L’invisibile

Ma cosa è successo ?

La nostra umanità che pensava di controllare tutto : la nascita, la morte, l’economia mondiale, le frontiere dei paesi, la distribuzione delle ricchezze, il modo di vivere, di mangiare, di amare, la libertà di pensare… è stata destabilizzata da un piccolissimo virus, invisibile all’occhio, ma con un potere immenso sulla nostra debolezza e la nostra paura !

Chi avrebbe pensato che un virus sarebbe uscito sulla prima pagina dei giornali mondiali, ricevendo cosi la “corona” della notorietà legata al suo nome : coronavirus.

Come in una favola o in una parabola, il piccolo coronavirus invisibile è più forte di tutte le previsioni e i progetti di noi uomini… però ha una qualità eccezionale: ci fa prendere coscienza che siamo anche noi piccolissimi e che il mondo invisibile nasconde sorprese e segreti che non abbiamo ancora scoperti. Questo disturbatore inaspettato rende visibili la povertà delle nostre pretese di supremazia… e ci farà, speriamo, capire dove sono le vere priorità per costruire un mondo più fraterno, più giusto, più pulito, più bello e rendere finalmente visibile… l’invisibilità dell’essenza umana mettendola al primo piano.

Umili davanti all’immensità del’invisibilità, scopriremo, magari, che :

“si vede bene soltanto con il cuore, l’essenziale ( l’essentiel = l’essence du ciel) è invisibile per gli occhi”   ( St Exupery )

Marielle

Di che cosa hanno paura?

di Éric T. de Clermont-Tonnerre*

in “La Croix” del 3 febbraio 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

È con tristezza – e con un filo di rabbia – che ho letto “Dal profondo del nostro cuore”, co-firmato da Benedetto XVI e dal cardinal Sarah, come scritto sulla copertina del libro in vendita attualmente. Questo libro non mi sembra ben “posizionato”: non affronta lo scandalo degli abusi di cui un po’ ovunque si sono resi colpevoli membri del clero; non pone il problema di eventuali ordinazioni di uomini sposati su una base teologica e pastorale appropriata.

L’introduzione si intitola “Di che cosa avete paura?”. Non si può che rinviare la domanda agli autori. Credono davvero che sarà l’ordinazione di uomini sposati, praticata da sempre nelle Chiese orientali, a mettere in pericolo la Chiesa cattolica, resa esangue da una mancanza di coraggio pastorale e di pertinenza teologica?

La conclusione fustiga “i cattivi consiglieri, le teatrali messe in scena, le diaboliche menzogne, gli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale”? La scelta di questi termini è infelice: non fanno forse di ogni battezzato che osa interrogarsi sul celibato dei preti un potenziale adoratore di Satana, un avversario della Chiesa? Religioso domenicano, affezionato al celibato dei preti, sono ferito da questo modo di esprimersi su questioni che riguardano il rapporto con Cristo e il dono di sé a servizio del Vangelo e della salvezza degli uomini.

Lo “Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale” del cardinal Sarah vuol essere una riflessione positiva e tranquilla; è tuttavia caratterizzata da una sorprendente negatività: “una catastrofe pastorale”; “una confusione ecclesiologica”; “un oscuramento nella comprensione del sacerdozio”.

E, per quanto riguarda la parte firmata da Benedetto XVI, “Il sacerdozio cattolico”, è veramente peccato che non menzioni il sacerdozio dei battezzati; che il celibato delle religiose – delle donne – e dei religiosi non sia assolutamente affrontato e che il passaggio dal sacerdozio dell’Antico Testamento al sacerdozio neotestamentario non si fondi sugli sviluppi dell’epistola agli Ebrei che insistono sul cambiamento radicale del culto.
È urgente che i teologi riflettano su questi problemi in maniera più approfondita e meno polemica, in modo da poter progredire nella comprensione del sacerdozio dei battezzati e del ministero presbiterale, della santità del matrimonio e del celibato per il Regno. Questa riflessione profonda permetterà di mostrare la Chiesa stabile sul suo fondamento – Cristo, la sua Parola, il battesimo, la comunione dei santi – e, di conseguenza, di risanare la sua struttura gerarchica che non è a servizio di un sacro ideale, ma del sacro che è la Santa umanità di Cristo e che è ogni umanità, cioè ogni essere umano potenzialmente aperto alla visita di Dio.

* Domenicano, autore di Fierté de l’espérance, Salvator.

Sui sassi, la notte di Betlemme

“E’ strano il cielo della notte. Non ha confini. Il cielo del giorno è quello delle cose, il cielo della notte è quello delle domande. E’ strano il cielo della notte, a volte fa paura, a volte è dolcissimo. Questo è un tempo d’incredibili tecnologie e possibilità ma anche un tempo che ha tolto l’anima alle parole, troppe, multiuso e senza volto, spesso fasulle. 

