Oggi è la parola

Liberati e liberi
Lunedì, 24 Settembre 2018
Mercoledì – XXV settimana T.O. (Pr 30, 5-9 / Sl 118 / Lc 9, 1-6)   Il Signore Gesù richiede ai suoi apostoli di essere uomini liberi perché questa è la sola condizione per portare efficacemente...

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Mercoledì – X settimana T.O.

(1Re 18, 20-39 / Sl 15 / Mt 5, 17-19)

 

Dobbiamo riconoscere che il riferimento del Signore Gesù a quel <solo trattino della Legge> (Mt 5, 18) un po’ ci turba! Se poi consideriamo che, per la prima volta in tutto il primo Vangelo un’espressione del Signore sia introdotta in modo così solenne, allora il turbamento rischia di colorarsi di un po’ di imbarazzo: <In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto>. Visto che siamo arrivati fin qui forse non sarà inutile rammentare che, nel Vangelo secondo Matteo, le ultime due volte che troviamo una simile introduzione solenne è durante l’ultima cena. Si tratta, nel penultimo caso di una parola che evoca il tradimento di Giuda: <In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà> (26, 21). Mentre nell’ultimo, la parola è rivolta addirittura a Pietro: <In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte> (Mt 26, 34).

Per ciascuno di noi è la sfida del discorso della montagna che la Liturgia ci fa ritrovare in questi giorni e il cui portale di ingresso – non bisogna dimenticarlo – sono proprio le beatitudini. Sì, compiere è ben più che adempiere! Adempiere ci fa sentire a posto, ma rischia di renderci asserviti, compiere è sempre liberante ed esige comunque non solo di sottomettersi ad una legge, ma di assumere fino in fondo il rischio della propria personalità, fino a portare il giogo della propria libertà. Il Signore Gesù mette la Legge a servizio delle esigenze e del dinamismo dell’amore. Ogni minimo tratto della Torah non è che una parola d’amore da parte di Dio che ci abilita ad amare come Dio. Ma, bisogna riconoscerlo, non è sempre così sicuro conoscere e riconoscere il modo che il Signore Dio ha di accompagnare la nostra storia di uomini.

La prima lettura evoca un passaggio della vita di Elìa continuamente in bilico tra il comico e il tragico come, spesso, sono le nostre umane vicende. Da una parte abbiamo una parola canzonatoria di Elìa nei confronti dei sacerdoti di Bàal: <E’ occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà> (1Re 17, 27). Dall’altra troviamo un gesto di rara violenza giacché il profeta non ebbe timore di sgozzare un numero così elevato di sacerdoti che erano, prima ancora che sacerdoti degli uomini. Elìa fu forse molto fiero da aver salvato l’onore di Dio, ma lo aspettava un lungo cammino di purificazione che continuamente viene richiesto a ciascuno di noi per non confondere il <trattino della Legge> con i macigni delle nostre paure e della nostra violenza non raramente così “religiose”. L’evocazione da parte del Signore Gesù del <trattino> e dello <iota> ci ricorda il grande lavoro di cercare di comprendere il mistero di Dio in modo sottile, raffinato, profondo e, soprattutto, liberato da tutti quelli che sono i nostri condizionamenti e le nostre precomprensioni. Per Elìa sarà necessario un lungo, anzi lunghissimo cammino, che lo porterà fino al monte di Dio, ove un volto diverso dell’Altissimo gli sarà rivelato alla luce del quale far maturare, non senza una certa fatica, un modo nuovo di essere credente lasciando che la Legge si iscriva e si incida non più sui tavole di pietra e con inchiostro di sangue, ma sulle tavole del cuore e con l’inchiostro della dolcezza e dell’amore.