Oggi è la parola

Attendere... lo spuntar delle ali
Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Mercoledì – II settimana del T.A. (Is 40, 25-31 / Sl 102 / Mt 11, 28-30) La parola del Signore Gesù offertaci in uno dei testi più belli del Vangelo è un invito alla leggerezza: <Il mio giogo...

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Giovedì – I settimana del T. A.

(Is 26, 1-6 / Sl 117 / Mt 7, 21.24-27)

Per tre volte nei testi del liturgia odierna ritorna il termine roccia. Lo dice Isaia con tono solenne: <Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna> (Is 26, 4) e lo ripete per ben due volte lo stesso Signore Gesù raccontando una delle sue parabole, quella della casa fondata appunto <sulla roccia> (Mt 7, 24). Proprio in questo tempo in cui l'attesa e il desiderio sono l'anelito più profondo del nostro cuore e il protendersi verso qualcosa che deve venire – i cui contorni ci sfuggono – siamo chiamati a non fare della nostra attesa un alibi per accondiscendere alla mediocrità e all'indefinito.

Proprio l'attendere e l'aprirsi interamente a ciò che sta per venire esige la docilità del fiore le cui corolle si aprono interamente al primo mattino ma, al contempo, l'esaltante stagliarsi di una cima nella medesima alba: immobile e ferma nel lasciarci completamente ammantare di luce per rifletterne l'alto splendore. Il profeta, nella prima lettura, invita alla fiducia e chiarisce che questa fiducia – proprio come lo stesso termine ebraico sottolinea – non è acquatica, non è fluida, non è mielosa ma solida e capace di portare il peso di una <casa> e di sopportare l'assalto dei <fiumi> e dei <venti>: <essa non cadde, perché era fondata sulla roccia> (Mt 7, 25).

Laddove da parte nostra e nella nostra cultura rischiamo di identificare il desiderio e la felicità con ciò che cambia continuamente e con una fiumana di realtà, sentimenti, decisioni passeggere che si portano via le cose preziose di un attimo prima, diventate – improvvisamente – spazzatura da eliminare e da dimenticare, il Signore Gesù ci invita a ponderare, a riflettere, a fondare ogni scintilla di desiderio e di attesa nel fulgore di chi <si mantiene fedele> (Is 26, 2).

Occorre dunque mutarsi in pietra? È necessario dunque diventare di roccia? Assolutamente no, se pensiamo alle pietre e alle rocce come realtà senza anima e quindi senza novità ma come fisse nella morte del desiderio. Assolutamente sì, se – al contrario – abbiamo occhi per scorgere nella roccia i segni gravi di una fedeltà nel cambiamento talmente profondo da sembrare – a torto - immobile. Il Signore ci chiede di avere <l'animo saldo> (Is 26, 3) che si può avvertire nelle sculture più remote di una cattedrale romanica: testimoni di tanti sguardi, di molti passaggi, di innumerevoli mutamenti che sotto le volte di pietra lasciano scorrere così tanti fiumi di umanità per creare – nel segreto del cuore – un sottilissimo lembo di terra fertile per lo spirito.

Come distinguere la solidità e l'evangelicità della casa della nostra vita e come indovinare il suo fondamento se non dal <canto> che vi risuona: <Aprite le porte...> ((Is 26, 2)?! La grande sfida è attendere come rocce che si trasformano magicamente in porte che diano direttamente sul <regno dei cieli> (Mt 7, 21) offrendo un'ardua salvezza: <è questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti> (Sal 117, 20).