Solo un miraggio ?

Ieri ancora, era primavera ! Certo una primavera un po’ particolare, mai vissuta : confinati, isolati, ammalati… Ti abbiamo cercato, Signore, nei luoghi abituali, ma le cappelle erano chiuse, le chiese vuote, le messe private, le preghiere mascherate. Però, come sempre a primavera, i giardini fiorivano, gli uccelli cantavano, la neve spariva e il vento diventava dolce : allora, abbiamo sognato la ri-nascita, parola liberata, solidarietà musicale, incontri virtuali, comunicazione a distanza, creazione di piccoli cenacoli :

                                   UN’OASI DI SPERANZA NASCEVA NEL DESERTO!

Il tempro profetico tanto aspettato spuntava all’orizzonte, come un fuoco nuovo : ” … un giorno verrà… dove adorerete in spirito e in verità…” ( Gv 4, 23 ).

Oggi, il sole d’estate arde e il rischio è grande di addormentarci a l’ombra nella sabbia o di lasciarci abbagliare dalla luminosità ritrovata prima di raggiungere l’oasi d’acqua fresca dove il nostro Signore ci aspetta e ci sussurra : ” DAMMI DA BERE !”…. No, non poteva essere solo un miraggio ! ?

                                                                                                                  Marielle

Abbà-donato: l’amore al contrario

Quello che colpisce in tutto questo è la profonda fragilità dell’uomo Gesù. Lo stesso che aveva predicato alle folle, che aveva compiuto miracoli, che aveva insegnato nelle sinagoghe, che aveva risuscitato l’amico Lazzaro, appare adesso muto, nudo, trafitto, sofferente, appeso a una croce. Non è propriamente l’esito di una vittoria, almeno agli occhi del mondo, la sua. Allora perché la croce “vince”? Perché non è un trionfo del mondo ma sul mondo. Sulle sue logiche, sulle logiche che vorrebbero l’affermazione naturale del più forte sul più debole. Di chi governa su chi è governato. Del giusto su chi sbaglia. Del buono su chi non lo è. Del Dio giudice sugli uomini peccatori. E invece, in questa storia, non è così. Accade qualcosa che ribalta la prospettiva, che sovverte l’esito, che rovescia il pronostico: l’onnipotente divinità di Dio si manifesta nella piena debolezza della sua umanità. In questo senso il crocifisso è quella “bellezza che vince il mondo”. Il crocifisso appare così come la pienezza della rivelazione del Dio unico: il Dio che chiede di essere amato. In questo desiderio d’amore, che diventa grido straziante sulla croce, Gesù mostra al mondo chi è veramente Dio. Il Dio debole del crocifisso dice ai cuori di ciascuno di noi anche oggi che “ha sete” del nostro sguardo, del nostro tocco, del nostro cuore. La fonte dell’amore eterno che, al contrario, lo domanda. Lo chiederà alla chiesa che altro non è, o dovrebbe essere, che l’evidenza di quello spazio affidabile in cui i figli si prendono cura delle madri, e viceversa, nell’attesa della risposta del Padre: “figlio ecco tua madre”; “madre ecco tuo figlio”. L’amore è reciprocità, scambio, rispetto. Se no diventa oppressione, plagio, chiusura, possesso, protagonismo.

Ma il Gesù sulla croce non rivela soltanto all’uomo chi è Dio ma anche all’uomo chi è l’uomo. Egli è in quel momento, soprattutto, pienamente tale. E in questo modo svela la piena divinità nascosta dentro ogni creatura che si manifesta quando, abbandonata arresa ferita, scorge ammette cerca, il bisogno di essere amata. Riconoscere questa mancanza vuol dire riconoscere la potenza divina che abita ogni domanda dell’umano e che condurrà da lì a poco Dio Padre a rispondere mediante la Resurrezione. Gesù non risorge da solo. Egli, prima di essere un corpo sepolto e un corpo resuscitato è, sulla croce, un corpo spezzato; abbà-donato, consegnato alla risposta dell’ Abbà, che in ebraico vuol dire “babbo”, “babbo caro”. Gesù è il primo che lo sperimenta per permettere a ogni uomo di poter fare lo stesso. Chiede al Padre di rispondere per sé e per tutti gli uomini poveri cristi che verranno “crocifissi” dalle ingiustizie dopo di lui. Lo chiede dopo aver attraversato e “compiuto tutto” il perdono per coloro che lo hanno trafitto.

Non può esserci vita nuova allora, corpo risorto, persona cioè rinata, anche per noi, finché non consegniamo, forse, il nostro grido interiore che sale dal profondo delle nostre angosce e ferite visibili e invisibili, al Dio che aspetta il nostro perdono e abbandono d’amore in ogni venerdì santo della storia. Della nostra e di quella del mondo.

E il Dio-Abbà, risponderà.

Simone De Rosa

Ritornare a casa: “esserci o non esserci, questo il dilemma”

