QUOTA ALTA. Lettera (non) estemporanea

 Cari amici, 

se dovessi, da parte mia, riassumere tutti i valori perduti cui ci richiama l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo – nelle difficoltà e nelle disgrazie scopriamo cosa veramente vale nella vita – li identificherei in un invito o un ritorno ad innalzarci, a salire di quota, a volare più alto. 

Una delle realtà che ascolto più volentieri – da sempre ma in particolare in questi giorni e settimane – sono gli uccelli. Ed è curioso il fatto che, almeno qui da noi, il virus, con i pericoli che diffonde, coincida con l’arrivo della primavera, e, quindi, con il ritorno del loro canto. 

Un’altra realtà che cerco di ascoltare, nel profondo di me stesso, è la voce dei poeti, dei narratori, dei testimoni, dei profeti. 

In questi giorni ho riletto uno dei libri cui lo scrittore Mario Rigoni Stern era più affezionato tra quelli da lui scritti: “Quota Albania”. 

Da esso vi trascrivo qualche brano per cogliere l’animo di quest’uomo, semplice e vero, che io amo definire “l’uomo dell’alba”; non solo perché uno dei suoi racconti più belli si intitola “Aspettando l’alba”, ma anche perché – a partire tanto dalla sua esperienza di soldato quanto dal suo amore per la natura montana – egli aveva, da quel che comprendo, un animo “albale”. Sapeva, infatti, attendere, sapeva vivere questa dimensione che noi, nella società che ci ha inglobato, oltre che globalizzato, abbiamo completamente perduto. 

Nella riscoperta di questa dimensione – sollecitati pure dal periodo di attesa che stiamo attraversando – io vedo una delle migliori vie per approfondire la nostra umanità, per crescere nella maturità, per ascendere fino alla Verità. Per raggiungere una “quota alta”, appunto. 

“Ora tocca a noi salire e valicare dall’altra pare; da lassù sentiamo anche le mitragliatrici e la fucileria. 

Come sarà la Francia? Quando nel tardo autunno del 1939 facevo la pattuglia dal Col de la Seigne verso Punta Lechaud o verso l’Aguille d’Estelette, guardavo laggiù, dove saliva sempre del fumo. Sotto quel fumo dovevano esserci le baracche dei soldati francesi, ma il tenente Del Curto diceva che non erano francesi ma marocchini o senegalesi, e io pensavo: Chissà che freddo avranno” (p. 15). 

Ecco l’animo del diciottenne Mario! In piena guerra – stupida guerra dell’Italia fascista, da cui lo scrittore vicentino, capito l’inganno, prese le distanze, così come fece l’amico cuneese Nuto Revelli – si preoccupa del freddo che possono patire gli africani che dalle calde colonie francesi sono stati scaraventati a combattere sulle fredde Alpi! 

E poi, contro chi? 

Dopo aver raccontato il suo ingresso in una casa-malga abbandonata (parla di “grange”, secondo il tipico linguaggio francese che si trova ancor oggi in Piemonte e in Valle d’Aosta), scrive: 

“Metto da parte il paiolo della polenta e riaccendo il fuoco alimentandolo con legna secca; pongo sul fuoco una pentola d’acqua: ho pensato di fare il caffè per inzupparci il pane nero. Intanto che l’acqua si scalda, curioso per la casa e mi viene il ricordo di quando anche la mia famiglia, nel maggio del 1916, dovette abbandonare ogni cosa all’invasione austriaca e andare profuga per l’Italia, e una simpatia, un senso d’affetto mi cresce dentro per questa gente che è andata via come i miei. Dove saranno ora? Vorrei richiamarli in queste loro montagne che la guerra ha costretto ad abbandonare” (p. 17). 

Le montagne avvicinano, non dividono i popoli, come crede qualcuno. 

E chi ha sofferto capisce la sofferenza altrui: si eleva alla comprensione, alla solidarietà, sì, anche all’ “affetto”. 

Lo scrittore conclude questa sezione con tali parole: 

“Dalla valle impregnata d’acqua sale la sera e i ghiacciai del Rutor sono dentro le nubi. Ritorno alla mia squadra e non dico niente. Mi stendo sotto il telo ad aspettare l’alba” (p. 18; nota: nel racconto per ben una quindicina di volte ricorrono queste espressioni: aspettare l’alba, in attesa dell’alba, aspettammo l’alba). 

La guerra e la pace: si capisce il valore della pace quando qualcuno, incautamente e disgraziatamente, fa scoppiare la guerra, come si comprende il dono della salute quando ci si ammala… o quando si diffonde un virus pericoloso. 

“Era pace quando durante le vacanze partivo all’alba per andare nei boschi a far legna, o su nel roccolo del Nino, e per ciclamini sul monte della vecchia fortezza: allora c’era caldo e sole, e le ragazze ridevano sempre, e, lontano, la pianura era immersa nella calura dell’estate. E in primavera anche i narcisi inebriavano come i capelli della ragazza che il vento mi portava sul viso” (p. 22). 

Ma la guerra imperversa, e non quella, sana, che ci fa combattere “la buona battaglia” della fede, di cui parla Paolo, o dell’amore, ossia della lotta alle malattie (anche psicologiche, mentali e spirituali) e alle povertà (anche affettive, culturali e morali). 

“Tra la bufera vediamo delle cose scure; quasi ci cadiamo addosso: sono corpi irrigiditi, levigati dal vento e dalla neve come sabbia, gli occhi aperti, brinati dal ghiaccio. Uno ha il braccio alzato come volesse ancora chiamare qualcuno o salutare, la mano gli è rimasta aperta. Tento di abbassare quel braccio lungo il corpo pietrificato affiorante dalla neve, ma lo sento rigido e fragile come una canna vuota, e temo che mi si rompa tra le dita: questi sono gli alpini del Vestone” (p. 76). 

Gli uomini sono spinti alla guerra, sono costretti a fare del male e a farsi del male. 

“I carabinieri aggregati al comando hanno avuto l’ordine di rastrellare le case, radunare gli alpini e scortarli fino lassù. A morire. 

Questa sera una quarantina di alpini del Vestone è qui vicino ai nostri ricoveri; sono circondati dai carabinieri armati che respingono inesorabilmente nel gruppo chiunque cerca di uscirne. 

Senza alcun riparo, addossati uno sull’altro, la neve li sferza e il vento si porta via i loro lamenti che nessuno può ascoltare. 

Così avevo visto una mandria su miei monti durante una nevicata estiva. Ma questi sono uomini! Vorrei portare loro qualcosa, magari del fuoco, ma l’appuntato dei carabinieri mi allontana spingendomi via con il moschetto. 

Mi metto sotto un albero, aderente al tronco come volessi entrare dentro e farmi legno per non sentire quei lamenti e non vedere mai più uomini così. Ma loro continuano, monotoni, insistenti; e quando sembra che il vento o la tormenta li ammutolisca, allora, improvvisamente, un urlo da bestia ferita a morte fa riprendere il triste coro” (p. 78). 

Oggi – a partire da ciò che stiamo vivendo in queste settimane – ci stiamo accorgendo, costretti a stare a casa, quanto nel correre quotidiano siamo bombardati e partecipi di cose inutili o dannose, magari anche nelle attività che ci sembrano necessarie o nelle relazioni che ci appaiono indispensabili. 

E come, invece, dovremmo innalzare lamenti e tristi cori di fronte all’insipienza della nostra qualità di vita, davanti al male che solo noi – non Dio, come pensa qualcuno – siamo capaci di farci e di fare. 