Chissà com’era il cielo in quella notte di Betlemme, in quello spicchio minuscolo di terra dai tanti nomi, dalle tante regioni, dai tanti suoli. Chissà che cielo contemplavano i pastori in quelle notti di Betlemme. Qualche latrato d’animale selvatico veniva dalle colline davanti. Non tanto lontano si udivano echi vocianti dal caravanserraglio. In quei giorni c’era via vai di gente nel borgo per il censimento. Si vedeva anche qualche fuoco appena fuori il paese. L’occhio più esperto scorgeva in lontananza qualche scintilla di Gerusalemme. Gerusalemme non era per i pastori. Da Gerusalemme venivano a Betlemme quelli della legge a prendere gli agnelli. Qui a Betlemme gli agnelli nascevano, là a Gerusalemme morivano. I pastori, nei turni di veglia, stavano seduti su dei grossi sassi, terrazze aperte sugli abissi del cuore. Chissà se quei sassi erano gli stessi su cui sedeva il giovane Davide prima di essere unto re. Un po’ tutti siamo Davide: pastori e re, umili e prepotenti, giusti e imbroglioni. Non è la perfezione la nostra meta, ma lo scrivere l’anelito di creatura nelle righe storte dei quaderni stropicciati della vita. I sassi bianchi mescolati alle macchie della vegetazione riflettevano la luce della notte. Anche la notte ha la sua parte di luce. Nessuno parlava. Cosa potevano dire i pastori? La loro parola non contava nulla. Potevano forse scrivere? Non sapevano scrivere. Potevano permettersi di avere pensieri, custodire domande? Per altre strade, non lontano, viaggiava una piccola carovana. Loro erano sapienti, li chiamavano Magi. Scrutavano i cieli delle notti. Anche i pastori scrutavano il cielo della notte. Anche dalle nostre terrazze di casa scrutiamo il cielo delle notti. Si scruta e si fanno domande, spesso non si capisce, si attendono risposte, a volte le inventiamo. In molti modi è stato scritto: meglio insistere in preziose domande che smaniare risposte. Tutti i cuori sanno di un mistero. 

In quel riparo che sembrava un sepolcro, arrivarono prima i pastori. Da dietro la collina, da un piccolo spuntone roccioso avevano udito voci di silenzio…li chiamano angeli. Non era il vociare che veniva dal caravanserraglio. Andarono. Una ragazza aveva partorito. Offrirono aiuto, non c’era bisogno, offrirono latte. Era una notte strana, ma molte notti sono strane se le ascoltiamo. Troppo spesso chiamiamo strano ciò che non capiamo, ciò che ci disarma, ciò che non riusciamo a recintare. Qualche tempo dopo arrivarono i sapienti. Erano passati per le stanze dei governanti, palazzi e cortigiani, ma non per parlare d’appalti. Cercavano altro. I pastori tornarono ai loro greggi, i sapienti ai loro paesi. Non si fermarono da quel bimbo. La madre cominciava a chiedersi il perché di quelle visite. E Giuseppe cosa pensava, così muto e silenzioso, davanti a quel figlio? Mi consola non poco questo Giuseppe così apparentemente assente, forse persino smarrito.

I pastori tornarono ai loro greggi, i sapienti tornarono ai loro studi. Quella stella rossiccia che li aveva incantati non si vedeva più. “…tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni, ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi…” (T.S.Eliot) Sta scritto: “Se non ritornerete come bambini…” Non so se è una soluzione possibile.  Siamo pastori stanchi che accorciano i sentieri della transumanza e sapiente pigri che si voltano troppo spesso indietro. Non so se possiamo ritornare bambini. Mi accontenterei di rimanere in viaggio seduto sui quei sassi, terrazze di vita, ad ascoltare le notti di Betlemme.   

“A coloro che hanno occhi è difficile dire che non c’è niente da vedere nel mondo. Eppure è la verità, credetemi. Per conoscere il mondo, è sufficiente ascoltarlo… Le strade e i paesi non ci insegnano niente che già non sappiamo, niente che non possiamo ascoltare in noi stessi nella pace della notte.” (A. Maalouf)  

E fu sera e fu mattinaattraverso la notte, quella notte.”  

