Oggi è la parola

Il tuo nome è Servo, alleluia!
Venerdì, 24 Maggio 2019
Sabato – V settimana T.P. (At 16, 1-10 / Sl 99 / Gv 15, 18-21)   Al cuore del Vangelo vi è un’esortazione il cui tono sembra così supplichevole da indicare un’importanza del tutto speciale per il Signore...

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                                    Pasqua 2019   “Credere nella Risurrezione non è un atto razionale né volontaristico, ma è uno stare sulla soglia, come l’altro discepolo, per poter entrare e ricredere sempre ogni volta, ogni Pasqua.” (Anonimo)...

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Sabato – V settimana T.P.

(At 16, 1-10 / Sl 99 / Gv 15, 18-21)

 

Al cuore del Vangelo vi è un’esortazione il cui tono sembra così supplichevole da indicare un’importanza del tutto speciale per il Signore Gesù: <Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”> (Gv 15, 20). Durante questa giornata sarebbe bello lasciarci lavorare interiormente da questa parola del Signore Risorto che ci viene rivolta personalmente e che, attraverso l’impegno di ricezione di ciascuno, potrebbe essere capace di plasmare e riplasmare - ogni giorno - non solo la nostra identità ecclesiale, ma pure la nostra attitudine ecclesiale. Senza mezze misure il Signore mette in evidenza l’inevitabile conflitto che la logica del Vangelo crea in rapporto alla vita di ogni giorno poiché contrasta con tutte le logiche vincenti che si basano sulla logica del profitto e non del servizio. La conseguenza sembra semplice e scontata: <Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia> (15, 19).

Parole forti, ma come tutte le parole che il Signore Gesù ci rivolge nel suo Vangelo, sono parole non automatiche. Il fatto che un conflitto si apra tra i credenti e l’ambiente circostante, non è, automaticamente, il segno di una persecuzione a causa del Vangelo. Vi è sempre un discernimento ulteriore da fare poiché potremmo essere perseguitati ed odiati non <a causa del mio nome> (15, 21) - come ci ricorda il Signore Gesù - ma a causa di noi stessi. Più precisamente e chiaramente a causa del nostro modo di servirci del Vangelo piuttosto che farci servi del Vangelo, il quale comporta un atteggiamento mai servile, ma sempre, piuttosto, di autentico e riconoscibile servizio. Alla fine di un’altra settimana pasquale siamo messi di fronte all’essenza di quella logica pasquale che dovrebbe essere il respiro di tutta la nostra esistenza e che pure sembra esigere un’attenzione e una vigilanza – di mente e di cuore – che non è mai scontata ed evidente, ed esige un costante ed interiore lavoro interiore di coraggioso discernimento.

Di ciò abbiamo una bella e incoraggiante testimonianza nella prima lettura ove possiamo contemplare la fatica del cammino degli apostoli i quali si trovano non solo confrontati con la persecuzione che viene dall’esterno, ma devono fare i conti con qualcosa di assolutamente imprevisto: <lo Spirito Santo aveva impedito loto di proclamare la Parola nella provincia di Asia> (At 16, 6). Non ci viene detto né come, né perché questo sia avvenuto eppure gli apostoli sono capaci di lasciarsi cambiare fino a saper mutare i loro progetti e rettificare lo loro rotte non solo esteriori, ma forse ben più faticosamente quelle interiori. Il rischio è di perdere l’attitudine del <servo> e identificare i percorsi del <Vangelo> (16, 10) con quei cammini che noi riteniamo essere adatti al Vangelo. Per aiutarci a non cadere in questa trappola sempre incombente ci pensa certo <il mondo> (Gv 15, 18), ma forse, ben più spesso di quanto riusciamo ad immaginare e a pensare, ci pensa talora, proprio attraverso il mondo, lo <Spirito Santo> (Gv 16, 6).

Signore Risorto, sembra proprio che il cammino di docile obbedienza ai tuoi cenni, non sia mai finito e mai sia scontato. Il mondo che ci portiamo dentro ha le sue esigenze e preme perché sia dato spazio alle nostre priorità, mentre il tuo Spirito ci impedisce sempre di accomodarci sul sofà di noi stessi e ci spinge… ci spinge lontano. Alleluia!

Venerdì - V settimana T.P.

