Vocazioni in fiore!

Giornata delle Vocazioni in tempo di pandemia

Sono ormai settimane che le misure restrittive dovute alla pandemia ci stanno facendo portare avanti in modo diverso la nostra vita e la nostra fede. I giorni passano, le settimane si susseguono. Alcuni fedeli, che già non hanno potuto ricevere le Ceneri per l’inizio della Quaresima, rischiano, forse, di non poter neppure celebrare la solennità di Pentecoste. Si vedrà! Nel frattempo, siamo arrivati già alla Domenica del Buon Pastore che coincide con la Giornata delle Vocazioni. Quest’anno salterà un altro appuntamento ormai consueto: l’ordinazione presbiterale di alcuni diaconi nella Basilica di san Pietro da parte di papa Francesco. Naturalmente spiace che alcune ordinazioni previste in queste settimane non si possano celebrare. Al contempo può essere di stimolo alla riflessione il fatto di celebrare la “Giornata delle vocazioni” senza ordinazioni.

Da decenni ormai si insiste sulla molteplicità ed eguale dignità di tutte le vocazioni nella vita della Chiesa a servizio dell’umanità. Rimane altresì vero che, nonostante tutti i distinguo e le estensioni, il rischio è di identificare il fior fiore delle possibili vocazioni in quella che viene coronata con l’ordinazione presbiterale. Ciò che stiamo vivendo, almeno in una buona parte delle Chiese disperse nel mondo a motivo della pandemia, forse ci aiuta a vivere questa quarta domenica di Pasqua in modo diverso e, soprattutto, amplificato e approfondito. Al cuore del tempo pasquale contempliamo il Cristo Risorto come il bel Pastore. Egli si mostra vero pastore proprio perché <dà la propria vita per le sue pecore> (Gv 10, 11). Il Cristo è il <Pastore grande delle pecore> (Eb 13, 20) ed è il buon pastore animato dal desiderio che tutti abbiano la <vita in abbondanza> (Gv 10, 10). Come <gregge del suo pascolo> (Sal 99, 3) possiamo fargli piena fiducia: non ci fa mancare nulla che sia essenziale per il nostro cammino di discepoli e di comunità. 

L’impossibilità a celebrare come d’abitudine l’Eucaristia è un tempo di astinenza dolorosa. Eppure, può diventare un tempo di dilatazione provvidenziale della stessa sensibilità sacramentale. La costrizione della necessità potrebbe aiutarci a comprendere meglio come i ministeri che tengono viva la fede, la speranza e la carità dei discepoli e delle comunità sono molteplici. Forse l’insistenza sull’Eucaristia e sulla “penuria” di presbiteri per assicurarne la celebrazione, a tutti i costi e talora a detrimento della custodia dei misteri[1], ci ha impedito di vedere e di assicurare altri ministeri per rendere realmente presente il Cristo anche in modi diversi. L’Eucaristia è il <culmine e la fonte> non perché diventa il luogo e la forma esclusiva della presenza reale di Cristo nella Chiesa e per il mondo. L’Eucaristia quale memoriale della Pasqua del Signore genera e rigenera continuamente molteplici forme della sua presenza di Risorto che si manifesta anche <sotto altro aspetto> (Mc 16, 12). Queste presenze sono altrettanto “eucaristiche” nella misura in cui rivelano la presenza del Pastore unico che non fa mancare la sua cura, la sua guida o la sua semplice compagnia. Il Concilio rammenta che il Cristo Risorto è presente nel sacramento dell’Eucaristia, ma è pure presente realmente in ogni comunità che si raduna <nel suo nome> (Mt 18, 20)[2]. Come rammenta fr. Jean Jacques di En Calcat, il Cristo assicura la sua reale presenza nella <sacramentalità della Parola di Dio>[3]. Il Risorto si fa ancora presente nell’umanità cui i discepoli sono inviati come testimoni alla fine di ogni celebrazione con il congedo. Ogni congedo eucaristico è un invio perché l’Eucaristia continui a rendere realmente presente il Cristo attraverso i battezzati nella vita quotidiane e “pro-fana”. Mediante la comunione sacramentale i battezzati diventano vero Corpo di Cristo che si spezza e si dona lungo il cammino di tutti e per tutti. L’autenticità di questa incorporazione si manifesta attraverso la testimonianza della carità, sulle strade degli uomini e delle donne, soprattutto i più poveri e i più piccoli, ai crocicchi della storia vissuta e sofferta.