Silvio Monica

AVVENTO 2019

L’autunno si spoglia dei suoi colori e si prepara a lasciare il posto all’inverno. Spesso, all’inizio del giorno, ai piedi delle colline, intorno ai fossati e nei prati a nord, la brina imbianca la terra avvolgendo ogni stelo d’erba, ogni foglia caduta. Intorno tutto sembra rallentare. L’aria densa e il paesaggio spoglio diventano uno scenario prezioso dell’avvento. Mi piace stare a guardare il tempo, nel tempo; cercare di imparare qualcosa dallo sguardo esteriore per affinare quello interiore. Questo mio tempo presente è un tempo spoglio, defilato. Da anni sono cadute come foglie le illusioni fragili. Deboli retaggi religiosi, carattere informe, desideri di poca consistenza, hanno costruito una cornice vuota. Le voci particolari dell’intimo si sono disperse dentro rumori generici. Non ho stagionato abbastanza il legno della mia umanità e ho tirato una veloce mano di vernice senza usare un buon trattamento impregnante. Le mie parole dicono poco e i gesti paiono striminziti, senza consistenza. Eppure vive qualcosa di caldo in questo tempo apparentemente freddo. Da anni, la domenica mattina partecipo all’eucaristia in una parrocchia di un paese a una decina di chilometri dal mio, alle otto della mattina. Non vado per qualche legame o motivo particolare. E’ una liturgia molto modesta, partecipo in disparte, da sconosciuto di passaggio. Nella mia piccola parrocchia, per anni, sono stato tra i cosiddetti impegnati. Poi ho incominciato a scivolare verso questa mia latitanza e mi è difficile immaginare un ritorno a legami e schemi di un tempo. Mi manca generosità, lo spirito di sacrificio scarseggia, la speranza ha un respiro corto. Se un talento mi era stato dato, di certo l’ho sotterrato, ma non so nemmeno dove. E anche domenica scorsa, come al solito, mi sono alzato presto per andare alla celebrazione nel solito paese. Mi piace sempre l’ora mattutina del primo giorno dopo il sabato. Mi piace viverla sommessamente quasi di nascosto. La giornata era serena e nel cielo ancora grigio luccicavano scie di aerei, la brina creava un paesaggio tutto suo. C’erano pochissime auto in giro e gli alberi spogli, persi i colori sfumati del primo autunno, sembravano soldati austeri lungo i fossati della piccola valle. La terra era dura, quasi gelata. Le siepi con grande compostezza sopportavano il freddo. Mi sono fermato ai bordi della strada, vicino a una carraia. Guardavo quel piccolo universo intorno a me: campi, siepi, piccoli boschi, alberi solitari, tappeti di foglie, arbusti, un fossato, una casa in lontananza, una stalla. C’era un grande silenzio.

Ho un legame sempre più forte con i paesaggi, non solo con quelli di un certo fascino. E’ un legame intimo, leggo e ascolto in loro i racconti immaginati del mio animo, quasi un vivere altrimenti per sopperire alle negligenze. Ogni carraia mi narra storie di attese e passaggi. C’era un grande silenzio. Mi guardavo attorno. Tutto sembrava immobile e tutto sembrava vivo. Anche in un piccolo lembo di terra pulsa il mistero dell’universo. Pensavo a tutta la mia pochezza, eppure sentivo dentro una gioia inspiegabile. Vibrazioni di presenze e assenze.

Mi venne in mente una pagina mai dimenticata, una pagina di Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”.

Nel libro, l’autore narra, in una forma sobria e scevra da ogni ricercatezza, gli anni  del suo confino in una terra lontana e arcaica. Una notte si trovava in una casa di poveri contadini ad assistere un morente, era medico. Ricorda:

…Il fuoco del camino oscillava, guardavo le lunghe ombre muoversi come mosse da un vento, e le tre figure nere dei cacciatori, coi cappelli in capo, immobili davanti al focolare. La morte era nella casa: amavo quei contadini, sentivo il dolore e l’umiliazione della mia impotenza. Perchè allora una così grande pace scendeva in me? Mi pareva di essere staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove. Mi sentivo celato, ignoto agli uomini, nascosto come un germoglio sotto la scorza dell’albero: tendevo l’orecchio alla notte e mi pareva di essere entrato, d’un tratto, nel cuore stesso del mondo. Una felicità immensa, non mai provata, era in me, e mi riempiva intero, e il senso fluente di una infinita pienezza.”…..

Perché mai, pensando di scrivere qualcosa come segno di comunione per l’avvento, mi sono messo a scrivere queste cose? C’entrano qualcosa? Non lo so. Anche nelle fragilità persistenti e nei piccoli e ripetuti fallimenti quotidiani, il Signore viene. Si respira una forte comunione in certi momenti di solitudine, in certi momenti inutili, di estraneità. Non fai niente, guardi una strada, un argine pieno di foglie, l’orizzonte sfumato delle colline, e senti una voce di silenzio sottile irrorare ogni tristezza. Il Signore viene anche in una zolla di terra gelata nei mattini di dicembre.  Qualcuno tenta di raccontare a un cuore ansimante, scarso d’amore, le soglie di un mistero che vive in noi e in tutto ciò che ci circonda. C’è qualcosa di straordinario che ci attraversa…Povere parole cercano un foglio, quasi un confessare d’essere vergine stolto, neppure a elemosina d’olio, ma spesso a sperare che quel filtrare, ogni tanto, di piccola luce non sia da porta chiusa, ma da porta socchiusa…

“La sentinella nella veglia 
invoca il giorno dalla notte
volgiamo gli occhi al Dio con noi
il suo splendore ci pervade.”

Così scrivevo anni fa. Così potrei scrivere anche oggi. Passano gli anni e mi è difficile non fare i conti con troppe negligenze, fallimenti. Sento una grande fragilità. E altre vicissitudini mi stanno rosicchiando. Mi aggrappo ancora una volta a questo tempo d’avvento, tempo del macerare. E come ogni anno mi aggrappo anche da lontano ai diversi cammini di fratelli e sorelle che in qualche modo aiutano la mia debolezza nel cercare il suo Volto.

