Oggi è la parola

Pentecoste
Sabato, 19 Maggio 2018
(At 2, 1-11 / Sal 103 / Gal 5, 16-25 / Gv 15, 26-27; 16, 12-15)   La Chiesa come pure ciascuno di noi quali membra vive di un unico corpo ci troviamo sempre nella condizione degli apostoli. Dopo la...

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É uscita la nuova Esortazione apostolica sulla santità di Papa Francesco con commento di fr. MichaelDavide.  <Questa terza esortazione apostolica di papa Francesco - dopo "Evangelii gaudium" e...

Mercoledì – VII settimana T.P.

(At 20, 28-38 / Sl 67 / Gv 17 11b-19)

 

Le immagini di dedizione dominano la liturgia! L’evocazione da parte dell’apostolo Paolo della comunità dei credenti come quella di un <gregge> (At 20, 28) che va curato e custodito con un amore capace di dare la vita, ci permette di comprendere ancora più profondamente il senso delle parole oranti del Signore Gesù: <per loro io consacro me stesso> (Gv 17, 19). Il modo con cui il Verbo fatto carne si è consacrato alla nostra umanità, che ha ricevuto dal Padre suo come un tesoro da custodire e da impreziosire, non può essere circoscritto ad un’azione cultuale per quanto possa essere sacrificale, ma va ben oltre ed esige il rischio e il dono dell’intera sua persona. Lo ricorda l’apostolo Paolo indicando ai pastori della comunità in che cosa realmente consista il loro compito: <Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio> (20, 28). 

Le parole con cui il Signore Gesù si rivolge al Padre ci fanno comprendere quale sia la volontà e il disegno di Dio che nel Cristo si è rivelato nella sua pienezza. Secondo la tradizione ebraica ogni cosa che viene consacrata lo è attraverso un’aspersione di sangue e così si ricorda che la consacrazione è sempre legata al dono e alla capacità di perdere la vita visto che <il sangue è la vita> (Gn 9). Sempre nella tradizione lunguistica dell’ebraismo le parole <verità> e <fedeltà> hanno la stessa radice che viene evocata continuamente nella Liturgia con l’acclamazione “Amen!”. In realtà il nostro “amen” non è che la risposta all’Amen che Dio ha pronunciato su di noi chiamandoci alla vita e per noi rivelandoci le vie della vita nella Pasqua del suo Figlio.

All’immagine di dedizione si affianca, del tutto naturalmente, una sorta di preoccupazione che attraversa il cuore dell’apostolo: <Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge> (At 20, 29). Ciò che fa sanguinare il cuore di Paolo è ciò che già fa sgorgare dal cuore di Cristo Signore una fervida – accorata sarebbe il termine più adeguato – preghiera che sale verso il Padre: <Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo come io non sono del mondo> (Gv 17, 15). A ciascuno di noi è chiesto di entrare nella preghiera del Signore Gesù e di lasciarsi toccare profondamente dall’esortazione di Paolo che ricorda <le parole del Signore Gesù che disse: “Si è più beati nel dare che ne ricevere!”> (At 20, 35). Anche noi come e con l’apostolo che <si inginocchiò> (20, 36) siamo chiamati a pregare e a metterci sempre di più ai piedi dei nostri fratelli e sorelle in umanità per mettere a loro disposizione tutta la nostra vita per trovare tutta la nostra beatitudine nel farci in tutto conformi al <Signore e Maestro> (Gv 13, 14) che prima di parlare ai suoi discepoli e persino prima di pregare il Padre suo, si mise a lavare i piedi persino di chi stava per rinnegarlo e tradirlo.