Il distanziamento fisico di queste settimane ha dolorosamente toccato anche la vita sacramentale delle comunità. Come in tutte le “disgrazie” non possiamo chiudere gli occhi davanti alla grazia ricevuta. Penso alla grazia di vivere il distanziamento fisico non come distanziamento sociale e meno ancora spirituale, ma nella differenziazione arricchita e arricchente delle forme di comunione. L’ansia pastorale e il senso di continua inadeguatezza dei ministri ordinati perché mai all’altezza di tutte le necessità e urgenze “parrocchiali”, si è trasformata in discrezione pastorale. Le comunità e i pastori sono stati ricondotte all’essenziale e ad una certa calma apostolica. Per alcuni aspetti è stato possibile rendersi conto di come tutta una serie di abitudini pastorali si potrebbero vivere in modo diverso e persino essere serenamente superate o annullate. Rimane vero che nella persona del ministro ordinato si fa presente Cristo stesso in modo così particola da essere unico[4]. Nondimeno, il ministero è fecondo nella misura in cui genera e anima comunità che rendono presente la forza della grazia nella propria vita fino a renderla un lievito nella pasta del mondo in cui si è inseriti attraverso la ricchezza e la diversità dei carismi e dei ministeri.

La costrizione della necessità rende creativi com’è avvenuto nella prima comunità di Gerusalemme con la questione delle vedove e l’istituzione dei diaconi (At 6, 1-7). Sembra che il Signore Gesù non avesse minimamente pensato durante il suo ministero a questo ministero. Dal gruppo dei <sette> diaconi sorge il protomartire della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi: Stefano! In questo tempo di pandemia la discrezione pastorale necessaria e quasi imposta ha creato le condizioni di una dedizione pastorale assolutamente diversificata, creativa e innovativa. Qualcosa che ha fatto cambiare fortemente la percezione stessa dei ministri ordinati come pure dei religiosi e delle religiose.

Con una parola ad effetto si potrebbe dire così: si è passati in modo naturale dalla percezione di un “clero vizioso”, che ha segnato pesantemente il sentore di questi ultimi anni, a quella di un “clero virtuoso”. L’impoverimento dell’azione sacramentale da parte dei presbiteri sembra aver coinciso, almeno in parte, in una rivalutazione del senso della loro vita solidale accanto ai loro fratelli e sorelle in umanità. Provvidenziale?! Sarebbe bello celebrare, proprio in questa quarta domenica di Pasqua, senza ordinazioni presbiterali, una “Giornata mondiale delle vocazioni” realmente plurale e aperta ai doni diversi che lo Spirito della Pentecoste distribuisce generosamente alla Chiesa per compiere la sua missione: essere l’incarnazione della compassione di Dio per l’umanità. Persino i ministri ordinati rischiano positivamente di essere percepiti non meno “sacerdoti” proprio perché più cristiani e più fratelli in umanità.

In queste settimane si sono manifestate nella Chiesa e attorno alla Chiesa sensibilità molto diverse e talora non solo contrastanti, ma persino in opposizione. Possiamo imparare a riscoprire un volto delle Chiesa che non esiste se non come il miracolo permanente di Chiese al plurale. Non solo in senso geografico e culturale, ma come sensibilità e opzioni emotive nell’espressione della fedeltà discepolare. Non è necessario giudicare le diverse modalità di sentire e di vivere la propria fede come parallele e quindi destinate a non incontrarsi mai. Le possiamo avvertire come concentriche ed eccentriche al contempo. In realtà, sono modi di sentire e di vivere diversi che si sfiorano come tangenti e che pure si appartengono reciprocamente. Un solo esempio fra tutti per non rinunciare alla delicatezza verso tutti: si può essere militanti senza essere violenti, si può essere discreti senza essere irrilevanti. La liberazione delle diverse sensibilità vissuta per la necessità di questo tempo di pandemia è un incremento di intelligenza della fede da cui non vogliamo tornare indietro. La decentralizzazione cultuale e pastorale di queste settimane può essere vissuta come una eccezione che conferma la regola. Nondimeno, può diventare un’esperienza che apre alla creatività nel rispetto di diverse sensibilità e percorsi anche nella vita di fede personale e nella testimonianza comunitaria.

