Oggi è la parola

Quale pace?
Sabato, 17 Agosto 2019
XX Domenica del T.O. (Gr 38, 4-6. 8-10 / Sl 39 / Eb 12, 1-4 / Lc 12, 49-57)   La lettera agli Ebrei ci invita a vivere <tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede> (Eb 12, 2)...

Contribuer directement avec paypal

euro:

Contribuisci direttamente con Paypal

euro:

XX Domenica del T.O.

(Gr 38, 4-6. 8-10 / Sl 39 / Eb 12, 1-4 / Lc 12, 49-57)

 

La lettera agli Ebrei ci invita a vivere <tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede> (Eb 12, 2) che oggi ci provoca con una domanda inaspettata: <Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?> (Lc 12, 51). In realtà ci verrebbe da dire proprio con tutto il cuore: “Sì, noi speravamo che ci portasse la pace” (cfr. Lc 24, 21), così come annunciarono gli angeli: <…pace in terra agli uomini che egli ama> (Lc 2, 14). Ma cosa è la pace? Spesso, forse troppo spesso: <Ognuno parla di pace con il prossimo mentre nell’intimo gli ordisce un tranello> (Gr 9, 7) tanto da meritare il rimprovero di Gesù che dice <Ipocriti> (Lc 12, 56) ossia: gente che recita un personaggio senza assumere fino in fondo la responsabilità della propria personalità. La pace – shalom - nella Scrittura, è un punto di arrivo e non un comodo e scontato punto di partenza. Per questo, il Signore Gesù, non viene a gettare acqua sul fuoco delle nostre tensioni, delle nostre ansie e delle nostre lotte, ma le purifica dalle scorie delle nostre paure e dei nostri egoismi, perché siano luoghi di crescita nella verità su noi stessi e sugli  altri: dei veri laboratori di pace a caro prezzo. 

Si tratta di accogliere un Dio che, dopo aver provocato la vita, torna continuamente a provocare alla vita… la quale non comincia mai da noi stessi né finisce in noi stessi: <padre e figlio, madre e figlia, suocera e nuora> (Lc 12, 53) e così via… così avanti!  Il Signore Gesù si premura di portare la <divisione> (12, 51) laddove si rischia la morte per assorbimento, tanto che <d’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contre tre> (12, 53). Non si dice “due contro due” ma <due contro tre>! Quando noi fondiamo la pace - la nostra pace - sulla parità, sugli accordi e sui compromessi, il Signore inserisce il mistero della disparità - il mistero stesso della Trinità Santissima -. La pace a cui il Signore chiama ciascuno di noi non è frutto di ipo-crisia ma di un sovrappiù di discernimento – yper-krisis - , di attenzione e di dono di sé: <egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi si sottopose alla croce> (Eb 12, 2). Per questo una pacealla leggeranon è degna di questo nome e - comunque - non ha niente a che vedere con il dono pasquale del Signore, la cui pace è frutto del coraggio attinto alla fonte che zampilla interiormente e che dà forza per resistere fino al sangue.

La croce sotto cui Gesù ha accettato di camminare non è semplicemente l’acconsentire di essere <l’uomo dei dolori che ben conosce il patire> (Is 53, 3), ma ancor più di non aver rifiutato di essere come il profeta Geremia “uomo di conflitti” perché sempre irriducibile ad ogni vuoto accomodamento superficiale: <voi avrete pace mentre una spada giunge alla gola> (Gr 4, 10). La croce, unica via per la verità che dà pace, è il coraggio di rimanere soli e nudi – come il profeta nella cisterna secca – abbracciando quel cammino di individuazione che passa per la porta stretta della differenziazione il quale, rendendoci consapevoli della nostra anima una e unica, ci apre le vie dell’un-animità che non vuol dire abdicare alla propria personalità, ma orientarsi verso la stessa meta, <fissando lo sguardo> nella stessa direzione e camminando con le gambe del proprio desiderio con l’ardore del proprio fuoco <che ardeva nel mio cuore mi sforzavo di contenerlo ma non potevo> (Gr 20, 9).

Signore, dolori e tribolazioni ci appaiono un momento transitorio della nostra vita e viviamo nell’attesa di tempi di pace. Aiutaci invece ad amare ogni istante, ad abbracciare il cammino, a restare accanto a te sulla croce, a credere che nel mezzo della notte accenderai per noi quel fuoco splendido che ci rianima e dona una pace profonda, autentica e duratura al nostro cuore.