In questo tempo sospeso alcune riflessioni stanno prendendo spontaneamente forma dentro di me come giovane insegnante, come cittadino, come uomo di fede. Una in particolare ha a che fare con la parola “casa”, così adesso tanto ripetuta, sostenuta. Penso al monito che scorre e sigilla in maniera francamente ridondante le firme delle pubblicità, dei messaggi social, degli annunci ai telegiornali, dei cartelloni appesi fuori dalle finestre dei bar e dei balconi, nelle piazze delle città. L’unica eco che nel vuoto silenzio del mondo in quarantena risuona per le strade con la forza di un grido collettivo lanciato nella muta foresta del distanziamento sociale: “restare a casa”. E’ vero, lo dobbiamo. Alla salute nostra, dei nostri cari, delle persone più fragili, dell’intero sistema sanitario. Eppure non basta. Non è sufficiente, affinché questo tempo sospeso diventi un tempo abitato, rimanere a casa senza “ritornarci” davvero, anche interiormente. Mi colpisce, allora, che la figura della casa abbia da sempre costituito per le tre grandi religioni monoteiste della storia sorte intorno al bacino del Mediterraneo il modello di costruzione per i luoghi di culto. Gli spazi dell’intimità del cuore di fronte al sacro sono plasmati, edificati sul fondamento semantico, oltre che architettonico, dello spazio domestico. Il Dio unico si fa incontrare anzitutto lì, dove ci si trova. Affinché ciascun uomo possa rincontrare se stesso, nella profondità del proprio cuore. La “casa”, nella cultura religiosa ebraica, cristiana e islamica, diventa così l’archetipo di quello spazio sacro, che in latino vuol dire separato, distanziato perché scelto rispetto alla precarietà e alla confusione delle cose che coinvolgono con frenesia le logiche del quotidiano, affinché l’anima umana riscopra la forza che proviene da dentro. La sinagoga ebraica è costruita, e anzitutto pensata dal periodo dell’esilio babilonese in poi, come casa di “adunanza”, di incontro per lo studio e la preghiera della Scrittura; le prime chiese cristiane, precedenti alle basiliche, erano le case dei discepoli, chiamate proprio per questo domus ecclesiae; ogni moschea musulmana viene ideata sul modello della casa in cui visse il profeta Maometto. L’architettura, nelle religioni, non è soltanto un fatto funzionale e pragmatico, ma decisamente simbolico. Può, forse, diventarlo anche per noi. Essere riscoperto come occasione di tempo prezioso per ascoltare l’eco segreta del desiderio profondo che batte contro le pareti dei nostri pensieri e dei nostri gesti al quale finalmente si può dare e fare spazio. Nella casa, così come nel cuore dell’uomo, ci sono tante cose lì da tempo che per abitudine, magari, per convinzione e convenzione, non si ha il coraggio di guardare e di spostare. Accarezziamo angoli bui, ostacoli ingombranti, visioni decentrate intorno e dentro di noi senza nemmeno accorgercene, presumendo di guardare nella giusta direzione e pensando o sperando che prima o poi qualcuno le sistemerà per noi o che scompariranno da sole. Forse, questo tempo separato vuole invitare anche ciascuno di noi a lasciare la presa. E lasciare venire a galla verità sospese o sopite da tempo. Fare ritorno in noi stessi significa riprendere contatto con noi stessi e col divino che vi ci dimora, per capire cosa cambiare del nostro modo di vedere le cose, del nostro sguardo sulla realtà, per fare della casa della nostra vita una vita autentica. Forse, la vera sfida consiste proprio nell’affrontare con decisione e concretezza la domanda all’esistenza che risuona dalla viscere della nostra carne e della nostra terra trafitta, soprattutto in questo momento: “esserci o non esserci”, questo è il nuovo dilemma amletico del dramma contemporaneo al quale ogni donna e ogni uomo è chiamato a rispondere e a riscoprire. Non solo per sé. Ma “per gli altri, per il mondo”, come afferma Martin Buber nel suo Cammino dell’uomo. E’ la partita della compassione verso noi stessi e i nostri simili, anche e soprattutto in questo momento di sofferenza e difficoltà, a discapito del sospetto che genera paura. Questa, paralizza il rivelarsi compiuto della bellezza dentro di noi che sorprende e salva, mediante l’incontro, il dialogo, la presenza. Il corpo e la parola. Diceva Dostoevskij nel suo romanzo L’idiota che “la bellezza vincerà il mondo”. E’ una frase che ho sempre amato molto ma che ancora oggi faccio fatica a comprendere davvero. E credo, nel mio piccolo, che se è vero che la bellezza tanto serve quanto più è gratuita, non potrà portare alcun frutto di vittoria se essa, però, non viene scelta. Un po’ idiota mi sento di essere anch’io. Tutte le volte che invece di fermarmi a scegliere di coltivare il buono e il bello che si dona nel presente, ritorno a intonacare di stucco pareti del passato che possono inumidire i sentimenti, ammuffire le emozioni, atrofizzare le intenzioni, annichilire i gesti, confondere i significati, contorcere i pensieri, mancare bersagli; paralizzare, cioè, ciò che più ci appartiene e che ci rende disperatamente umani. Ritornare allora è riscoprire il segreto. Forse, ci sono altri virus invisibili e inevitabili diventati sovrani delle nostre vite interiori, come quello che oggi distrugge i corpi e separa drammaticamente le vite, che possiamo sconfiggere per rendere la nostra casa e la nostra anima un autentico e rinnovato spazio d’amore e carità in cui si respiri, anche da qui, profumo di eternità.

Simone De Rosa

Nove marzo duemilaventi

Mariangela Gualtieri

 

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

 

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto

di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

 

Adesso siamo a casa.

 

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino

ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

 

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo

se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo

non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come

ogni stella – ogni particella di cosmo.

 

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene

a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,

guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

 

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini

che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,

e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze

delle antiche antenate, delle madri.

 

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta

il pane. Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

 

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.

Di che cosa hanno paura?

di Éric T. de Clermont-Tonnerre*

in “La Croix” del 3 febbraio 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

È con tristezza – e con un filo di rabbia – che ho letto “Dal profondo del nostro cuore”, co-firmato da Benedetto XVI e dal cardinal Sarah, come scritto sulla copertina del libro in vendita attualmente. Questo libro non mi sembra ben “posizionato”: non affronta lo scandalo degli abusi di cui un po’ ovunque si sono resi colpevoli membri del clero; non pone il problema di eventuali ordinazioni di uomini sposati su una base teologica e pastorale appropriata.

L’introduzione si intitola “Di che cosa avete paura?”. Non si può che rinviare la domanda agli autori. Credono davvero che sarà l’ordinazione di uomini sposati, praticata da sempre nelle Chiese orientali, a mettere in pericolo la Chiesa cattolica, resa esangue da una mancanza di coraggio pastorale e di pertinenza teologica?

La conclusione fustiga “i cattivi consiglieri, le teatrali messe in scena, le diaboliche menzogne, gli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale”? La scelta di questi termini è infelice: non fanno forse di ogni battezzato che osa interrogarsi sul celibato dei preti un potenziale adoratore di Satana, un avversario della Chiesa? Religioso domenicano, affezionato al celibato dei preti, sono ferito da questo modo di esprimersi su questioni che riguardano il rapporto con Cristo e il dono di sé a servizio del Vangelo e della salvezza degli uomini.

Lo “Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale” del cardinal Sarah vuol essere una riflessione positiva e tranquilla; è tuttavia caratterizzata da una sorprendente negatività: “una catastrofe pastorale”; “una confusione ecclesiologica”; “un oscuramento nella comprensione del sacerdozio”.

E, per quanto riguarda la parte firmata da Benedetto XVI, “Il sacerdozio cattolico”, è veramente peccato che non menzioni il sacerdozio dei battezzati; che il celibato delle religiose – delle donne – e dei religiosi non sia assolutamente affrontato e che il passaggio dal sacerdozio dell’Antico Testamento al sacerdozio neotestamentario non si fondi sugli sviluppi dell’epistola agli Ebrei che insistono sul cambiamento radicale del culto.
È urgente che i teologi riflettano su questi problemi in maniera più approfondita e meno polemica, in modo da poter progredire nella comprensione del sacerdozio dei battezzati e del ministero presbiterale, della santità del matrimonio e del celibato per il Regno. Questa riflessione profonda permetterà di mostrare la Chiesa stabile sul suo fondamento – Cristo, la sua Parola, il battesimo, la comunione dei santi – e, di conseguenza, di risanare la sua struttura gerarchica che non è a servizio di un sacro ideale, ma del sacro che è la Santa umanità di Cristo e che è ogni umanità, cioè ogni essere umano potenzialmente aperto alla visita di Dio.