Dalla lamentela sulla crisi delle parrocchie potremmo passare ad una immaginazione della parrocchia come <comunità di comunità> che hanno una loro vita autonoma e sussidiaria al contempo. Sotto la guida di persone diverse si può portare avanti l’ascolto della Parola e l’ascolto della sofferenza umana, la catechesi per i bambini vissuta tra famiglie vicine e la cura dei malati e degli anziani, il “tutorato” di quanti devono ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana o dei genitori che chiedono il battesimo per i loro figli. In tal caso l’Eucaristia può essere vissuta come apice e slancio a sigillo di tempi più lunghi in cui la Parola di Dio e la comunione nella carità assicurano una vita eucaristica diffusa. Forse è tempo di ripensare anche alla pratica di rimandare la comunione dei bambini battezzati, per ammetterli sia da subito alla piena partecipazione come nella Chiese Orientali per evitare ogni tentazione di “ricatto catechistico” in vista dei sacramenti e spendere le migliori energie nella mistagogia. Perché questo possa avvenire abbiamo bisogno prima di tutto di ciò che Mons. Lobinger definisce <communitates probatae>. Dopo aver celebrato un Sinodo per l’Amazzonia, ci tocca ispirarci proprio all’esperienza di quelle comunità. Comunità “capaci” in seno alle quali può e deve fiorire l’appello e la risposta ad assumere i vari ministeri, non ultimo quello ordinato.

Il fior fiore delle vocazioni nella Chiesa non sta appassendo, ma si sta ridimensionando per una giusta relativizzazione a favore dell’assoluto che trascende ogni mediazione, anche la più sacra come talora viene percepita quella del ministero ordinato. Nel frattempo, tante altre vocazioni sono in fiore sul tronco secolare della stessa Chiesa. Come sempre, queste modalità inedite della vocazione di sempre a profumare il mondo di Vangelo, sbocciano sui rami più teneri dondolanti alla brezza sottile dello Spirito che soffia ora dolcemente, ora in modo impetuoso. Lo Spirito del Risorto parla ancora alla nostra Chiesa, intesa come seno accogliente di <chiese> (Ap 2-3) sempre più piccole, ma speriamo non piccine.  

In questa difficile primavera vissuta “al chiuso”, possiamo accogliere come uno sussurro la parola rivolta dall’Altissimo al suo giovane profeta formato nei cortili del Tempio: <”Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo”. Il Signore soggiunse: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla”> (Ger 1, 11-12).

Lasciamo che si realizzi il sogno del nostro Pastore, bello-vero-buono. Seguiamo le <orme> (Ct 1, 8) che egli ha impresso persino <sulle grandi acque> (Sal 76, 20) di questa <grande tribolazione> (Ap 7, 14; Mt 24, 21). Non sia vana la sofferenza, ma feconda e rigeneratrice perché <non ci sfugga alcun fiore di primavera> (Sap 2, 7).

Fratel MichaelDavide


[1] Cfr.: A bassa voce. Riflessioni monastiche in tempo di pandemia, e-book edito dalla San Paolo, aprile 2020.

[2] Benedetto XVI, Verbum Domini, 1.

[3] Ibidem, 56.

[4] Sacrosanctum Concilium , 7.