(At 15, 22-31 / Sl 56 / Gv 15, 12-17)

 

Se ci lasciamo andare all’immaginazione non è difficile pensare che se si fosse conservata la pergamena che viene evocata negli Atti degli Apostoli, sarebbe di certo stata una delle reliquie più importanti di tutta la cristianità. Non conserviamo la pergamena che ci permetterebbe di avere un contatto materiale e diretto con lo <scritto> (At 15, 23) ma conserviamo attraverso la penna e il cuore di Luca la memoria di questa <lettera> (15, 30) il cui scopo principale è quello di ridonare la pace e la serenità agli <animi> (15, 24) sconvolti e turbati dalla pretesa di alcuni credenti provenienti dal giudaismo di imporre la proprie usanze a quanti venivano, invece, da altre culture e da contesti diversi. In realtà la <lettera> che viene inviata alle altre Chiese da parte della Chiesa madre di Gerusalemme è ben più di un testo scritto, è una vera e propria forma di carità e di amore nel cercare di leggere gli avvenimenti e di prendersi carico persino dei conflitti per poter capire meglio come realizzare nel concreto della vita di tutti il dono di libertà e di grazia che è il Vangelo.

Per questo la comunità dopo aver deciso ha non solo il coraggio di mettere per iscritto, ma la delicatezza di accompagnare lo scritto con la mediazione di persone capaci di spiegare e non solo di imporre, di sostenere nel passo di un incremento di rivelazione del mistero di Dio attraverso la nostra più profonda comprensione con l’aiuto di persone capaci di spiegare <a voce> (15, 27) ciò che è racchiuso nell’inchiostro della lettera. Infatti la lettera che tutti come singoli e come comunità siamo invitati a leggere, interpretare e attuare ogni giorno nella nostra vita non è altro che il mistero di Cristo Signore che si dona a tutti e si fa comprensibile a ciascuno. Le parole che il Signore Gesù rivolgi ai suoi discepoli nell’intimità del Cenacolo sono un dono per tutti: <Voi siete miei amici> (Gv 15, 14). Questo senso di amicizia che comporta un senso profondo di benevolenza e di comprensione delle diversità è il primo e l’ineludibile passo per qualunque altro cammino di conversone e di integrazione.

La <lettera> che la Chiesa di Gerusalemme redige riguardo al problema della circoncisione e a tutto ciò che riguarda l’ampliamento e la diversificazione all’interno della comunità è un verso atto di amore con cui si incarna lo stesso atteggiamento del Signore Gesù e cerca di fare sentire tutti prima di tutto <amici> (15, 15) che diventano capaci, in un dinamismo autentico di amore, di imitare il Maestro e il Signore di tutti il quale sa e vuole <dare la sua vita per i propri amici> (15, 13). La Parola di Dio ci fa sentire oggi un profondo appello a diventare noi stessi una <lettera> capace di ridare gioia, fiducia, serenità e di lenire tutte le asperità delle inevitabili fatiche che derivano dalla difficile bellezza della diversità e della libertà.

Mercoledì – V settimana T.P.

(At 15, 1-6 / Sl 121 / Gv 15, 1-8)

 

Gli Atti degli apostoli ci ricordano senza mezze misure e con una chiarezza senza ombre che <Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro> (At 15, 2). Nella prima comunità vi è un’esperienza profonda di dissenso che, invece di contrastare, approfondisce e rende autentica l’esperienza fondamentale di comunione che segna radicalmente la Chiesa nel suo nascere. Il dissenso è una delle espressioni più forti della comunione anche perché è solo la libertà di discutere persino <animatamente> al fine di permettere un’apertura sempre più generosa al lievito del Vangelo. Questo lievito evangelico invisibilmente ed efficacemente, fa crescere la complessità nella necessaria differenza, complessità che non schiaccia la sensibilità di nessuno, ma anzi le purifica e le nobilita. La fine della prima lettura ci lascia in una sospensione che è generosa e umile assunzione della realtà, la quale tocca la comunità a motivo del suo ampliarsi numerico. Questa gioiosa dilatazione comporta, necessariamente, un differenziarsi nella sensibilità, oltre che un ritrovarsi insieme da provenienze diverse. Davanti a ciò non c’è molto da fare se non: <esaminare questo problema> (At 15, 6).

Esaminare non può mai essere un’operazione né scontata né tantomeno indolore. Infatti l’onestà rischia di mettere in evidenza delle differenze talora difficili da comporre, soprattutto quando vengono presentate con assolutezza di principio come fanno <alcuni della setta dei farisei che erano diventati credenti> (15, 5). Costoro non possono certo, in un baleno, uscire dalla loro logica e dal loro modo di interpretare il reale, ma non vi possono neppure costringere gli altri. Per questo, è per loro di assoluta evidenza, esprimere il loro parere in modo chiaro e impositivo: <E’ necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè>. A questo modo di sentire e di prendere posizione in maniera così oggettiva e così precisa, troviamo, nella parola del Signore Gesù una possibile diversa modalità di reazione e di risposta: <Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato> cui segue una supplica amorevole ben diversa da un ordine perentorio: <Rimanete in me e io in voi> (Gv 15, 3-4).