Sabato – XIX settimana T.O.

(Gs 24, 14-29 / Sl 15 / Mt 19, 13-15)

 

Il cammino di ciascun discepolo è quello di passare da uno sguardo protettivo nei confronti del Signore Gesù con cui si tende a tenerlo lontano da tutto ciò che è piccolo ed insignificante, alla scelta coraggiosa di farsi piccolo davanti al Signore Gesù perché questi possa imporre le <mani> (Mt 19, 15). Questo gesto non è solo un segno di benedizione formale, ma lo è in modo radicale perché riporta ciascuno alla propria originale innocenza legata alla serena e, per certi aspetti, giocosa dipendenza creaturale. In questa linea possiamo rileggere quanto avviene a Sichem non tanto riconoscendovi un patto socio-politico, ma come accettazione da parte del popolo di Israele di non emanciparsi in un senso “indipendentista”. Il popolo sceglie di vivere la propria libertà in una profonda relazione che accetta continuamente il confronto e la coscienza di avere bisogno dell’altro per vivere. Sembra che Giosué voglia ricordare al popolo che l’alleanza non è un’imposizione dall’alto, ma un’esigenza interiore tanto da esortare con forza: <rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d’Israele> (Gs 24, 23).

A questo appello a riprendere ogni giorno la via del cuore - di cui l’esodo è un simbolo e una sorta di esercizio - il popolo risponde rinnovando e radicalizzando la sua scelta: <Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!> (24, 24). Così l’obbedienza secondo Dio non è una sottomissione militare che continuamente mette a tacere la propria coscienza per l’ossequio al sistema, ma è un tornare continuamente all’infanzia del cuore che si può riassumere così: tornare continuamente ad essere semplicemente se stessi senza paura e senza finzioni. Come spiega Massimo di Torino questo è il dono pasquale e battesimale per eccellenza: <Quanto grande è il dono che Dio ci fa, fratelli! Nella sua Pasqua, ciò che ieri era decrepitezza del peccato, la risurrezione di Cristo l'ha fatto rinascere nell'innocenza dei lattanti. La semplicità di Cristo fa sua l'infanzia. Il bambino è senza rancore, non conosce la frode, non osa colpire. Così questo bambino, che il cristiano è divenuto, non si infuria più se lo si insulta, non si difende se lo si spoglia, non rende i colpi se lo si colpisce. Il Signore esige anche che preghi per i suoi nemici... L'infanzia di Cristo supera pure l'infanzia degli uomini. Questa ignora il peccato, quella lo odia. Questa deve la sua innocenza alla sua debolezza, quella alla sua virtù>1.

L’infanzia di cui ci parla il Signore Gesù e che è additata come la mèta del cammino del discepolo non è alle nostre spalle, ma è davanti a noi e si compirà pienamente nel Regno dei cieli dove la gratuità e la spontaneità dell’amore saranno l’unica legge e il solo respiro relazionale. Sembrerà strano, ma il Signore ci chiede di non restare bambini e al contempo, di non avere le pretese degli adulti che, come i discepoli, cercano di controllare e di manipolare. Il Signore, come già fece Giosué alle soglie della terra promessa che è segno del regno dei cieli, ci chiede di ritornare all’infanzia di chi sa e ama vivere nella fiducia che genera la vera libertà nell’esercizio di un’autentica responsabilità. 

Signore Gesù, tu non ci chiedi di rimanere bambini e ci richiedi di non cedere mai e in nessun modo alla tentazione della piccineria. Il tuo vangelo è una scuola di maturità e di responsabilità in cui ritroviamo la nostra innocenza originale in cui radica la nostra originale libertà di assomigliare a te sempre piccolo eppure così grande.



