Il pensiero unico della ferocia

di Massimo Recalcati in “la Repubblica” dell’11 dicembre 2018

Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria — , i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo.

Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.

QUANDO LE PAROLE NON BASTANO PIU’:

Anche se l’articolo e la riflessione di DANIELE HERVIEU-LEGER può spiegare certe cause storiche e psicologiche del “crollo” della Chiesa  (francese), non dobbiamo sottovalutare l’influenza dei Cristiani riformati, soprattutto nella regione dell’Alsazia, bagnata dalla mistica renana. Il cambiamento futuro potrebbe ben venire dai fedeli e, più particolarmente, dalle… donne, molto implicate nell’evangelizzazione! Dopo aver vissuto tanti anni la missione evangelica come una condivisione fraterna tra laici e sacerdoti, oggi le cose sono cambiate, ma la “rivoluzione – risurrezione” che abita il cuore del popolo di Dio e l’anima un po’ “ribelle” del francese (l’attualità sociale di queste ultime settimane rende conto del grido del popolo) ha nascosto la possibilità, il “potere”, e la rivolta nel più profondo dell’essere per dire : “NO” !

  • NO ad una Chiesa di funzionari ( Eugen DREWERMANN l’aveva già denunciata nel suo libro : LES FONCTIONNAIRES DE DIEU )
  • RITROVIAMO  la motivazione mistica, sincera e profonda della missione di ciascuno… Non dovrebbe essere questa la prima domanda da  cercare davanti al Signore prima di “entrare in religione” ?
  • NO ad una Chiesa dogmatica che punta il dito su l’importanza prioritaria delle obligazioni, interdetti, della perfezione, invece di insegnarci ad aprire il nostro cuore per scoprire il “tesoro nascosto”.
  • RITROVIAMO il profumo della Parola evangelica, libera, preziosa, che ci fa vivere e sviluppa il nostro essere profondo. Non dovrebbe essere questo il primo insegnamento della Chiesa: aiutare gli uomini a scoprire il Signore?
  • NO a l’accettazione di un poter dispotico (dei laici o dei sacerdoti) che impone un punto di vista rigido dimenticando che, anche se siamo differenti, siamo tutti fratelli.
  • RITROVIAMO lo spirito della prima comunità apostolica. Non dovrebbe essere questo la gioia della relazione fraterna?

“SCEGLI LA VITA” ci dice il profeta… allora la CHIESA potrà di nuovo fiorire e profumare il mondo.

 

 

Con i migranti per fermare la barbarie

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

Luigi Ciotti da “Il Manifesto”

CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?

A MULHOUSE, città francese vicina alla Germania e alla Svizzera, c’è un “muro” STREET ART “chiamato: M.U.R. (Modulabile Urbano Reattivo) che accoglie, ogni mese un artista del mondo, conosciuto o no, invitato a dipingere sul grande muro bianco di 11×5 metri un’emozione sua.

Questo mese di Ottobre 2018, per il 52° M.U.R., l’artista NICOLA ARAMU (italiano di Venezia) ci invita a mettere un po’ d’umanità nella nostra vita!

La sua espressione artistica intitolata “CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?” parla con grande sensibilità a tutta la gente lontana o vicina, del tempo passato o presente che cammina insieme nella stessa direzione, come una grande sinfonia d’umanità!

Utopia di un mondo sognato o proiezione di una realtà da costruire? A noi di scegliere…

L’arte potrebbe aiutarci ad accogliere le differenze e a vivere tutti insieme in armonia… dovrebbe essere possibile… basterebbe aprire i nostri cuori…

 

 

 

Accogliere lo straniero, nel nome dell’unico Dio

È stato firmato il 21 novembre 2013, a Vienna, nell’ambito di un incontro di Religions for Peace, un documento redatto dai leader delle principali religioni sul tema dell’accoglienza dei migranti, in particolare di coloro che fuggono da guerre e carestie.

Un valore centrale della mia fede è accogliere lo straniero, il rifugiato, lo sfollato, l’altro. Io tratterò loro come vorrei essere trattato io stesso. E inviterò gli altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, a fare lo stesso.
Insieme con le autorità religiose, con le organizzazioni confessionali e le comunità di coscienza del mondo affermo: Io accoglierò lo straniero.

