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Sabato, 20 Gennaio 2018
Sabato – II settimana T.O. (2Sam 1 passim / Sl 79 / Mc 3, 20-21)   In due brevi versetti, l’evangelista Marco ci mette di fronte ad un problema relazionale e di intesa che si aggiunge a quelli che già...

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Venerdì della I Settimana del T.O.

(1Sam 8 passim / Sl 88 / Mc 2, 1-12)

 

Il profeta Samuele si fa interprete di quello che può ben essere compreso come un grande dolore per il cuore di Dio che ha guidato ed accompagnato il suo popolo nel lungo e impegnativo cammino di liberazione e a cui viene chiesto un re: <Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque> (1Sam 8, 6). Sembra che invece il Signore non è dispiaciuto, ma si fa attento al desiderio espresso del popolo con la sola avvertenza di rispondere in modo adeguato e mettendo ciascuno di fronte alle conseguenze del proprio desiderio. Invece di amareggiarsi e magari di lamentarsi assecondando un atteggiamento vittimistico, attraverso il suo profeta chiarisce al popolo quali saranno le richieste di quel re così tanto desiderato per sentirsi come <tutti i popoli> (8, 5). La conclusione è assai semplice e pura da parte del Signore: <Ascoltali: lascia regnare un re su di loro> (8, 22).

Così pure nel Vangelo, possiamo contemplare il Signore Gesù che si lascia toccare dal gesto di questi uomini che calano dal tetto un loro amico malato, e nel contempo si lascia interpellare dal disagio malevolo e minaccioso degli scribi tanto da rimettere in piedi il paralitico dopo avergli perdonato <i peccati> (Mc 2, 5). L’evangelista Marco colloca a Cafarnao una serie di discussioni di Gesù con gli scribi e i farisei, ed è proprio la loro reazione intrisa di malevolo sospetto a rendere necessario che la parola di salvezza interiore si faccia gesto di guarigione esteriore. Questo paralitico così docile da farsi portare dai suoi amici fino davanti al Signore Gesù, è, infatti, solo un paralitico, ma non è un isolato! Per questo il Signore non può che dichiarare la sua condizione difficile, una situazione già salvata. Il paralitico non dice una sola parola, ma si mostra assolutamente docile, prima nelle mani dei suoi portatori che lo trasportano come si fa con un morto e così gli permettono di muoversi però come un vivo, ed è ancora più docile e ugualmente silenzioso davanti al comando: <prendi la tua barella e va’ a casa tua> (2, 11).

La condiscendenza con cui il Signore Dio cede alla richiesta del popolo che chiede un re, non senza avere chiarito in modo puntuale le conseguenze e gli effetti collaterali, di una simile scelta, si contrappone a quell’atteggiamento farisaico che rischia sempre di trasformare la possibile benevolenza in pregiudizievole insistenza. Dobbiamo imparare ogni giorno a giocarci nella fiducia persino quando intravediamo delle tristi conseguenze. Come quei quattro uomini che si coinvolgono profondamente e fattivamente nella storia di dolore di uno di loro e a differenza degli scribi, siamo chiamati a non smettere mai di sperare nel meglio e fare di tutto perché, nonostante tutto, esso si realizzi magari attraverso percorsi più lunghi e talora più dolorosi. Essere docili come il Signore, significa andare ben oltre i sentimenti di piacere o di dispiacere, di gradimento o di imbarazzo per intraprendere e accompagnare cammini reali di crescita che esigono anche delle tremende deviazioni che non necessariamente equivalgono a perdere completamente la rotta.