Oggi è la parola

Confidente
Sabato, 18 Novembre 2017
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Martedì XXXII settimana del T.O.

(Sap 2, 23-3,9 / Sl 33 / Lc 17,7-10)

Leggiamo oggi un testo evangelico cui spesso facciamo riferimento per schermirci da un eccesso di responsabilità dicendo, appunto, che <siamo servi inutili> laddove la traduzione francese dice <siamo servi qualunque> (Lc 17, 10). In realtà ciò che siamo chiamati ad apprendere nel nostro cammino di vita e in relazione a come e quanto consideriamo noi stessi non è che non valiamo niente ma che il valore della nostra vita è unico come il valore di ogni vita. Si tratta di rileggere la prima lettura – abituati come siamo ad accompagnare con essa le esequie – nel contesto della vita di ogni giorno in cui ciascuno di noi è chiamato ad affrontare la morte del proprio Ego. Davanti a questo lutto interiore le parole della Sapienza sono di grande consolazione per ciascuno dei nostri cuori: <Le anime dei giusti invece sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà> (Sap 3, 1). E – detto questo – dovremmo poter aggiungere di non tormentarci da noi stessi in nessuno modo. Come diceva Isacco Siro l'inferno è il rammarico mentre la promessa che il Signore fa ai suoi servi è quella di una <incorruttibilità> (2, 23) che non è legata ai monumenti che la nostra vita è capace di erigere, ma in questo essere trovati <degni di sé> (3, 5). E così l'accostamento delle lettura operato dalla scelta liturgica ci offre una grande luce per il nostro cammino: l'incorruttiblità e l'immoralità non sono legate all'eroismo e all'eccellenza di una vita fuori dal comune bensì alla consapevolezza di avere una vita da attraversare con la più grande responsabilità e serenità possibili senza lasciarsi condizionare da un'ansia di prestazione e dalla paura del giudizio altrui che sono veramente capaci di paralizzare e rattristare l'intera esistenza. Il lutto che siamo chiamati ad elaborare e metabolizzare non è quello della morte della nostra persona bensì la morte di quel Super-Io che continuamente ci porta lontano dalla semplicità e verità del nostro cuore privandoci così di quella libertà senza la quale non siamo più in grado di fare <quanto dovevamo fare> (Lc 17, 10). Come si esprime un biblista contemporaneo: <Solo quanti hanno Dio per Padre sono veramente liberi. Questa libertà è educata dallo Spirito Santo che progressivamente ci affranca dalle servitù ereditarie. Questo progressivo affrancamento è il fatto di un culto assoluto della verità e della luce che fiorisce in amore: sperimentare la salvezza di poter amare incondizionatamente e di dedicarsi interamente>. Lo stesso padre Spicq aggiunge e conclude citando un testo paolino (Gal 5, 3) e dice: <Un cristiano degno di questo nome deve avere come nessun altro al mondo il senso e la fierezza della libertà e in tal modo darà il suo contributo a ridare speranza a quanti soffrono e muoiono>1. Si tratta di imparare dal Signore Gesù che si è fatto nostro servo per renderci liberi dall'ansia di prestazione e dalla smania di potere che rischia di uccidere <l'uomo per l'immortalità> (Sap 2, 23) che portiamo dentro di noi.

 

[1] C. SPICQ, Charité et liberté selon le Nouveau Testament, Cerf, Paris 1964, pp. 89-90.