Abbà-donato: l’amore al contrario

Quello che colpisce in tutto questo è la profonda fragilità dell’uomo Gesù. Lo stesso che aveva predicato alle folle, che aveva compiuto miracoli, che aveva insegnato nelle sinagoghe, che aveva risuscitato l’amico Lazzaro, appare adesso muto, nudo, trafitto, sofferente, appeso a una croce. Non è propriamente l’esito di una vittoria, almeno agli occhi del mondo, la sua. Allora perché la croce “vince”? Perché non è un trionfo del mondo ma sul mondo. Sulle sue logiche, sulle logiche che vorrebbero l’affermazione naturale del più forte sul più debole. Di chi governa su chi è governato. Del giusto su chi sbaglia. Del buono su chi non lo è. Del Dio giudice sugli uomini peccatori. E invece, in questa storia, non è così. Accade qualcosa che ribalta la prospettiva, che sovverte l’esito, che rovescia il pronostico: l’onnipotente divinità di Dio si manifesta nella piena debolezza della sua umanità. In questo senso il crocifisso è quella “bellezza che vince il mondo”. Il crocifisso appare così come la pienezza della rivelazione del Dio unico: il Dio che chiede di essere amato. In questo desiderio d’amore, che diventa grido straziante sulla croce, Gesù mostra al mondo chi è veramente Dio. Il Dio debole del crocifisso dice ai cuori di ciascuno di noi anche oggi che “ha sete” del nostro sguardo, del nostro tocco, del nostro cuore. La fonte dell’amore eterno che, al contrario, lo domanda. Lo chiederà alla chiesa che altro non è, o dovrebbe essere, che l’evidenza di quello spazio affidabile in cui i figli si prendono cura delle madri, e viceversa, nell’attesa della risposta del Padre: “figlio ecco tua madre”; “madre ecco tuo figlio”. L’amore è reciprocità, scambio, rispetto. Se no diventa oppressione, plagio, chiusura, possesso, protagonismo.

Ma il Gesù sulla croce non rivela soltanto all’uomo chi è Dio ma anche all’uomo chi è l’uomo. Egli è in quel momento, soprattutto, pienamente tale. E in questo modo svela la piena divinità nascosta dentro ogni creatura che si manifesta quando, abbandonata arresa ferita, scorge ammette cerca, il bisogno di essere amata. Riconoscere questa mancanza vuol dire riconoscere la potenza divina che abita ogni domanda dell’umano e che condurrà da lì a poco Dio Padre a rispondere mediante la Resurrezione. Gesù non risorge da solo. Egli, prima di essere un corpo sepolto e un corpo resuscitato è, sulla croce, un corpo spezzato; abbà-donato, consegnato alla risposta dell’ Abbà, che in ebraico vuol dire “babbo”, “babbo caro”. Gesù è il primo che lo sperimenta per permettere a ogni uomo di poter fare lo stesso. Chiede al Padre di rispondere per sé e per tutti gli uomini poveri cristi che verranno “crocifissi” dalle ingiustizie dopo di lui. Lo chiede dopo aver attraversato e “compiuto tutto” il perdono per coloro che lo hanno trafitto.

Non può esserci vita nuova allora, corpo risorto, persona cioè rinata, anche per noi, finché non consegniamo, forse, il nostro grido interiore che sale dal profondo delle nostre angosce e ferite visibili e invisibili, al Dio che aspetta il nostro perdono e abbandono d’amore in ogni venerdì santo della storia. Della nostra e di quella del mondo.

E il Dio-Abbà, risponderà.

Simone De Rosa

Ritornare a casa: “esserci o non esserci, questo il dilemma”

