La Perla del lago

Omaggio a Madre Anna Maria

Avevo già diciotto anni – o solo diciotto! – e un cespuglio di riccioli di cui ormai non c’è più traccia. Era il giorno di san Bernardo e fui portato all’Isola per dirimere una questione che mi sembrava, al momento, assai importante: farmi monaco o entrare in un seminario romano con le sue prospettive. Il vescovo desiderava e il parroco sognava che andassi a Roma, ma il mio giovane cuore resisteva. Non riuscivo a decidermi e fratel Bernardo mi propose di andare a chiedere consiglio alla “Madre dell’Isola”. Perché no? Mi trovai da solo dinanzi ad una figura che mi conquistò per la sua rara eleganza. La domanda fu semplice dinanzi alla mia indecisione: <”Sei stato a Mattutino? Cosa hai ascoltato nella lettura della memoria di san Bernardo?”. “Amo quia amo, amo ut amem/Amo perché amo, Amo per amare!”. “Ti piace questa frase?”>. A diciotto anni ci può essere una frase più esaltante di questa? Decisi: entrare in monastero. Con Madre Anna Maria non si poteva che decidere… e subito! Una donna già anziana da giovane quanto giovane da anziana; così minuta da sferrare la forza imperante che si trova nelle matriarche della tradizione biblica e monastica; un fuscello di salice con la tempra del ferro battuto! Davanti a lei non si poteva che decidere… e per sempre! Ogni tentennamento o rimando avrebbe fatto arrossire di vergogna. Annunciai la mia decisione,hic et nunc, al mio futuro superiore che l’accolse in lacrime e col canto del Magnificat: finalmente un postulante per il monastero di monaci che non riuscirà mai a tenere testa all’effluvio delle decine di veli bianchi approdati all’isola sospinti dalla brezza del Cusio.

In alcuni momenti della mia vita mi sono chiesto se non decisi troppo in fretta. Mi sono chiesto se quel semplice “sì, eccomi!” senza un attimo di rimando, sia stato adeguato. Per anni, dalla mia cella monastica, ho goduto della vista sul lago che tiene sospeso il monastero sull’Isola come una luminosa conchiglia ricolma di misteri. Quando questa vista mi fu tolta, mi chiesi se la mia era stata una vocazione vera, o la precipitazione di un diciottenne innamorato dei grandi ideali e in cerca di emozioni forti. Non ho mai risposto a questa domanda. Il “sì” di quel giorno è diventato storia! Non c’è bisogno di aggiungervi altro, se non la perseveranza di credere senza troppo pensarci.

Quando tutto mi crollò addosso, con la stessa velocità dell’attimo con cui avevo deciso di farmi monaco, non andai da <nessun altro> (Gal 1, 19) se non da Lei: avevo bisogno di conforto. Nessun commento su ciò mi stava capitando, ma una sola parola: <In ogni modo, MichaelDavide, tu appartieni al Signore, tutto>. Un compito ancora tutto da onorare! Mentre ieri sostavo accanto alla sua bara nuziale, l’ho ringraziata per aver dato una bella spinta perché la mia barchetta prendesse comunque il largo.

La mia prima uscita da postulante – di soli dieci giorni – fu la partecipazione alla celebrazione del decennale della fondazione del monastero Mater Ecclesiaepresieduta da Mons. Aldo Del Monte, accanto al quale da oggi madre Anna Maria attenderà il Grande Giorno. Misurai subito la differenza tra la maestosa vita monastica che si conduceva all’Isola e il torrentello di montagna, con le sue impetuosità e tempi di secca, che sarebbe stata la mia ben più povera avventura di monaco. Diversi sarebbero stati i cammini, ma un’intesa profonda, come un filo di porpora, non si sarebbe mai spezzata. Attestare che la protesta del monachesimo, come dice papa Francesco, <non è una realizzazione più perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituisce un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa: segno che indica un cammino, una ricerca, ricordando all’intero popolo di Dio il senso primo ed ultimo di ciò che esso vive>[1]. Questo ideale, affinato dalle intuizioni del Concilio, l’abbiamo perseguito in modo diverso. Per me è stata più costrizione che deliberata volontà. Pur nella diversità di realizzazione, sottilmente fustigata da Madre Anna Maria con la sua invitta eleganza, spero si tratti del medesimo desiderio di dare carne all’amore, narrandolo con l’alfabeto del Vangelo e la sintassi della tradizione monastica.