* Domenicano, autore di Fierté de l’espérance, Salvator.

AVVENTO 2019

L’autunno si spoglia dei suoi colori e si prepara a lasciare il posto all’inverno. Spesso, all’inizio del giorno, ai piedi delle colline, intorno ai fossati e nei prati a nord, la brina imbianca la terra avvolgendo ogni stelo d’erba, ogni foglia caduta. Intorno tutto sembra rallentare. L’aria densa e il paesaggio spoglio diventano uno scenario prezioso dell’avvento. Mi piace stare a guardare il tempo, nel tempo; cercare di imparare qualcosa dallo sguardo esteriore per affinare quello interiore. Questo mio tempo presente è un tempo spoglio, defilato. Da anni sono cadute come foglie le illusioni fragili. Deboli retaggi religiosi, carattere informe, desideri di poca consistenza, hanno costruito una cornice vuota. Le voci particolari dell’intimo si sono disperse dentro rumori generici. Non ho stagionato abbastanza il legno della mia umanità e ho tirato una veloce mano di vernice senza usare un buon trattamento impregnante. Le mie parole dicono poco e i gesti paiono striminziti, senza consistenza. Eppure vive qualcosa di caldo in questo tempo apparentemente freddo. Da anni, la domenica mattina partecipo all’eucaristia in una parrocchia di un paese a una decina di chilometri dal mio, alle otto della mattina. Non vado per qualche legame o motivo particolare. E’ una liturgia molto modesta, partecipo in disparte, da sconosciuto di passaggio. Nella mia piccola parrocchia, per anni, sono stato tra i cosiddetti impegnati. Poi ho incominciato a scivolare verso questa mia latitanza e mi è difficile immaginare un ritorno a legami e schemi di un tempo. Mi manca generosità, lo spirito di sacrificio scarseggia, la speranza ha un respiro corto. Se un talento mi era stato dato, di certo l’ho sotterrato, ma non so nemmeno dove. E anche domenica scorsa, come al solito, mi sono alzato presto per andare alla celebrazione nel solito paese. Mi piace sempre l’ora mattutina del primo giorno dopo il sabato. Mi piace viverla sommessamente quasi di nascosto. La giornata era serena e nel cielo ancora grigio luccicavano scie di aerei, la brina creava un paesaggio tutto suo. C’erano pochissime auto in giro e gli alberi spogli, persi i colori sfumati del primo autunno, sembravano soldati austeri lungo i fossati della piccola valle. La terra era dura, quasi gelata. Le siepi con grande compostezza sopportavano il freddo. Mi sono fermato ai bordi della strada, vicino a una carraia. Guardavo quel piccolo universo intorno a me: campi, siepi, piccoli boschi, alberi solitari, tappeti di foglie, arbusti, un fossato, una casa in lontananza, una stalla. C’era un grande silenzio.

Ho un legame sempre più forte con i paesaggi, non solo con quelli di un certo fascino. E’ un legame intimo, leggo e ascolto in loro i racconti immaginati del mio animo, quasi un vivere altrimenti per sopperire alle negligenze. Ogni carraia mi narra storie di attese e passaggi. C’era un grande silenzio. Mi guardavo attorno. Tutto sembrava immobile e tutto sembrava vivo. Anche in un piccolo lembo di terra pulsa il mistero dell’universo. Pensavo a tutta la mia pochezza, eppure sentivo dentro una gioia inspiegabile. Vibrazioni di presenze e assenze.

Mi venne in mente una pagina mai dimenticata, una pagina di Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”.

Nel libro, l’autore narra, in una forma sobria e scevra da ogni ricercatezza, gli anni  del suo confino in una terra lontana e arcaica. Una notte si trovava in una casa di poveri contadini ad assistere un morente, era medico. Ricorda:

…Il fuoco del camino oscillava, guardavo le lunghe ombre muoversi come mosse da un vento, e le tre figure nere dei cacciatori, coi cappelli in capo, immobili davanti al focolare. La morte era nella casa: amavo quei contadini, sentivo il dolore e l’umiliazione della mia impotenza. Perchè allora una così grande pace scendeva in me? Mi pareva di essere staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove. Mi sentivo celato, ignoto agli uomini, nascosto come un germoglio sotto la scorza dell’albero: tendevo l’orecchio alla notte e mi pareva di essere entrato, d’un tratto, nel cuore stesso del mondo. Una felicità immensa, non mai provata, era in me, e mi riempiva intero, e il senso fluente di una infinita pienezza.”…..

Perché mai, pensando di scrivere qualcosa come segno di comunione per l’avvento, mi sono messo a scrivere queste cose? C’entrano qualcosa? Non lo so. Anche nelle fragilità persistenti e nei piccoli e ripetuti fallimenti quotidiani, il Signore viene. Si respira una forte comunione in certi momenti di solitudine, in certi momenti inutili, di estraneità. Non fai niente, guardi una strada, un argine pieno di foglie, l’orizzonte sfumato delle colline, e senti una voce di silenzio sottile irrorare ogni tristezza. Il Signore viene anche in una zolla di terra gelata nei mattini di dicembre.  Qualcuno tenta di raccontare a un cuore ansimante, scarso d’amore, le soglie di un mistero che vive in noi e in tutto ciò che ci circonda. C’è qualcosa di straordinario che ci attraversa…Povere parole cercano un foglio, quasi un confessare d’essere vergine stolto, neppure a elemosina d’olio, ma spesso a sperare che quel filtrare, ogni tanto, di piccola luce non sia da porta chiusa, ma da porta socchiusa…

“La sentinella nella veglia 
invoca il giorno dalla notte
volgiamo gli occhi al Dio con noi
il suo splendore ci pervade.”

Così scrivevo anni fa. Così potrei scrivere anche oggi. Passano gli anni e mi è difficile non fare i conti con troppe negligenze, fallimenti. Sento una grande fragilità. E altre vicissitudini mi stanno rosicchiando. Mi aggrappo ancora una volta a questo tempo d’avvento, tempo del macerare. E come ogni anno mi aggrappo anche da lontano ai diversi cammini di fratelli e sorelle che in qualche modo aiutano la mia debolezza nel cercare il suo Volto.

Silvio Monica

È tutto il sistema clericale che bisogna smantellare

intervista a Danièle Hervieu-Léger, a cura di Olivier Pascal-Moussellard in “pleinjour.wordpress.com” del 16 novembre 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

Se vuole sopravvivere agli scandali di pedofilia, la Chiesa cattolica deve riformarsi, ci ha detto la sociologa Danièle Hervieu-Léger. Rinunciando al controllo della sessualità dei credenti da parte dei preti, e prendendo atto dell’emancipazione delle donne.