Ci stiamo, forse, accorgendo di come, in particolare, dovremmo ascoltare e dare voce ai lamenti dei poveri e degli oppressi, dei profughi e degli “scartati” (come li chiama Francesco di Roma, che proprio oggi inizia l’ottavo, benefico e drammatico, anno del suo 

ministero). 

Ascoltarli prima che il vento disperda le loro mute grida di disperazione e di soccorso. 

Fosse questa la lezione che impariamo in questi giorni! 

Sarebbe un’ottima “Scuola a distanza”. Una scuola di vita: quella più necessaria. Forse più delle Scuole che frequentavano gli studenti nei loro edifici o delle Chiese che i cristiani ogni domenica riempivano, spesso con molta leggerezza. 

Nell’attesa, vigile e operosa, di un’alba migliore. 

Maurizio 

13 marzo 2020 

7° Anniversario dell’Elezione a Vescovo di Roma di Jorge Mario Bergoglio 

e 37° Anniversario del martirio di Marianella Garcìa Villas 

 

NOTE: 

 Mario Rigoni Stern, QUOTA ALBANIA, Einaudi, 1971 (e 2003) 

 Raniero La Valle – Linda Bimbi, MARIANELLA E SUOI FRATELLI, Feltrinelli 1983 e Icone Edizioni, 2007 

 Anselmo Palini, MARIANELLA GARCIA VILLAS. “Avvocata dei poveri, difensore degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi”, Ave, 2014 

Siamo tutti malati… di umanità!

Fr. MichaelDavide, osb

Accettare le proprie pause

In questi giorni siamo tutti chiamati a confrontarci e, in certo modo, a riconciliarci profondamente con la nostra umanità. Perlopiù, almeno nella nostra sensibilità e cultura occidentale, quando facciamo ricorso a questa parola <umanità>, siamo soliti farlo in modo assai solenne e talvolta presuntuoso. Evochiamo questa preziosa parola, in cui ci riconosciamo, per distinguerci dalle altre creature viventi, nel senso di una eccellenza che diamo per scontata e per acquisita. In realtà, questa parola rimanda radicalmente a quell’humus da cui siamo stati tratti e verso cui siamo chiamati a ritornare con serenità, dopo aver percorso il nostro cammino di umanità. La caratteristica più propria della nostra dignità umana è la consapevolezza della nostra realtà che dovrebbe generare sempre l’humilitas. L’umiltà è propria delle persone umane degne di questo nome. Nella nostra cultura occidentale siamo più inclini a pensare alla nostra umanità a partire dal mito di Prometeo che non dal mistero di Cristo Signore.

L’esperienza così difficile di dover far fronte ad una pandemia come quella del Coronavirus si sta rivelando uno choc quasi assordante: non pensavamo di essere anche noi vulnerabili e così tremendamente fragili. Ci eravamo convinti di essere una porzione dell’umanità che, a costo di sacrifici e di intraprendenza mirabili, si era guadagnata il privilegio di una sostanziale e durevole immunità dalla paura e dal senso così umano di insicurezza. Eravamo così fieri e pieni di noi stessi da arrivare a pensare persino che gli altri – i popoli più poveri e svantaggiati – in realtà raccoglievano il frutto della loro pusillanimità tanto da sentirci in dovere di negare loro il diritto a sedere al banchetto della nostra felicità. La pandemia ha cambiato tutto in un attimo. In realtà abbiamo cercato di rimandare questo click il più possibile, ma oramai, pur con una inziale resistenza, ci stiamo adeguando più o meno serenamente o con malcelato panico.

Chi segue la vita e l’attività di papa Francesco è abituato a un ritmo sostenuto di impegni, di discorsi e di gesti. In questi ultimi giorni anche papa Francesco ha rallentato il suo ritmo a motivo del suo personale raffreddore, prima, e, in seguito, per conformarsi alle misure preventive adottate per arginare la pandemia del Coronavirus. In realtà anche il non-detto, il non-fatto, il non-confermato è un messaggio.

Una parola mi torna in mente annotata da Etty Hillesum nel suo Diario: <BISOGNA ACCETTARE LE PROPRIE PAUSE>[1]. Proprio come le cose più importanti della creazione quale può essere una gestazione, una scoperta o un’invenzione, hanno bisogno di tempo… così gli umani cammini hanno bisogno di tutto il loro tempo, ma anche di pause, di sospensioni e di rimandi. Il rallentamento del nostro ritmo consueto può essere un’occasione per guadagnare in profondità e per amplificare la nostra modalità di vivere le realtà cosi ampie e variegate della nostra vita. La sfida di passare dal galoppo delle emozioni e delle sensazioni alla pacata degustazione di ogni frammento di vita, anche quando è limitato dalla costrizione della situazione, diventa un compito per crescere in umanità. Il senso chiaro di fragilità può diventare l’occasione per cogliere l’essenziale e tenersi pronti a tutto, anche a ciò che ci sconvolge.

La <lentezza> e il <torpore>, che sembrano quasi indispettire e allarmare questa donna appassionata e vivace fino ad essere frizzante, diventarono gradualmente per Etty degli alleati irrinunciabili. Etty Hilesum, la cui preghiera è stata citato il cardinal De Donatis al Santuario del Divino Amore, imparò a riconoscere, in un contesto di tremenda “vulnerabilizzazione” come fu la Shoah, la loro imperdibile utilità per il lavoro interiore. Proprio questo lavoro, cui era in gran parte impreparata, la rese capace di tenere la sua posizione nella storia e di fronte al mondo fino alla fine e ben oltre la conclusione della sua vita. Il compimento vissuto da Etty Hillesum e quella pace trovata, senza perdere nulla delle sue inquietudini e della sua ribellione davanti alla sofferenza e al male, diventano una sorta di esempio e di incoraggiamento per quello che stiamo vivendo. Dobbiamo infatti riconoscere che siamo diventati una generazione non certo <malvagia> (Lc 11, 29), ma sicuramente troppo frettolosa. Talmente pressati e continuamente stimolati non abbiamo talora tempo e modo per guardarci dentro e lasciarci veramente guardare dalla vita. Questa distrazione radicale non ci dà più la voglia di curiosare nel grande mistero di cui siamo parte senza esserne il centro.

Ciò che sta ora accadendo non può certo lasciare insensibili. Dobbiamo scegliere di guadagnare in profondità. È questo l’unico modo per raggiungere le periferie talora così poco frequentate della nostra personalità, perché tutto sia più luminoso e sereno. Abbiamo l’occasione di ritrovare quell’armonia di cui portiamo nel cuore non solo l’insopprimibile nostalgia, ma pure l’alfabeto necessario per narrarla e trasmetterla soprattutto nei momenti più difficili e gravi.

Un segno dei tempi

Ciò che stiamo vivendo, e che siamo in certo modo obbligati a vivere, si sta rivelando un duplice segno. Siamo stati introdotti dall’incremento di intelligenza del Vangelo, vissuto con il Concilio Vaticano II, a lasciarci interrogare dai <segni dei tempi>. Tutto quello che accade, in particolare quando tocca in modo così forte le nostre relazioni tra persone, è un <segno> da cogliere e da interpretare. Nella mia personale sensibilità ho colto e accolto con gratitudine mista a stupore la reazione della Conferenza Episcopale del nostro Paese alle norme imposte dal Governo. Il fatto di adeguarsi in modo sereno e semplice per contenere il contagio è un vero salto di qualità nella relazione tra la Chiesa e la società moderna, sempre più post-moderna e, sicuramente, post-cristiana.

