NELLA PAZIENZA

Sul sentiero dell’AVVENTO, nella pazienza dell’attesa, ho ammirato la trasformazione del fiore. Si è offerto, prima, come bevanda per i più piccoli e poi, ha perso l’uno dopo l’altro i suoi petali, mettendosi a nudo per concentrarsi sulla piccola nascita del nocciolo interiore:

 

Il futuro frutto è già in PROMESSA nel fiore !

Mistero della vita… soltanto possibile se il fiore resta legato all’albero – padre protettore – che nutre i più teneri rami dell’albero con la sua dolce linfa.

E, miracolo : il fiore si prepara a diventare frutto!

 

 

ALL’INIZIO…

Sul sentiero dell’AVVENTO, all’inizio del viaggio verso la Luce, ho incontrato un fiore staordinario che fiorisce soltanto quando fa buio, nel silenzio della notte…

… il suo nome è UMILTÀ .

Luminoso come una candella, fragile come il vento, bianco come le nuvole, vicino alla sua bellezza, le nostre certezze diventano polvere, ma, basta respirare il suo profumo… per dimenticarsi e continuare il nostro viaggio cercando altre meraviglie.

SALVATOR MUNDI…

        Mentre la Chiesa si prepara a celebrare la festa di CRISTO-RE dell’universo, il mondo dell’arte ha eletto, mercoledi scorso, il dipinto più costoso del mondo… e, coincidenza, divina sorpresa ( ! ), è stato scelto il “SALVATOR MUNDI” di Leonardo da Vinci !

O Signore, stupenda vittoria ! Tradito, umiliato e venduto per trenta soldi d’argento, sei, ormai, riconosciuto, ammirato e ti hanno comprato per… 450 milioni di dollari!!!

Allora perchè questo gusto amaro, questa strana malinconia ?

Che paziensa devi avere ancora per farci capire che sei un DONO GRATUITO !

Perdonaci di non aver capito che non sei né da vendere, né da comprare, ma sei un’offerta, un regalo senza prezzo. Piccolo vento che anima il nostro respiro, spazio quasi invisibile tra le nostre mani in preghiera, aspetti, ancora e sempre, che ti apriamo la porta del nostro cuore per diventare, umilmente, discretamente, il CRISTO-RE, SALVATOR MUNDI della nostra vita… e questo ha un valore inestimabile.

Giornata del Ringraziamento

Domenica 12 abbiamo “celebrato” la Giornata del Ringraziamento celebrando l’Eucaristia della domenica…

Davanti all’altare, in chiesa, i prodotti della terra dell’alta  Val di Rhemes… ortaggi, latte e formaggi, uova, miele e i fiori – gli ultimissimi – che questa nostra terra ci dona ogni anno, con la collaborazione del lavoro dell’uomo.

TESORO NASCOSTO …

      Ecco tornato di nuovo il tempo del buio, del freddo, del vento, della notte, del riposo, dell’attesa… Potrebbe sembrare triste, avvolto di nostalgia o di malinconia, ma nel cuore di questo tempo è nascosto un tesoro!

Un tesoro che non si puo ne comprare, ne vendere, ma che fa brillare gli occhi dei bambini…

Un tesoro che sparisce se vuoi conservarlo, ma che si muta in gioia per tutti…

Un tesoro che non ha prezzo, ma che possiede la capacità di rendere più leggera l’attesa del ritorno della Luce…

Silenzioso, dolce come cotone, questo tesoro, vera manna discesa dal cielo, bagna la terra con migliai di fiocchi… LA NEVE:

polvere bianca che trasfigura il mondo

coperta immacolata che illumina la notte

dolcissimo vento di fiocchi che fa ballare i piccoli e chiudere gli occhi dei grandi.

La bellezza della neve ha il potere di rendere luminoso il buio, per aspettare l’alba e la primavera.

Gli abitanti del grande Nord l’hanno ben capito : hanno più di 40 parole per qualificare i differenti fiocchi di neve!