La fiumana che è accorsa in queste ore per dare l’estremo saluto a Madre Anna Maria conferma ciò che diceva Gregorio Magno: <viva lectio est vita bonorum/la vita dei santi è una lectio vivente>[2]. La vita e la morte di Madre Anna Maria ci confermano che quanto si legge nella storia dei santi non sono favole o esagerazioni. Che piaccia o meno, il vero potere è nelle mani e nel cuore dei santi[3]: il potere dell’amore che dolcemente costringe a farsi amare. È ciò che molti hanno sperimentato a contatto diretto o indiretto con Madre Anna Maria. Il suo è un dono incommensurabile che dà speranza: il mondo è nelle mani dei buoni. Il mondo è pieno di presenze, ma le persone esistono solo perché hanno incrociato il nostro cammino e lo hanno segnato: Madre Anna Maria ha incrociato e segnato la mia vita come quella di molti.

Quando una persona come Madre Anna Maria muore a torto ci si sente orfani. In realtà, il più grande dono che i santi fondatori e ispiratori ci fanno è quello di lasciarci… finalmente. Dopo averci guidato con le loro parole e i loro gesti, come l’unico Signore e Maestro (cfr Gv 16, 7), devono lasciarci a noi stessi. Non per vivere nel rimpianto, ma per avere lo stesso loro coraggio e la medesima audacia nel tracciare sentieri di vita tanto antichi quanto sempre nuovi. È ciò che Gregorio Magno dice concludendo il racconto della vita di San Benedetto: <Se io non sottraggo il mio corpo al vostro sguardo, non posso mostrarvi cos’è l’amore dello Spirito; e fino a quando non cesserete di vedermi nella carne, voi non potrete imparare ad amarmi in modo spirituale[4]>. Da parte sua, così consiglia Meister Eckart: <È come se dicesse: “Voi avete troppa gioia nella mia presenza, e per questo motivo non potete ricevere la gioia perfetta dello Spirito”. […] perciò il distacco è preferibile a tutto>[5].

La fiaccola che Madre Anna Maria ci passa come un testimone, dopo averla tenuta accesa nella sua vita, è quella di una fede sconfinata nell’amore. Un amore tanto più spirituale quanto più capace di lasciarsi incontrare, toccare, sentire come un profumo che fa rinvenire dallo stordimento della paura di dare interamente e fino in fondo la propria vita.

In quest’ora Madre Anna Maria riposa nella Basilica di san Giulio, in attesa della sua sepoltura, come una perla incastonata nell’aureo anello dell’isola. Molti accorrono per lasciarsi ancora una volta inebriare dalla luce divina che riflette perché come ricorda il libro dello Zohar: <I santi non muoiono, si sposano>. Dicono che un’ostrica non può creare dolorosamente una perla se non è ferita. Quale dolore ha ferito il cuore di Madre Anna Maria perché si trasformasse in una perla così preziosa e lucente? Questa donna compiuta ne sta dialogando amabilmente e allegramente nella sua ora nuziale col suo dolce Creatore, Sposo e Ardore.

E noi, e io, cosa ne sto facendo del dolore che mi attraversa perché si trasformi in una perla, meno preziosa e meno lucente, certo, eppure ugualmente unica?

25 Marzo 2019

Fr. MichaelDavide

www.lavisitation.it



[1]Vultum Dei quaerere, 4.

[2]GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe, XXIV, 8, 16.

[3]Idem, Omelie su Ezechiele, I, V, 2

[4] Idem, Dialoghi, II, 38, 4.