Silvio Monica

Perdonate questa intrusione.

Potrà sembrare strano o forse irriverente, accostare Maria ai muretti a secco di tanti paesaggi che regalano una sobria bellezza anche ai paesaggi interiori. Ma è quello che mi è venuto di fare. Muretti a secco di zone ripide costruiti con arte e pazienza per poter coltivare qualcosa, muretti a secco di colline semplici che segnano sentieri e sostengono argini, che permettono passaggi e incontri. Tra questi muretti nascono mille fiori selvatici, spontanei e delicati, dove la povertà si fa bellezza e la bellezza povertà. Ma ora va di moda costruire altro genere di muri non solo di sassi, muri che dividono, che escludono, che giudicano, che separano…muri che difendono presunte identità e dottrine ma che non so se meditano, custodiscono e annunciano la Buona Notizia… Ed è per questo che in questi tempi che, oltre al vedermi patire alcune vicissitudini personali, mi vedono avvilito per questo desiderio di inimicizia se non di barbarie che si respira sia a livello sociale che religioso, oso questa mia invadenza, per aggrappare i miei poveri e spesso mediocri aneliti e pensieri alle comunità monastiche che, anche da lontano, stimo e apprezzo tanto. Scusate ancora.

Silvio

Maria
Madre del Signore
la tua fede ci guida.

Volgi il tuo sguardo
verso i tuoi figli
“Terra del cielo”

La strada è lunga
e su di noi la notte scende
intercedi presso il Cristo
“Terra del cielo”

(qualche annotazione a cuore aperto)

I paesaggi ci parlano
mai uguali
mai diversi.
Luci sfumate e sfumature di luce.
In un gioco di specchi
riflettono
le albe e i tramonti
le luci e le tenebre
le strade e i deserti
che abitano dentro di noi.

Non basta la speranza del mattino
se non c’è, più sofferta,
quella della sera.
Non basta la solitudine
non basta la comunione
se una non accoglie l’altra.

E nel camminare
scrivo
senza inchiostro
infiniti racconti.
Tutto quello non vivo
ma che in me
vive.

Nel cammino
a volte
le zone oscure
sono la nostra salvezza.

Ogni tanto
parlo con i sassi
e con gli alberi.
Con i paesaggi
poi
sono lunghe confidenze.
Dovrei farlo più spesso

Corrono le nuvole
mentre cala la sera.
Non si sa se
son speranze che vanno
o speranze che vengono.

Molta vita
si muove nascosta,
non meno vera.
Viaggia su altri binari.
Ha colori e sfumature
pensieri e profumo
ferite e desideri
che gli altri
non possono vedere.
Qualcuno la giudica, altri la incasellano
È forte la brama di suggerire a Dio.
Molta vita
si muove nascosta,
non meno vera.
Viaggia su altri binari.
Fortunatamente,
è guardata da Dio,
quello vero
non quello che diciamo di conoscere.

Camminare insegna
che
non c’è una sola strada
e che a volte
si può tagliare per il campo.
Camminare insegna
che
anche senza motivo
è molto bello allungare il tragitto.
Camminare insegna
che
anche una sosta è camminare.
Camminare insegna.
Con pudore
tutto si può abbracciare.

La terra confina con il cielo
il cielo con la terra.
Anche noi siamo fatti di terra e di cielo.

Lieve e indelebile
l’impronta
nel nostro profondo:
traccia
unica e personale,
custodia preziosa
di echi inspiegabili.
Delicata
a rischio degrado
fiammella sottile
in balia di troppi respiri,
lei
unico respiro autentico.
Consola non poco
saperla impressa da Dio,
anche se duole
molte volte
di Lui,
il silenzio.

Un cane da guardia
mangia e dorme,
abbaia e difende.
Ma non canta e non gioca
non lecca il volto
dell’ospite inatteso.

Dopo tanto tempo ho incontrato Ibrahim.
Da anni
vende libri del Senegal
davanti alla libreria.
Ci siamo parlati un poco
facendo colazione.
Nel camminare ci siamo abbracciati.
La gente ci guardava.
Da tanto tempo non mi sentivo così felice.

C’è un segreto prezioso
nascosto dentro di noi.
Non lo si vede
nel sole abbagliante del mezzogiorno.
Lo scorgi appena
nelle prime luci del mattino.
Lo senti vibrare
nell’acuta nostalgia della sera.

In qualche modo, senza volerlo,
ci hanno insegnato
a non desiderare ciò che desideriamo
a non vivere ciò che vogliamo vivere.
ma così
abbiamo buttato via
un patrimonio
e forse
non siamo neppure
diventati migliori.

Certi paesaggi e certi silenzi
hanno parole
che le parole non hanno.

Sin da quando ero bambino
e guardavo la luna dalla vecchia porta dei nonni
e sognavo favole vere contemplando la neve,
sapevo che non avrei combinato niente
…speravo d’amare e d’essere amato.
Cos’altro dobbiamo fare
se non sperare d’amare, d’essere amati?