Alcuni hanno letto e persino criticato, fino a disapprovare le indicazioni date dai Vescovi del nostro Paese come una resa allo Stato da parte della Chiesa e addirittura come una resa della fede davanti alla scienza. Qualcuno ha persino gridato allo scandalo per avere ceduto al materialismo piuttosto che ribadire e rafforzare le esigenze e i rimedi spirituali. Per alcuni sospendere le celebrazioni dei sacramenti è un atto di resa incondizionata alla mentalità del mondo, invece di resistere con eroismo fino al martirio per testimoniare i valori della fede e la fiducia nella Divina Provvidenza

Personalmente ritengo che dai tempi del Manzoni il mondo è veramente cambiato! Dagli appelli del Borromeo a intensificare i pii esercizi nelle chiese e per le strade, per fare penitenza e impetrare la fine del flagello (divino secondo qualcuno!) ne è passata di acqua sotto i ponti! Siamo passati all’invito insistente, ma delicato, a vivere nella fiducia serena di poter pregare ed esser esauditi – lo speriamo! – comodamente seduti sul divano di casa. La pandemia ha permesso di rivelare quel lungo cammino compiuto in questi ultimi decenni: una vera riconciliazione della Chiesa con la società post-cristiana e un’alleanza tra fede e scienza che avrebbero fatto esultare personaggi come Galilei, Copernico, Giordano Bruno…! L’uscita dal <regime di cristianità>, decretato, per così dire, da papa Francesco nel suo ultimo discorso alla Curia Romana (21 Dicembre 2019), è una realtà che ci permette come cristiani di adeguarci alle leggi dello stato in cui viviamo, cercando i modi adeguati e non conflittuali per essere dei compagni di cammino per tutti. Questo sereno allineamento non significa certo far mancare alla nostra umanità il suo colore e calore evangelico. Anzi, forse il contrario.

In una situazione difficile la Chiesa, attraverso i suoi Pastori, invece di <dettare> le regole del gioco, ha accettato di seguire le regole imposte per poter giocare, fino in fondo e con tutti, la scommessa di superare insieme la pandemia. Così la Quaresima, vissuta sempre più da una minoranza quasi invisibile, si è trasformata in una quarantena condivisa. L’austero simbolo delle ceneri, con cui il cammino penitenziale della Quaresima è cominciato per alcuni, mentre altri ne sono stati privati, è diventata una esperienza esistenziale condivisa. Senza programmarlo stiamo vivendo, non solo come cristiani, una Quaresima diversa – soprattutto per l’impoverimento liturgico e sacramentale – che, in realtà, può e dovrebbe diventare un tempo di condivisione in umanità. In una parola, la quaresima si è trasformata in quarantena e speriamo che la quarantena ci aiuta a vivere meglio la quaresima nella compassione evangelica. Proprio la compassione deve risplendere con una luce tutta particolare come quella delle stelle in una notte di luna piena. Il fatto di invitare i fedeli a pregare in casa e ad unirsi, attraverso i mezzi di comunicazione, alle celebrazioni trasmesse via etere è un riconoscimento della possibilità di vivere anche in modo diverso la propria vita di preghiera in un quadro più personale e intimo… più interiore e <segreto> (Mt 6,6,). La costrizione della necessità se da una parte impone una privazione, dall’altra permette un ampliamento e un approfondimento della coscienza battesimale che conferisce ad ogni rinato in Cristo il carattere <sacerdotale> oltre che <regale> e <profetico>.

La situazione particolare permette ai credenti di sperimentare una libertà profetica nel vivere il proprio sacerdozio battesimale. Rispondendo anche alla propria sensibilità, si può custodire il proprio legame con il Signore e con la comunità unendosi spiritualmente alle celebrazioni assicurate a porte chiude dai ministri ordinati, oppure dedicandosi alla preghiera personale e alla meditazione della Parola di Dio in solitudine o nel proprio nucleo di vita, come è abitualmente la famiglia o una comunità. La dimensione domestica della prima generazione cristiana, che si affianca a quella cultuale della frequentazione del Tempio o della sinagoga (At 2,46), ritorna a vivere ampliando e non necessariamente impoverendo il rapporto con Dio. Con la mia comunità ci siamo interrogati su come vivere questo tempo di “distanza” dal resto della comunità ecclesiale circa la celebrazione dell’Eucaristia.

Tenendo conto della riflessione di un monaco e teologo – ormai nonagenario – si deve ricordare che:

Il sacramento dell’eucaristia non sembra al primo posto nell’economia della fede. Ciò di cui si tratta per l’umanità è rendere a Dio un sacrificio spirituale che consiste interamente nella pratica della carità: verso Dio, verso se stesso, verso il prossimo. Sacrificio nella misura in cui questo si realizza nel movimento di donare, di chiedere, di ricevere, che è il ritmo stesso dell’amore e implica una felice rinuncia[2].

In un momento in cui la comunità che celebra l’Eucaristia non può essere presieduta per motivi serenamente accolti, ci sono due possibilità. La prima è quella di “celebrare per” seguendo uno schema in cui nel ministero presbiterale si accentua la dimensione sacerdotale, in una prospettiva a partire dalla quale <la Chiesa è uno strumento e uno spazio di salvezza piuttosto che una comunità>[3]. La seconda potrebbe essere la <felice rinuncia> al prezioso dono di celebrare l’Eucaristia, digiunando in attesa di poter di nuovo banchettare insieme e quindi poter nuovamente, a suo tempo, <celebrare con>. Anche temendo che le restrizioni potranno estendersi alla Settimana Santa, avrei preferito con la mia comunità monastica continuare a celebrare insieme – almeno finché il Coronavirus non ci separi – la Liturgia delle Ore senza celebrare l’Eucaristia. Tenuto conto che non si può condividere l’Eucaristia con gli altri battezzati a noi vicini, ma la si può celebrare solo “tra noi” a porte chiuse. Il dilemma non è facile da risolvere. Se da una parte la fedeltà alla comunione di Chiesa farebbe protendere per un digiuno condiviso con tutti gli altri battezzati, dall’altra lo stesso senso di comunione ecclesiale obbliga a seguire le indicazioni date dai Pastori che hanno ricordato come: <I Vescovi e i Sacerdoti ricevono con l’ordinazione la grazia e la missione dell’intercessione per il proprio popolo. Sono quindi invitati a celebrare personalmente, a mettere a disposizione strumenti e momenti con i nuovi mezzi della comunicazione per pregare e meditare>.

In ogni modo, quello che viviamo in questo momento di grave pericolo è qualcosa che tocca, segna e interpella la nostra percezione di come essere discepoli del Vangelo nel mondo in cui viviamo e nelle situazioni, anche impreviste, in cui ci troviamo a vivere e a soffrire. Penso che, soprattutto se l’emergenza prenderà il tempo di cui ha bisogno per essere superata, questa esperienza segnerà la vita dei credenti e non necessariamente, come alcuni temono, in peggio. Lo stesso rapporto con l’Eucaristia potrebbe ridefinirsi ed essere ricompreso nella linea di una sacramentalità più esistenziale e non semplicemente rituale. Non ci resta che vivere e soffrire sia la privazione dei molti, che il ministero dei pochi i quali devono ancora più vigilare sul rischio di trasformarlo in un privilegio. Non va dimenticato che <In un certo senso, la comunità precede il sacerdote: essa esisteva prima di lui e continuerà ad esistere in seguito grazie alla condizione battesimale dei suoi membri e alla diversità dei carismi che hanno ricevuto>[4]. La situazione che stiamo vivendo può essere vissuta come un rafforzamento della postura clericale in base alla quale il presbitero <sa di essere di un’altra essenza rispetto ai fedeli>[5], oppure l’occasione per un sussulto di coscienza in tutti i fedeli della loro dignità battesimale. Questo mi sembra essere la sfida all’interno della comunità credente, chiamata a vivere un passaggio non indifferente in questa quaresima-quarantena. Ma quello che viviamo tra noi non è certo la sola cosa rilevante, perché come discepoli siamo costituiti tutti come testimoni.