La mia fede insegna che la compassione, la misericordia, l’amore e l’ospitalità sono per tutti: chi è nato nel mio Paese e lo straniero, il membro della mia comunità e chi è appena arrivato.

Ricorderò ai membri della mia comunità che tutti siamo considerati «stranieri» da qualche parte, che dobbiamo trattare lo straniero nella nostra comunità come vorremmo essere trattati noi stessi, e che dobbiamo sfidare l’intolleranza. Ricorderò alle altre persone nella mia comunità che nessuno lascia la propria casa senza una ragione: alcuni fuggono da persecuzione, violenza o sfruttamento; altri a causa di disastri naturali; e altri spinti dal desiderio di cercare una vita migliore per la propria famiglia.

Riconosco che tutte le persone hanno diritto alla dignità e al rispetto in quanto esseri umani. Tutti, nel mio Paese, compresi gli stranieri, sono soggetti alle sue leggi, e nessuno deve essere fatto oggetto di ostilità o discriminazione. Riconosco che accogliere lo straniero a volte richiede coraggio, ma le gioie e le speranze nel farlo superano di gran lunga i rischi e le sfide. Sosterrò coloro che con coraggio praticano nella propria quotidianità l’accoglienza verso lo straniero.

Offrirò ospitalità allo straniero, poiché ciò porta benedizione sulla comunità, sulla famiglia, sullo straniero e su me stesso. Rispetterò e onorerò il fatto che lo straniero possa essere di una fede diversa o avere convinzioni diverse della mia o da quelle di altri membri della mia comunità. Rispetterò il diritto dello straniero di praticare la sua fede con libertà. Cercherò di creare spazi in cui egli possa esercitare liberamente il proprio culto. Parlerò della mia fede senza disprezzare né mettere in ridicolo la fede di altri.

Costruirò ponti tra me e lo straniero. Attraverso il mio esempio incoraggerò gli altri a fare altrettanto. Mi sforzerò non solo di accogliere lo straniero, ma anche di ascoltarlo in profondità e di promuovere la comprensione e l’accoglienza nella mia comunità.

Prenderò apertamente posizione per promuovere la giustizia verso lo straniero, così come faccio per gli altri membri della mia comunità. Quando vedrò ostilità verso lo straniero nella mia comunità, che sia a parole o con i fatti, non la ignorerò, ma mi impegnerò per stabilire un dialogo e facilitare la pace.

Non resterò in silenzio quando vedrò altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, parlare male degli stranieri, giudicandoli senza conoscerli, o quando vedrò che questi sono esclusi, maltrattati o oppressi. Incoraggerò la mia comunità di fede a collaborare con altre comunità di fede e organizzazioni religiose a trovare modi migliori per assistere lo straniero.

Io accoglierò lo straniero.

C’è una lunga linea irregolare nella sabbia del Sahel

di Mauro Armanino in “Avvenire” del 18 settembre 2018

All’inizio tutto è solo sabbia. La linea arriva subito dopo da mano divina per delimitare lo spazio e l’identità delle sue creature. Il solco si trasforma in ferita per l’uccisione di un fratello a opera del fratello. Caino e Abele firmano sulla sabbia la prima frontiera conosciuta. Da allora in poi una linea nella sabbia accompagna l’umana avventura fino ai nostri giorni. Quella che attraversa ora il mondo non è che una continuazione delle precedenti. Linee tracciate per generazioni tra guerre, armistizi, piste carovaniere per schiavi, tratta di concubine e di mercanzie. Su queste linee sono passate, spesso assieme agli eserciti, idee, culture, navi e religioni. Le nostre invece no. Nel Sahel abbiamo innumerevoli linee nella sabbia che si cancellano dopo averle create. Se ne fanno di nuove ogni giorno che passa. Sono linee irregolari tracciate da pneumatici di fuoristrada che assomigliano al primo solco. Sono solo i nomi, e il numero, dei fratelli a essere cambiati.

Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa, a sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.

Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i Paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilata dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo è il Niger, dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che lo unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale poi al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Ciad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio a uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continuasse a girare sempre dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.

Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi a entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credeteci, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.

Niamey, settembre 2018

PROFUMO DI TRASFIGURAZIONE

” Giungerà sicuramente il giorno

in cui il colore non significhi nulla più del tono della pelle,

quando la religione venga vista unicamente come il modo di parlare all’anima di qualcuno,

quando i luoghi di nascita abbiano il peso di un lancio di dadi e tutti gli uomini siano nati liberi,

quando la comprensione nutre l’amore e la fratellanza”

J. Baker

 

… Allora, sì, questo giorno sarà un giorno di bellezza che ricorda un paradiso perduto e richiama con nostalgia un paradiso promesso… un giorno di profumo di trasfigurazione!

Al di là delle questioni tra Italia e Francia!

  • I corpi dei migranti indifesi ridotti a ostaggi

    di Raffaele K. Salinari
    (in “il manifesto” del 14 giugno 2018)
    L’odissea dei naufraghi ospitati sulla nave Aquarius è la metafora di una disegno che travalica gli angusti, e per molti versi tragici, ambiti della politica italiana, per trasportaci, come si conviene ad ogni metafora, verso un orizzonte di livello europeo e mondiale più vasto, che l’episodio della chiusura dei porti italiani a donne incinte e bambini, sembra illuminare di una luce oscura.
    La consapevolezza che la posta in gioco sia molto più alta del destino della nave, e qui la parola riprende tutta la sua profonda gamma di significati, emerge chiaramente dalla definizione che, giustamente, è stata data degli esseri umani coinvolti: ostaggi.
    Il risultato, infatti, ricercato cinicamente attraverso i corpi di queste persone, non a caso i più esposti e dunque i più indifesi, è nulla di meno che lo smantellamento delle Convenzioni internazionalmente accettate che permettono ancora di riconoscersi tutti all’interno della stessa
    appartenenza.
    E qui, evidentemente, il corpo migrante, con tutti i suoi significati e significanti simbolici, diventa la massima espressione di una biopolitica che, come suo scopo ultimo, pretende di imporre proprio questa frattura all’interno della specie umana.
    Da una parte allora si immagina una minoranza privilegiata perché titolata di tutti i Diritti e, dall’altra, oltre i vari muri, una maggioranza che, via via li deve perdere, affinché gli altri possano continuare a beneficiarne.
    E infatti, nella modernità liberista, competitiva e consumogena, non c’è spreco e lusso per tutti.
    Questa operazione, che si deve però confrontare e sostenere attraverso i meccanismi di quel che resta delle democrazie formali nel loro degradare progressivamente in democrature, ha bisogno di cancellare il tratto comune alla specie umana: la dignità di ognuno.
    Non a caso è questo il pilastro sul quale si fonda la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E cos’è la Dignità se non il riconoscimento che ogni essere umano ha gli stessi diritti per il solo fatto di esistere, di essere venuto al mondo, di occupare uno spazio unico ed irrepetibile nell’eterno ciclo dell’esistenza? Ridurre le persone ad oggetto di una transazione politica, renderle appunto ostaggio, significa privarle della loro dignità e dunque creare una scissione profonda all’interno del corpo unico ed indivisibile della nostra specie, indivisibile come lo sono i Diritti Umani.
    Le Convenzioni che sono state violate sotto la spinta del Ministro degli Interni, evidentemente incapace di vedere al di là dell’ego dei suoi elettori in preda alle paure profonde ed inconfessabili che li agitano nel loro passare la domenica a passeggio tra le vetrine dei centri commerciali quando
    vengono disturbati nelle loro fantasie di possesso dai negri che chiedono le elemosina, include tutte le regole internazionali in materia di rifugiati e di soccorso umanitario.
    È allora chiaro, o lo dovrebbe essere, a chi ha ancora occhi per vedere l’orizzonte più vasto, che la catena delle Convenzioni internazionali, incluse quelle che concernono l’ambiente, i diritti del lavoro, gli standard minimi di salute e di istruzione, la parità di genere, e via enumerando, è forte quanto il più debole del suoi anelli, in questo caso la violazione delle Convenzioni sul diritto di asilo, del soccorso in mare e di protezione dell’infanzia, da parte dell’Italia leghista e grillina.
    Ma attenzione, quello che oggi riserviamo a queste persone già domani lo riserveremo ad altri soggetti diversamente deboli, che devono restare fuori dai supermercati o al massimo diventare parte della merce. Che gli elettori stanchi e delusi dalle debolezze e subalternità ideologiche della sinistra comincino a guardarsi dentro, a ripensare alle origini di molti dei loro cognomi, ai viaggi degli antenati, a quali lavori vorrebbero fare tra quelli che suppostamente tolgono i nuovi arrivati, e forse troveranno ragioni per interrogarsi questo plebiscito sovranista che hanno favorito solo con la loro paura di affrontare un ineludibile cambiamento che la vita stessa ha già deciso di attuare.

