Oggi è la parola

IV Domenica di Pasqua
Sabato, 21 Aprile 2018
(At 4, 8-12 / sal 117 / 1Gv 3, 1-2 / Gv 10, 11-18))   L’apostolo Giovanni ci fa entrare nel mistero di questa domenica sia attraverso il testo del Vangelo che attraverso le parole della seconda...

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Vi invitiamo, all'occasione dell'uscita di questo nuovo libro di fr. MichaelDavide, a visitare e frequentare il nostro blog, come luogo di condivisione e crescita del cammino umano-spirituale!   Preti...

Lunedì – III settimana T.P.

(At 6, 8-15 / Sl 118 / Gv 6, 22-29)

 

Dopo la sequenza di due racconti – la moltiplicazione dei pani e dei pesci e la compagnia ritrovata di Gesù con i suoi discepoli - il testo continua così: <il giorno dopo…> (6, 22). Secondo la cronologia simbolica del quarto vangelo le cose importanti, o meglio la loro comprensione più profonda e più vera, avvengono <il giorno dopo> (1, 29). Questo fu necessario nel cammino del Precursore e non può che essere indispensabile al processo di interiorizzazione di ogni discepolo. Anche per il Battista è stato necessario un tempo di approfondimento della comprensione del mistero di Gesù – suo parente, discepolo e amico – per riconoscere in lui non solo <un uomo che è avanti a me, perché era prima di me> (1, 30), ma <l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo> (1, 29). La nota cronologica: <il giorno dopo>, non è semplicemente una nota redazionale, ma è una nota teologica che diventa un rimando soteriologico al nostro compito di comprendere fino in fondo il senso dei gesti di Gesù ed essere così capaci di lasciare che questi siano in grado di toccare e trasformare la nostra vita proprio come era avvenuto nella vita di Stefano tanto che, proprio coloro che stanno per conformarlo al suo Maestro e Signore nella morte violenta, <videro il suo volto come quello di un angelo> (At 6, 15). Con questa nota l’autore degli Atti ci rivela come Stefano abbia vissuto lo stesso processo di interiore illuminazione di Mosè il cui volto era talmente raggiante da dover essere velato.

Sembra che il tempo della comprensione non possa che avvenire <il giorno dopo>, proprio come avvenne per il Battista, ed è riservata a coloro che accettano di ritornare ancora dal Signore Gesù e per i quali si può già immaginare una piccola speranza: che il <segno> possa essere l’occasione di andare oltre il segno e riconoscere la verità di una relazione. Si può ben immaginare che non tutti, anche se molti, tanto da essere ancora <una folla> (6, 24), siano ritornati. Dopo questa prima prova di perseveranza nella ricerca di Gesù che, come già dopo il solenne riconoscimento del Battista, mette sui passi di Gesù non solo due discepoli, ma un’intera folla, c’è uno scatto nel modo di porsi del Signore: dal gesto assolutamente gratuito e radicalmente incondizionato, al dono di una parola attraverso cui si creano le condizioni di una relazione libera e consapevole: <In verità, in verità, io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo> (6, 26-27). 

Nell’amore, infatti, c’è sempre <il giorno dopo> come tempo di decantazione e di ulteriore intelligenza che si fa domanda: <Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?> (6, 28). Il discorso di Cafarnao prolunga naturalmente il racconto della moltiplicazione dei pani, quasi come tentativo di far riuscire attraverso la parola ciò che è fallito attraverso il segno. Così spiega un monaco e teologo contemporaneo: <Sentiamo assiduamente Gesù fare discorsi che turbano gli ascoltatori. In nessun luogo, tuttavia, egli scandalizza tanto i suoi uditori, compresi i suoi discepoli. […] Gesù parla della sua morte e del suo corpo che avrebbe dato da mangiare: la sua carne sarebbe il vero cibo, il suo sangue vera bevanda. Chi mangia la sua carne e beve il suo sangue, partecipa della sua vita, riceve la vita eterna. Ancora una volta un linguaggio estremo di amore, non accessibile a tutti. E ancora: parlare in questo modo della morte risveglia in coloro che ascoltano il loro istinto più profondo di autoconservazione. L’amore più grande e la libertà più eccelsa fino alla morte non sono soltanto affascinanti: esse sono anche terribilmente minacciose>1.

 



1. B. STANDAERT, Lo spazio Gesù, Ancora, Milano 2004, pp. 94-95.