Un messaggio da trasmettere

La comunità dei discepoli se si adegua serenamente a quanto viene prescritto e imposto dalla società in spirito di libertà collaborativa, allo stesso tempo non rinuncia a vivere meglio il messaggio del Vangelo e a testimoniarlo al mondo. La pandemia mette in crisi quel modo di supponenza che si traduce in dimenticanza della nostra fragilità fino a nascondere la morte. Come discepoli del Signore Gesù crediamo nella risurrezione e, in forza di questa nostra fede, attendiamo la vita eterna senza confonderla mai con la pretesa e l’illusione di essere immortali. Come creature siamo mortali e la morte, unitamente alle tante morti che dobbiamo attraversare nella vita, è parte integrante della nostra umana avventura. In questo momento in cui tanti, per così dire, si rendono conto quasi improvvisamente di essere mortali, come discepoli abbiamo un messaggio da testimoniare e da trasmettere con la discrezione propria del nostro “munus” profetico, in forza del nostro battesimo. In una situazione che ci rende consapevoli di essere tutti potenzialmente malati, l’annuncio della speranza cristiana si fa ancora più urgente e forse persino più udibile dai nostri fratelli e sorelle in umanità. Una distinzione è fondamentale:

L’ottimismo forzato è una delle malattie del nostro secolo: l’obbligo di mostrarsi sempre positivi, chiudendo gli occhi di fronte a tutto ciò che minaccia i fragili fili su cui si trova appesa la nostra felicità a buon mercato. Quanta psicologia da quattro soldi spinge in questa direzione! Mentre la vita cristiana è orientata verso quello che Emmanuel Mounier chiamava <l’ottimismo tragico>: un ottimismo radicale nell’esito ultimo del nostro pellegrinaggio, accompagnato però da una seria presa di coscienza delle nubi e degli ostacoli sul cammino. La fede cristiana prende sul serio la sofferenza e la morte[6].

In questo momento di fragilizzazione e talora di panico, come credenti siamo chiamati a rendere testimonianza discreta e appassionata della <speranza> (1Pt 3, 15) che ci abita e ci anima. Con questa consapevolezza diventeremo capaci di quell’ottimismo tragico che è l’unico a poter essere autenticamente alla portata della nostra umanità. Annunciare il Vangelo della vita comporta la capacità di evangelizzare la sofferenza e persino la morte. La morte è chiamata liturgicamente <dormizione>, come appunto viene rammentato dai “cimiteri” che sono il luogo dove i morti dormono in attesa della risurrezione. Il termine <eternità> in ebraico viene dal verbo alam che significa nascondere. Dio ha come avvolto nell’oscurità il destino d’oltre tomba e non bisogna in nulla violare il segreto divino. In ogni modo il pensiero dei Padri afferma chiaramente che il tempo <intermedio> non è vuoto e, come spiega sant’Ireneo, le anime <maturano>[7]. Per questo, e grazie a Dio e al suo mirabile disegno:

Lo voglia o no, l’uomo che invecchia si prepara alla morte. Penso perciò che la natura stessa provveda ad una preparazione in vista della fine. […] Giacché il non prendere posizione di fronte alla morte come scopo é nevrotico quanto il reprimere, durante la giovinezza, le fantasie rivolte all’avvenire[8].

Possiamo ben dire che Cristo è maestro della morte e nostra guida attraverso tutte le morti fino al passaggio finale. Questa è la sfida più grande in quanto <morire la propria morte è altrettanto raro quanto vivere la propria vita>[9]. Ma si deve anche considerare che la serenità della nostra morte è il frutto della “dura” morte del Signore Gesù il quale, se preparò la sua morte durante un convivio come Socrate[10], la consumò, invece, nello spasmo della croce. Il modo di preparare e vivere la morte da parte del Signore Gesù non è stato stoicamente distaccato e cinicamente indifferente. Al contrario è stato radicalmente patito <con forti grida e lacrime> (Eb 5, 7). Il Signore Gesù non ha vissuto la sua morte come una liberazione dalla vita, ma come un dono della vita per affermare che l’amore è più forte della morte. Socrate chiese al discepolo Critone di offrire – a cose fatte – il sacrificio prescritto ad Eusculapio per la guarigione ricevuta <o con la medicina da un male, oppure con la morte dalla malattia della vita>[11]. Del Buddha la tradizione ci tramanda due racconti contrastanti della sua morte: una ideale e una drammatica. Al contrario i Vangeli ci testimoniano che, nel mistero della Pasqua, il Signore Gesù si è fatto solidale con la nostra angoscia attraverso la sua compassione. In questo momento così difficile, com’è la pandemia del Coronavirus, la nostra testimonianza discepolare non può che essere conforme a quella di Cristo e non può che seguire lo schema e la logica della Pasqua che forse quest’anno non potremo celebrare come d’abitudine.

Condividiamo la fatica e l’angoscia davanti ad una pandemia, che ha messo in crisi non solo le nostre illusioni di privilegi acquisiti per sempre, ma anche il nostro modo di vivere la fede e i sacramenti. In questo doloroso frangente non possiamo e non dobbiamo che aggrapparci alla nostra fede pasquale in Cristo Signore, morto e risorto per noi. Il Vangelo ci mostra che il cuore del cuore della rivelazione in Gesù del volto misericordioso del Padre di tutti e creatore di ogni cosa è la compassione. Quello che stiamo vivendo in questi giorni è un’occasione per fare il punto sulla nostra maturazione in umanità. Essere umani, senza accontentarsi di far parte della categoria degli esseri umani che abitano questo lembo di cosmo con e tra le altre creature. Ciò che siamo costretti a vivere in questi giorni ci ricorda il dovere di accettare il nostro limite fino ad onorare quelli che sono i nostri limiti e portarli insieme. Ancora una volta possiamo fare nostro l’invito che rivolgeva a se stessa Etty Hillesum: <Ma sopportiamolo con grazia>[12].

La pandemia che stiamo attraversando non è un flagello divino, è un segno da leggere con umiltà e da portare con pazienza e compassione. Noi occidentali forse eravamo troppo sicuri di essere indenni dalla nostra dimensione di creature come tutti gli altri. Invece dobbiamo misurarci col fatto che non siamo esenti dalla mortalità, anche se ci sentiamo così onnipotenti. L’ottimismo forzato, in cui ci siamo blindati con l’idea che, seppur non siamo la razza superiore, siamo coloro che sono stati capaci di prendere in mano il loro destino, deve trasformarsi in un ottimismo tragico e in speranza evangelica. Siamo creature come tutti e l’attesa di una vita lunga e bella non può essere un privilegio gelosamente custodito, ma un tesoro da condividere come si fa nei giorni di festa nei quali oltre che gioiosi ci sentiamo tutti più buoni.