Lettera a un Vescovo

Mattino del 27 Aprile 2020

Carissimo Vescovo,

permettimi di condividere con te la riflessione di questa mattina. Penso alla reazione forte della CEI alla dichiarazione del Presidente del Consiglio circa la famigerata “fase 2”. Se ho capito bene, si invoca la “libertà di culto” per reagire alla delusione del mantenimento delle restrizioni circa le celebrazioni liturgiche con la sola eccezione per i funerali. Non ritengo assolutamente di conoscere l’insieme della questione e non penso di avere né soluzioni da proporre, né approcci più saggi di quello di chi è costituito in autorità nella Chiesa. Ma condivido con te questa suggestione che mi è salita dal cuore passando dalle “ultime notizie” all’angolo della mia cella in cui mi dedico alla Lectio divina:

Libertà di culto o libertà nel culto?

Proprio in forza del Vangelo e del mistero pasquale di Cristo Signore, ciò che ci caratterizza non è solo la libertà di culto, ma anche la libertà da un certo culto, che permette di maturare un bene cristiano prezioso: una libertà nel culto. Se con le altre religioni condividiamo la giusta rivendicazione della libertà di culto per tutti, precipuo di ciò che il Cristo ci ha “guadagnato” è che la nostra pratica di fede non si identifica con il culto. In alcuni momenti, il culto si può trascendere, senza venir meno alla fedeltà discepolare.

Un miracolo che era avvenuto fin qui era la serena alleanza tra la Chiesa, lo Stato e persino la scienza. Gli unici che si sono opposti a questa serena assunzione di responsabilità sono stati i tradizionalisti e quei politici stigmatizzati da papa Francesco in Gaudete et Exsultate 102. Taluni invocano la “religio” e la “christianitas”, ma così poco conoscono del profumo sottile e sempre eccedente del Vangelo di Cristo.

Mi auguro vivamente che i vescovi del nostro Paese non prestino oltre il fianco alla tentazione, in nome del culto, di perdere un appuntamento storico per rimettere al primo posto il Vangelo. Anche quando i sacramenti non possono essere celebrati, il Vangelo è sufficiente come sorgente di comunione tra i discepoli e di carità verso tutti.

Spero tanto che la nostra Chiesa in Italia non ceda alla tentazione di passare dalla testimonianza appassionata, serena e creativa ad una denuncia di non riconoscimento del “diritto di culto” assumendo la postura di “perseguitata”. Questo rischia di rendere vano il grande guadagno di queste settimane difficili in cui siamo stati capaci di vivere in regime di alleanza nella consapevolezza che nessuno sa bene come comportarsi per evitare il peggio e cercare il meglio. Non penso che si possa accusare il Governo in carica della colpa di “incertezza”, quando la situazione non permette di capire l’evoluzione della pandemia.

Sarebbe un peccato passare dall’accompagnamento dei fedeli a vivere serenamente le restrizioni imposte, a lanciarsi in una “crociata” sul diritto alla “libertà di culto”. Sinceramente, penso non si possa nemmeno minimamente immaginare che il nostro Governo attuale voglia calpestare la libertà di culto proprio mentre persino i nostri fratelli musulmani, nel tempo sacro del Ramadan, hanno serenamente accettato di viverlo in modo diverso. Forse è più vero che le forze politiche potrebbero approfittare di questa crepa che si è creata nelle ultime ore per far rientrare alcune pressioni tanto “cattoliche” quanto poco “evangeliche”. Penso in particolare al senso ampio della vita di fede e l’attenzione ai più poveri.

Come discepoli del Risorto possiamo andare al Tempio come facevano i primi cristiani e “spezzare il pane” a casa. Se questo non è possibile o diventa troppo pericoloso o semplicemente incerto abbiamo sempre le nostre “serene catacombe” dove con fiducia attendiamo tempi migliori senza inutili agitazioni. Il Cristo Signore ci dona, con le sue parole e i suoi gesti, di vivere il culto senza identificarci con il culto.

Il dialogo magnifico tra il Signore Gesù e la Samaritana può esserci di guida, di luce, di pace.