Il disagio è terribile, ma non tutti hanno compreso la gravità del male. Il disagio, è il silenzio colpevole, l’imbarazzo compassato, la difesa maldestra della Chiesa cattolica francese da quando lo scandalo della pedofilia è scoppiato. Chiedere perdono non significa che si sia compreso l’inferno che le vittime avevano vissuto – che stanno ancora vivendo. Dopo la dissimulazione, dopo il diniego, vengono la presa di coscienza e soprattutto l’ascolto – finalmente – degli uomini e delle donne abusati che i vescovi francesi hanno accolto nell’assemblea generale a Lourdes. Verrà poi, come negli Usa, il tempo delle riparazioni. Eppure lo scandalo della pedofilia di cui del resto non si conosce ancora l’ampiezza esatta nel nostro paese, non riassume tutta la crisi della Chiesa cattolica, afferma la sociologa Danièle Hervieu-Léger, direttrice onoraria alla Ecole des hautes études en sciences sociales. È una crisi che tocca il cuore stesso della Chiesa. Le radici di questa crisi derivano da scelte “strategiche” a cui è legata dal XIX secolo e con le quali e a causa delle quali si indebolisce da alcuni decenni. Se non decide rapidamente di guardare in faccia il male che la rovina e dar prova di audacia, l’istituzione potrebbe anche morire con le sue idee – e lasciar soli i suoi fedeli.

Qual è l’intensità della crisi che sta vivendo la Chiesa cattolica?
È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale.

Tuttavia, il cristianesimo non è estraneo a questa ricerca di autonomia…
In effetti, universalizzando e individualizzando la problematica ebraica dell’alleanza – quella di un Dio che offre una salvezza a cui il popolo ha la libertà di rispondere “si” o “no” – il cristianesimo afferma la libertà del soggetto credente che la Riforma porterà avanti nella sua logica, sopprimendo le mediazioni istituzionali tra Dio e l’uomo. La tensione tra questa libertà spirituale e l’ordine dogmatico e disciplinare imposto ai fedeli attraversa la storia della Chiesa. Ma questo stesso ordine è stato radicalmente messo in discussione dal riconoscimento moderno delle autonomie individuali, sul quale l’esperienza cristiana stessa si è progressivamente allineata. Oggi è enorme l’abisso culturale tra la società contemporanea e una Chiesa che resta legata, al di là del Concilio Vaticano II (1962-1965) ad un regime normativo e gerarchico estraneo a questa rivoluzione dell’individuo.

Come reagisce la Chiesa all’allontanamento del XIX secolo?
Nella prima parte del secolo, pensa che il corso della storia sia reversibile. L’ordine nuovo nato dalla Rivoluzione non è stabilizzato e la Chiesa si impegna intensamente in vista della riconquista teologico-politica. Più la partita appare perduta, più la Chiesa si costituisce in “fortezza assediata”, eretta contro la modernità. Estromessa dalla sfera politica, essa rafforza il suo dispositivo di influenza nella sfera privata, trasponendo sul terreno della morale e delle mentalità gli anatemi rivolti agli “errori fatali” della democrazia e del liberalismo politico. La famiglia diventa il luogo per eccellenza della sua influenza normativa con un’ossessione crescente per il controllo della sessualità dei fedeli principalmente attraverso la confessione.

Prima del XIX secolo, la Chiesa non si interessava della famiglia?                                                                                         Certamente sì, e il diritto ecclesiastico del matrimonio, costituito molto tempo prima, ha del resto impregnato in profondità lo stesso diritto civile. Ma per secoli la realtà familiare non ha avuto molto a che fare con la famiglia coniugale – padre, madre e figli – che viene celebrata oggi come la forma “naturale” e atemporale di ogni famiglia. Con la mortalità infantile, la morte di parto delle donne, la frequenza delle seconde nozze, la coabitazione delle generazioni, il collocamento dei figli in collegi, ecc., il paesaggio familiare era dei più mutevoli. Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo.
In che modo lo fa?
Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro. Dopo la Riforma, il concilio di Trento (1545-1563) aveva rafforzato potentemente lo status del prete “persona separata” per la gestione esclusiva dei beni della salvezza. L’enfasi sull’elezione divina del prete la cui vocazione è chiamata a svilupparsi come un “germe” al riparo dal mondo nell’ambiente chiuso dei seminari, trionfa nel XIX secolo, “secolo dei curati”. Di fronte ad un popolo di fedeli senza alcun potere nell’istituzione, si impone la figura di un prete portatore di tutti gli attributi del sacro, che è anche, sul terreno della famiglia, il protagonista della grande battaglia della Chiesa contro il secolarismo del mondo.

 

Parlava anche del secondo fulcro del dispositivo: il corpo delle donne…
La Chiesa ha messo in atto un ideale di coppia e di famiglia allineato sul modella della Sacra Famiglia, che riuniva la sottomissione a Dio-Padre (con la figura del pater familias), l’assoluta dedizione materna e la perfetta preservazione della purezza. Nel perseguire questo ideale, il prete è incaricato di esercitare un controllo quasi diretto sul corpo delle donne.

Perché le donne?
Perché gli uomini sono meno praticanti delle donne, perché la trasmissione religiosa si fa essenzialmente attraverso le madri, e perché esse fanno nascere dei futuri preti. L’obbligo che viene richiesto ai preti (sotto pena di grave mancanza) di interrogare le penitenti in confessione sulla conformità delle loro pratiche sessuali riguarda principalmente le penitenti. Questo richiamo alla storia è indispensabile secondo me per comprendere la crisi attuale della Chiesa.

Perché?
Perché abbiamo conosciuto, con le due Guerre e soprattutto a partire dagli anni 60-70 del secolo scorso, una rivoluzione completa della famiglia: il modello patriarcale e gerarchico del XIX secolo è stato spazzato via dalla crescente diffusione della “famiglia relazionale” o “orizzontale” in seno alla quale sono messe al primo posto, in maniera contrattuale, le relazioni tra individui. Il riconoscimento dell’uguaglianza delle donne e del loro diritto a disporre del proprio corpo ha tolto le fondamenta al bastione familiare sul quale la Chiesa ancorava il suo sforzo di influenza sulla società. La Chiesa è stata, se posso dire, “abbandonata dalla famiglia”. La pacifica accettazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso a cui la Chiesa si è violentemente opposta completa questo distacco. Le sue posizioni ufficiali sulla contraccezione o sulla procreazione medicalmente assistita, proibita – in nome di una “natura” ridotta a biologia – perfino alle coppie eterosessuali sposate, non sono comprese e evidentemente vengono aggirate dai fedeli. In queste battaglie incomprensibili, la Chiesa ha perso una parte sostanziale del suo credito. Gli scandali legati ai casi di pedofilia segnano una nuova e drammatica tappa, screditando anche agli occhi degli stessi fedeli il carattere sacro attribuito alla persona del prete.