Verranno
torneranno tempi
in cui
si potrà ancora sognare
e i muri saranno
muretti di sostegno
per aprire sentieri,
coltivare ulivi e viti
permettere passaggi, incontri…

Si chiamava Daniel Nyarko

di Marina Corradi
in “Avvenire” del 6 agosto 2019

Si chiamava Daniel Nyarko, veniva dal Ghana, aveva 51 anni. Era un bracciante agricolo regolare, a Foggia. Aveva denunciato un sistema di estorsioni nel Tavoliere. Lo hanno ucciso a colpi di pistola una sera del marzo scorso, mentre rincasava dal lavoro in bicicletta. Il suo corpo è rimasto quattro mesi all’obitorio: troppo povera la sua famiglia lontana per reclamarne i resti, e non c’erano i soldi per le esequie. Finalmente la comunità ghanese locale, la diocesi di San Severo e la Caritas sono riuscite a mettere assieme i 1.700 euro necessari alla sepoltura. Daniel ha avuto il suo funerale, e un posto al cimitero. Ciò che spetta a ogni uomo. Quel fazzoletto di terra nera che non mancheremmo mai di dare a un nostro caro. Perché riposi in pace, finalmente.
È una storia forse minore, molto probabilmente non la sola. Forse un uomo lasciato in obitorio per quattro mesi come un vuoto a perdere colpisce poco, in tempi in cui ci stiamo abituando a naufragi di cento morti nel Mediterraneo, morti tirati su con pietà da pescatori oppure sommersi, per tomba solo il mare.
Ancora pochi anni fa dopo simili stragi si facevano solenni funerali, accorrevano i rappresentanti dell’Europa. Ora non più. Molti annegati vengono riportati in Libia, dove li lasciano in sacchi neri sulle spiagge, sotto al sole. Anche il nostro rispetto per i morti si sta modificando; e lo sguardo sulla morte, è strettamente connesso con quello sulla vita.
Sembra sempre di più che tacitamente qualcosa vada modificandosi in un comune Dna di origini remote, già precristiano, come radicalmente scritto in noi. Il dovere di Antigone di dare sepoltura, le battaglie dell’antichità sospese per sotterrare i morti degli uni e degli altri. Ci stiamo abituando a quei sacchi sulle coste nordafricane, lucidi sacchi color bitume in tutto simili a quelli della spazzatura. Sacchi per “loro”, naturalmente, non per “noi”. Germina in questa distrazione il consenso inconscio a una differenza che non ammetteremmo: ci sono uomini, e uomini che valgono di meno. Almeno Daniel Nyarko grazie alla generosità dei suoi compagni e della gente di Foggia ha la sua tomba. Pensiamo a quel corpo provato da una vita di miseria e poi di lavoro nei campi, a quel corpo venuto da una donna, che lo aveva atteso e messo al mondo, e abbracciato. Anche il corpo degli uomini ha un infinito valore: anche per la nostra carne è promessa la resurrezione. Ora Daniel ha il suo angolo di terra, la terra materna e buia che ci custodisce come semi, in attesa di un’altra vita. Non ne serve poi molta: «Un metro e ottanta dalla testa ai piedi era tutta la terra di cui aveva bisogno », così conclude Leone Tolstoj una sua famosa novella. Ma quel poco è un drappo di pietà necessario, ai morti e ai vivi, per restare umani.
Scriviamo di questa storia “minore” di un migrante lasciato per quattro mesi in un obitorio del Sud, mentre i giornali sono pieni delle immagini del ministro dell’Interno e vicepremier a torso nudo, intento a governare dal Papeete Beach, vivace spiaggia romagnola, tra musica disco e cubiste. In sottofondo, l’inno di Mameli. Ma che scollamento fra questa immagine di Italia evidentemente scelta per raccontare spensieratezza agostana, ottimismo e anche una certa tracotanza, e tanta altra Italia silenziosa. Quella dei braccianti italiani e africani, dei migranti che annegano; ma anche quella di una moltitudine di pensionati con pensioni minime, di giovani del Sud senza strade di futuro a casa loro, di piccoli Comuni dove da anni non nasce neppure un bambino. Un Paese che si svuota in tante sue parti e che invecchia drammaticamente, e nel quale – guarda caso – si sragiona su come renderlo inavvicinabile e inabitabile agli “altri” e si progetta l’introduzione del suicidio assistito. Anche questo è sguardo sulla morte, e sulla vita…
Siamo in un momento grave del nostro vivere comune, non è possibile non accorgersene. Ci piacerebbe vedere in chi governa la cognizione di tante risposte non date e neppure davvero cercate, di tante sofferenze e speranze inascoltate, e la memoria di un’antica, diffusa pietà. Pietà cristiana. Stride distonica la disco music dal Papeete Beach, come un segno di esibita incoscienza.

“Voi siete tutti fratelli”. (Mt 23,8)

11 luglio 2019

s. Benedetto abate


Egregio signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,

Egregio signor Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte,

siamo sorelle di alcuni monasteri di clarisse e carmelitane scalze, accomunate dall’unico desiderio di esprimere preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione.