Troveremo anche noi 40 parole per condividere la bellezza del piccolo fiocco nascosto nell’anima nostra e celebrare cosi il nostro Dio – Re che ci inonda di fiocchi di grazia !

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

I libri liturgici offrono la possibilità di scegliere le letture e le preghiere per celebrare la Commemorazione di tutti i fedeli defunti in tre formulari che sono – ciascuno a suo modo – una sorta di finestra aperta sul mistero della morte… sul mistero del dolore per la perdita delle persone che abbiamo amato e da cui siamo stati amati. Se è vero come sosteneva lo psicanalista C. G. Jung, che , possiamo accogliere come un gesto di delicata sapienza il fatto che la Chiesa all’indomani della solennità di Tutti i Santi, tenga conto e metta in conto non solo la luce che proviene dalla speranza della vita eterna per noi e per i nostri cari, ma pure il carico di inquietudine che la morte, con la prova della separazione e l’esperienza dell’assenza, comporta anche al credente. Nel secondo formulario, la Colletta della Messa ci fa pregare in questi termini: . La preghiera crea uno splendido triangolo d’amore fatto di mesta e dolce nostalgia: i fratelli defunti, noi e il Signore della vita.
Questo triangolo è ciò a cui allude una delle parabole finali del vangelo secondo Matteo e che, comunemente, chiamiamo “del giudizio universale”. Forse sarebbe meglio indicare questa parabola come dell’universale giudizio: <perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi> (Mt 25, 35-36). Ciò che sta a cuore al Signore è proprio rivelare nel pieno della sua signoria sulla storia – ormai seduto (25, 31) – il criterio che guida a autentica ogni frammento di umana avventura: (25, 40). Visitando i cimiteri e facendo memoria dei nostri defunti e del loro essere passati tra di noi, sarebbe impossibile non trovare almeno uno di questi gesti d’amore nella loro vita. Se leggiamo fino in fondo la parabola dell’universale giudizio e impariamo a leggere la storia dei nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto verso il regno, attraverso lo sguardo del Signore Gesù, non potremo che aprirci alla gratitudine e alla meraviglia per ogni minimo gesto d’amore che rimane in eterno e su cui la morte non ha nessun potere. Tutti conosciamo in prima persona la fatica d’amare e di fare il primo passo verso l’altro, specialmente quando si presenta a noi nella forma del <più piccolo> che nulla può pretendere e nulla può imporre.
Guardando con attenzione nel nostro cuore, ci rendiamo conto che (Rm 8, 17) non possiamo che attendere e sperare, condividendo <l’ardente aspettativa della creazione protesa verso la rivelazione dei figli di Dio> (8, 19) e tali siamo tutti… sempre… in ogni modo. Certo, nella sua parabola il Signore Gesù mette anche davanti ai nostri occhi la possibilità di non essere all’altezza della nostra natura di . Ma se questo viene lasciato sullo sfondo delle possibilità per salvaguardare l’ambito della libertà, rimane comunque più radicale la divina deliberazione di cui si fa interprete il profeta: <strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli… eliminerà la morte per sempre. Il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto> (Is 25, 7-8).
La liturgia di questo giorno di commemorazione, in cui con serena mestizia visitiamo i cimiteri e le tombe dei nostri defunti, ci aiuta a cogliere la continuità tra la vita e la Vita attraverso la morte che permette di desiderare prima ancora di vedere (Ap 21, 1). Ma questa novità di orizzonti per l’Apocalisse sembra possibile proprio e solo <perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più> (Ap 21, 1). La continuità esige una rottura, la novità e il compimento esigono una capacità di dare pienezza e di saper assaporare la fine di un certo modo di vivere e di relazionarsi con se stessi e con gli altri.
Proprio per questa solenne continuità tra la festa di ieri e la commemorazione di oggi, i cimiteri diventano luoghi di speranza e la speranza è una virtù che non nasce sul terreno della superficialità ma della meditazione e della consapevolezza, del consenso al mistero e alla complessità della vita. Ponendo sulle tombe dei fiori vogliamo dire che il profumo della vita attraversa il tempo e i crisantemi ne sono un simbolo particolare. Questo che, in Giappone, è l’emblema dell’imperatore rende ogni fratello e sorella onorabile e venerabile non solo per il bene che ha fatto, ma per il dono che è stato.