Che tipo di formazione avevano i preti sulle questioni inerenti la sessualità?
Fino alla metà del XX secolo, nel mondo chiuso dei seminari, il problema delle implicazioni vissute dal celibato era un punto debole. La sessualità del prete era esclusivamente considerata sotto l’angolo della tentazione che un “buon prete” che prega molto e si mortifica riuscirà ad evitare. Venivano trasmesse delle indicazioni di prudenza in materia di rapporti con le donne, ma per il resto regnava il silenzio. A partire dagli anni 60 del secolo scorso, a causa in particolare del crescente numero di preti che abbandonavano il sacerdozio, questi argomenti sono stati a poco a poco introdotti nella formazione attraverso la psicologia, ma non senza reticenze. E la questione dell’omosessualità restava normalmente un buco nero. L’istituzione non ignora che il semplice fatto di occuparsi di questi temi minaccia di far esplodere tutto il dispositivo della “separatezza” del prete.

Perché?                                                                                                       Perché il peso della “separatezza” è diventato più difficile da sopportare. Il futuro prete che oggi entra in formazione fa parte di una cultura post-cristiana, nella quale l’evidenza sociale del suo status si è considerevolmente ridotta. Sa che i benefici simbolici legati alle sue rinunce saranno deboli, che la sua situazione economica sarà mediocre e le sue condizioni di lavoro pastorale disastrose, spesso nell’isolamento. Sa che sarà percepito per lo più non come un virtuoso della fede, ma come l’ultimo dei Mohicani. Il presbiterato è diventato una posizione sociale ampiamente squalificata, e gli scandali di pedofilia la rendono drammaticamente ancora più fragile.

La Chiesa si è resa conto della gravità dello scandalo?    La sua cecità che perdura nel tempo si spiega con quello che ho appena descritto. Facendo del prete una figura ideale nella quale tutte le contraddizioni umane potevano essere riassorbite dalla preghiera e dalla mortificazione, la Chiesa si proteggeva abbastanza bene contro le mancanze di alcuni: considerate semplici “derive individuali”, si riteneva che questi comportamenti non compromettessero l’insieme dell’istituzione. E non la compromettevano anche perché la sacralità che restava loro conferita al di là di quelle mancanze, rendeva intoccabili i preti coinvolti, anche agli occhi dei genitori di vittime, spesso non credute. Questo atteggiamento ha lasciato abbandonati a se stessi i bambini abusati, ma anche i preti più fragili psicologicamente. Naturalmente ci si stupisce della durata di questo silenzio colpevole. Ma coloro che assicuravano la regolamentazione del sistema erano incapaci di valutare la posta in gioco, persuasi – non senza ragione del resto! – che se si fosse rotto il silenzio, si sarebbero distrutte le fondamenta stesse dell’autorità clericale, e quindi della Chiesa stessa. Non erano pronti – e alcuni di loro non sono pronti neanche adesso – ad assumersi questo rischio. Sono oggi sprofondati in un cataclisma.

Perché, sullo scandalo della pedofilia, la Francia è sembrata essere indietro rispetto ad altri paesi?
Sicuramente perché la cultura del segreto, alimentata dall’idea secondo la quale la santità dell’istituzione assorbe il peccato dei suoi ministri, è qui diventata più forte per l’inibizione particolare creata nell’istituzione dalla preoccupazione di non distruggere l’equilibrio faticosamente raggiunto nelle sue relazioni con una società che si infiamma appena la Chiesa è coinvolta. Appena si parla della Chiesa, si riapre la guerra delle due France. Sicuramente anche perché la conferenza episcopale francese è profondamente divisa su questi temi, come su molti altri. Tuttavia, sotto pressione, è arrivata alla decisione di creare una commissione di inchiesta indipendente. È un passo avanti. A condizione che sia veramente indipendente e abbia accesso assolutamente libero all’insieme degli archivi in tutte le diocesi senza eccezione. Ad esempio, sappiamo che non è stato così in Germania. Ma anche se la creazione di questa commissione segna una tappa nel dossier della pedofilia, non è detto che la Chiesa affronti le cause strutturali della crisi.

Come può uscire da questa crisi?                                                        Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione.

Resta il messaggio spirituale della Chiesa…                    Senza dubbio, ma trasmesso da chi? Dal 1959, muoiono ogni anno in Francia più preti di quanti non ne vengano ordinati. Diciamocelo chiaro: sul piano dei numeri, il corpo sacerdotale è in via di estinzione. Fuori dalle grandi città, le parrocchie sono normalmente scatole vuote, dove dei preti si esauriscono facendo chilometri e chilometri per andare a celebrare messe e funerali! la Chiesa francese non potrà chiamare indefinitamente preti africani o polacchi per compensare il crollo delle vocazioni. Le capacità sociali della Chiesa cattolica si basano oggi massicciamente sulla generosità di donne laiche che si fanno carico del catechismo, della preparazione al matrimonio o al battesimo, e cioè tutto ciò che coinvolge centralmente la trasmissione cristiana. Se loro smettono di lavorare, il cattolicesimo in Francia crolla. Già sappiamo che è problematico trovare chi dà loro il cambio. Allora, quale Chiesa domani? Il teologo Karl Rahner lo scriveva già nel 1954 con un senso acuto della premonizione: di fronte al rischio che si costituisca un “cattolicesimo di ghetto”, bisognerà inventare, diceva, un “cattolicesimo di diaspora”. Un simile “mutamento diasporico” suggerisce una autorità ecclesiale capace di accompagnare le comunità nel loro farsi carico di se stesse, nelle condizioni culturali specifiche delle società in cui sono installate. L’osservazione sociologica della scena cattolica non lascia affatto pensare che tale evoluzione sia prossima.

Imparare a morire

<Se vuoi restare resta – le dico nella certezza che una parte di lei possa per qualche via imperscrutabile sentirmi – se vuoi andare vai. Ma se decidi di andare, vola nella Luce sapendo che sei stata una grande madre e una grande donna, che devo a te molto di quello che sono, che eri a tuo modo una persona illuminata.

E se voli via, concentrati nella Luce che ti convoca, slanciati verso di Essa, non badare a coloro che piangeranno, a chi ti toccherà bruscamente per svestirti e rivestirti. Se vuoi andare via, vola libera Luce>.(1)

Oggi, facciamo memoria – com-memoriamo – i Fedeli defunti: così ci dice la Chiesa attraverso la liturgia; in particolare, poi, ognuno di noi ricorda i familiari, gli amici, i compagni di viaggio che con noi hanno fatto un pezzetto di strada, la strada di questa vita che ciascuno di noi è chiamato a percorrere… e non da solo! Èper questo che facciamo visita alle loro tombe, al cimitero, luogo in cui c’è come “un resto” di chi abbiamo amato. Ciascuno di loro si è portato via qualcosa di noi; la loro morte ci ha strappato qualcosa, dalla nostra carne, dal nostro cuore e questo ci fa vivere la morte con grande tristezza e sofferenza, e, in questo tempo, addirittura con rimozione.

