Si chiamava Daniel Nyarko

di Marina Corradi
in “Avvenire” del 6 agosto 2019

Si chiamava Daniel Nyarko, veniva dal Ghana, aveva 51 anni. Era un bracciante agricolo regolare, a Foggia. Aveva denunciato un sistema di estorsioni nel Tavoliere. Lo hanno ucciso a colpi di pistola una sera del marzo scorso, mentre rincasava dal lavoro in bicicletta. Il suo corpo è rimasto quattro mesi all’obitorio: troppo povera la sua famiglia lontana per reclamarne i resti, e non c’erano i soldi per le esequie. Finalmente la comunità ghanese locale, la diocesi di San Severo e la Caritas sono riuscite a mettere assieme i 1.700 euro necessari alla sepoltura. Daniel ha avuto il suo funerale, e un posto al cimitero. Ciò che spetta a ogni uomo. Quel fazzoletto di terra nera che non mancheremmo mai di dare a un nostro caro. Perché riposi in pace, finalmente.
È una storia forse minore, molto probabilmente non la sola. Forse un uomo lasciato in obitorio per quattro mesi come un vuoto a perdere colpisce poco, in tempi in cui ci stiamo abituando a naufragi di cento morti nel Mediterraneo, morti tirati su con pietà da pescatori oppure sommersi, per tomba solo il mare.
Ancora pochi anni fa dopo simili stragi si facevano solenni funerali, accorrevano i rappresentanti dell’Europa. Ora non più. Molti annegati vengono riportati in Libia, dove li lasciano in sacchi neri sulle spiagge, sotto al sole. Anche il nostro rispetto per i morti si sta modificando; e lo sguardo sulla morte, è strettamente connesso con quello sulla vita.
Sembra sempre di più che tacitamente qualcosa vada modificandosi in un comune Dna di origini remote, già precristiano, come radicalmente scritto in noi. Il dovere di Antigone di dare sepoltura, le battaglie dell’antichità sospese per sotterrare i morti degli uni e degli altri. Ci stiamo abituando a quei sacchi sulle coste nordafricane, lucidi sacchi color bitume in tutto simili a quelli della spazzatura. Sacchi per “loro”, naturalmente, non per “noi”. Germina in questa distrazione il consenso inconscio a una differenza che non ammetteremmo: ci sono uomini, e uomini che valgono di meno. Almeno Daniel Nyarko grazie alla generosità dei suoi compagni e della gente di Foggia ha la sua tomba. Pensiamo a quel corpo provato da una vita di miseria e poi di lavoro nei campi, a quel corpo venuto da una donna, che lo aveva atteso e messo al mondo, e abbracciato. Anche il corpo degli uomini ha un infinito valore: anche per la nostra carne è promessa la resurrezione. Ora Daniel ha il suo angolo di terra, la terra materna e buia che ci custodisce come semi, in attesa di un’altra vita. Non ne serve poi molta: «Un metro e ottanta dalla testa ai piedi era tutta la terra di cui aveva bisogno », così conclude Leone Tolstoj una sua famosa novella. Ma quel poco è un drappo di pietà necessario, ai morti e ai vivi, per restare umani.
Scriviamo di questa storia “minore” di un migrante lasciato per quattro mesi in un obitorio del Sud, mentre i giornali sono pieni delle immagini del ministro dell’Interno e vicepremier a torso nudo, intento a governare dal Papeete Beach, vivace spiaggia romagnola, tra musica disco e cubiste. In sottofondo, l’inno di Mameli. Ma che scollamento fra questa immagine di Italia evidentemente scelta per raccontare spensieratezza agostana, ottimismo e anche una certa tracotanza, e tanta altra Italia silenziosa. Quella dei braccianti italiani e africani, dei migranti che annegano; ma anche quella di una moltitudine di pensionati con pensioni minime, di giovani del Sud senza strade di futuro a casa loro, di piccoli Comuni dove da anni non nasce neppure un bambino. Un Paese che si svuota in tante sue parti e che invecchia drammaticamente, e nel quale – guarda caso – si sragiona su come renderlo inavvicinabile e inabitabile agli “altri” e si progetta l’introduzione del suicidio assistito. Anche questo è sguardo sulla morte, e sulla vita…
Siamo in un momento grave del nostro vivere comune, non è possibile non accorgersene. Ci piacerebbe vedere in chi governa la cognizione di tante risposte non date e neppure davvero cercate, di tante sofferenze e speranze inascoltate, e la memoria di un’antica, diffusa pietà. Pietà cristiana. Stride distonica la disco music dal Papeete Beach, come un segno di esibita incoscienza.