[5]MEISTER ECKART, Opere tedesche, op. cit., p. 118

Immigrazioni

  • Stefano Levi Della Torre

    Milano 27/02/2019

    1)- Il dramma delle migrazioni è una ferita nelle sue origini, nei suoi percorsi e nei suoi approdi, una ferita che rimarrà aperta per un tempo non prevedibile. Le persone di buona volontà ne cercano cure e rimedi ma non possono dare soluzioni. L’Africa che negli anni 90 aveva una popolazione paragonabile a quella europea, ora ne ha quasi il doppio, e molto dipenderà da quanto le donne sapranno contenere il potere maschile, e controllare la propria fecondità, attualmente in media di cinque figli per donna. La migrazione segna una mutazione storica, eppure si presenta come emergenza. Tanto più per i suoi aspetti tragici che impongono l’affanno di salvare vite. Questa è un’urgenza a cui non si può derogare contrapponendo ad essa il problema immediatamente conseguente, reale e arduo, quello di dare accoglienza e prospettiva ai salvati e ai migranti nei paesi d’ Europa. Salvare vite è un imperativo etico che però non è ancora una politica, e anzi sfocia inevitabilmente in una reazione sociale che alimenta una destra che sta aggredendo le democrazie e lo Stato di diritto. Il fatto che esistano movimenti “per la vita” che si accaniscono per la salvezza degli embrioni mentre tacciono sulle persone che muoiono in mare o persino appoggino la politica che li lascia annegare e non concede sbarco, non solo li smentisce, ma rivela una vocazione propriamente razzista: i “nostri” embrioni devono essere salvati, le vite degli “altri” possono soccombere. Le persone di buona volontà cercano di costituire nei fatti, là dove possono, la sequenza salvezza-accoglienza-inserimento sociale, ma stentano a costituire una linea politica che corrisponda alla dimensione geopolitica della questione. Che sappia cioè incidere sulle sue cause (le guerre, l’oppressione, l’espropriazione neo-colonialistica, le crisi ambientali e climatiche) e sui suoi percorsi (la traversata dei deserti, i campi di detenzione, la speculazione sul traffico umano). E’ su quest’arco di problemi che occorre elaborare una politica, e percorsi anche selettivi di migrazione sicura. Percorsi lungo i quali si moltiplicano i crimini. Non ultimi quelli dei governi europei che rifiutano ogni accoglimento di migranti o quello inaugurato dal ministro Minniti secondo cui i respinti sopravvissuti debbano venir restituiti ai Lager libici dalle cui atrocità avevano cercato di salvarsi, pur sapendo di rischiare la morte, o quello di finanziare il dittatore turco Erdogan perché recluda nei suoi campi i migranti preservandone l’Europa. E’ chiaro che occorre coinvolgere l’intera UE, e rivedere gli accordi di Dublino che impongono agli Stati costieri del Mediterraneo la gestione degli sbarchi. Se la destra non ha messo in discussione Dublino, sarà per non scontrarsi coi suoi alleati antiimmigrati alla Orbàn, e forse anche perché il restare esposta agli sbarchi più del resto d’Europa le permette di presentarsi come vittima e di gestire la paura dell’ “invasione” che allarga il suo consenso.

    Quella che infatti si presenta fittiziamente come politica chiara e quindi per molti convincente è la linea della destra che vanta d’ergersi a scudo intransigente contro l’”invasione”. Per un certo tempo l’immigrazione resterà un grande affare per la destra. La sua dichiarata intransigenza a difesa dei confini nazionali le fa gioco persino quando così spesso fallisce, perché dimostrerebbe quanto travolgente sia la potenza del nemico (l’immigrato), contro cui la destra “eroicamente” si batte, aumentando l’allarme e la domanda di protezione di cui la destra si nutre. Così la destra è interessata ad abbattere per legge gli stessi diritti costituzionali a protezione dei richiedenti asilo, è interessata non a ridurre, ma anzi ad estendere l’area dell’irregolarità, distruggendo i luoghi dell’accoglienza e dell’inserimento sociale e lavorativo: più gente senza diritti e senza attività, costretta a vagare e ad accamparsi per strada, a sopravvivere affiliandosi a filiere mafiose o con lo spaccio o la micro-criminalità, o ad essere manodopera a costi irrisori alimentando il lavoro nero e i profitti di chi li assume, non può che alimentare l’ostilità sociale verso questa presenza di emarginati a vantaggio della destra. Il Ministro dell’Ordine Interno è interessato a produrre il disordine, nella stessa logica con cui, si dice, una guardia forestale diventa piromane per dare enfasi alla necessità del proprio ruolo di spegnitore di incendi.