Allora questa festa potrebbe essere anche l’occasione per “avvicinarci” alla morte, una realtà che è così parte della nostra vita, tanto che nessuno può fuggirla e prima o poi arriva; insomma, bisogna prepararsi ad attraversarla, forse ad accoglierla, in qualche modo a poterla nominare, come ha fatto un piccolo-grande uomo quale fu Francesco, “Sorella”!

Proprio in queste settimane, avvicinandoci alla fine dell’anno liturgico, i Vangeli, che accompagnano la Liturgia della Parola quotidiana, ci parlano della venuta del Signore: <Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. […] Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.> (Lc 12,35-36.40). Non è un modo per metterci paura, non è dal Signore Gesù! Egli spesso nei Vangeli ci sollecita invece ad avere coraggio. L’invito è a vigilare, restare desti, presenti all’oggi, cioè consapevoli che l’essere radicati nel presente, vivendo appieno di questa vita, ci chiede di avere un orizzonte ampio che contempli anche i limiti di questa vita, il Limite della vita: la morte. Lo stesso san Benedetto, nella sua Regola, fa menzione della morte al cap. IV, tra gli strumenti delle buone opere: <Avere ogni giorno presente davanti agli occhi la imminenza della morte>.

La rimozione della morte, da parte della nostra cultura contemporanea, è dovuta al tentativo di rimozione del limite. Eppure sappiamo bene che ciascuno di noi è chiamato quasi quotidianamente ad affrontare delle piccole o grandi “morti”, che sono i fallimenti di ciò che desideriamo, amiamo e viviamo, a volte con tutto noi stessi. Il limite è parte costitutiva della nostra creaturalità e questo, troppo spesso, cerchiamo di nascondercelo, dimenticarlo. Ecco perché è necessario imparare a morire, e a partire proprio dagli appelli che la vita ci pone davanti ogni giorno, attraversando quindi le nostre piccole morti, per essere pronti un giorno all’incontro con sora nostra morte corporale.

Ma per imparare a morire, che non è cosa leggera, come discepoli vigilanti del nostro Signore Gesù Cristo, possiamo metterci alla sua scuola, nella certezza/speranza che le morti, la Morte non è l’ultima parola sulla vita: <Se moriamo con lui, con lui anche vivremo> (2 Tm 2,11); il Signore in questo ci rassicura: <E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.> (Gv 6, 39-40). “Vedere e credere” è ciò che può muoverci ad attraversare, non senza sofferenza, le nostre piccole morti, la morte di chi amiamo, fino ad attendere la nostra che prima o poi arriverà, quasi come un ladro o, forse meglio, come uno sposo (cfr Mt 25,1).

fr. Andrea Serafino

1. Sulla Morte, Angelo Tonelli, Ed. La Parola, 2017 Roma.

La Chiesa si mette in piedi

L’umiliazione che corrobora

In queste ore stanno avvenendo delle cose importanti nella Chiesa e per la Chiesa! Dopo la Lettera al popolo di Diodi papa Francesco e le parole contrite pronunciate a Dublino, la Chiesa si mette in ginocchio con umiltà e in verità. L’atto penitenziale alla Messa di conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie è stato un atto solenne di contrizione ancora più toccante – perché preciso e storicamente contemporaneo – di ciò che Giovanni Paolo II ha fatto il 12 Marzo 2000. Proprio questa condizione di Chiesa, che si mette responsabilmente in ginocchio, sta dando alla comunità discepolare la possibilità di trasformare la vergogna in parresia. Riconoscere il proprio fallimento, nella questione particolare della pedofilia, è ben più grande di questo. Significa che la Chiesa riconosce di essere una comunità di peccatori perdonati e di non avere nessun privilegio di infallibilità morale. A partire da questa umiliazione storica nella contemporaneità, la Chiesa confessa poter e voler contare sulla grazia che gli viene da Cristo, suo Signore e Sposo. Sembra paradossale ed invece è magnifico: stiamo vivendo come Chiesa un momento di grazia! Infatti, siamo nella logica dell’inversione evangelica il cui manifesto sono le Beatitudiniproclamate dal Signore Gesù e il Magnificatdi Maria.

Proprio mentre la Chiesa si è messa in ginocchio, può finalmente mettersi in piedi.

Papa Francesco ha riconosciuto in Irlanda l’esperienza di cocente fallimento riguardo i minori e i vulnerabili oltraggiati da chierici. Al contempo, sempre su stimolo del Vescovo di Roma, la Chiesa italiana – di cui papa Francesco è Primate – si mette in piedi per contrastare la politica del Governo al governo. Proprio l’esperienza dell’umiliazione sembra stia permettendo alla Chiesa di guadagnare in libertà e coraggio. In queste ore si sta consumando l’inevitabile divorzio tra Chiesa e potere politico per guadagnare in rispetto e libertà che si vive nella differenza profetica. Il linguaggio <politichese> che ha ispirato per anni le scelte della Conferenza episcopale italiana, ha ceduto il passo al <dialetto> della carità. Di questo <dialetto>, necessario per trasmettere la fede ai giovani, ha parlato papa Francesco alle giovani famiglie nella co-cattedrale di St. Mary a Dublino. Il <dialetto> della carità non è solo necessario per la trasmissione del deposito della fede in termini dogmatico-rituali, ma è ancora più necessario per farsi capire da quanti bussano alla porta del nostro cuore per poter sperare come noi e con noi. Nella forza che ci viene dallo Spirito del Risorto e non da noi stessi, abbiamo avuto l’audacia come Chiesa di metterci in ginocchio per ciò che riguarda noi stessi e di metterci vigorosamente in piedi per rispondere alle necessità degli altri dei poveri.

A questo punto si pone una domanda per noi come comunità di discepoli del Signore: <Saremo capaci di pagare il prezzo di queste scelte di verità e di coraggio?>. E ancora: <Saremo capaci di assumere le conseguenze di questo metterci in piedi di fronte al governo del nostro Paese non per difendere i diritti della Chiesa, ma per difendere i gioielli invendibili della Chiesa che sono i poveri?>. Stiamo forse tornando ai tempi del diacono Lorenzo? Sarebbe bello! Ma non dimentichiamo che questa bellezza è direttamente proporzionale alla nostra disponibilità a rinunciare ai nostri interessi e privilegi “clericali” per difendere i bisogni dei piccoli della terra, accettando di portarne serenamente e a testa alta le possibili conseguenze.