In questo tempo sospeso alcune riflessioni stanno prendendo spontaneamente forma dentro di me come giovane insegnante, come cittadino, come uomo di fede. Una in particolare ha a che fare con la parola “casa”, così adesso tanto ripetuta, sostenuta. Penso al monito che scorre e sigilla in maniera francamente ridondante le firme delle pubblicità, dei messaggi social, degli annunci ai telegiornali, dei cartelloni appesi fuori dalle finestre dei bar e dei balconi, nelle piazze delle città. L’unica eco che nel vuoto silenzio del mondo in quarantena risuona per le strade con la forza di un grido collettivo lanciato nella muta foresta del distanziamento sociale: “restare a casa”. E’ vero, lo dobbiamo. Alla salute nostra, dei nostri cari, delle persone più fragili, dell’intero sistema sanitario. Eppure non basta. Non è sufficiente, affinché questo tempo sospeso diventi un tempo abitato, rimanere a casa senza “ritornarci” davvero, anche interiormente. Mi colpisce, allora, che la figura della casa abbia da sempre costituito per le tre grandi religioni monoteiste della storia sorte intorno al bacino del Mediterraneo il modello di costruzione per i luoghi di culto. Gli spazi dell’intimità del cuore di fronte al sacro sono plasmati, edificati sul fondamento semantico, oltre che architettonico, dello spazio domestico. Il Dio unico si fa incontrare anzitutto lì, dove ci si trova. Affinché ciascun uomo possa rincontrare se stesso, nella profondità del proprio cuore. La “casa”, nella cultura religiosa ebraica, cristiana e islamica, diventa così l’archetipo di quello spazio sacro, che in latino vuol dire separato, distanziato perché scelto rispetto alla precarietà e alla confusione delle cose che coinvolgono con frenesia le logiche del quotidiano, affinché l’anima umana riscopra la forza che proviene da dentro. La sinagoga ebraica è costruita, e anzitutto pensata dal periodo dell’esilio babilonese in poi, come casa di “adunanza”, di incontro per lo studio e la preghiera della Scrittura; le prime chiese cristiane, precedenti alle basiliche, erano le case dei discepoli, chiamate proprio per questo domus ecclesiae; ogni moschea musulmana viene ideata sul modello della casa in cui visse il profeta Maometto. L’architettura, nelle religioni, non è soltanto un fatto funzionale e pragmatico, ma decisamente simbolico. Può, forse, diventarlo anche per noi. Essere riscoperto come occasione di tempo prezioso per ascoltare l’eco segreta del desiderio profondo che batte contro le pareti dei nostri pensieri e dei nostri gesti al quale finalmente si può dare e fare spazio. Nella casa, così come nel cuore dell’uomo, ci sono tante cose lì da tempo che per abitudine, magari, per convinzione e convenzione, non si ha il coraggio di guardare e di spostare. Accarezziamo angoli bui, ostacoli ingombranti, visioni decentrate intorno e dentro di noi senza nemmeno accorgercene, presumendo di guardare nella giusta direzione e pensando o sperando che prima o poi qualcuno le sistemerà per noi o che scompariranno da sole. Forse, questo tempo separato vuole invitare anche ciascuno di noi a lasciare la presa. E lasciare venire a galla verità sospese o sopite da tempo. Fare ritorno in noi stessi significa riprendere contatto con noi stessi e col divino che vi ci dimora, per capire cosa cambiare del nostro modo di vedere le cose, del nostro sguardo sulla realtà, per fare della casa della nostra vita una vita autentica. Forse, la vera sfida consiste proprio nell’affrontare con decisione e concretezza la domanda all’esistenza che risuona dalla viscere della nostra carne e della nostra terra trafitta, soprattutto in questo momento: “esserci o non esserci”, questo è il nuovo dilemma amletico del dramma contemporaneo al quale ogni donna e ogni uomo è chiamato a rispondere e a riscoprire. Non solo per sé. Ma “per gli altri, per il mondo”, come afferma Martin Buber nel suo Cammino dell’uomo. E’ la partita della compassione verso noi stessi e i nostri simili, anche e soprattutto in questo momento di sofferenza e difficoltà, a discapito del sospetto che genera paura. Questa, paralizza il rivelarsi compiuto della bellezza dentro di noi che sorprende e salva, mediante l’incontro, il dialogo, la presenza. Il corpo e la parola. Diceva Dostoevskij nel suo romanzo L’idiota che “la bellezza vincerà il mondo”. E’ una frase che ho sempre amato molto ma che ancora oggi faccio fatica a comprendere davvero. E credo, nel mio piccolo, che se è vero che la bellezza tanto serve quanto più è gratuita, non potrà portare alcun frutto di vittoria se essa, però, non viene scelta. Un po’ idiota mi sento di essere anch’io. Tutte le volte che invece di fermarmi a scegliere di coltivare il buono e il bello che si dona nel presente, ritorno a intonacare di stucco pareti del passato che possono inumidire i sentimenti, ammuffire le emozioni, atrofizzare le intenzioni, annichilire i gesti, confondere i significati, contorcere i pensieri, mancare bersagli; paralizzare, cioè, ciò che più ci appartiene e che ci rende disperatamente umani. Ritornare allora è riscoprire il segreto. Forse, ci sono altri virus invisibili e inevitabili diventati sovrani delle nostre vite interiori, come quello che oggi distrugge i corpi e separa drammaticamente le vite, che possiamo sconfiggere per rendere la nostra casa e la nostra anima un autentico e rinnovato spazio d’amore e carità in cui si respiri, anche da qui, profumo di eternità.

Simone De Rosa