1 Novembre – Tutti i Santi

La solennità  di Tutti i Santi è nata in luoghi diversi e in modi diversi in Oriente come in Occidente. In Oriente questa festa compare nel IV secolo come occasione per fare memoria di tutti i martiri e si celebrava in date diverse, ma normalmente vicino alla festa di Pasqua: il 13 maggio ad Edessa in Siria, il venerdì dopo Pasqua a Nicomedia (l’attuale Turchia) mentre a Costantinopoli si celebrava la prima domenica dopo Pentecoste.

In Occidente troviamo l’attestazione di una festa di tutti i martiri celebrata a Roma già  nel VII secolo legata alla festa della dedicazione della Chiesa di Santa Maria dei Martiri installata nel Pantheon. Infatti, a motivo della dispersione di molte reliquie come conseguenza delle invasioni barbariche, papa Bonifacio IV (608-615) fece raccogliere in un solo luogo tutte le reliquie che si poterono ritrovare e le depose, appunto, nel Pantheon. Questo luogo fu trasformato in Chiesa-santuario con la solenne dedicazione del 13 Maggio 609. A Roma si adottò la stessa data di Edessa!

Nell’VIII secolo, una festa di Tutti i Santi o più semplicemente di Tutti i Martiri è attestata in Inghilterra nella data del 1° Novembre. Nell’833, l’imperatore Ludovico il Pio, figlio di Carlomagno, ne prescrisse la celebrazione in tutto l’Occidente. Così la data del 1° Novembre è stata scelta per soppiantare cristianamente la celebrazione di origine celtica che commemorava in questo giorno il ricordo degli antenati e l’inizio del nuovo anno. La festa era accompagnata, come il nostro capodanno attuale, da intensi riti di rinascita con qualche pratica un po’ eccessiva. Nel X secolo, a Roma si adotta così la data del 1° Novembre per festeggiare tutti insieme i Santi della Chiesa e non più soltanto i Martiri, nonostante questi ultimi mantenessero una certa precedenza. A partire da questo momento, la solennità  di Tutti i Santi diventa una grande festa preceduta da una giornata di digiuno e da una Veglia liturgica.

Dopo secoli dobbiamo riconoscere che fu una bellissima idea quella di riunire in una sola festa il ricordo e la celebrazione di Tutti i Santi. È come se la Chiesa non si accontentasse di ricordare i santi nel loro giorno particolare, ma sentisse il desiderio di posare lo sguardo ammirato e grato sulla folla dei testimoni per essere confortata e incoraggiata nel suo cammino verso la Gerusalemme del cielo. Il fine di questa solennità  non è quello di <ripescare> i santi meno conosciuti e meno venerati che non hanno diritto ad una propria festa o il cui culto si è spento o mai sufficientemente acceso. Con questa celebrazione si vuole sottolineare come ogni esperienza personale di santità  assume tutto il suo senso nella cornice del Popolo di Dio chiamato a diventare primizia e promessa della salvezza di tutta l’umanità .

La solennità  di Tutti i Santi è prima di tutto e soprattutto una festa della Chiesa. Gli uomini e le donne che veneriamo in questo radioso giorno di festa allietato dai colori autunnali non sono celebrati come individui giustapposti l’uno all’altro di cui ciascuno potrebbe ignorare il “vicino di santità”, ma come membri gioiosi e viventi dell’unico Popolo di Dio. Un unico Popolo chiamato ad essere, nella forza dello Spirito, il corpo di Cristo Signore. I santi hanno compiuto il loro cammino non per raggiungere un “successo di santità” individuale così da meritare gli onori degli altari, come si dice, ma per essere pietre vive e preziose dell’unico edificio spirituale che è la Chiesa quale sacramento universale di salvezza e di gioia per tutti.