“Voi siete tutti fratelli”. (Mt 23,8)

11 luglio 2019

s. Benedetto abate


Egregio signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,

Egregio signor Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte,

siamo sorelle di alcuni monasteri di clarisse e carmelitane scalze, accomunate dall’unico desiderio di esprimere preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione.

Non ci è stato possibile contattare tutte le fraternità monastiche esistenti sul territorio nazionale, ma sappiamo di essere in comunione con quante di loro condividono le stesse nostre preoccupazioni e il nostro stesso desiderio di una società più umana.

Con questa lettera aperta vorremmo dare voce ai nostri fratelli migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie, affrontano viaggi interminabili e disumani, subiscono umiliazioni e violenze di ogni genere che ormai più nessuno può smentire. I racconti di sopravvissuti e soccorritori, infatti, così come le statistiche di istituzioni internazionali quali l’UNHCR o l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e i reportages giornalistici che approfondiscono il fenomeno migratorio, ci mostrano una realtà sempre più drammatica.

Facciamo nostro l’appello contenuto nel Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dall’Imam di Al-Azhar chiedendo: “ai leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace”. E tutto questo in particolar modo “in nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna”.

Anche noi, quindi, osiamo supplicarvi: tutelate la vita dei migranti!

Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse.

La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, “apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti”. Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi.

Molti monasteri italiani, appartenenti ai vari ordini, si stanno interrogando su come contribuire concretamente all’accoglienza dei rifugiati, affiancando le istituzioni diocesane. Alcuni già stanno offrendo spazi e aiuti. E, al tempo stesso, tutte noi cerchiamo di essere in ascolto della nostra gente per capirne le sofferenze e le paure.

Desideriamo metterci accanto a tutti i poveri del nostro Paese e, ora più che mai, a quanti giungono in Italia e si vedono rifiutare ciò che è diritto di ogni uomo e ogni donna sulla terra: pace e dignità. Molte di noi hanno anche avuto modo di conoscere da vicino le loro tragedie.

Desideriamo sostenere coloro che dedicano tempo, energie e cuore alla difesa dei profughi e alla lotta ad ogni forma di razzismo, anche semplicemente dichiarando la propria opinione. Ringraziamo quanti, a motivo di ciò, vengono derisi, ostacolati e accusati. Vale ancora l’art. 21 della nostra Costituzione che sancisce per tutti “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio.

Infine, in comunione con il magistero di fraternità e di solidarietà di papa Francesco, desideriamo obbedire alla nostra coscienza di donne, figlie di Dio e sorelle di ogni persona su questa terra, esprimendo pubblicamente la nostra voce.

Vi ringraziamo per l’attenzione con cui avete letto il nostro appello. Ringraziamo lei, presidente Mattarella, per i suoi inviti continui alla pace e per la sua fiducia nel dialogo che permette, come ha detto in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, “di superare i contrasti e di promuovere il mutuo interesse nella comunità internazionale”. Ringraziamo lei, presidente Conte, per il suo non facile ruolo di mediatore e garante istituzionale all’interno del Governo. Vi ringraziamo sinceramente per quello che già fate a favore di una convivenza pacifica e di una società più accogliente.

E assicuriamo la nostra preghiera per voi, per quanti operano nelle istituzioni, per il nostro Paese e per l’Europa, perché insieme collaboriamo a promuovere il vero bene per tutti.

Le sorelle:

  • Clarisse di Lovere (BG)
  • Carmelitane scalze di Sassuolo (MO)
  • Clarisse di Milano
  • Clarisse di Fanano (MO)
  • Carmelitane scalze di Crotone
  • Clarisse di Grottaglie (TA)
  • Carmelitane scalze di Parma
  • Clarisse di Padova
  • Carmelitane scalze di Cividino (BG)
  • Clarisse di Montagnana (PD)
  • Carmelitane scalze di Venezia
  • Clarisse di Mantova
  • Carmelitane scalze di Savona
  • Clarisse di Urbania (PU)
  • Clarisse urbaniste di Montalto (AP)
  • Clarisse di Imperia Porto Maurizio (IM)
  • Clarisse urbaniste di Montone (PG)
  • Clarisse cappuccine di Fiera di Primiero (TN)
  • Clarisse di S. Severino Marche (MC)
  • Clarisse urbaniste di S. Benedetto del Tronto (AP)
  • Clarisse di Vicoforte (CN)
  • Clarisse di Bra (CN)
  • Clarisse di Sant’Agata Feltria (RN)
  • Clarisse di Roasio (VC)
  • Clarisse di Verona
  • Clarisse di S. Lucia di Serino (AV)
  • Clarisse urbaniste di Altamura (BA)
  • Clarisse di Otranto (LE)
  • Clarisse di Carpi (MO)
  • Clarisse di Leivi (GE)
  • Clarisse di Alcamo (TP), Monastero Sacro Cuore
  • Clarisse di Alcamo (TP), Monastero santa Chiara
  • Clarisse di Bologna
  • Clarisse di Boves (CN)
  • Clarisse di Sassoferrato (AN)
  • Clarisse di Termini Imerese (PA)
  • Carmelitane scalze di Monte S. Quirico (LU)
  • Clarisse di Chieti
  • Carmelitane scalze di Arezzo
  • Clarisse di Pollenza (MC)
  • Clarisse cappuccine di Napoli
  • Clarisse urbaniste di Osimo (AN)
  • Clarisse cappuccine di Mercatello sul Metauro (PU)
  • Clarisse di Castelbuono (PA)
  • Clarisse di Porto Viro (RO)
  • Clarisse cappuccine di Brescia
  • Clarisse di Bergamo
  • Carmelitane scalze di Bologna
  • Clarisse di Rimini
  • Clarisse di Manduria (TA)
  • Clarisse di Urbino (PU)
  • Clarisse di Bienno (BS)
  • Clarisse di Scigliano (CS)
  • Clarisse di Sarzana (SP)
  • Carmelitane scalze di Piacenza
  • Clarisse di Caltanissetta
  • Clarisse di Ferrara
  • Clarisse di Iglesias (CI)
  • Carmelitane scalze di Legnano (MI)
  • Clarisse di San Marino (Repubblica di San Marino)
  • Carmelitane scalze di Nuoro
  • Clarisse cappuccine di Città di Castello (PG)

A SAN BENEDETTO

O Benedetto santo:
Benedetto di nome e di fatto,
Su tortuoso sentiero di questo monte Taleo,
t’inerpicasti, scegliendo per tua dimora una grotta
e per regola di vita quell’ORA et LABORA
Che fu luce ai tuoi passi
e a quelli di chi è vero uomo,
vero intenditore di questa nostra vita:
ponte e portale di quella
che vivremo per un’ETERNITÀ di gioia.

O Benedetto santo:
Benedetto di nome e di fatto,
intercedi per questa nostra cara Europa;
fa che, non più frammentata e oscura
in meschine lotte per soldi e potere,
conosca invece la forza e la nobiltà
del tendere la mano a quanti,
fratelli percossi, sfruttati e depressi,
affogano nelle acque inquinate
di promesse menzognere e confusione

O Benedetto santo,
Benedetto di nome e di fatto
risveglia i dormienti,
consegna a chi lavora solo per soldi
il preziosissimo invito a pregare.
A chi neghittoso e goloso
affonda, triste, in disonesti piaceri.
consegna Tu quell’imperativo: “LABORA”
fratello all’indiscutibile prioritario “ORA”.
Aiutaci, Benedetto Santo,
a pregare per vivere in pienezza;
aiutaci a LAVORARE proteggendo
e incentivando questo nostro caro bel pianeta.
Poi prendici per mano sull’erta strada del monte.
a salire liberi e lieti nel sole,
perché come Te consapevoli
che Gesù ci orienta e precede,
Lui che ha detto: Io Sono la Luce del Mondo,
al vostro cuore, cercatore tanto inquieto,
rispondo: “Io sono l’Amore”

 

Sr. Maria Pia Giudici
S. Biagio 11 Luglio 2019

La Perla del lago

Omaggio a Madre Anna Maria

Avevo già diciotto anni – o solo diciotto! – e un cespuglio di riccioli di cui ormai non c’è più traccia. Era il giorno di san Bernardo e fui portato all’Isola per dirimere una questione che mi sembrava, al momento, assai importante: farmi monaco o entrare in un seminario romano con le sue prospettive. Il vescovo desiderava e il parroco sognava che andassi a Roma, ma il mio giovane cuore resisteva. Non riuscivo a decidermi e fratel Bernardo mi propose di andare a chiedere consiglio alla “Madre dell’Isola”. Perché no? Mi trovai da solo dinanzi ad una figura che mi conquistò per la sua rara eleganza. La domanda fu semplice dinanzi alla mia indecisione: <”Sei stato a Mattutino? Cosa hai ascoltato nella lettura della memoria di san Bernardo?”. “Amo quia amo, amo ut amem/Amo perché amo, Amo per amare!”. “Ti piace questa frase?”>. A diciotto anni ci può essere una frase più esaltante di questa? Decisi: entrare in monastero. Con Madre Anna Maria non si poteva che decidere… e subito! Una donna già anziana da giovane quanto giovane da anziana; così minuta da sferrare la forza imperante che si trova nelle matriarche della tradizione biblica e monastica; un fuscello di salice con la tempra del ferro battuto! Davanti a lei non si poteva che decidere… e per sempre! Ogni tentennamento o rimando avrebbe fatto arrossire di vergogna. Annunciai la mia decisione,hic et nunc, al mio futuro superiore che l’accolse in lacrime e col canto del Magnificat: finalmente un postulante per il monastero di monaci che non riuscirà mai a tenere testa all’effluvio delle decine di veli bianchi approdati all’isola sospinti dalla brezza del Cusio.

