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Amori
Sabato, 25 Giugno 2016
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 Non siamo un’abbazia, non siamo un priorato e se siamo un monastero lo siamo nella misura più piccola come è appunto una “domus monastica”. Siamo attualmente tre monaci che cercano di vivere la fedeltà alla tradizione benedettina nella Congregazione Sublacense-Cassinese, cogliendo ogni giorno gli appelli della vita fino ad assumerne le costrizioni e le necessità.

Il mistero che ispira la nostra vita è quello della Visitazione, che è anche il titolo della parrocchia in cui viviamo. Ecco la Koinonia de La Visitation, una fraternità in cui la koinonia – comunione – è al primo posto nelle relazioni tra di noi e con quanti incrociano, in vario modo, la nostra vita.

Pur essendo una piccola comunità, non siamo isolati e in questo siamo aiutati e sorretti dal riferimento al monastero di En Calcat (Francia) e dalla cura di padre André-Jean Demaugé che, in quanto delegato dell’Abate presidente della nostra Congregazione, ci guida nel nostro cammino di ricerca di Dio e di attenzione ai fratelli e sorelle in umanità.

Accanto alla figura del nostro padre Benedetto, abbiamo scelto di dare rilevanza alla testimonianza di Francesco d’Assisi e di frère Charles de Foucauld. In queste due figure troviamo un’ispirazione per un’interpretazione più ampia della tradizione monastica.

Forse potrà sembrare strano e persino inopportuno impegnarsi in una nuova realtà con tutte le comunità che hanno bisogno di forze per continuare la loro testimonianza. Nondimeno accogliamo la nostra vita come una possibilità vissuta nella provvisorietà e in una fragilità che ci richiede una fedeltà al momento presente, senza troppi progetti e con la gratitudine di essere qui ed ora per vivere una fedeltà fraterna che si apre all’accoglienza e alla partecipazione dei cammini e delle speranze di quanti passano nella nostra casa.

Quando entriamo in contatto con il vissuto di altre comunità monastiche, spesso sentiamo parlare di “fragilizzazione”, di diminuzione di forze, di una necessità di ridurre le proprie attività e di trovare il modo per abitare case troppo grandi e troppo esigenti. Per noi le cose sono molto diverse: viviamo in una realtà piccola a tutti i livelli – la casa, le attività, il mondo e il modo di relazione –, ma soprattutto per noi non si tratta di fare esperienza di “fragilizzazione”, bensì di assumere “uno stato essenziale di fragilità” che potremmo definire costitutiva della nostra vita. L’essere solo in tre e il fatto di abitare una casa che non è nostra ci obbliga a vivere radicalmente il momento presente senza troppa progettualità per il futuro. Tutto ciò se da una parte ci fa sentire molto vulnerabili, dall’altra ci permette una libertà che ha il suo valore e la sua bellezza.