Vedo il rischio di sprecare ciò che siamo stati capaci di recuperare stupendamente in queste settimane prestando il fianco a posizioni che difendendo la religione, in realtà, hanno a cuore la preservazione di un mondo di privilegi e di egoismi. La nostra fede in Cristo ci spinge piuttosto ad una rinuncia unilaterale ai nostri diritti per portare insieme agli ultimi i <pesi> di doveri condivisi per rendere più prossimo il Regno di Dio. Se anche fossimo gli ultimi tra gli ultimi a ritrovare la possibilità di radunarsi nelle nostre chiese, potremmo portarlo con grazia e perfino con eleganza.

Quando parla un Vescovo si esprime il Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.
Quando si parla ad un Vescovo, ci si rivolge al Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.
E’ quello che sto facendo all’alba di questo giorno nel tempo che dedico abitualmente alla Lectio divina: attraverso di te chiedo ai Vescovi della Chiesa che è in Italia di non rendere vana la libertà che Cristo ci ha conquistato con la sua morte in croce. Di questo mistero l’Eucaristia è memoria irrinunciabile. Eppure, la nostra vita di battezzati – anche senza Eucaristia – è incarnazione nella realtà che rimane più grande di ogni idea dogmatica e di pratica anche cultuale.

In ultimo, mi sento di rammentare che sempre si debba vigilare nel purificare ogni presa di posizione sugli ideali e i principi, dalla nostra paura di aprirci all’inedito e al nuovo accettando anche di rinunciare alla nostra influenza e, persino, al nostro potere religioso.
Ti chiedo scusa di importunarti così presto al mattino e spero tu possa accogliere la confidenza di un monaco che spera di morire cristiano.

Ti chiedo di benedirmi e di correggermi se ti sembra necessario.

fr MichaelDavide

Siamo sicuri che basta pregare?

Inter nos: un pensiero tra monaci e monache

In questo tempo di emergenza e di restrizioni per affrontare la pandemia di Coronavirus, non sono mancati i riferimenti e gli appelli ai monasteri come luoghi particolarmente consacrati alla preghiera di intercessione. In particolare, ancora una volta, il ruolo e il ministero delle “monache di clausura” è stato evocato ed invocato. Come monaci e monache non possiamo che essere stupiti e profondamente grati di tutta questa considerazione che si spinge, talora, fino alla venerazione. La gratitudine non deve però trasformarsi in un sentirsi lusingati e, meno ancora, così stimati da non lasciarsi interpellare e perfino scuotere. Non si può e non si deve abbassare la guardia di fronte alle ambiguità proprie alla vita monastica che si evidenziano maggiormente quando la complessità si radicalizza, come sta avvenendo in queste settimane segnate dalla pandemia. Il rischio di unilateralizzazione della vita monastica nel suo aspetto di deputazione sacrale all’intercessione è sempre incombente. Indubbiamente la preghiera di intercessione è un appello specifico e inderogabile. Nondimeno, l’appello può diventare una tentazione quando l’intercedere non include la possibilità di <andarci di mezzo>, come ebbe modo di spiegare nelle sue catechesi il cardinal Martini.

In questa linea l’<istanza di discernimento e convocazione>, di cui papa Francesco ha parlato nella Vultum Dei quaerere, può essere molto stimolante. Questa specifica e dinamica <istanza> è l’elemento dirimente e caratterizzante della vita monastica, troppo facilmente identificata con l’esperienza contemplativa. Cosicché in tempi di pandemia, che comportano una inedita quanto inattesa sofferenza attorno ai monasteri, esige una risposta un po’ più complessa e arrischiata. Nonostante quello che ci viene continuamente rinviato dall’esterno delle mura protette dei nostri monasteri, talora fortificati in vari modi, una domanda si impone: <Siamo sicuri che basta pregare?>. La risposta è sicuramente affermativa: <Sì, basta pregare!>. Eppure, una preghiera che sia critologicamente ed evangelicamente compatibile, non può confondersi con la semplice ritualità. La sola ritualità rischia di scadere, nonostante le intenzioni migliori, in forme quasi di <stregoneria> come ha ricordato, scrivendo al suo presbiterio, mons. Marcello Semeraro, vescovo ad Albano.