1. MASSIMO DI TORINO, Omelia 58, sulla Pasqua.

Assunzione di Maria

(Ap 11-12 passim / Sal 44 / 1Cor 15, 20-26 / Lc 1, 39-56)

 

L’iconografia occidentale mostra la Madre di Dio che ascende al cielo normalmente portata da angeli e sorretta da un velocissimo carro di nuvole. È il vangelo che leggiamo in questo giorno che ci aiuta a entrare nel mistero di Maria: <si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa> (Lc 1, 39). Appena dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo e aver accolto dentro di sé il peso dela gloria del Verbo che si fa carne, Maria è ancora più agile e si mostra ancora più capace di ascendere: la presenza di Dio ormai accasatosi dentro il suo stesso corpo, invece di appesantirla, sembra averle donato dellae <ali> ancora più grandi (Ap 12, 14). Tutta la vita di Maria è come avvolta da questa leggerezza e tutto il suo cammino di fede, di speranza e di amore, è un lungo processo di alleggerimento, tanto da non essere più soggetta alla legge della gravità e potersi librare in cielo con tutto il peso e lo splendore della sua umanità, ma pure con una leggerezza che le fa penetrare i cieli serenamente.

La solennità dell’Assunzione è un messaggio di speranza: la nostra umanità, di cui sentiamo talora il doloroso peso per le sue ambiguità e contraddizioni, è destinata al cielo e potrà pienamente realizzarsi in tutta libertà muovendosi nello spazio più propriamente divino – il cielo – come a casa proria. La memoria del transito di Maria nella stessa vita di Dio è un monito: la nostra vita non ci è data per appesantirci, ma per alleggerirci: nasciamo pesanti, per morire il più leggeri possibile. Se si pesa, infatti, un bambino non si pesa, di certo, un morto! Quando talora vogliamo esprimere un certo disagio nelle nostre relazioni – soprattutto in quelle più significative – diciamo: <sei proprio pesante!>. In questo modo esprimiamo il desiderio, per noi e per quanto amiamo, di essere sempre più leggeri, più sop-portabili.

Maria che vediamo salire verso la casa di Elisabetta è colei che l’Apocalisse ci mostra <vestita di sole> (Ap 12, 1). Quando vediamo una persona felice, non le diciamo forse che splende come il sole? Oggi festeggiamo il trionfo assoluto della vita su ogni <pungiglione della morte> (1Cor 5, 56) e in Maria vediamo realizzarsi pienamente il frutto della Pasqua di Cristo Signore. Come un sole, Maria ci assicura che il nostro destino ultimo coincide con il nostro desiderio più profondo e sarà vergato da un grande sorriso. Lo diciamo quando vediamo un caro nella solennità della morte: <sembra che sorrida>. Di certo il transito di Maria fu un grande sorriso a suo Figlio Gesù, come più volte aveva fatto quando egli era un bambino stretto dalle braccia della più vera delle madri, perché tre le donne la più <donna> (Ap 12, 1). Per sorridere nella morte, non possiamo che cominciare a sorridere durante la vita. Sorridere è semplice perché non c’è bisogno di tendere i muscoli facciali, ma solo di rilassarli, è molto più faticoso e difficile non sorridere alla vita! Durante questo giorno di festa in cui l’estate sembra rendere tutto più semplice e amabile, deponiamo per un attimo il peso di noi stessi, lasciandoci andare ad un grande sorriso. 

Signore Gesù la leggerezza di Maria, il suo salire al cielo e passare dalla vita alla morte, con indicibile levità, ci sollecitano a vivere più gioiosamente, ad accogliere più serenamente ciò che la vita ci pone dinnanzi. Insegnaci a sorridere Signore, a sorridere alla vita, senza smettere di sentire anche dolorosamente ciò che si muove in noi e fuori di noi. Insegnaci a portare i pesi come danzando: quale miracolo più grande di quello dell’amore di una madre?!

Venerdì – XIX settimana T.O.

(Gs 24, 1-13 / Sl 135 / Mt 19, 3-12)

 

Ciò che sta a cuore al Signore Gesù non è la preservazione della specie a livello biologico, sociologico e persino spirituale, ma l’elevazione della nostra umanità ad un livello sempre più alto di libertà. Ciò non significa l’eliminazione dell’assunzione delle costrizioni della vita che si impongono anch’esse ai tre livelli sopra citati, ma la capacità di diventare sempre più soggetti della propria esistenza in una modalità sempre meno egoistica e sempre più oblativa. L’evocazione della storia, così come viene fatto in modo così solenne nella prima lettura, non è un modo per incatenare al passato e alle obbligazioni che ne provengono, bensì la memoria di un dono ricevuto di amore e di libertà che continuamente ne esige l’esercizio coraggioso e audace: <Vi diedi una terra che non avete lavorato, abitate in città che non avete costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato> (Gs 24, 13). Nella coscienza del popolo di Israele la memoria del dono è il fondamento dell’alleanza che si basa prima di tutto sulla gratitudine come risposta al dono di grazia.