In alcuni momenti della mia vita mi sono chiesto se non decisi troppo in fretta. Mi sono chiesto se quel semplice “sì, eccomi!” senza un attimo di rimando, sia stato adeguato. Per anni, dalla mia cella monastica, ho goduto della vista sul lago che tiene sospeso il monastero sull’Isola come una luminosa conchiglia ricolma di misteri. Quando questa vista mi fu tolta, mi chiesi se la mia era stata una vocazione vera, o la precipitazione di un diciottenne innamorato dei grandi ideali e in cerca di emozioni forti. Non ho mai risposto a questa domanda. Il “sì” di quel giorno è diventato storia! Non c’è bisogno di aggiungervi altro, se non la perseveranza di credere senza troppo pensarci.

Quando tutto mi crollò addosso, con la stessa velocità dell’attimo con cui avevo deciso di farmi monaco, non andai da <nessun altro> (Gal 1, 19) se non da Lei: avevo bisogno di conforto. Nessun commento su ciò mi stava capitando, ma una sola parola: <In ogni modo, MichaelDavide, tu appartieni al Signore, tutto>. Un compito ancora tutto da onorare! Mentre ieri sostavo accanto alla sua bara nuziale, l’ho ringraziata per aver dato una bella spinta perché la mia barchetta prendesse comunque il largo.

La mia prima uscita da postulante – di soli dieci giorni – fu la partecipazione alla celebrazione del decennale della fondazione del monastero Mater Ecclesiaepresieduta da Mons. Aldo Del Monte, accanto al quale da oggi madre Anna Maria attenderà il Grande Giorno. Misurai subito la differenza tra la maestosa vita monastica che si conduceva all’Isola e il torrentello di montagna, con le sue impetuosità e tempi di secca, che sarebbe stata la mia ben più povera avventura di monaco. Diversi sarebbero stati i cammini, ma un’intesa profonda, come un filo di porpora, non si sarebbe mai spezzata. Attestare che la protesta del monachesimo, come dice papa Francesco, <non è una realizzazione più perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituisce un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa: segno che indica un cammino, una ricerca, ricordando all’intero popolo di Dio il senso primo ed ultimo di ciò che esso vive>[1]. Questo ideale, affinato dalle intuizioni del Concilio, l’abbiamo perseguito in modo diverso. Per me è stata più costrizione che deliberata volontà. Pur nella diversità di realizzazione, sottilmente fustigata da Madre Anna Maria con la sua invitta eleganza, spero si tratti del medesimo desiderio di dare carne all’amore, narrandolo con l’alfabeto del Vangelo e la sintassi della tradizione monastica.

La fiumana che è accorsa in queste ore per dare l’estremo saluto a Madre Anna Maria conferma ciò che diceva Gregorio Magno: <viva lectio est vita bonorum/la vita dei santi è una lectio vivente>[2]. La vita e la morte di Madre Anna Maria ci confermano che quanto si legge nella storia dei santi non sono favole o esagerazioni. Che piaccia o meno, il vero potere è nelle mani e nel cuore dei santi[3]: il potere dell’amore che dolcemente costringe a farsi amare. È ciò che molti hanno sperimentato a contatto diretto o indiretto con Madre Anna Maria. Il suo è un dono incommensurabile che dà speranza: il mondo è nelle mani dei buoni. Il mondo è pieno di presenze, ma le persone esistono solo perché hanno incrociato il nostro cammino e lo hanno segnato: Madre Anna Maria ha incrociato e segnato la mia vita come quella di molti.

Quando una persona come Madre Anna Maria muore a torto ci si sente orfani. In realtà, il più grande dono che i santi fondatori e ispiratori ci fanno è quello di lasciarci… finalmente. Dopo averci guidato con le loro parole e i loro gesti, come l’unico Signore e Maestro (cfr Gv 16, 7), devono lasciarci a noi stessi. Non per vivere nel rimpianto, ma per avere lo stesso loro coraggio e la medesima audacia nel tracciare sentieri di vita tanto antichi quanto sempre nuovi. È ciò che Gregorio Magno dice concludendo il racconto della vita di San Benedetto: <Se io non sottraggo il mio corpo al vostro sguardo, non posso mostrarvi cos’è l’amore dello Spirito; e fino a quando non cesserete di vedermi nella carne, voi non potrete imparare ad amarmi in modo spirituale[4]>. Da parte sua, così consiglia Meister Eckart: <È come se dicesse: “Voi avete troppa gioia nella mia presenza, e per questo motivo non potete ricevere la gioia perfetta dello Spirito”. […] perciò il distacco è preferibile a tutto>[5].