La sofferenza non lascia mai uguali a se stessi: o ci rende migliori o ci rende peggiori. La morte di alcuni, la sofferenza di tanti e la paura di tutti sono un segno che ci richiama ad un sussulto di dignità: siamo tutti malati di umanità! E qui la preghiera – nel senso più ampio e variegato – è un’àncora sicura: rivolgendoci all’Altissimo, come creature tra creature, ritroviamo la nostra giusta dimensione. Così potremo maturare la capacità di assumere persino la morte senza smettere di amare la vita e di lottare, appassionatamente, perché tutti l’abbiano in abbondanza.

Una domanda rimane in sospeso: <Come uomini e donne sapremo riannodare e rafforzare quella <social catena> per far fronte all’<empia natura> di cui parlava, con il suo pessimismo illuminato, Giacomo Leopardi nella suaGinestra? E ancora: <Come credenti sapremo distinguere l’illusione dell’immortalità dal desiderio della vita eterna verso cui ci volgiamo serenamente mettendo in conto la morte nostra e delle persone che amiamo?>.

Tutto ciò non è certo facile, ma è all’altezza del nostro essere creati <ad immagine e somiglianza> (Gen 1, 26) di Dio. La coscienza del nostro limite di creature va onorato, accolto e amato.

Teniamoci tutti per mano… pur a distanza di almeno un metro… per il momento!

[1] E. Hillesum, Diario, Adelphi 2013, p. 797 e p. 155.

[2] G. LAFONT, Un cattolicesimo diverso, EDB 2019, p. 48.

[3] Ibidem, p. 34.

[4] Ibidem, p. 55.

[5] Ibidem, p. 54.

[6] G. Gonella, Nel deserto il profumo del vento, Il Margine, Trento 2010, p. 19.

[7] IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, PG 7, 806.

[8] C.G. JUNG, La dinamica dell’inconscio, Boringhieri 1976, p. 441.

[9] P. CAPRIOLO, Rilke. Biografia di uno sguardo, Ananke 2006, p. 104.

[10] PLATONE, Fedone, IX.

[11] R. GUARDINI, La morte di Socrate nei Dialoghi di Platone, Morcelliana, Brescia, 1981, p. 318.

[12] E. HILLESUM, Diario, cit., p. 787.

QUARESIMA 2020

 Cari amici, 

ci muoviamo, ogni giorno ormai, tra sentimenti di sfiducia, se non proprio di disperazione, e tentativi, che sembrano velleitari, di cambiare il corso delle cose. E non bastano le preoccupazioni per l’andamento e le sorti del mondo: ad essi si aggiungono le nostre traversie personali, le delusioni e le sconfitte che subiamo. Se, poi, vi aggiungiamo la situazione della Chiesa, anzi delle Chiese cristiane, qualcuno potrebbe essere scoraggiato e ritrovasi incapace di una qualsivoglia azione ecclesiale. 

In questo contesto viene il periodo, che può essere fecondo, della Quaresima. Da parte mia, lo intendo quest’anno come periodo di instancabile semina, memore delle parole della sapienza ebraica: “A te è chiesto di iniziare l’opera, non di completarla”. 

Quali potrebbero essere delle piste di lavoro su di sé che, poi, possono avere delle ricadute nel tessuto della comunità civile e religiosa? Provo ad elencarne due. 

La prima: il fare spazio all’altro. 

Quando usciamo da noi stessi, o, meglio, dal nostro egocentrismo ed egoismo, succede sempre qualcosa di salvifico. Anche per noi stessi. 

“Abdicando da me vado oltre me e allora sono il mondo: seguo la voce del mondo, io stessa all’improvviso con un’unica voce”: così la scrittrice Clarice Lispector (in Acqua viva, Adelphi, 2017, or. 1973, p. 24). Questo mettersi in sintonia con il mondo, ricominciando sempre, è forse la via di uscita che sta alla base delle altre. 

Aprirsi al mondo significa accogliere. E questa operazione va a toccare, sembra, il nostro stesso cammino di fede: “Il cristianesimo, alla sua essenza, non ci chiama alla conoscenza delle risposte ultime, ma semplicemente a creare uno spazio di accoglienza, dove ricevere Dio e l’uomo” (Fraternità di Romena, Introduzione a Charles de Foucauld. Un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare, Romena, 1998). 

Accogliere, aprendo gli occhi, ed il cuore, sempre più chiuso, fino al rischio di aridità. 

Pietro Barcellona – pensatore troppo poco conosciuto e valorizzato – diceva che “l’uomo di oggi è vittima di una malattia dell’anima, il ritorno emotivo alla fase in cui l’unica dimensione di Narciso è quell’autocontemplazione nello specchio che porta alla morte. In questa prospettiva scompare persino l’oggetto del desiderio e ci ritroviamo in una forma di autoipnosi, in una patologia collettiva. L’individuo cerca di farsi restituire la propria immagine come l’ha voluta costruire in assenza di relazionalità”. 

Al posto di essere concentrati su noi stessi, preoccupandoci soprattutto di apparire, alleggeriamoci, decentrandoci: “Questo pensiero di non esser nessuno, la tranquillizzò non poco. Le diede un grande senso di pace e di liberazione: cominciò a volare per strada volando ad un metro da terra” (Paola Mastrocola, Che animale sei? Storia di una pennuta, Guanda, 2018,1a ed. 2005, p. 175) 

La seconda: il riconoscerci peccatori feriti. 

La presa di coscienza della nostra pochezza, che contrasta con il nostro desiderio di metterci al centro ed in mostra, è forse la seconda via, che, liberandoci da noi stessi, ci apre alla salvezza facendoci fare un cammino pasquale di morte e resurrezione. 

Spesso siamo portati a considerare i peccati e le ferite che essi ci lasciano, come una disgrazia, una sfortuna, quasi una condanna ed una fine. Quando, invece, possono diventare, paradossalmente, pertugi di speranza. 

“La fortuna è nella sfortuna che ti colpisce”, diceva Alì, il quarto califfo dell’Islam. Mentre don Gigi Verdi, della Fraternità di Romena, così si esprime: “Una ferita che non respira si infetta, una ferita esposta al sole della vita può rimarginarsi”. E ancora: “Dopo ogni dolore non saremo mai più come prima: il dolore ci trasforma, ci apre, ci scarnifica. Il vero modo di 

affrontare un dolore non è quello di metterlo ai margini, ma nel mezzo, di starci dentro, curarlo per quanto possibile ed affrontarlo con amore, per trasformare la sofferenza in luce. Se riusciremo a farlo, nel braciere del nostro cuore troveremo ciò che avremo partorito: la nostra perla rara, il nostro tesoro, la nostra goccia d’oro. E capiremo l’unica cosa che c’è da capire: che siamo qui per amare la vita.” 

L’importante è cogliere le occasioni che Dio ci manda per convertirci, ossia perché iniziamo ad amare la vita, davvero: “Tardi, disse caino, Meglio tardi che mai, rispose l’angelo con prosopopea, come se avesse appena enunciato una verità elementare. Ti sbagli, mai non è il contrario di tardi, il contrario di tardi è troppo tardi, gli rispose caino” (Josè Saramago, Caino, Feltrinelli, 2010, p. 9). 

Ecco, dunque, la Quaresima: tempo propizio per abbracciare la salvezza, vale a dire la liberazione e, quindi, la gioia. 

E tutto ciò proprio mentre ci sembra che tutto sia perduto: 

“Ricordo a Johannes che Benedetto costruì l’Europa in un momento in cui il vecchio mondo aveva perduto la speranza. 

