Oggi è la parola

XXIX Domenica del T.O.
Sabato, 20 Ottobre 2018
(Is 53, 2-3. 10-11 / Sal 32 / Eb 4, 14-16 / Mc 10, 35-45)   La brama di potere, di supremazia, di privilegi non sono dei desideri, ma delle vere e proprie malattie. Questa bramosia non corrisponde alla...

Ultime news

Festival Francescano Domenica 30 Settembre ore 16.30, p.zza Maggiore, Bologna MichaelDavide Semeraro, “Belli dentro” intervista Donatella Negriin collaborazione con Edizioni Terra Santa <Per vivere...

Martedì XXXII settimana del T.O.

(Sap 2, 23-3,9 / Sl 33 / Lc 17,7-10)

Leggiamo oggi un testo evangelico cui spesso facciamo riferimento per schermirci da un eccesso di responsabilità dicendo, appunto, che <siamo servi inutili> laddove la traduzione francese dice <siamo servi qualunque> (Lc 17, 10). In realtà ciò che siamo chiamati ad apprendere nel nostro cammino di vita e in relazione a come e quanto consideriamo noi stessi non è che non valiamo niente ma che il valore della nostra vita è unico come il valore di ogni vita. Si tratta di rileggere la prima lettura – abituati come siamo ad accompagnare con essa le esequie – nel contesto della vita di ogni giorno in cui ciascuno di noi è chiamato ad affrontare la morte del proprio Ego. Davanti a questo lutto interiore le parole della Sapienza sono di grande consolazione per ciascuno dei nostri cuori: <Le anime dei giusti invece sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà> (Sap 3, 1). E – detto questo – dovremmo poter aggiungere di non tormentarci da noi stessi in nessuno modo. Come diceva Isacco Siro l'inferno è il rammarico mentre la promessa che il Signore fa ai suoi servi è quella di una <incorruttibilità> (2, 23) che non è legata ai monumenti che la nostra vita è capace di erigere, ma in questo essere trovati <degni di sé> (3, 5). E così l'accostamento delle lettura operato dalla scelta liturgica ci offre una grande luce per il nostro cammino: l'incorruttiblità e l'immoralità non sono legate all'eroismo e all'eccellenza di una vita fuori dal comune bensì alla consapevolezza di avere una vita da attraversare con la più grande responsabilità e serenità possibili senza lasciarsi condizionare da un'ansia di prestazione e dalla paura del giudizio altrui che sono veramente capaci di paralizzare e rattristare l'intera esistenza. Il lutto che siamo chiamati ad elaborare e metabolizzare non è quello della morte della nostra persona bensì la morte di quel Super-Io che continuamente ci porta lontano dalla semplicità e verità del nostro cuore privandoci così di quella libertà senza la quale non siamo più in grado di fare <quanto dovevamo fare> (Lc 17, 10). Come si esprime un biblista contemporaneo: <Solo quanti hanno Dio per Padre sono veramente liberi. Questa libertà è educata dallo Spirito Santo che progressivamente ci affranca dalle servitù ereditarie. Questo progressivo affrancamento è il fatto di un culto assoluto della verità e della luce che fiorisce in amore: sperimentare la salvezza di poter amare incondizionatamente e di dedicarsi interamente>. Lo stesso padre Spicq aggiunge e conclude citando un testo paolino (Gal 5, 3) e dice: <Un cristiano degno di questo nome deve avere come nessun altro al mondo il senso e la fierezza della libertà e in tal modo darà il suo contributo a ridare speranza a quanti soffrono e muoiono>1. Si tratta di imparare dal Signore Gesù che si è fatto nostro servo per renderci liberi dall'ansia di prestazione e dalla smania di potere che rischia di uccidere <l'uomo per l'immortalità> (Sap 2, 23) che portiamo dentro di noi.

 

[1] C. SPICQ, Charité et liberté selon le Nouveau Testament, Cerf, Paris 1964, pp. 89-90.