    2)- E’ vana la retorica di chi controbatte alla destra, sostenendo che l’immigrazione sia una risorsa piuttosto che un problema. E’ innegabile che si tratti dell’una e dell’altra cosa. Ma sottovalutarla come problema significa assumere il punto di vista di quelle zone sociali che dall’immigrazione traggono soprattutto vantaggio (si pensi ad es. al fenomeno delle badanti) in termini di bassi salari, in quelle zone cioè in cui la sinistra ancora tiene, ma più in termini di valori etici che non di linea politica. E per converso significa l’essere sordi, se non moralistici, nei confronti del punto di vista di quelle fasce sociali, estese e periferiche, che con gli immigrati sono destinate con disagio a convivere nel degrado dell’ambiente e nella commistione di mentalità, e ne percepiscono la concorrenza nell’uso degli spazi, sul mercato del lavoro, nell’abbattimento dei salari, nell’erogazione della sanità e dell’assistenza, mentre una crisi non di congiuntura ma epocale va riducendo lo Stato sociale e le garanzie del futuro.

    Non che il richiamo ai principi etici dell’accoglienza, della solidarietà, della salvezza delle vite non sia essenziale. Restare umani è un’impresa necessaria e controcorrente, tanto più quando la destra giunge a concepire la solidarietà come reato, incriminabile quale connivenza con l’“invasione”. Purché si facciano i conti con la discriminante sociale e politica tra chi può permettersi il lusso dell’etica e chi con l’etica deve combinare altre urgenze: la fatica delle proprie necessità e della propria perdita di posizione. Sono, questi, i ceti medi impoveriti, i lavoratori produttivi, i disoccupati, tra cui in particolare le donne e i giovani: un popolo attratto dal populismo per riaffermare contro le minoranze il proprio diritto di maggioranza. Nello spostare verso destra questo “popolo”, nel sollecitare la gelosia sociale degli autoctoni contro gli immigrati (“perché preoccuparsi di loro, minoranza estranea, quando si trascura noi, maggioranza autoctona?”), nulla di più efficace di una politica che, in nome della sinistra, ha aderito al liberismo contraendo i diritti sindacali, minando i contratti collettivi e imponendo l’obbligo individuale delle partite IVA, insieme umiliando la dignità sociale e simbolica di chi lavora.

    3)- Visto il successo popolare della polemica populistica contro le élites (polemica che ha pure qualche fondamento), non è stupido Salvini nell’intento rocambolesco di equiparare élites e immigrati: Quando, attaccando le onlus e tacendo sull’operatività delle mafie, Salvini (con Di Maio) parla di “Taxi del mare” per le navi che salvano naufraghi, quando Salvini parla di “pacchia” circa la condizione dei migranti, certamente vuole dare l’impressione di un uno stato di privilegio e dunque elitario dei migranti, per stimolare l’ostilità di coloro che dalle “élites” si sentono defraudati. La campagna contro Soros (magnate ebreo) che Salvini e Orbàn accusano di un umanitarismo volto a favorire l’immigrazione islamica ai danni dell’Europa cattolica, sovrappone la figura del ricco (ebreo) e del migrante. Ed essendo l’antisemitismo una tradizione, il riferimento al “complotto” di Soros conferisce alla campagna contro di lui un sapore di tradizione molto caro agli spiriti nazionalistici Dunque, élite chi si occupa di immigrati con presunti intenti antinazionali, élite gli immigrati stessi, gli uni e gli altri denunciati dalla destra come profittatori del “popolo”. Ma nella retorica della destra, l’immigrato riveste un’ulteriore funzione metaforica: se la globalizzazione induce la sensazione che grandi forze indecifrabili (dall’UE ai giochi dei mercati finanziari) ci invadano e interferiscano pesantemente nelle nostre concrete condizioni di vita, l’immigrato ne è la figura visibile. E’ la rappresentazione antropomorfa dell’invadenza capitalistica globale. Mentre si divarica la forbice tra ricchezza e povertà, tra appropriazione ed espropriazione, questa magia permette alla destra di rovesciare i termini del conflitto: invece di lottare contro il potere dell’alto, incita a lottare contro il basso, i migranti, in cui i “poteri forti” surrettiziamente si rappresenterebbero. Viene così proposto, dalla destra, un fronte che oppone una massa impoverita e insicura, che rivendica la propria sovranità maggioritaria e territoriale, a una minoranza migrante e deprivata, e alle minoranze in genere.