Se la circoncisione è un segno nella carne che rimanda ad una promessa di relazione e di salvezza, non sembra più essere l’unico modo per potersi e doversi aprire all’esperienza dell’alleanza, ma vi possono essere percorsi diversi e, non per questo, necessariamente contrapposti. Ogni segno – non solo quelli posti nella carne e nemmeno quelli che si scavano nell’anima – è sempre chiamato ad andare ben oltre il segno. La promessa di Gesù riguarda il suo modo di relazionarsi a noi: <Io sono la vite> che crea naturalmente un modo, per noi, di relazionarci a lui: <voi i tralci> (15, 5). Il resto ha bisogno di essere vissuto, giorno dopo giorno, con pazienza e amore senza dimenticare che in ogni relazione e in ogni cammino di reale condivisione ci sono dei “se” (15, 7) con cui bisogna accettare di misurarsi generosamente per portare <molto frutto> nel diventare <discepoli> (15, 8) attraverso la vita.

Signore Risorto, liberaci dalla paura del dissenso e rendi aperto e disponibile il nostro cuore ad un sano e rigoroso confronto con la diversità che non solo è parte della vita, ma è pure segno di una desiderabile vitalità. Rendi la tua Chiesa un’arca simile a quella costruita dal tuo servo Noè in cui tutti possono trovare rifugio e accoglienza. Fa’ del nostro cuore un tralcio generoso intimamente legato alla vite del tuo amore e della tua libertà. Alleluia!

Giovedì – V settimana T.P.

(At 15, 7-21 /Sl 95 / Gv 15, 9-11)

 

La pagina degli Atti degli apostoli che troviamo come prima lettura, ci riporta ad un momento non facile della vita della Chiesa intesa – da sempre e per sempre – come relazione complessa, non solo tra persone diverse, ma pure tra comunità e Chiese differenti per lingua, cultura, mentalità e priorità. L’autore non ha paura di ricordare ed annotare che in seno alla comunità, animata peraltro dal più puro desiderio di fede, sorse <una grande discussione> (At 15, 7). L’apostolo Pietro prima, e l’apostolo Paolo in ultima battuta, non bloccano la discussione; anzi, entrambi, cercano sapientemente di orientarla e poi di concluderla nel senso che, in quel momento, pare più appropriato, in ordine ai due principi esposti, che sembrano essere diventati luogo di fondamentale criterio di discernimento all’interno della comunità, che si ascolti <la parola del Vangelo> e tutti possano venire <alla fede>.

Al cuore della prassi ecclesiale del discernimento vi è comunque la capacità e la volontà di aprirsi all’ascolto che è sempre legato ad una disposizione al disarmo dogmatico per arrivare a nuove soluzioni e a nuove immaginazioni. Si dice dapprima che <Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare> fino a quando ebbero <finito di parlare> (15, 12-13). Se al cuore della comunità dei credenti c’è sempre spazio per la discussione, c’è ancora più spazio per l’ascolto reciproco che evita, alla discussione, di trascendere nella contrapposizione talora gratuita. Si potrebbe dire con un’immagine che, all’interno della Chiesa di Cristo, si discute non con la lingua, ma con le orecchie. Così facendo, quasi inavvertitamente, ma in modo magnificamente efficace, si arriva a vivere ciò che il Signore Gesù ci presenta come l’atmosfera che regna tra i suoi discepoli che vivono una duplice appartenenza: quella al Maestro e quella reciproca.

Nel breve testo del Vangelo è come se potessimo apprendere quali sono i criteri per discernere l’evangelicità delle nostre posizioni: l’<amore> (Gv 15,10) e la <gioia> (15, 11). Per questo ogni discussione nella Chiesa non può che essere fatta con amore. Il segno della verità di tale amore è che - nonostante tutta la fatica della contrapposizione e della giusta combattività - lasci un senso di gioia. Questa è sempre il segno di una capacità di appassionarsi alle proprie posizioni, conservando la disponibilità a sapersene distaccare fino a cogliere in quelle degli altri qualcosa di bello, di vero e di buono che talora è, onestamente e amorevolmente, più bello, più vero e più buono. Come ricorda Origene: <Con l’aiuto di Dio, che per mezzo di Gesù Cristo rende prospero il nostro cammino, ci inoltriamo nella via del vangelo, via grande e fonte di vita per noi, qualora sia da noi non soltanto conosciuta ma anche percorsa fino a raggiungerne il termine. Quanto a noi, abitanti ancora nel corpo e pur esuli da esso per abitare presso il Signore come siamo, cerchiamo solo di non camminare fuori del vangelo, per poter godere, nel paradiso di Dio pieno di delizie, anche di quelle opere e di quelle parole che comportano di essere beati>1.