Non ci è stato possibile contattare tutte le fraternità monastiche esistenti sul territorio nazionale, ma sappiamo di essere in comunione con quante di loro condividono le stesse nostre preoccupazioni e il nostro stesso desiderio di una società più umana.

Con questa lettera aperta vorremmo dare voce ai nostri fratelli migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie, affrontano viaggi interminabili e disumani, subiscono umiliazioni e violenze di ogni genere che ormai più nessuno può smentire. I racconti di sopravvissuti e soccorritori, infatti, così come le statistiche di istituzioni internazionali quali l’UNHCR o l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e i reportages giornalistici che approfondiscono il fenomeno migratorio, ci mostrano una realtà sempre più drammatica.

Facciamo nostro l’appello contenuto nel Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dall’Imam di Al-Azhar chiedendo: “ai leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace”. E tutto questo in particolar modo “in nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna”.

Anche noi, quindi, osiamo supplicarvi: tutelate la vita dei migranti!

Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse.

La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, “apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti”. Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi.

Molti monasteri italiani, appartenenti ai vari ordini, si stanno interrogando su come contribuire concretamente all’accoglienza dei rifugiati, affiancando le istituzioni diocesane. Alcuni già stanno offrendo spazi e aiuti. E, al tempo stesso, tutte noi cerchiamo di essere in ascolto della nostra gente per capirne le sofferenze e le paure.

Desideriamo metterci accanto a tutti i poveri del nostro Paese e, ora più che mai, a quanti giungono in Italia e si vedono rifiutare ciò che è diritto di ogni uomo e ogni donna sulla terra: pace e dignità. Molte di noi hanno anche avuto modo di conoscere da vicino le loro tragedie.

Desideriamo sostenere coloro che dedicano tempo, energie e cuore alla difesa dei profughi e alla lotta ad ogni forma di razzismo, anche semplicemente dichiarando la propria opinione. Ringraziamo quanti, a motivo di ciò, vengono derisi, ostacolati e accusati. Vale ancora l’art. 21 della nostra Costituzione che sancisce per tutti “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio.

Infine, in comunione con il magistero di fraternità e di solidarietà di papa Francesco, desideriamo obbedire alla nostra coscienza di donne, figlie di Dio e sorelle di ogni persona su questa terra, esprimendo pubblicamente la nostra voce.

Vi ringraziamo per l’attenzione con cui avete letto il nostro appello. Ringraziamo lei, presidente Mattarella, per i suoi inviti continui alla pace e per la sua fiducia nel dialogo che permette, come ha detto in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, “di superare i contrasti e di promuovere il mutuo interesse nella comunità internazionale”. Ringraziamo lei, presidente Conte, per il suo non facile ruolo di mediatore e garante istituzionale all’interno del Governo. Vi ringraziamo sinceramente per quello che già fate a favore di una convivenza pacifica e di una società più accogliente.

E assicuriamo la nostra preghiera per voi, per quanti operano nelle istituzioni, per il nostro Paese e per l’Europa, perché insieme collaboriamo a promuovere il vero bene per tutti.

Le sorelle:

  • Clarisse di Lovere (BG)
  • Carmelitane scalze di Sassuolo (MO)
  • Clarisse di Milano
  • Clarisse di Fanano (MO)
  • Carmelitane scalze di Crotone
  • Clarisse di Grottaglie (TA)
  • Carmelitane scalze di Parma
  • Clarisse di Padova
  • Carmelitane scalze di Cividino (BG)
  • Clarisse di Montagnana (PD)
  • Carmelitane scalze di Venezia
  • Clarisse di Mantova
  • Carmelitane scalze di Savona
  • Clarisse di Urbania (PU)
  • Clarisse urbaniste di Montalto (AP)
  • Clarisse di Imperia Porto Maurizio (IM)
  • Clarisse urbaniste di Montone (PG)
  • Clarisse cappuccine di Fiera di Primiero (TN)
  • Clarisse di S. Severino Marche (MC)
  • Clarisse urbaniste di S. Benedetto del Tronto (AP)
  • Clarisse di Vicoforte (CN)
  • Clarisse di Bra (CN)
  • Clarisse di Sant’Agata Feltria (RN)
  • Clarisse di Roasio (VC)
  • Clarisse di Verona
  • Clarisse di S. Lucia di Serino (AV)
  • Clarisse urbaniste di Altamura (BA)
  • Clarisse di Otranto (LE)
  • Clarisse di Carpi (MO)
  • Clarisse di Leivi (GE)
  • Clarisse di Alcamo (TP), Monastero Sacro Cuore
  • Clarisse di Alcamo (TP), Monastero santa Chiara
  • Clarisse di Bologna
  • Clarisse di Boves (CN)
  • Clarisse di Sassoferrato (AN)
  • Clarisse di Termini Imerese (PA)
  • Carmelitane scalze di Monte S. Quirico (LU)
  • Clarisse di Chieti
  • Carmelitane scalze di Arezzo
  • Clarisse di Pollenza (MC)
  • Clarisse cappuccine di Napoli
  • Clarisse urbaniste di Osimo (AN)
  • Clarisse cappuccine di Mercatello sul Metauro (PU)
  • Clarisse di Castelbuono (PA)
  • Clarisse di Porto Viro (RO)
  • Clarisse cappuccine di Brescia
  • Clarisse di Bergamo
  • Carmelitane scalze di Bologna
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A SAN BENEDETTO