    4)- Le nostre indignazioni nei confronti dei populismi possono essere ottuse se ci esimono dal riconoscere come essi rappresentino una questione della massima importanza: la sofferenza e la rivalsa dello spirito di maggioranza. Già nel 2011 il movimento “Occupy Wall Street” contro i vertici del potere finanziario l’aveva segnalato, ma con spirito internazionalistico, nel suo slogan “siamo il 99%”. Ora, i populismi dimostrano ovunque d’essere un pericolo per lo Stato di diritto e per la democrazia rappresentativa, nondimeno la democrazia si basa sul diritto della maggioranza a governare, mentre la qualità della stessa democrazia si misura su quanto sia capace di rispettare i diritti delle minoranze. Ma se poi i diritti civili giustamente conseguenti all’art. 3 della Costituzione (dallo Jus Soli, alla parità di genere, ai matrimoni omosessuali) si presentano all’ordine del giorno mentre vengono compressi i diritti sociali (diritti al lavoro e sul lavoro, diritti alla casa, alla sanità, all’assistenza, alla pensione), allora i diritti civili parranno, a molti, privilegi di minoranza. E ciò indurrà insofferenza nei confronti delle minoranze e quindi contro la qualità stessa della democrazia, come appunto sta avvenendo. E se i diritti civili si rivestiranno del moralismo fastidioso del “politicamente corretto”, ciò indurrà, come appunto sta avvenendo, una reazione anche linguistica e mentale detta “di pancia”. Dico che se si comprimono i diritti sociali, come la stessa “sinistra” ha fatto aderendo al liberismo, una maggioranza se ne sentirà defraudata, si sentirà investita da gelosia sociale contro le minoranze (dagli immigrati in primo luogo, fino agli “intellettuali”) e cercherà rivalsa e protezione nel populismo…

    Anche per questo ha vinto Trump, sostenuto dalla rivalsa dei lavoratori bianchi che si sentivano minacciati dalle minoranze etniche nel loro privilegio di maggioranza “razziale”.

    5)- una minoranza, in quanto tale, è immersa in una maggioranza da cui non può prescindere e con cui non può evitare di fare i conti. L'”altro” le è inevitabile. Una maggioranza può invece pensare di prescindere da una minoranza, e può assumere diversi atteggiamenti, a seconda della propria disposizione democratica, o inclusiva o esclusiva. I populismi hanno la tentazione di pretendersi “il popolo”, cioè la stragrande maggioranza, e ne consegue la tendenza autoritaria a concepire l’”altro” come un resto impopolare e detestabile, in quanto inutile o dannoso. Fino a smentita. Dunque, tra spirito di maggioranza e spirito di minoranza c’è una radicale differenza nel concepire il rapporto con l’“altro”: il punto di vista di minoranza concepisce l’altro come una circostanza inevitabile, nel bene e nel male, mentre il punto di vista di maggioranza concepisce l’altro come un fatto avventizio, che può essere accolto o tollerato, discriminato o respinto. Nella globalizzazione, che ci proietta nel contesto del mondo, siamo tutti minoranza (gli stessi cinesi sono solo un miliardo e mezzo a fronte dei 7 miliardi dell’umanità), e il punto di vista di maggioranza diventa insicuro di sé, inducendo reazioni “sovraniste” che cercano di preservare o ricostruire le proprie condizioni di maggioranza entro confini limitati, al riparo dal mondo.

    Parafrasando un detto attribuito da Plutarco a Giulio Cesare: “Meglio essere il primo [o maggioranza] in un villaggio delle Alpi che il secondo [o in minoranza] a Roma”, si può considerare quanto sia questo il criterio che spinge i populismi, nella loro vocazione maggioritaria, a chiudersi entro i muri provinciali del nazionalismo.

UNA SPERANZA NUOVA

                                                  PREGHIERA DI PERDONO

” Dio santo, tu ci hai chiamato alla santità e ci hai inviato agli uomini come testimoni della tua verità.

Ci hai illuminato con la Luce del Vangelo e vuoi che viviamo comme figli della luce.

Ti preghiamo :

Dacci il coraggio di dire la verità e la libertà di proclamare la nostra responsabilità.

Salvaci dalla tentazione di negare i crimini e nascondere l’ingiustizia. E dacci la forza di ricominciare da capo e di non arrenderci quando il peccato e la colpa oscurano la luce del Vangelo.

Rafforza la nostra fiducia in tuo Figlio, che da solo è la via, la verità e la vita

IL TUO NOME SIA LODATO PER TUTTA L’ETERNITA’ ! “

Il pensiero unico della ferocia

di Massimo Recalcati in “la Repubblica” dell’11 dicembre 2018

Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria — , i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo.

Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.

