasi per stroncare sul nascere il bisogno e il desiderio di una presenza, al contrario, lascia che la nostra preghiera si faccia intensa e talora terribilmente addolorata per aiutarci ad andare nel profondo di noi stessi fino a decifrare veramente i nostri bisogni.

Pregare non significa elencare i nostri bisogni, bensì porre i nostri desideri nel Desiderio di Dio. La parabola di quest’oggi ci lascia abbastanza interdetti poiché, in realtà, questo tale ha ottenuto nella notte quello di cui aveva bisogno per accogliere il suo amico di passaggio, ma rimane in sospeso il fatto che ciò gli è stato dato, sia per amicizia o per scongiurare un eccesso di <invadenza> (Lc 11, 8). Se è vero che con la sua parola il Signore Gesù ci assicura che il Padre esaudisce le nostre preghiere, indirettamente mette in luce il grande pericolo che la preghiera – persino quando viene esaudita – non crei quello spazio di relazione senza il quale nulla ha veramente valore. L’apostolo Paolo, scrivendo ad una delle comunità più amate, non esita ad usare parole forti: <O stolti Gàlati, chi vi ha incantati?> (Gal 3, 1). Sembra che Paolo pensi proprio all’incantesimo di una religiosità che non tenga più conto dello scarto che si vive in una relazione reale con Dio che sia veramente di fede tra ciò che ci si attende e ciò che, pian piano, si impara a vivere. 

Per questo conclude con una domanda: <Colui dunque che vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della Legge o perché avete ascoltato la parola della fede?> (Gal 3, 5). Nel rispondere a questa domanda ci facciamo aiutare da Tommaso d’Aquino che fu prima di tutto un uomo di preghiera che lo rese il teologo che veneriamo: <Quando la preghiera si rivolge a un uomo, deve innanzi tutto esprimere il desiderio e il bisogno di chi prega. Bisogna anche che essa sia persuasiva, finché il cuore che si implora non abbia ceduto. Ora, questi due elementi non hanno più posto nella preghiera rivolta a Dio. Pregando infatti, non dobbiamo preoccuparci di manifestare i nostri desideri o i nostri bisogni a Dio, lui che conosce tutto. Non si tratta nemmeno di persuadere, con parole umane, la volontà divina affinché voglia ciò che prima non voleva>1. Si tratta di camminare insieme accettando persino di mancare di qualcosa… ma insieme!



1. TOMMASO D’AQUINO, Compendium Theologiae, II, 1.