La fiaccola che Madre Anna Maria ci passa come un testimone, dopo averla tenuta accesa nella sua vita, è quella di una fede sconfinata nell’amore. Un amore tanto più spirituale quanto più capace di lasciarsi incontrare, toccare, sentire come un profumo che fa rinvenire dallo stordimento della paura di dare interamente e fino in fondo la propria vita.

In quest’ora Madre Anna Maria riposa nella Basilica di san Giulio, in attesa della sua sepoltura, come una perla incastonata nell’aureo anello dell’isola. Molti accorrono per lasciarsi ancora una volta inebriare dalla luce divina che riflette perché come ricorda il libro dello Zohar: <I santi non muoiono, si sposano>. Dicono che un’ostrica non può creare dolorosamente una perla se non è ferita. Quale dolore ha ferito il cuore di Madre Anna Maria perché si trasformasse in una perla così preziosa e lucente? Questa donna compiuta ne sta dialogando amabilmente e allegramente nella sua ora nuziale col suo dolce Creatore, Sposo e Ardore.

E noi, e io, cosa ne sto facendo del dolore che mi attraversa perché si trasformi in una perla, meno preziosa e meno lucente, certo, eppure ugualmente unica?

25 Marzo 2019

Fr. MichaelDavide

www.lavisitation.it



[1]Vultum Dei quaerere, 4.

[2]GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe, XXIV, 8, 16.

[3]Idem, Omelie su Ezechiele, I, V, 2

[4] Idem, Dialoghi, II, 38, 4.

[5]MEISTER ECKART, Opere tedesche, op. cit., p. 118

Immigrazioni

  • Stefano Levi Della Torre

    Milano 27/02/2019

    1)- Il dramma delle migrazioni è una ferita nelle sue origini, nei suoi percorsi e nei suoi approdi, una ferita che rimarrà aperta per un tempo non prevedibile. Le persone di buona volontà ne cercano cure e rimedi ma non possono dare soluzioni. L’Africa che negli anni 90 aveva una popolazione paragonabile a quella europea, ora ne ha quasi il doppio, e molto dipenderà da quanto le donne sapranno contenere il potere maschile, e controllare la propria fecondità, attualmente in media di cinque figli per donna. La migrazione segna una mutazione storica, eppure si presenta come emergenza. Tanto più per i suoi aspetti tragici che impongono l’affanno di salvare vite. Questa è un’urgenza a cui non si può derogare contrapponendo ad essa il problema immediatamente conseguente, reale e arduo, quello di dare accoglienza e prospettiva ai salvati e ai migranti nei paesi d’ Europa. Salvare vite è un imperativo etico che però non è ancora una politica, e anzi sfocia inevitabilmente in una reazione sociale che alimenta una destra che sta aggredendo le democrazie e lo Stato di diritto. Il fatto che esistano movimenti “per la vita” che si accaniscono per la salvezza degli embrioni mentre tacciono sulle persone che muoiono in mare o persino appoggino la politica che li lascia annegare e non concede sbarco, non solo li smentisce, ma rivela una vocazione propriamente razzista: i “nostri” embrioni devono essere salvati, le vite degli “altri” possono soccombere. Le persone di buona volontà cercano di costituire nei fatti, là dove possono, la sequenza salvezza-accoglienza-inserimento sociale, ma stentano a costituire una linea politica che corrisponda alla dimensione geopolitica della questione. Che sappia cioè incidere sulle sue cause (le guerre, l’oppressione, l’espropriazione neo-colonialistica, le crisi ambientali e climatiche) e sui suoi percorsi (la traversata dei deserti, i campi di detenzione, la speculazione sul traffico umano). E’ su quest’arco di problemi che occorre elaborare una politica, e percorsi anche selettivi di migrazione sicura. Percorsi lungo i quali si moltiplicano i crimini. Non ultimi quelli dei governi europei che rifiutano ogni accoglimento di migranti o quello inaugurato dal ministro Minniti secondo cui i respinti sopravvissuti debbano venir restituiti ai Lager libici dalle cui atrocità avevano cercato di salvarsi, pur sapendo di rischiare la morte, o quello di finanziare il dittatore turco Erdogan perché recluda nei suoi campi i migranti preservandone l’Europa. E’ chiaro che occorre coinvolgere l’intera UE, e rivedere gli accordi di Dublino che impongono agli Stati costieri del Mediterraneo la gestione degli sbarchi. Se la destra non ha messo in discussione Dublino, sarà per non scontrarsi coi suoi alleati antiimmigrati alla Orbàn, e forse anche perché il restare esposta agli sbarchi più del resto d’Europa le permette di presentarsi come vittima e di gestire la paura dell’ “invasione” che allarga il suo consenso.