QUANDO LE PAROLE NON BASTANO PIU’:

Anche se l’articolo e la riflessione di DANIELE HERVIEU-LEGER può spiegare certe cause storiche e psicologiche del “crollo” della Chiesa  (francese), non dobbiamo sottovalutare l’influenza dei Cristiani riformati, soprattutto nella regione dell’Alsazia, bagnata dalla mistica renana. Il cambiamento futuro potrebbe ben venire dai fedeli e, più particolarmente, dalle… donne, molto implicate nell’evangelizzazione! Dopo aver vissuto tanti anni la missione evangelica come una condivisione fraterna tra laici e sacerdoti, oggi le cose sono cambiate, ma la “rivoluzione – risurrezione” che abita il cuore del popolo di Dio e l’anima un po’ “ribelle” del francese (l’attualità sociale di queste ultime settimane rende conto del grido del popolo) ha nascosto la possibilità, il “potere”, e la rivolta nel più profondo dell’essere per dire : “NO” !

  • NO ad una Chiesa di funzionari ( Eugen DREWERMANN l’aveva già denunciata nel suo libro : LES FONCTIONNAIRES DE DIEU )
  • RITROVIAMO  la motivazione mistica, sincera e profonda della missione di ciascuno… Non dovrebbe essere questa la prima domanda da  cercare davanti al Signore prima di “entrare in religione” ?
  • NO ad una Chiesa dogmatica che punta il dito su l’importanza prioritaria delle obligazioni, interdetti, della perfezione, invece di insegnarci ad aprire il nostro cuore per scoprire il “tesoro nascosto”.
  • RITROVIAMO il profumo della Parola evangelica, libera, preziosa, che ci fa vivere e sviluppa il nostro essere profondo. Non dovrebbe essere questo il primo insegnamento della Chiesa: aiutare gli uomini a scoprire il Signore?
  • NO a l’accettazione di un poter dispotico (dei laici o dei sacerdoti) che impone un punto di vista rigido dimenticando che, anche se siamo differenti, siamo tutti fratelli.
  • RITROVIAMO lo spirito della prima comunità apostolica. Non dovrebbe essere questo la gioia della relazione fraterna?

“SCEGLI LA VITA” ci dice il profeta… allora la CHIESA potrà di nuovo fiorire e profumare il mondo.

 

 

Con i migranti per fermare la barbarie

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

Luigi Ciotti da “Il Manifesto”

CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?

A MULHOUSE, città francese vicina alla Germania e alla Svizzera, c’è un “muro” STREET ART “chiamato: M.U.R. (Modulabile Urbano Reattivo) che accoglie, ogni mese un artista del mondo, conosciuto o no, invitato a dipingere sul grande muro bianco di 11×5 metri un’emozione sua.

Questo mese di Ottobre 2018, per il 52° M.U.R., l’artista NICOLA ARAMU (italiano di Venezia) ci invita a mettere un po’ d’umanità nella nostra vita!

La sua espressione artistica intitolata “CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?” parla con grande sensibilità a tutta la gente lontana o vicina, del tempo passato o presente che cammina insieme nella stessa direzione, come una grande sinfonia d’umanità!

Utopia di un mondo sognato o proiezione di una realtà da costruire? A noi di scegliere…

L’arte potrebbe aiutarci ad accogliere le differenze e a vivere tutti insieme in armonia… dovrebbe essere possibile… basterebbe aprire i nostri cuori…

 

 

 

Accogliere lo straniero, nel nome dell’unico Dio

È stato firmato il 21 novembre 2013, a Vienna, nell’ambito di un incontro di Religions for Peace, un documento redatto dai leader delle principali religioni sul tema dell’accoglienza dei migranti, in particolare di coloro che fuggono da guerre e carestie.

Un valore centrale della mia fede è accogliere lo straniero, il rifugiato, lo sfollato, l’altro. Io tratterò loro come vorrei essere trattato io stesso. E inviterò gli altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, a fare lo stesso.
Insieme con le autorità religiose, con le organizzazioni confessionali e le comunità di coscienza del mondo affermo: Io accoglierò lo straniero.

La mia fede insegna che la compassione, la misericordia, l’amore e l’ospitalità sono per tutti: chi è nato nel mio Paese e lo straniero, il membro della mia comunità e chi è appena arrivato.