Lui: “Spesso accade che la speranza dia il meglio di sé proprio germogliando dal suo contrario. Dalla disperazione senza uscita, dalla Hoffnunglosigkeit”. Termine tedesco inimitabile”: così Paolo Rumiz nel suo ultimo libro (Il filo infinito. Viaggio alle radici d’Europa, Feltrinelli 2019, p. 141) 

Mettiamoci in cammino. Ancora. Senza garanzie, senza sicurezze (ossessivamente cercate oggi). Con l’apertura al futuro che Dio, e solo Lui, sta preparando per noi: per la nostra salvezza, gioia e pace: 

“Non c’è nessuna garanzia nel mondo. Oh, i tuoi bisogni sono garantiti, quelli sì; i tuoi bisogni sono assolutamente garantiti dalla più stringente malleveria, nei termini più semplici e veritieri: bussi; cerchi; chiedi. Ma devi leggere la scritta in piccolo. “Non come il mondo dà, io do a voi.” Ecco il tranello. Se con lo sguardo riuscirai a catturarlo, ti tallonerà, salendo in alto, su qualsiasi crepa. E tu tornerai indietro, perché torni sempre indietro, trasformato in maniera forse impronosticata – sbavante e stravolto” (Annie Dillard, Ogni giorno è un dio, Bompiani, 2018, 183- 184). 

Buona Quaresima a tutti, 

Maurizio 

 

Preghiamo 

Signore, 

tu che ti sei avvicinato a noi 

e hai visto e vissuto la nostra fragilità, 

le nostre insensatezze, 

vieni a donarci chiarezza e discernimento, 

per comprendere il senso della nostra vita 

alla luce del Vangelo. 

Insegnaci a vivere la nostra fragilità senza ansie, 

la nostra debolezza senza paura, 

la nostra testimonianza senza arroganza. 

Insegnaci a vivere le nostre inquietudini 

senza farcene travolgere, 

ma ad affrontarle con la speranza 

che nasce da Gesù Cristo 

nostro Fratello, nostro Signore 

e nostro Salvatore. 

Amen. 

dom Franco Mosconi 

Nove marzo duemilaventi

Mariangela Gualtieri

 

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

 

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto

di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

 

Adesso siamo a casa.

 

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino

ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

 

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo

se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo

non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come

ogni stella – ogni particella di cosmo.

 

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene

a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,

guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

 

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini

che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,

e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze

delle antiche antenate, delle madri.

 

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta

il pane. Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

 

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.

L’invisibile

Ma cosa è successo ?

La nostra umanità che pensava di controllare tutto : la nascita, la morte, l’economia mondiale, le frontiere dei paesi, la distribuzione delle ricchezze, il modo di vivere, di mangiare, di amare, la libertà di pensare… è stata destabilizzata da un piccolissimo virus, invisibile all’occhio, ma con un potere immenso sulla nostra debolezza e la nostra paura !

Chi avrebbe pensato che un virus sarebbe uscito sulla prima pagina dei giornali mondiali, ricevendo cosi la “corona” della notorietà legata al suo nome : coronavirus.

Come in una favola o in una parabola, il piccolo coronavirus invisibile è più forte di tutte le previsioni e i progetti di noi uomini… però ha una qualità eccezionale: ci fa prendere coscienza che siamo anche noi piccolissimi e che il mondo invisibile nasconde sorprese e segreti che non abbiamo ancora scoperti. Questo disturbatore inaspettato rende visibili la povertà delle nostre pretese di supremazia… e ci farà, speriamo, capire dove sono le vere priorità per costruire un mondo più fraterno, più giusto, più pulito, più bello e rendere finalmente visibile… l’invisibilità dell’essenza umana mettendola al primo piano.

Umili davanti all’immensità del’invisibilità, scopriremo, magari, che :

“si vede bene soltanto con il cuore, l’essenziale ( l’essentiel = l’essence du ciel) è invisibile per gli occhi”   ( St Exupery )

Marielle

Di che cosa hanno paura?

di Éric T. de Clermont-Tonnerre*

in “La Croix” del 3 febbraio 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

È con tristezza – e con un filo di rabbia – che ho letto “Dal profondo del nostro cuore”, co-firmato da Benedetto XVI e dal cardinal Sarah, come scritto sulla copertina del libro in vendita attualmente. Questo libro non mi sembra ben “posizionato”: non affronta lo scandalo degli abusi di cui un po’ ovunque si sono resi colpevoli membri del clero; non pone il problema di eventuali ordinazioni di uomini sposati su una base teologica e pastorale appropriata.

L’introduzione si intitola “Di che cosa avete paura?”. Non si può che rinviare la domanda agli autori. Credono davvero che sarà l’ordinazione di uomini sposati, praticata da sempre nelle Chiese orientali, a mettere in pericolo la Chiesa cattolica, resa esangue da una mancanza di coraggio pastorale e di pertinenza teologica?

La conclusione fustiga “i cattivi consiglieri, le teatrali messe in scena, le diaboliche menzogne, gli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale”? La scelta di questi termini è infelice: non fanno forse di ogni battezzato che osa interrogarsi sul celibato dei preti un potenziale adoratore di Satana, un avversario della Chiesa? Religioso domenicano, affezionato al celibato dei preti, sono ferito da questo modo di esprimersi su questioni che riguardano il rapporto con Cristo e il dono di sé a servizio del Vangelo e della salvezza degli uomini.

Lo “Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale” del cardinal Sarah vuol essere una riflessione positiva e tranquilla; è tuttavia caratterizzata da una sorprendente negatività: “una catastrofe pastorale”; “una confusione ecclesiologica”; “un oscuramento nella comprensione del sacerdozio”.

E, per quanto riguarda la parte firmata da Benedetto XVI, “Il sacerdozio cattolico”, è veramente peccato che non menzioni il sacerdozio dei battezzati; che il celibato delle religiose – delle donne – e dei religiosi non sia assolutamente affrontato e che il passaggio dal sacerdozio dell’Antico Testamento al sacerdozio neotestamentario non si fondi sugli sviluppi dell’epistola agli Ebrei che insistono sul cambiamento radicale del culto.
È urgente che i teologi riflettano su questi problemi in maniera più approfondita e meno polemica, in modo da poter progredire nella comprensione del sacerdozio dei battezzati e del ministero presbiterale, della santità del matrimonio e del celibato per il Regno. Questa riflessione profonda permetterà di mostrare la Chiesa stabile sul suo fondamento – Cristo, la sua Parola, il battesimo, la comunione dei santi – e, di conseguenza, di risanare la sua struttura gerarchica che non è a servizio di un sacro ideale, ma del sacro che è la Santa umanità di Cristo e che è ogni umanità, cioè ogni essere umano potenzialmente aperto alla visita di Dio.

* Domenicano, autore di Fierté de l’espérance, Salvator.

Sui sassi, la notte di Betlemme

“E’ strano il cielo della notte. Non ha confini. Il cielo del giorno è quello delle cose, il cielo della notte è quello delle domande. E’ strano il cielo della notte, a volte fa paura, a volte è dolcissimo. Questo è un tempo d’incredibili tecnologie e possibilità ma anche un tempo che ha tolto l’anima alle parole, troppe, multiuso e senza volto, spesso fasulle. 