I farisei cercano di condurre il Signore Gesù sul loro terreno di disquisizioni tanto sottile quanto, spesso, così teoriche e comode. La reazione del Signore è di riportare la questione all’essenziale e, soprattutto, a ciò che concerne il cammino personale di ciascuno: <Per la durezza del vostro cuore, Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così> (Mt 19, 8). L’essenziale non è la preservazione né di una legge né di un’istituzione, ma la memoria di come nessuna legge e nessuna istituzione può garantire la fedeltà al progetto di Dio sulla nostra umanità se cediamo alla <durezza> del cuore. La differenza tra l’uomo e la donna e il desiderio generato da questa differenza è simbolo di quella incompletezza e di quel limite di cui ogni creatura – costitutivamente – fa esperienza. Questo senso di limite e la consapevolezza del bisogno dell’altro per essere fino in fondo se stessi dovrebbe generare quella dolcezza e ampiezza del cuore che si apre all’altro e ne ricerca la complicità esistenziale sempre nella logica del dono e mai del possesso o, peggio ancora, dell’abuso.

Come Giosuè fa con il popolo così ciascuno di noi è chiamato a fare memoria della propria storia per scorgervi una presenza di Dio che ci difende da tutto ciò che rischia di renderci schiavi e di interrompere quel processo di libertà che è il grande compito della vita. Una libertà che è tanto più piena quanto più e capace di dono e di responsabilità. Il primo grande passo che siamo chiamati a fare è quello di ritornare al nostro cuore per cercare in tutti i modi di evitare quella <durezza> che può farci del male fino a renderci motivo di sofferenza. Così matrimonio e celibato, costrizione della natura e della cultura unitamente a scelte libere e consapevoli, vengono riscattate dal Signore Gesù dal duro contesto legalistico in uso da parte dei farisei e restituiti al dialogo tra il Creatore e le sue creature: la creazione si fa storia, ogni storia può accogliere la salvezza.

Signore Gesù, sia lode a te per la tua capacità di non assoggettare nessuno a schemi per dare ad ognuno la speranza di poter ritrovare il filo rosso della grazia anche nelle situazioni più umbratili. Sii con noi e sii per noi Maestro per poter porre le domande giuste senza mai ferire e giudicare… nessuno!

Mercoledì – XIX settimana T.O.

(Dt 34, 1-12 / Sl 65 / Mt 18, 15-20)

 

La parola del Signore Gesù su quella che comunemente chiamiamo “correzione fraterna” porta, in realtà, alla luce il legame indissolubile che la creazione ha istituito tra il cielo e la terra, tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e il cosmo. La parola del Signore rivolta a tutti <i suoi discepoli> risuona forte e chiara: <tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo> (Mt 18, 18). Si può certamente fondare su questo versetto la necessaria potestà che si esercita competentemente nella Chiesa, ma su questa parola solenne del Signore affonda le sue radici la verità di ogni relazione non solo col <fratello> (18, 15) ma col cosmo intero. Ciò che si fa all’altro, ciò che si vive con l’altro, ciò che si affronta per l’altro non si risolve <sulla terra> ma ha la sua conseguenza e, per certi aspetti, raggiunge la sua pienezza di senso <in cielo>. Un monaco così commenta l’imprescindibile legame che intercorre tra Cristo e la Chiesa, tra ciascuno e ogni suo simile: <Tutto è comune tra lo Sposo e la sposa: l'onore di ricevere la confessione e il potere della remissione. Come Sposo umile e fedele, non vuole fare niente senza la sposa. Guardati bene dal separare il capo dal corpo; non impedire a Cristo di esistere interamente; perché Cristo non è mai intero senza la Chiesa, e nemmeno la Chiesa lo può essere senza Cristo. Cristo totale, integro è il capo e il corpo>[1]. Di questa integrità siamo tutti responsabili e artefici attraverso la correzione e il perdono.