Ricorderò ai membri della mia comunità che tutti siamo considerati «stranieri» da qualche parte, che dobbiamo trattare lo straniero nella nostra comunità come vorremmo essere trattati noi stessi, e che dobbiamo sfidare l’intolleranza. Ricorderò alle altre persone nella mia comunità che nessuno lascia la propria casa senza una ragione: alcuni fuggono da persecuzione, violenza o sfruttamento; altri a causa di disastri naturali; e altri spinti dal desiderio di cercare una vita migliore per la propria famiglia.

Riconosco che tutte le persone hanno diritto alla dignità e al rispetto in quanto esseri umani. Tutti, nel mio Paese, compresi gli stranieri, sono soggetti alle sue leggi, e nessuno deve essere fatto oggetto di ostilità o discriminazione. Riconosco che accogliere lo straniero a volte richiede coraggio, ma le gioie e le speranze nel farlo superano di gran lunga i rischi e le sfide. Sosterrò coloro che con coraggio praticano nella propria quotidianità l’accoglienza verso lo straniero.

Offrirò ospitalità allo straniero, poiché ciò porta benedizione sulla comunità, sulla famiglia, sullo straniero e su me stesso. Rispetterò e onorerò il fatto che lo straniero possa essere di una fede diversa o avere convinzioni diverse della mia o da quelle di altri membri della mia comunità. Rispetterò il diritto dello straniero di praticare la sua fede con libertà. Cercherò di creare spazi in cui egli possa esercitare liberamente il proprio culto. Parlerò della mia fede senza disprezzare né mettere in ridicolo la fede di altri.

Costruirò ponti tra me e lo straniero. Attraverso il mio esempio incoraggerò gli altri a fare altrettanto. Mi sforzerò non solo di accogliere lo straniero, ma anche di ascoltarlo in profondità e di promuovere la comprensione e l’accoglienza nella mia comunità.

Prenderò apertamente posizione per promuovere la giustizia verso lo straniero, così come faccio per gli altri membri della mia comunità. Quando vedrò ostilità verso lo straniero nella mia comunità, che sia a parole o con i fatti, non la ignorerò, ma mi impegnerò per stabilire un dialogo e facilitare la pace.

Non resterò in silenzio quando vedrò altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, parlare male degli stranieri, giudicandoli senza conoscerli, o quando vedrò che questi sono esclusi, maltrattati o oppressi. Incoraggerò la mia comunità di fede a collaborare con altre comunità di fede e organizzazioni religiose a trovare modi migliori per assistere lo straniero.

Io accoglierò lo straniero.

C’è una lunga linea irregolare nella sabbia del Sahel

di Mauro Armanino in “Avvenire” del 18 settembre 2018

All’inizio tutto è solo sabbia. La linea arriva subito dopo da mano divina per delimitare lo spazio e l’identità delle sue creature. Il solco si trasforma in ferita per l’uccisione di un fratello a opera del fratello. Caino e Abele firmano sulla sabbia la prima frontiera conosciuta. Da allora in poi una linea nella sabbia accompagna l’umana avventura fino ai nostri giorni. Quella che attraversa ora il mondo non è che una continuazione delle precedenti. Linee tracciate per generazioni tra guerre, armistizi, piste carovaniere per schiavi, tratta di concubine e di mercanzie. Su queste linee sono passate, spesso assieme agli eserciti, idee, culture, navi e religioni. Le nostre invece no. Nel Sahel abbiamo innumerevoli linee nella sabbia che si cancellano dopo averle create. Se ne fanno di nuove ogni giorno che passa. Sono linee irregolari tracciate da pneumatici di fuoristrada che assomigliano al primo solco. Sono solo i nomi, e il numero, dei fratelli a essere cambiati.

Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa, a sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.

Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i Paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilata dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo è il Niger, dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che lo unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale poi al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Ciad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio a uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continuasse a girare sempre dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.

Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi a entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credeteci, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.

Niamey, settembre 2018

PROFUMO DI TRASFIGURAZIONE

” Giungerà sicuramente il giorno

in cui il colore non significhi nulla più del tono della pelle,

quando la religione venga vista unicamente come il modo di parlare all’anima di qualcuno,

quando i luoghi di nascita abbiano il peso di un lancio di dadi e tutti gli uomini siano nati liberi,

quando la comprensione nutre l’amore e la fratellanza”

J. Baker

 

… Allora, sì, questo giorno sarà un giorno di bellezza che ricorda un paradiso perduto e richiama con nostalgia un paradiso promesso… un giorno di profumo di trasfigurazione!