Chissà com’era il cielo in quella notte di Betlemme, in quello spicchio minuscolo di terra dai tanti nomi, dalle tante regioni, dai tanti suoli. Chissà che cielo contemplavano i pastori in quelle notti di Betlemme. Qualche latrato d’animale selvatico veniva dalle colline davanti. Non tanto lontano si udivano echi vocianti dal caravanserraglio. In quei giorni c’era via vai di gente nel borgo per il censimento. Si vedeva anche qualche fuoco appena fuori il paese. L’occhio più esperto scorgeva in lontananza qualche scintilla di Gerusalemme. Gerusalemme non era per i pastori. Da Gerusalemme venivano a Betlemme quelli della legge a prendere gli agnelli. Qui a Betlemme gli agnelli nascevano, là a Gerusalemme morivano. I pastori, nei turni di veglia, stavano seduti su dei grossi sassi, terrazze aperte sugli abissi del cuore. Chissà se quei sassi erano gli stessi su cui sedeva il giovane Davide prima di essere unto re. Un po’ tutti siamo Davide: pastori e re, umili e prepotenti, giusti e imbroglioni. Non è la perfezione la nostra meta, ma lo scrivere l’anelito di creatura nelle righe storte dei quaderni stropicciati della vita. I sassi bianchi mescolati alle macchie della vegetazione riflettevano la luce della notte. Anche la notte ha la sua parte di luce. Nessuno parlava. Cosa potevano dire i pastori? La loro parola non contava nulla. Potevano forse scrivere? Non sapevano scrivere. Potevano permettersi di avere pensieri, custodire domande? Per altre strade, non lontano, viaggiava una piccola carovana. Loro erano sapienti, li chiamavano Magi. Scrutavano i cieli delle notti. Anche i pastori scrutavano il cielo della notte. Anche dalle nostre terrazze di casa scrutiamo il cielo delle notti. Si scruta e si fanno domande, spesso non si capisce, si attendono risposte, a volte le inventiamo. In molti modi è stato scritto: meglio insistere in preziose domande che smaniare risposte. Tutti i cuori sanno di un mistero. 

In quel riparo che sembrava un sepolcro, arrivarono prima i pastori. Da dietro la collina, da un piccolo spuntone roccioso avevano udito voci di silenzio…li chiamano angeli. Non era il vociare che veniva dal caravanserraglio. Andarono. Una ragazza aveva partorito. Offrirono aiuto, non c’era bisogno, offrirono latte. Era una notte strana, ma molte notti sono strane se le ascoltiamo. Troppo spesso chiamiamo strano ciò che non capiamo, ciò che ci disarma, ciò che non riusciamo a recintare. Qualche tempo dopo arrivarono i sapienti. Erano passati per le stanze dei governanti, palazzi e cortigiani, ma non per parlare d’appalti. Cercavano altro. I pastori tornarono ai loro greggi, i sapienti ai loro paesi. Non si fermarono da quel bimbo. La madre cominciava a chiedersi il perché di quelle visite. E Giuseppe cosa pensava, così muto e silenzioso, davanti a quel figlio? Mi consola non poco questo Giuseppe così apparentemente assente, forse persino smarrito.

I pastori tornarono ai loro greggi, i sapienti tornarono ai loro studi. Quella stella rossiccia che li aveva incantati non si vedeva più. “…tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni, ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi…” (T.S.Eliot) Sta scritto: “Se non ritornerete come bambini…” Non so se è una soluzione possibile.  Siamo pastori stanchi che accorciano i sentieri della transumanza e sapiente pigri che si voltano troppo spesso indietro. Non so se possiamo ritornare bambini. Mi accontenterei di rimanere in viaggio seduto sui quei sassi, terrazze di vita, ad ascoltare le notti di Betlemme.   

“A coloro che hanno occhi è difficile dire che non c’è niente da vedere nel mondo. Eppure è la verità, credetemi. Per conoscere il mondo, è sufficiente ascoltarlo… Le strade e i paesi non ci insegnano niente che già non sappiamo, niente che non possiamo ascoltare in noi stessi nella pace della notte.” (A. Maalouf)  

E fu sera e fu mattinaattraverso la notte, quella notte.”  

Silvio Monica

AVVENTO 2019

L’autunno si spoglia dei suoi colori e si prepara a lasciare il posto all’inverno. Spesso, all’inizio del giorno, ai piedi delle colline, intorno ai fossati e nei prati a nord, la brina imbianca la terra avvolgendo ogni stelo d’erba, ogni foglia caduta. Intorno tutto sembra rallentare. L’aria densa e il paesaggio spoglio diventano uno scenario prezioso dell’avvento. Mi piace stare a guardare il tempo, nel tempo; cercare di imparare qualcosa dallo sguardo esteriore per affinare quello interiore. Questo mio tempo presente è un tempo spoglio, defilato. Da anni sono cadute come foglie le illusioni fragili. Deboli retaggi religiosi, carattere informe, desideri di poca consistenza, hanno costruito una cornice vuota. Le voci particolari dell’intimo si sono disperse dentro rumori generici. Non ho stagionato abbastanza il legno della mia umanità e ho tirato una veloce mano di vernice senza usare un buon trattamento impregnante. Le mie parole dicono poco e i gesti paiono striminziti, senza consistenza. Eppure vive qualcosa di caldo in questo tempo apparentemente freddo. Da anni, la domenica mattina partecipo all’eucaristia in una parrocchia di un paese a una decina di chilometri dal mio, alle otto della mattina. Non vado per qualche legame o motivo particolare. E’ una liturgia molto modesta, partecipo in disparte, da sconosciuto di passaggio. Nella mia piccola parrocchia, per anni, sono stato tra i cosiddetti impegnati. Poi ho incominciato a scivolare verso questa mia latitanza e mi è difficile immaginare un ritorno a legami e schemi di un tempo. Mi manca generosità, lo spirito di sacrificio scarseggia, la speranza ha un respiro corto. Se un talento mi era stato dato, di certo l’ho sotterrato, ma non so nemmeno dove. E anche domenica scorsa, come al solito, mi sono alzato presto per andare alla celebrazione nel solito paese. Mi piace sempre l’ora mattutina del primo giorno dopo il sabato. Mi piace viverla sommessamente quasi di nascosto. La giornata era serena e nel cielo ancora grigio luccicavano scie di aerei, la brina creava un paesaggio tutto suo. C’erano pochissime auto in giro e gli alberi spogli, persi i colori sfumati del primo autunno, sembravano soldati austeri lungo i fossati della piccola valle. La terra era dura, quasi gelata. Le siepi con grande compostezza sopportavano il freddo. Mi sono fermato ai bordi della strada, vicino a una carraia. Guardavo quel piccolo universo intorno a me: campi, siepi, piccoli boschi, alberi solitari, tappeti di foglie, arbusti, un fossato, una casa in lontananza, una stalla. C’era un grande silenzio.

Ho un legame sempre più forte con i paesaggi, non solo con quelli di un certo fascino. E’ un legame intimo, leggo e ascolto in loro i racconti immaginati del mio animo, quasi un vivere altrimenti per sopperire alle negligenze. Ogni carraia mi narra storie di attese e passaggi. C’era un grande silenzio. Mi guardavo attorno. Tutto sembrava immobile e tutto sembrava vivo. Anche in un piccolo lembo di terra pulsa il mistero dell’universo. Pensavo a tutta la mia pochezza, eppure sentivo dentro una gioia inspiegabile. Vibrazioni di presenze e assenze.

Mi venne in mente una pagina mai dimenticata, una pagina di Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”.