A ciascuno di noi che celebriamo con devozione questa festa e che siamo personalmente chiamati alla santità viene ricordato la relatività  di ogni esperienza di santità  e la sua irrinunciabile complementarità . Ogni santo infatti non ha potuto che ripresentare un tratto del volto di Cristo in modo tanto unico quanto parziale. Per questo il compimento di ogni personale cammino di santità  non può darsi come in un’avventura eroica e solitaria, ma nel mistero di una comunione immensa che ha bisogno della santità  degli altri per raggiungere la propria pienezza di docilità  alla grazia.

Bisogna inoltre notare e sottolineare che la Chiesa che contempliamo nelle sue vesti più belle in questa solennità  va intesa nel senso più largo che si possa immaginare. Oltre ai santi <patentati> e a tutti gli eletti che hanno vissuto un’appartenenza visibile al corpo della comunità  cristiana, la solennità  di Tutti i Santi fa celebrare gli innumerevoli cammini di tanti uomini e donne che hanno vissuto nello stile delle beatitudini. La gioia è immensa!

Per non farci avvelenare dalla “barbarie” della nostra “civiltà” che oramai respiriamo nelle nostre città e paesi

La necessità del lutto di Carlo Ossola

in “Il Sole 24 Ore” del 20 agosto 2017

L’attentato del 17 agosto a Barcellona, alle Ramblas, per la provenienza cosmopolita delle vittime e dei feriti, ha suscitato, e suscita, molti commenti, quasi tutti orientati a ripetere, insieme alla esecrazione per l’attentato, la difesa dei valori dell’Occidente, principale dei quali sarebbe una libertà che si esercita nel movimento verso luoghi-idolo, che meglio ci identificano che non le comunità locali nelle quali, con fatica, si è costretti a vivere. L’analisi, che si ripete anche questa volta, mi pare carente e fuorviante: e, senza preamboli, mi permetto di dire, sommessamente, che mi sarei atteso che le Ramblas, pedonali, fossero chiuse, almeno per 48 ore, per rispetto e per lutto, sì per lutto, per le persone scomparse. Permettere che il commercio, il passeggio, il su e giù dei turisti (perché altro non c’è nelle Ramblas) riprendessero come nulla fosse, appena rimossi i segni di morte, non è solo un’offesa alle vittime, ma ancora il cedimento speculare alla visione che anima gli assassini. Qui, come a Nizza, essi falciando pedoni ignari dichiarano che l’uomo non valle nulla; è un birillo da buttar giù in fretta; ma la riposta che diamo è del tutto simmetrica: anche noi diciamo che l’uomo non vale nulla, perché occultiamo nell’indifferenza la morte, e riprendiamo al più presto i traffici quotidiani. La libertà è il frutto della dignità di ogni singolo uomo, non ne è il presupposto. Non fermarci di fronte alla morte, non circondare quei nomi di un silenzio ampio e collettivo (che cos’è un “minuto di silenzio” di fronte a tanti anni di tante vite spente per sempre?), è confermare – anche da parte nostra – che la vita non vale nulla; che si può tornare a calpestare il selciato ancor caldo di sangue e di morte. È anche far sapere ai terroristi che, se non bastano 14 o 87 vittime a fermarci, essi dovranno procurarne ancora di più, ancora più selvaggiamente (e infatti il progetto di strage era ben più sinistro). No, dobbiamo fermarci; dire che quelle vittime sono i nostri figli che amiamo, per i quali dobbiamo portare e porteremo un lungo lutto, di riserbo, di sollecitudine, di vigilanza. Personalmente, ringrazio i turisti italiani che sono partiti da Barcellona il giorno dopo: in modo semplice agli intervistatori hanno detto che, dopo quelle morti, nulla – per loro – era più come prima. Occorre uscire dall’inganno della “festa che continua”, della “vita che continua”: occorre assumere con coraggio il peso, più difficile, che una lunga vacanza dello spirito e della responsabilità è finita.