IN STRADA, COME BARNABA…

GRAZIE alla KOINONIA per il suo “blog” che ci permette di “prendere la parola” per condividere … con il mondo ! E’ un privilegio dato a ciascuno di noi  “per uscire del centro e entrare nel cerchio” (secondo la bellissima espressione di papa FRANCESCO)!

Dopo aver letto l’ultimo libro di Fratel MICHAELDAVIDE ( Preti senza battesimo? – La Vérité vous rendra libres ( in francese) – ), vorrei solo dire che, in mezzo delle 150 pagine profetiche che danno speranza nuova per i discepoli di Gesu Cristo, ho scelto 3 “parole”, per dare un soffio di vita alla nostra Chiesa :

–   “il pericolo di cadere in una pratica più religiosa che evangelica”

–  “diventare pastori con l’odore delle pecore”… e che si senta !”

–  “offrire la propria vita per nutrire la speranza e la gioia di tutti”

Nella nostra parrocchia, per l’anno pastorale 2018 – 2019, progettiamo di meditare su queste 3 piste di riflessione… e se quest’idea fosse anche una sfida… per altre parrocchie nel mondo? Non pensate che il volto di CRISTO sarrebbe più visibile e più luminoso?…

PROVIAMO… COME BARNABA…!

 

 

 

 

 

“Bisogna tornare a difendere gli ultimi cercandoli ovunque”

intervista a Roberto Morgantini, a cura di Concita De Gregorio in “la Repubblica” del 3 aprile 2018

Roberto Morgantini ha 71 anni, a Bologna lo conoscono tutti.
Barba e capelli bianchi, voce bassa. Una di quelle persone che quando entra in una stanza si sente. Una vita nel sindacato, Cgil ufficio stranieri, poi nell’associazione “Piazza Grande”. Lo incontro in via del Battiferro, quartiere Navigli, nella vecchia sede di una casa del Popolo, alle pareti le foto ridenti di Enrico Berlinguer. Ha aperto qui una delle sue Cucine popolari. Nella città di Fico, Morgantini ha deciso di provare a far funzionare una rete di almeno sei centri di “social food”, cucina del riuso destinata a chi non ha soldi per fare la spesa. Per ora le cucine sono tre, in zone diverse della città: ci lavorano cento volontari, preparano 2800 pasti al mese.
Le persone che vengono a mangiare sono per metà italiane e per metà straniere. «Non di rado gli italiani sono di più».
Non avendo soldi («non ne ho mai avuti di miei, spero di non averne mai») nel 2015 ha deciso con Elvira, con cui viveva da 38 anni, di sposarsi e chiedere come regalo una donazione per avviare l’attività. Puntavano a ventimila euro, ne hanno raccolti settantamila. Così, alla soglia dei suoi settant’anni, si è messo a cercare chi potesse regalare cibo alle cucine, ai fornelli a cucinare, a tavola a servire. E a trattare con le istituzioni per le infinite burocrazie. 

Invece di andare in pensione.

«Ma come si fa ad andare pensione dallo stare al mondo? Non si può mica rinunciare al proposito di creare relazioni, di migliorare una vita, anche una sola».