Nel libro, l’autore narra, in una forma sobria e scevra da ogni ricercatezza, gli anni  del suo confino in una terra lontana e arcaica. Una notte si trovava in una casa di poveri contadini ad assistere un morente, era medico. Ricorda:

…Il fuoco del camino oscillava, guardavo le lunghe ombre muoversi come mosse da un vento, e le tre figure nere dei cacciatori, coi cappelli in capo, immobili davanti al focolare. La morte era nella casa: amavo quei contadini, sentivo il dolore e l’umiliazione della mia impotenza. Perchè allora una così grande pace scendeva in me? Mi pareva di essere staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove. Mi sentivo celato, ignoto agli uomini, nascosto come un germoglio sotto la scorza dell’albero: tendevo l’orecchio alla notte e mi pareva di essere entrato, d’un tratto, nel cuore stesso del mondo. Una felicità immensa, non mai provata, era in me, e mi riempiva intero, e il senso fluente di una infinita pienezza.”…..

Perché mai, pensando di scrivere qualcosa come segno di comunione per l’avvento, mi sono messo a scrivere queste cose? C’entrano qualcosa? Non lo so. Anche nelle fragilità persistenti e nei piccoli e ripetuti fallimenti quotidiani, il Signore viene. Si respira una forte comunione in certi momenti di solitudine, in certi momenti inutili, di estraneità. Non fai niente, guardi una strada, un argine pieno di foglie, l’orizzonte sfumato delle colline, e senti una voce di silenzio sottile irrorare ogni tristezza. Il Signore viene anche in una zolla di terra gelata nei mattini di dicembre.  Qualcuno tenta di raccontare a un cuore ansimante, scarso d’amore, le soglie di un mistero che vive in noi e in tutto ciò che ci circonda. C’è qualcosa di straordinario che ci attraversa…Povere parole cercano un foglio, quasi un confessare d’essere vergine stolto, neppure a elemosina d’olio, ma spesso a sperare che quel filtrare, ogni tanto, di piccola luce non sia da porta chiusa, ma da porta socchiusa…

“La sentinella nella veglia 
invoca il giorno dalla notte
volgiamo gli occhi al Dio con noi
il suo splendore ci pervade.”

Così scrivevo anni fa. Così potrei scrivere anche oggi. Passano gli anni e mi è difficile non fare i conti con troppe negligenze, fallimenti. Sento una grande fragilità. E altre vicissitudini mi stanno rosicchiando. Mi aggrappo ancora una volta a questo tempo d’avvento, tempo del macerare. E come ogni anno mi aggrappo anche da lontano ai diversi cammini di fratelli e sorelle che in qualche modo aiutano la mia debolezza nel cercare il suo Volto.

Silvio Monica

Perdonate questa intrusione.

Potrà sembrare strano o forse irriverente, accostare Maria ai muretti a secco di tanti paesaggi che regalano una sobria bellezza anche ai paesaggi interiori. Ma è quello che mi è venuto di fare. Muretti a secco di zone ripide costruiti con arte e pazienza per poter coltivare qualcosa, muretti a secco di colline semplici che segnano sentieri e sostengono argini, che permettono passaggi e incontri. Tra questi muretti nascono mille fiori selvatici, spontanei e delicati, dove la povertà si fa bellezza e la bellezza povertà. Ma ora va di moda costruire altro genere di muri non solo di sassi, muri che dividono, che escludono, che giudicano, che separano…muri che difendono presunte identità e dottrine ma che non so se meditano, custodiscono e annunciano la Buona Notizia… Ed è per questo che in questi tempi che, oltre al vedermi patire alcune vicissitudini personali, mi vedono avvilito per questo desiderio di inimicizia se non di barbarie che si respira sia a livello sociale che religioso, oso questa mia invadenza, per aggrappare i miei poveri e spesso mediocri aneliti e pensieri alle comunità monastiche che, anche da lontano, stimo e apprezzo tanto. Scusate ancora.

Silvio

Maria
Madre del Signore
la tua fede ci guida.

Volgi il tuo sguardo
verso i tuoi figli
“Terra del cielo”

La strada è lunga
e su di noi la notte scende
intercedi presso il Cristo
“Terra del cielo”

(qualche annotazione a cuore aperto)

I paesaggi ci parlano
mai uguali
mai diversi.
Luci sfumate e sfumature di luce.
In un gioco di specchi
riflettono
le albe e i tramonti
le luci e le tenebre
le strade e i deserti
che abitano dentro di noi.

Non basta la speranza del mattino
se non c’è, più sofferta,
quella della sera.
Non basta la solitudine
non basta la comunione
se una non accoglie l’altra.

E nel camminare
scrivo
senza inchiostro
infiniti racconti.
Tutto quello non vivo
ma che in me
vive.

Nel cammino
a volte
le zone oscure
sono la nostra salvezza.

Ogni tanto
parlo con i sassi
e con gli alberi.
Con i paesaggi
poi
sono lunghe confidenze.
Dovrei farlo più spesso

Corrono le nuvole
mentre cala la sera.
Non si sa se
son speranze che vanno
o speranze che vengono.

Molta vita
si muove nascosta,
non meno vera.
Viaggia su altri binari.
Ha colori e sfumature
pensieri e profumo
ferite e desideri
che gli altri
non possono vedere.
Qualcuno la giudica, altri la incasellano
È forte la brama di suggerire a Dio.
Molta vita
si muove nascosta,
non meno vera.
Viaggia su altri binari.
Fortunatamente,
è guardata da Dio,
quello vero
non quello che diciamo di conoscere.

Camminare insegna
che
non c’è una sola strada
e che a volte
si può tagliare per il campo.
Camminare insegna
che
anche senza motivo
è molto bello allungare il tragitto.
Camminare insegna
che
anche una sosta è camminare.
Camminare insegna.
Con pudore
tutto si può abbracciare.

La terra confina con il cielo
il cielo con la terra.
Anche noi siamo fatti di terra e di cielo.

Lieve e indelebile
l’impronta
nel nostro profondo:
traccia
unica e personale,
custodia preziosa
di echi inspiegabili.
Delicata
a rischio degrado
fiammella sottile
in balia di troppi respiri,
lei
unico respiro autentico.
Consola non poco
saperla impressa da Dio,
anche se duole
molte volte
di Lui,
il silenzio.

Un cane da guardia
mangia e dorme,
abbaia e difende.
Ma non canta e non gioca
non lecca il volto
dell’ospite inatteso.

Dopo tanto tempo ho incontrato Ibrahim.
Da anni
vende libri del Senegal
davanti alla libreria.
Ci siamo parlati un poco
facendo colazione.
Nel camminare ci siamo abbracciati.
La gente ci guardava.
Da tanto tempo non mi sentivo così felice.

C’è un segreto prezioso
nascosto dentro di noi.
Non lo si vede
nel sole abbagliante del mezzogiorno.
Lo scorgi appena
nelle prime luci del mattino.
Lo senti vibrare
nell’acuta nostalgia della sera.

In qualche modo, senza volerlo,
ci hanno insegnato
a non desiderare ciò che desideriamo
a non vivere ciò che vogliamo vivere.
ma così
abbiamo buttato via
un patrimonio
e forse
non siamo neppure
diventati migliori.

Certi paesaggi e certi silenzi
hanno parole
che le parole non hanno.

Sin da quando ero bambino
e guardavo la luna dalla vecchia porta dei nonni
e sognavo favole vere contemplando la neve,
sapevo che non avrei combinato niente
…speravo d’amare e d’essere amato.
Cos’altro dobbiamo fare
se non sperare d’amare, d’essere amati?

Verranno
torneranno tempi
in cui
si potrà ancora sognare
e i muri saranno
muretti di sostegno
per aprire sentieri,
coltivare ulivi e viti
permettere passaggi, incontri…