    Quella che infatti si presenta fittiziamente come politica chiara e quindi per molti convincente è la linea della destra che vanta d’ergersi a scudo intransigente contro l’”invasione”. Per un certo tempo l’immigrazione resterà un grande affare per la destra. La sua dichiarata intransigenza a difesa dei confini nazionali le fa gioco persino quando così spesso fallisce, perché dimostrerebbe quanto travolgente sia la potenza del nemico (l’immigrato), contro cui la destra “eroicamente” si batte, aumentando l’allarme e la domanda di protezione di cui la destra si nutre. Così la destra è interessata ad abbattere per legge gli stessi diritti costituzionali a protezione dei richiedenti asilo, è interessata non a ridurre, ma anzi ad estendere l’area dell’irregolarità, distruggendo i luoghi dell’accoglienza e dell’inserimento sociale e lavorativo: più gente senza diritti e senza attività, costretta a vagare e ad accamparsi per strada, a sopravvivere affiliandosi a filiere mafiose o con lo spaccio o la micro-criminalità, o ad essere manodopera a costi irrisori alimentando il lavoro nero e i profitti di chi li assume, non può che alimentare l’ostilità sociale verso questa presenza di emarginati a vantaggio della destra. Il Ministro dell’Ordine Interno è interessato a produrre il disordine, nella stessa logica con cui, si dice, una guardia forestale diventa piromane per dare enfasi alla necessità del proprio ruolo di spegnitore di incendi.

    2)- E’ vana la retorica di chi controbatte alla destra, sostenendo che l’immigrazione sia una risorsa piuttosto che un problema. E’ innegabile che si tratti dell’una e dell’altra cosa. Ma sottovalutarla come problema significa assumere il punto di vista di quelle zone sociali che dall’immigrazione traggono soprattutto vantaggio (si pensi ad es. al fenomeno delle badanti) in termini di bassi salari, in quelle zone cioè in cui la sinistra ancora tiene, ma più in termini di valori etici che non di linea politica. E per converso significa l’essere sordi, se non moralistici, nei confronti del punto di vista di quelle fasce sociali, estese e periferiche, che con gli immigrati sono destinate con disagio a convivere nel degrado dell’ambiente e nella commistione di mentalità, e ne percepiscono la concorrenza nell’uso degli spazi, sul mercato del lavoro, nell’abbattimento dei salari, nell’erogazione della sanità e dell’assistenza, mentre una crisi non di congiuntura ma epocale va riducendo lo Stato sociale e le garanzie del futuro.

    Non che il richiamo ai principi etici dell’accoglienza, della solidarietà, della salvezza delle vite non sia essenziale. Restare umani è un’impresa necessaria e controcorrente, tanto più quando la destra giunge a concepire la solidarietà come reato, incriminabile quale connivenza con l’“invasione”. Purché si facciano i conti con la discriminante sociale e politica tra chi può permettersi il lusso dell’etica e chi con l’etica deve combinare altre urgenze: la fatica delle proprie necessità e della propria perdita di posizione. Sono, questi, i ceti medi impoveriti, i lavoratori produttivi, i disoccupati, tra cui in particolare le donne e i giovani: un popolo attratto dal populismo per riaffermare contro le minoranze il proprio diritto di maggioranza. Nello spostare verso destra questo “popolo”, nel sollecitare la gelosia sociale degli autoctoni contro gli immigrati (“perché preoccuparsi di loro, minoranza estranea, quando si trascura noi, maggioranza autoctona?”), nulla di più efficace di una politica che, in nome della sinistra, ha aderito al liberismo contraendo i diritti sindacali, minando i contratti collettivi e imponendo l’obbligo individuale delle partite IVA, insieme umiliando la dignità sociale e simbolica di chi lavora.