O Benedetto santo:
Benedetto di nome e di fatto,
Su tortuoso sentiero di questo monte Taleo,
t’inerpicasti, scegliendo per tua dimora una grotta
e per regola di vita quell’ORA et LABORA
Che fu luce ai tuoi passi
e a quelli di chi è vero uomo,
vero intenditore di questa nostra vita:
ponte e portale di quella
che vivremo per un’ETERNITÀ di gioia.

O Benedetto santo:
Benedetto di nome e di fatto,
intercedi per questa nostra cara Europa;
fa che, non più frammentata e oscura
in meschine lotte per soldi e potere,
conosca invece la forza e la nobiltà
del tendere la mano a quanti,
fratelli percossi, sfruttati e depressi,
affogano nelle acque inquinate
di promesse menzognere e confusione

O Benedetto santo,
Benedetto di nome e di fatto
risveglia i dormienti,
consegna a chi lavora solo per soldi
il preziosissimo invito a pregare.
A chi neghittoso e goloso
affonda, triste, in disonesti piaceri.
consegna Tu quell’imperativo: “LABORA”
fratello all’indiscutibile prioritario “ORA”.
Aiutaci, Benedetto Santo,
a pregare per vivere in pienezza;
aiutaci a LAVORARE proteggendo
e incentivando questo nostro caro bel pianeta.
Poi prendici per mano sull’erta strada del monte.
a salire liberi e lieti nel sole,
perché come Te consapevoli
che Gesù ci orienta e precede,
Lui che ha detto: Io Sono la Luce del Mondo,
al vostro cuore, cercatore tanto inquieto,
rispondo: “Io sono l’Amore”

 

Sr. Maria Pia Giudici
S. Biagio 11 Luglio 2019

La Perla del lago

Omaggio a Madre Anna Maria

Avevo già diciotto anni – o solo diciotto! – e un cespuglio di riccioli di cui ormai non c’è più traccia. Era il giorno di san Bernardo e fui portato all’Isola per dirimere una questione che mi sembrava, al momento, assai importante: farmi monaco o entrare in un seminario romano con le sue prospettive. Il vescovo desiderava e il parroco sognava che andassi a Roma, ma il mio giovane cuore resisteva. Non riuscivo a decidermi e fratel Bernardo mi propose di andare a chiedere consiglio alla “Madre dell’Isola”. Perché no? Mi trovai da solo dinanzi ad una figura che mi conquistò per la sua rara eleganza. La domanda fu semplice dinanzi alla mia indecisione: <”Sei stato a Mattutino? Cosa hai ascoltato nella lettura della memoria di san Bernardo?”. “Amo quia amo, amo ut amem/Amo perché amo, Amo per amare!”. “Ti piace questa frase?”>. A diciotto anni ci può essere una frase più esaltante di questa? Decisi: entrare in monastero. Con Madre Anna Maria non si poteva che decidere… e subito! Una donna già anziana da giovane quanto giovane da anziana; così minuta da sferrare la forza imperante che si trova nelle matriarche della tradizione biblica e monastica; un fuscello di salice con la tempra del ferro battuto! Davanti a lei non si poteva che decidere… e per sempre! Ogni tentennamento o rimando avrebbe fatto arrossire di vergogna. Annunciai la mia decisione,hic et nunc, al mio futuro superiore che l’accolse in lacrime e col canto del Magnificat: finalmente un postulante per il monastero di monaci che non riuscirà mai a tenere testa all’effluvio delle decine di veli bianchi approdati all’isola sospinti dalla brezza del Cusio.

In alcuni momenti della mia vita mi sono chiesto se non decisi troppo in fretta. Mi sono chiesto se quel semplice “sì, eccomi!” senza un attimo di rimando, sia stato adeguato. Per anni, dalla mia cella monastica, ho goduto della vista sul lago che tiene sospeso il monastero sull’Isola come una luminosa conchiglia ricolma di misteri. Quando questa vista mi fu tolta, mi chiesi se la mia era stata una vocazione vera, o la precipitazione di un diciottenne innamorato dei grandi ideali e in cerca di emozioni forti. Non ho mai risposto a questa domanda. Il “sì” di quel giorno è diventato storia! Non c’è bisogno di aggiungervi altro, se non la perseveranza di credere senza troppo pensarci.

Quando tutto mi crollò addosso, con la stessa velocità dell’attimo con cui avevo deciso di farmi monaco, non andai da <nessun altro> (Gal 1, 19) se non da Lei: avevo bisogno di conforto. Nessun commento su ciò mi stava capitando, ma una sola parola: <In ogni modo, MichaelDavide, tu appartieni al Signore, tutto>. Un compito ancora tutto da onorare! Mentre ieri sostavo accanto alla sua bara nuziale, l’ho ringraziata per aver dato una bella spinta perché la mia barchetta prendesse comunque il largo.

