Oggi è la parola

Attendere… il vigore
Martedì, 11 Dicembre 2018
Mercoledì – II settimana T.A. (Is 40, 25-31 / Sl 102 / Mt 11, 28-30)   La promessa che ci viene ridonata attraverso le parole del profeta Isaia ci raggiunge al cuore del nostro più grande timore che è...

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E' uscito un articolo di fr. MichaelDavide su La Croix: <Rinunciare a ogni forma di clericalismo>... ne trovate sul menù...

San Benedetto

(Pr 2, 1-9 / sal 33 / Mt 19, 27-29)

 

La Parola di Dio dà il tono a questa festa e lo fa evocando un verbo che è fondamentale nella tradizione e nella Regola benedettina: <Figlio mio, se tu accoglierai…> (Pr 2, 1). Un intero capitolo della Regola stessa è dedicato all’accoglienza degli ospiti (Regola di Benedetto, 58), ma questo tema attraversa il testo da cima a fondo perché continuamente è richiamo, per il monaco, a uscire da sé per farsi pronto ascolto e accoglienza di… altro da sé. Il monaco è chiamato a diventare un uomo che si scopre sempre più accolto e amato da Dio e per questo capace, a sua volta, di accogliere l’altro non solo come proprio simile, ma come sacramento di Cristo stesso. Così il Cristo viene accolto nell’Abate, nel malato, nel povero… persino nelle cose del monastero che devono essere trattate con la stessa venerazione che si usa per i <sacri vasi dell’altare>. La lettura dei Proverbi scelta per ritmare la riflessione di questa festa ci ricorda che accogliere non è solo disponibilità al primo passo, ma piuttosto a quel passo imprescindibile che porta a sperimentare la beatitudine che nasce da una crescente e accresciuta consapevolezza: <Allora comprenderai l’equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene> (2, 9).

Il testo evangelico scelto per celebrare san Benedetto, ci fa fare un passo in più attraverso la domanda che Pietro pone al Signore Gesù: <Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?> (Mt 19, 27). Questa domanda si contestualizza in un momento assai impegnativo e faticoso del cammino dei discepoli accanto al loro Maestro. Sembra quasi uno sfogo dell’apostolo davanti alle esigenze sempre più precise ed impegnative della sequela su cui si staglia – in modo altrettanto chiaro - la luce ombrosa della croce. La risposta del Signore Gesù non fa altro che allargare il cuore e la sguardo e pone ogni singolo atto di sequela in un contesto amplissimo: un atto chiamato a diventare azione viva e responsabile del grande dramma della <rigenerazione del mondo> (19, 28). L’evocazione della figura del <Figlio dell’uomo> non fa altro che ricordare come non vi può essere alcuna rigenerazione se non nell’accoglienza del mistero della croce: disponibilità  che diventa cifra di quel travaglio interiore attraverso cui ciascuno di noi deve rigenerare il proprio cuore.

La parola e l’esempio di Benedetto hanno nutrito, per lunghi secoli, la speranza di uomini e donne che hanno sentito il fascino di seguire il Signore riconoscendolo e accogliendolo nella propria umanità e in quella di tutti i fratelli e sorelle che ne condividono il limite e l’infinitezza.Questo è possibile solo nella misura in cui si è disposti a rinunciare all’immediatezza, spesso succube, della superficialità, sottomettendoci all’esigenza di una disponibilità che chiede di lavorare molto su se stessi. Il motto benedettino <ora et labora> può allora diventare ben più che un motto ed assumere la connotazione di una vera regola di ispirazione: una regola capace di sottrarci continuamente al ripiegamento su noi stessi per imparare ad accogliere il mistero di una vita che si dilata sempre di piùCome ricorda Elredo di Rielvaux: <A coloro che desiderano seguirlo non servirebbe a molto conoscere il punto di partenza o quello di arrivo, ma ciò che conta è comprendere il tragitto>1. Allora non ci resta che continuare a camminare, a immaginare e a desiderare.

 


1. ELREDO DI RIELVAUX, Sermone 6° per la morte di San Benedetto.