    3)- Visto il successo popolare della polemica populistica contro le élites (polemica che ha pure qualche fondamento), non è stupido Salvini nell’intento rocambolesco di equiparare élites e immigrati: Quando, attaccando le onlus e tacendo sull’operatività delle mafie, Salvini (con Di Maio) parla di “Taxi del mare” per le navi che salvano naufraghi, quando Salvini parla di “pacchia” circa la condizione dei migranti, certamente vuole dare l’impressione di un uno stato di privilegio e dunque elitario dei migranti, per stimolare l’ostilità di coloro che dalle “élites” si sentono defraudati. La campagna contro Soros (magnate ebreo) che Salvini e Orbàn accusano di un umanitarismo volto a favorire l’immigrazione islamica ai danni dell’Europa cattolica, sovrappone la figura del ricco (ebreo) e del migrante. Ed essendo l’antisemitismo una tradizione, il riferimento al “complotto” di Soros conferisce alla campagna contro di lui un sapore di tradizione molto caro agli spiriti nazionalistici Dunque, élite chi si occupa di immigrati con presunti intenti antinazionali, élite gli immigrati stessi, gli uni e gli altri denunciati dalla destra come profittatori del “popolo”. Ma nella retorica della destra, l’immigrato riveste un’ulteriore funzione metaforica: se la globalizzazione induce la sensazione che grandi forze indecifrabili (dall’UE ai giochi dei mercati finanziari) ci invadano e interferiscano pesantemente nelle nostre concrete condizioni di vita, l’immigrato ne è la figura visibile. E’ la rappresentazione antropomorfa dell’invadenza capitalistica globale. Mentre si divarica la forbice tra ricchezza e povertà, tra appropriazione ed espropriazione, questa magia permette alla destra di rovesciare i termini del conflitto: invece di lottare contro il potere dell’alto, incita a lottare contro il basso, i migranti, in cui i “poteri forti” surrettiziamente si rappresenterebbero. Viene così proposto, dalla destra, un fronte che oppone una massa impoverita e insicura, che rivendica la propria sovranità maggioritaria e territoriale, a una minoranza migrante e deprivata, e alle minoranze in genere.

    4)- Le nostre indignazioni nei confronti dei populismi possono essere ottuse se ci esimono dal riconoscere come essi rappresentino una questione della massima importanza: la sofferenza e la rivalsa dello spirito di maggioranza. Già nel 2011 il movimento “Occupy Wall Street” contro i vertici del potere finanziario l’aveva segnalato, ma con spirito internazionalistico, nel suo slogan “siamo il 99%”. Ora, i populismi dimostrano ovunque d’essere un pericolo per lo Stato di diritto e per la democrazia rappresentativa, nondimeno la democrazia si basa sul diritto della maggioranza a governare, mentre la qualità della stessa democrazia si misura su quanto sia capace di rispettare i diritti delle minoranze. Ma se poi i diritti civili giustamente conseguenti all’art. 3 della Costituzione (dallo Jus Soli, alla parità di genere, ai matrimoni omosessuali) si presentano all’ordine del giorno mentre vengono compressi i diritti sociali (diritti al lavoro e sul lavoro, diritti alla casa, alla sanità, all’assistenza, alla pensione), allora i diritti civili parranno, a molti, privilegi di minoranza. E ciò indurrà insofferenza nei confronti delle minoranze e quindi contro la qualità stessa della democrazia, come appunto sta avvenendo. E se i diritti civili si rivestiranno del moralismo fastidioso del “politicamente corretto”, ciò indurrà, come appunto sta avvenendo, una reazione anche linguistica e mentale detta “di pancia”. Dico che se si comprimono i diritti sociali, come la stessa “sinistra” ha fatto aderendo al liberismo, una maggioranza se ne sentirà defraudata, si sentirà investita da gelosia sociale contro le minoranze (dagli immigrati in primo luogo, fino agli “intellettuali”) e cercherà rivalsa e protezione nel populismo…

    Anche per questo ha vinto Trump, sostenuto dalla rivalsa dei lavoratori bianchi che si sentivano minacciati dalle minoranze etniche nel loro privilegio di maggioranza “razziale”.

    5)- una minoranza, in quanto tale, è immersa in una maggioranza da cui non può prescindere e con cui non può evitare di fare i conti. L'”altro” le è inevitabile. Una maggioranza può invece pensare di prescindere da una minoranza, e può assumere diversi atteggiamenti, a seconda della propria disposizione democratica, o inclusiva o esclusiva. I populismi hanno la tentazione di pretendersi “il popolo”, cioè la stragrande maggioranza, e ne consegue la tendenza autoritaria a concepire l’”altro” come un resto impopolare e detestabile, in quanto inutile o dannoso. Fino a smentita. Dunque, tra spirito di maggioranza e spirito di minoranza c’è una radicale differenza nel concepire il rapporto con l’“altro”: il punto di vista di minoranza concepisce l’altro come una circostanza inevitabile, nel bene e nel male, mentre il punto di vista di maggioranza concepisce l’altro come un fatto avventizio, che può essere accolto o tollerato, discriminato o respinto. Nella globalizzazione, che ci proietta nel contesto del mondo, siamo tutti minoranza (gli stessi cinesi sono solo un miliardo e mezzo a fronte dei 7 miliardi dell’umanità), e il punto di vista di maggioranza diventa insicuro di sé, inducendo reazioni “sovraniste” che cercano di preservare o ricostruire le proprie condizioni di maggioranza entro confini limitati, al riparo dal mondo.