La mia prima uscita da postulante – di soli dieci giorni – fu la partecipazione alla celebrazione del decennale della fondazione del monastero Mater Ecclesiaepresieduta da Mons. Aldo Del Monte, accanto al quale da oggi madre Anna Maria attenderà il Grande Giorno. Misurai subito la differenza tra la maestosa vita monastica che si conduceva all’Isola e il torrentello di montagna, con le sue impetuosità e tempi di secca, che sarebbe stata la mia ben più povera avventura di monaco. Diversi sarebbero stati i cammini, ma un’intesa profonda, come un filo di porpora, non si sarebbe mai spezzata. Attestare che la protesta del monachesimo, come dice papa Francesco, <non è una realizzazione più perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituisce un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa: segno che indica un cammino, una ricerca, ricordando all’intero popolo di Dio il senso primo ed ultimo di ciò che esso vive>[1]. Questo ideale, affinato dalle intuizioni del Concilio, l’abbiamo perseguito in modo diverso. Per me è stata più costrizione che deliberata volontà. Pur nella diversità di realizzazione, sottilmente fustigata da Madre Anna Maria con la sua invitta eleganza, spero si tratti del medesimo desiderio di dare carne all’amore, narrandolo con l’alfabeto del Vangelo e la sintassi della tradizione monastica.

La fiumana che è accorsa in queste ore per dare l’estremo saluto a Madre Anna Maria conferma ciò che diceva Gregorio Magno: <viva lectio est vita bonorum/la vita dei santi è una lectio vivente>[2]. La vita e la morte di Madre Anna Maria ci confermano che quanto si legge nella storia dei santi non sono favole o esagerazioni. Che piaccia o meno, il vero potere è nelle mani e nel cuore dei santi[3]: il potere dell’amore che dolcemente costringe a farsi amare. È ciò che molti hanno sperimentato a contatto diretto o indiretto con Madre Anna Maria. Il suo è un dono incommensurabile che dà speranza: il mondo è nelle mani dei buoni. Il mondo è pieno di presenze, ma le persone esistono solo perché hanno incrociato il nostro cammino e lo hanno segnato: Madre Anna Maria ha incrociato e segnato la mia vita come quella di molti.

Quando una persona come Madre Anna Maria muore a torto ci si sente orfani. In realtà, il più grande dono che i santi fondatori e ispiratori ci fanno è quello di lasciarci… finalmente. Dopo averci guidato con le loro parole e i loro gesti, come l’unico Signore e Maestro (cfr Gv 16, 7), devono lasciarci a noi stessi. Non per vivere nel rimpianto, ma per avere lo stesso loro coraggio e la medesima audacia nel tracciare sentieri di vita tanto antichi quanto sempre nuovi. È ciò che Gregorio Magno dice concludendo il racconto della vita di San Benedetto: <Se io non sottraggo il mio corpo al vostro sguardo, non posso mostrarvi cos’è l’amore dello Spirito; e fino a quando non cesserete di vedermi nella carne, voi non potrete imparare ad amarmi in modo spirituale[4]>. Da parte sua, così consiglia Meister Eckart: <È come se dicesse: “Voi avete troppa gioia nella mia presenza, e per questo motivo non potete ricevere la gioia perfetta dello Spirito”. […] perciò il distacco è preferibile a tutto>[5].

La fiaccola che Madre Anna Maria ci passa come un testimone, dopo averla tenuta accesa nella sua vita, è quella di una fede sconfinata nell’amore. Un amore tanto più spirituale quanto più capace di lasciarsi incontrare, toccare, sentire come un profumo che fa rinvenire dallo stordimento della paura di dare interamente e fino in fondo la propria vita.

In quest’ora Madre Anna Maria riposa nella Basilica di san Giulio, in attesa della sua sepoltura, come una perla incastonata nell’aureo anello dell’isola. Molti accorrono per lasciarsi ancora una volta inebriare dalla luce divina che riflette perché come ricorda il libro dello Zohar: <I santi non muoiono, si sposano>. Dicono che un’ostrica non può creare dolorosamente una perla se non è ferita. Quale dolore ha ferito il cuore di Madre Anna Maria perché si trasformasse in una perla così preziosa e lucente? Questa donna compiuta ne sta dialogando amabilmente e allegramente nella sua ora nuziale col suo dolce Creatore, Sposo e Ardore.

E noi, e io, cosa ne sto facendo del dolore che mi attraversa perché si trasformi in una perla, meno preziosa e meno lucente, certo, eppure ugualmente unica?

25 Marzo 2019

Fr. MichaelDavide

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[1]Vultum Dei quaerere, 4.

[2]GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe, XXIV, 8, 16.

[3]Idem, Omelie su Ezechiele, I, V, 2

[4] Idem, Dialoghi, II, 38, 4.

[5]MEISTER ECKART, Opere tedesche, op. cit., p. 118