La nostra Chiesa che è in Italia ha avuto un sussulto non solo di dignità, ma di identità. Basta poco perché la storia faccia degli scatti irreversibili e di questo non possiamo che ringraziare lo Spirito che non cessa di gonfiare con il suo vento impetuoso le vele della barca della Chiesa, quando ci ricordiamo di issarle osando la navigazione in mare aperto. Forse sta proprio avvenendo?! È finito persino nel nostro Paese, così a lungo cesaropapista, il regime della Christianitas, per fare posto allo stile del Vangelo <sine glossa>? La scelta di queste ore avrà probabilmente il suo contraccolpo. Questo è il prezzo di una fedeltà che, dopo aver messo la Chiesa giustamente in ginocchio, le permette di mettersi in piedi doverosamente in piedi: non per se stessa, ma per quei <piccoli> (Mt 25, 40) in cui ogni battezzato riconosce il suo Maestro e il suo Signore.

Stiamo finalmente mettendo in pratica il rovesciamento della piramide della spiritualità a favore del suo fondamento evangelico. Non siamo più chiamati a coltivare il sogno dell’eccellenza di uno stato di perfezione disincarnato e disinformato sulla sofferenza dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Siamo chiamati ad imbarcarci sulla barca traballante dell’eccedenza di una carità che si assume pienamente i rischi e le conseguenze della propria avventura discepolare rinunciando volontariamente alla propria “sicurezza clericale”. Del resto, papa Francesco lo ha detto con chiarezza inequivocabile nella Gaudete et Exsultate. In particolare, c’è un passaggio che andrebbe ingigantito e messo come “motto” di compatibilità evangelica all’ingresso delle nostre chiese:

 

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo», esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine» 1.

 

Il riferimento a Benedetto, patriarca dei monaci di Occidente e patrono d’Europa, è assai intrigante e stimolante. Paolo VI volle affidare il cammino dei nostri popoli europei alla sua particolare protezione, quando il 24 Ottobre 1964 lo additò con queste parole che rammentano, nell’attuale situazione, un’esigenza ancora tutta da onorare:

 

Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente: questi i giusti titoli della esaltazione di san Benedetto Abate. Al crollare dell’Impero Romano, ormai esausto, mentre alcune regioni d’Europa sembravano cadere nelle tenebre e altre erano ancora prive di civiltà e di valori spirituali, fu lui con costante e assiduo impegno a far nascere in questo nostro continente l’aurora di una nuova èra. Principalmente lui e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia. […] Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio; unità che, grazie allo sforzo costante di quei monaci che si misero al seguito di sì insigne maestro, divenne la caratteristica distintiva del Medio Evo.

 

Queste parole furono date alla Chiesa e al mondo nel giorno della consacrazione della Chiesa del monastero di Montecassino, ricostruita dopo la distruzione avvenuta alla fine della seconda guerra mondiale da parte delle Forze Alleate. Così Benedetto diventa patrono e ispiratore di quel “meticciato” che permette alle civiltà di crescere scampando a tutte le tentazioni di endogamia religiosa, culturale, sociale, politica ed economica. La distruzione di Montecassino diventa un monito contro tutto ciò che remotamente portò al fallimento della tradizionale Christianitasin paesi che dimenticarono il Vangelo, lasciandosi accecare dalla chiusura sulle proprie paure e sui propri interessi particolari a scapito del bene di tutti. A Dublino, papa Francesco ha ricordato l’energia impiegata dai monaci irlandesi che, quasi coevi di Benedetto, seppero farsi pellegrini per Cristo al fine di incentivare con la predicazione della fede cristiana la globalizzazione della speranza. Questo avvenne proprio attraverso l’integrazione dei popoli che da lontani ed estranei diventeranno fratelli e vicini, cominciando ad accogliersi e servirsi reciprocamente nei monasteri dell’alto medioevo.

Ricordare Benedetto assieme a Colombano, Brendan e tanti altri… è, nei giorni che viviamo di rinnovate paure e di tentazione di chiusura, una vera occasione per non perdere la memoria di ciò che siamo diventati e in cui ancora siamo chiamati a crescere: uomini e donne capaci di compassione e di comprensione. La fedeltà al Vangelo passa sempre per la compassione verso la carne sofferente di Cristo presente nei bisogni concreti dei poveri. Questo comporta una sorta di complicazione della vita, come ricorda laGaudete et Exsultate. Questo perché aprirsi alle necessità dei poveri come conseguenza dell’incarnazione del Verbo complica tutto e, nello stesso tempo, lo rende autenticamente evangelico.

Nella cappella monastica di Rhêmes-Notre-Dame l’icona di san Benedetto riprende in esergo uno degli Strumenti delle buone opere (RB 4) che suona così: <Onorare tutti gli uomini>. La capacità di essere umani si misura sempre dalla disponibilità a mettersi nei panni dell’altro e di non passare mai oltre la sofferenza… ogni sofferenza. Persino il dolore e il disagio che non comprendiamo e disapproviamo o, più sovente, ci disturba fino a complicare la nostra vita che normalmente è già complicata. Mentre spirano venti di pensiero inquietanti e si addensano nubi rattristanti non ci resta che intensificare la preghiera. Supplichiamo il Signore di renderci capaci di metterci in ginocchio per piangere i nostri peccati e, fieramente in piedi, per onorare tutti gli umani e, soprattutto, i poveri e i piccoli. San Benedetto e san Colombano pregate per noi!

Fr. MichaelDavide, osb

1. Gaudete et Exsultate, 102.

La Chiesa si mette in ginocchio

Lettera al popolo di Dio

Tutti ricordiamo con commozione il primo apparire di papa Francesco alla loggia centrale della Basilica di san Pietro per presentarsi alla Chiesa e al mondo come Vescovo di Roma. Di certo papa Francesco, sin dal primo momento, ha parlato una <lingua nuova> che si è espressa con le parole e, soprattutto, con i gesti. Quell’attimo di lungo silenzio, che ha preceduto l’inatteso saluto familiare di un semplice ed intimo <Buonasera…>, ha permesso di comprendere come il nuovo Vescovo di Roma veniva a salutare la Chiesa di Dio che è in Roma e, attraverso di essa, tutte le Chiese sparse nel mondo. Era rivestito degli abiti propri che indicano il suo ministero, in realtà spogliandosi di tutto ciò che perpetuava i segni del potere imperiale-sacerdotale del Sommo Pontefice. Rivestendo il ministero petrino ha dismesso quel sommo pontificato ereditato dal paganesimo, così stridente con la nudità del Crocifisso.