Il risultato elettorale se lo aspettava?

«Era nell’aria, scritto. Una frana che viene da lontano. Si sentiva che si era fatto pochissimo, e non c’è stato uno scatto di reni. E’ un malanno che c’è dentro un paese che non riesce a scuotersi, a cambiare direzione».

Si era fatto pochissimo su cosa?

«Sull’immigrazione, sull’insicurezza, sul lavoro. Non c’è più difesa se sei fragile, si sente questo: il compito di tutelare chi non può farlo da solo è stato abbandonato. Non c’era empatia, si è perso un po’ davvero il senso della rappresentanza».

Parla della sinistra politica?

«Certo. Il crollo elettorale ha delle ragioni. Bisogna tornare proprio da dove siamo partiti. Tornare alle radici. Le radici sono storia. Essere davvero schierati dalla parte dei più deboli ma anche avere la consapevolezza di appartenere a loro, provare a difenderli davvero. Dire “difendiamo gli ultimi” ieri era tutt’uno con la sinistra. Oggi gli ultimi sono dappertutto, sono più difficili da rappresentare e da intercettare. Bisogna farlo in modo capillare, stando nei luoghi, ascoltando i bisogni».

Invece?

«Invece la classe dirigente si è messa a cercare consensi a tavolino: al centro, a destra. Quello che si è praticato conta. Hanno avuto paura di essere sinistra. Aver rinunciato al radicalismo si è pagato. L’identità: se si perde, ci si indebolisce».

Mi faccia un esempio.

«Prenda le battaglie sull’immigrazione. Almeno l’ultima cartuccia te la potevi sparare, con lo ius soli: hai avuto paura di perdere qualche voto. Anche se non realizzi l’obiettivo, combatti. Invece hai dato l’idea di scappare di fronte ad un problema. E non era la prima volta. Sembrava tutto fatto, tutto a posto. Poi girare le spalle in quei termini è stata una delusione terribile. Un po’ di coerenza sui principi, accidenti. Si è sacrificata una storia in cerca dei consensi dell’elettorato cattolico moderato, e si è perso l’uno e l’altro».

È ancora l’amalgama mal riuscita tra Ds e Margherita?

«Ma ex Dc ex Pci possono stare insieme, credo di sì. Naturalmente bisogna trovare un equilibrio fra diversi, rinunciare a qualcosa di proprio in nome di qualcosa di tutti. Guardi qui, in questa mensa di quartiere. Noi siamo in una casa del Popolo, un luogo del vecchio Pci. Abbiamo fatto un patto con il prete della parrocchia: noi non dobbiamo ideologizzare nessuno, gli abbiamo detto. Voialtri non dovete benedire nessuno perché son già benedetti quelli che vengono. Quindi al centro abbiamo messo la persona. Una mensa è carità? No, è una sonda che va al fondo della comunità, misura la temperatura del mondo in cui viviamo, funziona da antenna. Abbiamo capito di cosa c’era bisogno quando siamo tornati a guardare i poveri in faccia, negli occhi. Contatto, cuore, progetto, azione».

Basta una mensa, dice, per capire il mondo?

«Basta stare in mezzo alle persone. Sono le pratiche che fanno cambiare le idee, non il contrario. Nessuno si convince di niente a parole, nemmeno un bambino. È l’esempio, l’azione che fa germogliare il seme della relazione, della parola, dello scambio. Spesso del dubbio. Se metti un razzista a mangiare con uno straniero, se glielo metti davanti allo stesso tavolo, vedrà una persona: comincerà a parlare, alla fine si racconteranno le loro storie. Succede sempre. Però certo: se chiudi i luoghi: le case del popolo, i circoli. Allora dove lo fai il lavoro di comunità?».

Come avete cominciato?