Signore Risorto, effondi nel nostro cuore di discepoli quel senso di libertà da noi stessi che ci permetta di essere sempre più capaci di ascoltare, non solo prima, ma persino più di parlare. Donaci il tuo Spirito di comprensione e di amore perché ogni discussione e persino la contrapposizione, possano lasciare dentro i cuori un senso di pace e di gioia più grandi, più veri. Alleluia!



1. ORIGENE, Commento al Vangelo di Giovanni, 32, 1.

Martedì – V settimana T.P.

(At 14, 19-28 / Sl 144 / Gv 14, 27-31)

 

Al centro della prima lettura troviamo una parola che ci scalda sempre il cuore: <Vangelo> (At 14, 21). L’esperienza difficile che gli apostoli sono costretti a vivere e che porta Paolo fino ad essere creduto <morto> (14, 19), non fa che confermarne l’essenza profonda. Il nucleo del Vangelo si può riassumere nell’evocazione della grande fatica che si doveva sostenere, all’interno della prima comunità di credenti, per poter accogliere pienamente, e non semplicemente sopportare, l’idea che la <porta della fede> (At 14, 27) era aperta a tutti… persino ai <pagani>! Forse non riusciamo facilmente ad immaginare perché tanta fatica ad accettare che potessero essere ammesse, nella comunità, delle persone proveniente non dal mondo ebraico per quanto fosse già in se stesso composito, complesso e diversificato. In realtà non era assolutamente facile condividere un cammino di fede con persone che non avevano lo stesso bagaglio spirituale, un comune denominatore nutrito e formato alla scuola delle Scritture con la mediazione di una lingua ritenuta sacra, di alcune consuetudini relazionali, e persino alimentari, completamente sconosciute e, per molti, persino inaccettabili. 

Eppure il Vangelo è stato capace, non solo di superare queste difficoltà, ma di creare una nuova mentalità condivisa anche se non sempre coincidente. La rilettura annuale degli Atti degli Apostoli nel tempo pasquale, può – forse deve – essere per noi l’occasione per verificare il livello di compatibilità del nostro modo di sentirci talora assediati e, comunque, in imbarazzo per il necessario contatto che dobbiamo avere con i <pagani> del nostro tempo. Se in passato questo si riferiva più propriamente alla sfera della credenza e della pratica religiosa, oggi forse tocca più fortemente aspetti meno religiosi e più antropologici legati non ad una diversità cultuale, ma ad una frammentazione esistenziale e a scelte di vita e di comportamento che diversificano notevolmente la sensibilità e la vita. La domanda si fa sempre più urgente e forse ancora di più doverosa: <Come aprire la porta della fede ai nuovi pagani senza imporre loro inutili pesi che rischiano di essere incomprensibili e talora persino rivoltanti come poteva essere la circoncisione per un greco o mangiare carne di maiale per un ebreo?>.

La questione è tanto grave quanto difficile da risolvere in modo chiaro, preciso, definitivo! Eppure non possiamo in nessun modo sottrarci a questa responsabilità perché se è vero che <dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni> (14, 22), è anche vero che dobbiamo continuamente alzare la <vela> (14, 26) per non rinchiuderci nei nostri porti. Davanti a questa sfida il Signore Gesù sembra dirci prima di tutto: <Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore> (Gv 14, 27). Tuttavia ci ricorda che siamo chiamati a conformarci, in tutto, al modo con cui il Signore ha manifestato al mondo il suo amore per <il Padre> (14, 31), un modo che lo ha reso capace di amare come il Padre. Ora tocca a noi essere Vangelo per i nostri fratelli… anche per quelli che ci sembrano così <pagani>.

Signore Gesù, non saremo mai abbastanza grati per il dono del tuo Vangelo! Manda il tuo Spirito perché possiamo esserne una serena e amabile incarnazione capace di profumare la terra con la dolcezza della compassione e dell’amore, con la rivoluzione spirituale dell’accoglienza e del riconoscimento di tutti e di ognuno come irrinunciabile compagni di strada. Alleluia!

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