Il solenne riconoscimento della precedenza del popolo di Dio radicato nel battesimo, da cui fluisce non solo il mistero della Chiesa, ma anche ogni suo ministero, è stato centrale in tutto il magistero, di parole e gesti, in questi cinque anni abbondanti. Il giorno della memoria di san Bernardo, autore del “De consideratione”, in cui l’abate di Clairvaux insegnava al suo antico discepolo, divenuto papa Eugenio III, ad esercitare bene il suo ministero, papa Francesco ha pubblicato la sua Lettera al popolo di Dio. Se la prima sera del suo “pontificato”, Francesco si è leggermente inclinato per ricevere la silenziosa benedizione del popolo di Dio e del popolo di Umanità, riunito in piazza san Pietro e collegato con Roma da tutto il mondo, con questaLettera si mette in ginocchio per chiedere perdono. Il messaggio è inequivocabile <proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce>.

In questi ultimi anni, a più riprese e in varie parti del mondo, la Chiesa è stata messa in ginocchio dal susseguirsi di scandali per gli <abusi sessuali, di potere e di coscienza>. Alcune diocesi sono ormai in ginocchio non solo a livello economico, ma di dignità. Papa Francesco non si accontenta di prendere atto che la Chiesa è stata messa in ginocchio dalle circostanze. In fedeltà al suo ministero chiede a tutti i fedeli, come popolo santo di Dio che sa di essere non una società più o meno perfetta, ma il Corpo di Cristo, di mettersi spontaneamente in ginocchio per riconoscere i suoi errori. La Chiesa nell’umiltà e nella verità di Cristo si cosparge il capo di cenere, per far sì che la sofferenza inflitta si trasformi in appello alla conversione. Oggi, la Chiesa, che in molte e troppe occasioni è stata fustigatrice dei mali altrui, riconosce, in tutta umiltà, il proprio bisogno di penitenza e di urgente rinnovamento interiore. Con parole forti papa Francesco richiama il senso del popolo di Dio che fa il mistero della Chiesa e ricorda a tutti che <La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria>. Come battezzati siamo tutti implicati, perché ci riconosciamo nella sofferenza degli abusati e nella responsabilità di quanti si sono macchiati di queste colpe. L’antico adagio patristico, che indicava la Chiesa come <casta e meretrice>, ritrova tutta la sua profondità di senso e di appello.

Papa Francesco sta mantenendo la sua parola e si dimostra ancora una volta pastore onesto e umile. Rimane fermo il suo primo segno, quando chiese al popolo di ratificare, con una preghiera di benedizione, la scelta fatta dai cardinali di santa romana Chiesa. Il segnale che resta fondamentale è quello della spoliazione che significa concretamente abbracciare un lungo processo di declericalizzazione delle strutture e dello stile nella vita della Chiesa. Declericalizzare significa rinunciare continuamente alla mentalità di un potere ricevuto e da esercitare come privilegio ed esenzione da valutazione. Declericalizzare significa cercare appassionatamente, ogni giorno, di imitare e assumere <i sentimenti> (Fil 2, 5) e lo stile di Cristo Signore, il quale <svuotò se stesso> (2, 7).

Nella Lettera al popolo di Dio, ciò che è stato ripetuto in mille modi in questi anni dal Vescovo di Roma viene indicato come la sfida primaria e fondamentale della nostra vita di Chiesa. Siamo di fronte ad un appello profetico alla conversione che non è più procrastinabile. Se qualcuno non l’avesse capito o non lo volesse capire, papa Francesco, con l’autorità oggettiva del suo magistero ordinario, chiama con nome e cognome il male fondamentale della Chiesa: <Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo>.

Esercitando il suo ministero di <conferma> (Lc 22, 32) e di orientamento del cammino della Chiesa nella sua fedeltà incarnata e non incartata al Vangelo, papa Francesco mobilita il popolo di Dio in questa missione interna di declericalizzazione radicale e urgente. Dopo duemila anni, il “cristianesimo” – ormai al suo inevitabile tramonto come sistema religioso – è chiamato a radicarsi di nuovo nella logica esigente del Vangelo. Siamo di fronte ad un appello urgente di partire interiormente per una “crociata evangelica”, la più esigente e così disarmata da essere disarmante. Saremo capaci, come popolo di Dio, di rispondere a questo appello come, in passato, ci siamo impegnati – non senza ambiguità – in altre “crociate” assai meno compatibili con il Vangelo? Il primo passo, perché questo possa avvenire, è un sussulto di intelligenza e di ricerca del modo più adeguato di essere Chiesa nel nostro tempo per gli uomini e le donne che attendono, attraverso di noi, la grazia del Vangelo. Un simile processo implica una riflessione radicale sull’esercizio dei vari ministeri nella Chiesa e, in particolare, di quelli legati al sacramento dell’Ordine.

Riprendo, con gratitudine e stima, le parole con cui padre Ghislain Lafont – monaco e teologo ultranovantenne – ha concluso la recensione al mio ultimo libro (1), in cui cerco di dare il mio contributo proprio a questa riflessione che papa Francesco rilancia con urgenza. Così scrive padre Lafont: <è un invito a ripensare e ad esercitare il “sacerdozio” all’interno di una vocazione cristiana che cerca di assumere interamente la propria umanità. In conclusione, l’autore fa allusione alla Rivoluzione copernicana, poi alla Rivoluzione francese, ciò che fa del suo libro il carattere di provocazione per una terza Rivoluzione, proprio mentre – ci tocca ammetterlo – gli anni che ci separano dal Concilio Vaticano II evocano piuttosto la Restaurazione>.

Dopo laLettera al popolo di Dio, vorrei, idealmente o virtualmente, dedicare proprio al Vescovo di Roma questo mio testo –Preti senza battesimo?– per sostenere con il mio piccolo contributo il compito che papa Francesco affida a tutti i battezzati. Ritrovare l’ordine nella vita della Chiesa e in particolare nel ministero dei chierici esige di rimettere in ordine la gerarchia dei sacramenti. Il cammino che ci viene indicato sarà possibile solo se saremo capaci di ritrovare, tutti insieme e in modo eguale, il fondamento del Battesimo nella comunione al Corpo di Cristo che viene nutrita e rafforzata dall’Eucaristia.

Non ci resta che metterci tutti in ginocchio! Dobbiamo farlo non solo per esprimere il necessario stato di <penitenza e di conversione> cui ci richiama papa Francesco in riparazione degli scandali. Dobbiamo metterci serenamente in ginocchio per ritrovare l’attitudine propria e specifica di ogni buon <discepolo del regno dei cieli> (Mt 13, 52). Il Cristo Signore si è messo amorosamente al posto di chi serve e ci ha chiesto di <lavare i piedi gli uni agli altri> (Gv 13, 14). Come dimenticare ciò che segue: <Sapendo queste cose, siete beati, se le mettete in pratica> (13, 17)? Non ci resta che cominciare con entusiasmo e tutti insieme… non è mai troppo tardi se cominciamo <oggi> (Lc 19, 9).

Fr. MichaelDavide, osb

[1]Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio, San Paolo 2018.