Come monaci e monache non possiamo abbassare la guardia nei confronti della tentazione di cedere alle lusinghe dell’ammirazione e della venerazione crogiolandoci in una sorta di sufficienza spirituale che ci mette al sicuro e ci lascia in pace. Per evitare questo pericolo, si rende necessario conservare e coltivare uno sguardo rigoroso sulla propria vita a fronte dell’ammirazione di quanti ci guardano dall’esterno. Un passo per vivere questo distacco emotivo dall’ammirazione degli altri, per non lasciarsi distrarre dal combattimento spirituale è quello di non pensarsi indispensabili e, forse, neppure così importanti. La deriva sacrale – secondo il modello vestalico di tutte le espressioni religiose, non solo del passato ma anche del presente – è da tenere d’occhio per evitare una sorta di implosione spirituale della nostra esperienza discepolare, radicata nella condivisione della sorte dell’umanità intera. Come spiegava Thomas Merton, nei monasteri si rischia sempre di attribuire un’importanza eccessiva ad alcuni aspetti della vita monastica, spezzandone così l’equilibrio; oppure cadiamo in quella miopia spirituale che non coglie se non i dettagli, perdendo di vista la grande unità organica in cui siamo chiamati a vivere. In una parola, perché le innumerevoli regole di osservanze della vita monastica possano essere convenientemente intese, dobbiamo sempre tener presente il reale significato del monachesimo[1].

In un tempo come quello che stiamo attraversando è necessario riflettere su tutto questo con consapevolezza profonda e umile onestà. Come monaci e monache siamo inseriti in un contesto ricco di provocazioni e promesse. Ce lo ricorda un monaco nonagenario, padre Ghislain Lafont, il quale richiama alla necessità di maturare, soprattutto in ambito monastico, una nuova coerenza. No possiamo lasciarci sfuggire che <dietro la silenziosa ma pressante richiesta di un mondo in crisi e alla ricerca di forme e di istituzioni che gli permettano di vivere nella diversità riconciliata c’è infatti una rinnovata rivelazione di Dio, del mondo, dell’uomo>[2].

Vi è il pericolo di una riduzione unilaterale del mistero della vita monastica al ministero dell’intercessione orante. Un ministero inteso nel senso riduttivo di un’assicurazione della continuità cultuale. Questo ministero quasi addomesticato della più ampia opera di intercessione se può soddisfare chi ci guarda e ci invoca dall’esterno, di certo non può lasciare in pace noi che abbiamo professato di vivere secondo la Regola per seguire il Vangelo. L’immagine romantica dei monasteri fortezze oranti e parafulmini, tenuti ben al riparo dai rovesci della sorte che rischiano di abbattersi perlopiù sugli altri, non penso possa farci dormire sonni tranquilli. Invocare il carisma monastico e la nostra gloriosa tradizione per giustificare il fatto di dover assicurare semplicemente la continuità della preghiera liturgica e dell’intercessione rituale, in realtà, non racconta pienamente la nostra vocazione. Inoltre, non fa onore a quanti hanno dissodato per noi i solchi su cui continuiamo a germogliare. La vita dei nostri padri e madri nella vita monastica ci attesta una dinamica di intercessione capace di concreto coinvolgimento, attraverso una creatività non esente, talvolta, da una santa trasgressione. Gli esempi sono tanti e diversificati. Mi piace evocare l’atteggiamento radicale e severo di Benedetto che <in tempo di carestia aveva distribuito ai poveri tutte le provviste del monastero>. Quando il cellerario rimanda di dare anche<quel poco di olio che era rimasto>, una volta scoperto il fatto, l’abate ordinò <di gettare dalla finestra quell’ampolla>[3].