«Mi sono giocato un po’ della credibilità che mi ero costruito in questa città. Sono andato in giro a parlare del progetto: aprire sei cucine del riuso, una in ogni quartiere di Bologna. Bisogna essere ovunque c’è bisogno, ho detto. Se da una parte facciamo il polo del cibo di lusso, dall’altra dobbiamo dare da mangiare a chi non ne ha. Poi, coi soldi del matrimonio, senza aspettare nessuno abbiamo cominciato. Sono passati tre anni. Siamo a 250 persone nelle tre cucine, abbiamo la lista d’attesa dei volontari, una cosa mai successa. C’è una grande disponibilità delle persone di fare cose concrete. E’ un patrimonio immenso la voglia delle persone di mettersi a disposizione di progetti che realizzano equità e giustizia. E’ un vero delitto ignorarlo, sprecarlo o peggio: mortificarlo e offenderlo».

Lavorano solo volontari, nelle Cucine sociali?

«Non solo volontari di quartiere. Ci danno una mano anche i richiedenti asilo del centro di accoglienza di viale Lenin, studenti con difficoltà di inserimento. Lavoriamo in accordo coi servizi sociali. E con le scuole, naturalmente. Una parte del cibo che riutilizziamo viene dalle mense scolastiche. Intercettiamo quello che verrebbe scartato dalla refezione scolastica. Lo rigeneriamo e prepariamo pasti. I ragazzi sono venuti spesso coi loro insegnanti, alunni delle scuole elementari. Abbiamo parlato della povertà, cos’è la povertà. Loro hanno mangiato qui poi hanno servito, hanno apparecchiato loro, servito gli altri ospiti».

Chi sono gli ospiti delle Cucine popolari?

«Guardi, li vede. A momenti sono più gli italiani. Ma non è una mensa per i poveri, questa.
Perché ai poveri non si può dare l’ulteriore pena di vergognarsi di esserlo. Non si possono mettere tutti insieme nel ‘posto dei poveri’ dove loro si vedono tra loro e gli altri, i non poveri, restano indenni dal vederli. Questa è una mensa di quartiere, vengono tutti. A quel tavolo ci sono gli architetti di un importante studio che ha sede qui, chi vuole può venire, mangia, poi se vuol dare qualcosa dà quello che vuole. L’altra faccia della povertà è la mancanza di relazioni libere e aperte, di relazioni col resto del mondo. I ghetti».

La perdita di relazioni nasce dalla povertà?

«Certo, anche. In questo quartiere il 40% delle persone vive da sola in casa. Qui si siedono ai tavoli persone sole che magari abitano nello stesso isolato. Dalle relazioni nascono spesso anche opportunità».

Per esempio?

«Due profughi che venivano qui con la bambina…Hanno incontrato una mia amica al tavolo, un giorno. Poi un altro giorno e poi un altro. Hanno parlato tanto, lei li ha portati a casa sua per tre mesi, intanto il padre ha trovato un piccolo lavoro, poi ha trovato casa. Sono autonomi, adesso. Non sono più qui».

Non succede sempre. Non succede spesso.

«Basta che succeda una volta per aver realizzato un obiettivo. Nel momento in cui conosco qualcuno e lo riconosco come persona. È così che cominciano a cadere i pregiudizi, non con le spiegazioni. Meno che mai con gli slogan, che servono a costruire barriere. Noi andiamo avanti così. A settembre apriamo il quarto centro, spero. Nel quartiere Savena, a Villa Paradiso».

Come vi finanziate? Avete sostegni pubblici?

«Nessuno, a parte l’uso dei locali. Paghiamo le utenze, i servizi, tutto. Facciamo iniziative di finanziamento. Quest’anno abbiamo fatto e messo in vendita un libro sul ponte di Stalingrado con le opere che anche gli ospiti hanno partecipato a dipingere. Naturalmente c’è la solidarietà che arriva dalle persone, da cooperative, da aziende, anche da persone che vengono qui».

Se dovesse dire, in due parole, come si tengono insieme accoglienza e sicurezza?

«Si tengono insieme naturalmente. Attivandosi. Uscendo di casa. La paura la combatti se guardi in faccia cosa ti fa paura. La politica dovrebbe creare queste occasioni: il posto e il tempo della relazione fra persone. La sinistra non può perdere d’occhio chi resta indietro, altrimenti perde anche se stessa. Poi non mi faccia domande generali, astratte. Io so solo mettere a tavola, stare in cucina».