    Parafrasando un detto attribuito da Plutarco a Giulio Cesare: “Meglio essere il primo [o maggioranza] in un villaggio delle Alpi che il secondo [o in minoranza] a Roma”, si può considerare quanto sia questo il criterio che spinge i populismi, nella loro vocazione maggioritaria, a chiudersi entro i muri provinciali del nazionalismo.

UNA SPERANZA NUOVA

                                                  PREGHIERA DI PERDONO

” Dio santo, tu ci hai chiamato alla santità e ci hai inviato agli uomini come testimoni della tua verità.

Ci hai illuminato con la Luce del Vangelo e vuoi che viviamo comme figli della luce.

Ti preghiamo :

Dacci il coraggio di dire la verità e la libertà di proclamare la nostra responsabilità.

Salvaci dalla tentazione di negare i crimini e nascondere l’ingiustizia. E dacci la forza di ricominciare da capo e di non arrenderci quando il peccato e la colpa oscurano la luce del Vangelo.

Rafforza la nostra fiducia in tuo Figlio, che da solo è la via, la verità e la vita

IL TUO NOME SIA LODATO PER TUTTA L’ETERNITA’ ! “

Il pensiero unico della ferocia

di Massimo Recalcati in “la Repubblica” dell’11 dicembre 2018

Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria — , i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo.

Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.

QUANDO LE PAROLE NON BASTANO PIU’:

Anche se l’articolo e la riflessione di DANIELE HERVIEU-LEGER può spiegare certe cause storiche e psicologiche del “crollo” della Chiesa  (francese), non dobbiamo sottovalutare l’influenza dei Cristiani riformati, soprattutto nella regione dell’Alsazia, bagnata dalla mistica renana. Il cambiamento futuro potrebbe ben venire dai fedeli e, più particolarmente, dalle… donne, molto implicate nell’evangelizzazione! Dopo aver vissuto tanti anni la missione evangelica come una condivisione fraterna tra laici e sacerdoti, oggi le cose sono cambiate, ma la “rivoluzione – risurrezione” che abita il cuore del popolo di Dio e l’anima un po’ “ribelle” del francese (l’attualità sociale di queste ultime settimane rende conto del grido del popolo) ha nascosto la possibilità, il “potere”, e la rivolta nel più profondo dell’essere per dire : “NO” !

  • NO ad una Chiesa di funzionari ( Eugen DREWERMANN l’aveva già denunciata nel suo libro : LES FONCTIONNAIRES DE DIEU )
  • RITROVIAMO  la motivazione mistica, sincera e profonda della missione di ciascuno… Non dovrebbe essere questa la prima domanda da  cercare davanti al Signore prima di “entrare in religione” ?
  • NO ad una Chiesa dogmatica che punta il dito su l’importanza prioritaria delle obligazioni, interdetti, della perfezione, invece di insegnarci ad aprire il nostro cuore per scoprire il “tesoro nascosto”.
  • RITROVIAMO il profumo della Parola evangelica, libera, preziosa, che ci fa vivere e sviluppa il nostro essere profondo. Non dovrebbe essere questo il primo insegnamento della Chiesa: aiutare gli uomini a scoprire il Signore?
  • NO a l’accettazione di un poter dispotico (dei laici o dei sacerdoti) che impone un punto di vista rigido dimenticando che, anche se siamo differenti, siamo tutti fratelli.
  • RITROVIAMO lo spirito della prima comunità apostolica. Non dovrebbe essere questo la gioia della relazione fraterna?

“SCEGLI LA VITA” ci dice il profeta… allora la CHIESA potrà di nuovo fiorire e profumare il mondo.

 

 

Con i migranti per fermare la barbarie

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

Luigi Ciotti da “Il Manifesto”

CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?

A MULHOUSE, città francese vicina alla Germania e alla Svizzera, c’è un “muro” STREET ART “chiamato: M.U.R. (Modulabile Urbano Reattivo) che accoglie, ogni mese un artista del mondo, conosciuto o no, invitato a dipingere sul grande muro bianco di 11×5 metri un’emozione sua.

Questo mese di Ottobre 2018, per il 52° M.U.R., l’artista NICOLA ARAMU (italiano di Venezia) ci invita a mettere un po’ d’umanità nella nostra vita!

La sua espressione artistica intitolata “CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?” parla con grande sensibilità a tutta la gente lontana o vicina, del tempo passato o presente che cammina insieme nella stessa direzione, come una grande sinfonia d’umanità!

Utopia di un mondo sognato o proiezione di una realtà da costruire? A noi di scegliere…

L’arte potrebbe aiutarci ad accogliere le differenze e a vivere tutti insieme in armonia… dovrebbe essere possibile… basterebbe aprire i nostri cuori…