Partendo da questo orizzonte prima che arrogarsi il diritto di ammonire l’altro in tanti modi è necessario premunirsi dal rischio di pensare che persino le realtà che vanno affrontate <fra te e lui solo> (18, 15) hanno una conseguenza <in cielo> e quindi una valenza eterna e che riguarda tutti e tutto perché aumenta o impoverisce quell’armonia che è principio e condizione della vita piena. Il Signore ci assicura solennemente che <se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà> (18, 19). Ac-cordarsi per chiedere nella preghiera non può che essere il segno e il frutto di una con-cordia nel vivere fino a <dare la vita> (Gv 15, 13). E questo è possibile solo – come ama ripetere Chiara Lubich – se accettiamo e amiamo di mettere di <mezzo> (Mt 18, 20) e al centro assoluto delle nostre relazioni umane il Signore Gesù e la sua logica pasquale. In questa medesima logica: <Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab…> (Dt 34, 5) in adempimento sereno della terribile parola: <Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!> (34, 4).

Eppure la morte di Mosé non crea, per molti aspetti, nessun vuoto, ma subito <Giosué figlio di Nun> (34, 9) è in grado di prendere il suo posto e di assicurare serenamente la continuazione e il coronamento dell’esodo. Il grande Mosè <con il quale il Signore parlava faccia a faccia> (34, 10) ha vissuto con-cordemente non solo con Dio ma anche con Giosué il quale <era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui> (34, 9). Mosè occupa interamente il suo posto e onora il suo ruolo ma con la grande capacità di essere serenamente sostituibile perché assolutamente accordato sulla volontà di Dio come fosse uno strumento musicale nella mani dell’artista. Forse il grande dramma che si nasconde sotto ogni <colpa> (Mt 18, 15) che rompe la comunione è proprio la fatica ad accordare lo strumento del nostro cuore prima di farlo suonare e talora, ahimé, stonare!

Signore Gesù, accogliamo la tua parola con particolare gratitudine perché essa ci permette di rasserenare il nostro cuore: c’è sempre una vita per ritrovare l’armonia e riprendere la giusta intonazione perché il canto vissuto della nostra comunione fraterna rallegri l’universo.



1. ISACCO DELLA STELLA, Omelie, 11, 13.

Vos contributions

Filename Date & Time
A Microsoft Word file Emigrs-Fete-Ago-2018_fr 2018-08-13 05:32:06
A Microsoft Word file Frre_MichaelDavide 2018-07-19 05:09:22
An Adobe Acrobat file LaVie 2018-01-13 09:13:08
An Adobe Acrobat file LaCroix3 2017-05-20 09:24:16
An Adobe Acrobat file LaCroix2 2017-05-20 09:23:32
An Adobe Acrobat file LaCroix1 2017-05-20 09:22:52

Inviaci una mail dal sito

Email 
Nome 
Testo del messaggio 
    

Envoyez-nous un e-mail

Email 
nom 
Contenu du mail 
    

I vostri contributi

Filename Date & Time
An image file Maria_Maddalena 2019-07-23 04:47:44
An image file ViaggioTerrasantaGiugno20192 2019-07-23 04:46:14
An image file ViaggioTerrasantaGiugno20191 2019-07-23 04:46:14
An image file san_Benedetto-2019 2019-07-23 04:43:38
A Microsoft Word file LaCroix-lettera 2018-10-27 05:41:14
A Microsoft Word file Emigrs-Fete-Ago-2018 2018-08-13 05:31:31
A Microsoft Word file In_occasione_del_Perdon_DAssisi._Il_Caravaggio 2018-08-08 04:42:29
A Microsoft Word file IL_CATINO_DI_ACQUA_SPORCA 2017-11-18 06:20:19
An image file XanniversariodellaKoinonia2 2017-06-03 06:37:22
An image file XanniversariodellaKoinonia1 2017-06-03 06:37:22
A Microsoft Word file CorrieredellaValle-Decennale-Koinonia 2017-06-03 06:27:57
A Microsoft Word file Ut_unum_sint 2017-05-01 05:28:57
A Microsoft Word file Un_canto_di_speranza_nel_cuore_dei_bambini_di_Terezin 2017-02-16 05:46:20
An Adobe Acrobat file DE_FOUCAULD_semeraro 2016-10-07 05:36:27
A Microsoft Word file Prière Abbé Pierre 2015-11-22 06:23:58