Tra i tanti modelli ispirativi che possiamo trovare nella storia del monachesimo, mi piace citare quella di san Bernardo Tolomei. Questo insigne senese, dopo essersi ritirato con alcuni compagni a Monte Oliveto, morì a Siena – nel 1348 – dove si era recato in soccorso dei malati di peste. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune insieme a quelli degli altri monaci morti per soccorre i malati. Bernardo e i suoi fratelli si lasciarono alle spalle il deserto in cui si erano appassionatamente ritirati e da cui si sentirono richiamati per servire e lenire le sofferenze altrui. Il ritiro dal mondo nel deserto di Accona, in una vita monastica di rara intensità ascetica, portò come frutto la condivisione della condizione di quanti soffrivano in città. Alla luce di questo e di tantissimi altri esempi anche recenti, come monaci e monache siamo chiamati ad un esame di coscienza circa la nostra capacità di coltivare un ideale monastico integrale e mai ridotto semplicemente all’aspetto liturgico e ad una postura sacrale.

Alcune domande non possiamo certo schivarle. Laddove medici e infermieri, con famiglie a carico o già in pensione e quindi con un’età a rischio in questa pandemia, hanno risposto massicciamente all’appello del governo a rimboccarsi le maniche: noi monaci e monache come ci siamo fatti interpellare? Quanti monaci e monache avrebbero potuto riprendere, in questo frangente così estremo, la propria professione medica o infermieristica? Io stesso mi sono chiesto se non avrei dovuto lasciare la quiete del nostro monastero e della nostra magnifica valle per assicurare un servizio di assistenza religiosa negli ospedali o nelle carceri, come hanno fatto presbiteri, religiosi e religiose alcuni dei quali hanno esposto la loro vita fino a morire. Ma alla fine non sono stato in grado di concretizzarlo. Non certo per fedeltà alla vita monastica, ma per una fatica a pormi realmente in questa complessità di situazione senza cedere a protagonismi personali e anche per un senso di responsabilità verso la nostra piccola comunità. Non sono affatto certo di aver fatto la scelta giusta e accetto di portare il peso di una possibile grave inadeguatezza evangelica che dovrò gestire.  Ma la domanda mi rimane in sospeso tra mente e cuore.

In questo tempo di clausura più o meno stretta che, malgrado tutto, ci permetterà forse di scampare più e meglio di altri alla pandemia in corso, abbiamo tempo e una certa calma per pensare al <dopo>. Si sente spesso in queste ore parlare del <dopo> con il rischio di dimenticare di riflettere seriamente a quello che stiamo vivendo e che si sta vivendo accanto a noi. Anche come monaci e monache dovremo misurarci con la fine di un mondo e la sfida di dare il nostro contributo a riprendere il cammino in modo più saggio, più sano e più santo. La ricaduta economica, che pare a tutti chiara e preoccupante, sarà l’urgenza più forte della post-emergenza. Alla porta dei nostri monasteri busserà lo smarrimento di tanti per cui verranno meno quelle sicurezze ritenute un diritto inalienabile e intoccabile. Tutto ciò diventerà un’istanza pressante. Alcune delle nostre comunità avranno anche sperimentato la malattia di alcuni, la morte di altri, il timore davanti al futuro di tanti. Come monaci e monache vogliamo aderire al sogno mondano che tutto riprenda come prima dopo questa terribile parentesi, o sceglieremo di adeguare il nostro stile di vita e il nostro modo di rispondere alla <convocazione>? L’uso dei nostri spazi talora sovradimensionati, la gestione delle nostre riserve economiche, la postura nei confronti del mondo che ci circonda e soprattutto di quanti sono più sfortunati potrà ritornare allo stato previo? Possiamo accontentarci di dire, pensare, credere e pretendere che <basta pregare>? La speranza è che l’intensificazione della preghiera e della separazione dal mondo, vissute in questo tempo di quaresima universale imposta dalla quarantena, possano rendere la nostra vita monastica evangelicamente adeguata e umanamente affidabile. Sono il primo ad avere tanta paura di non riuscire a capire e, soprattutto, di non farcela ad essere realmente disponibile all’appello della storia attraverso cui Dio continua a parlare e chiede di essere ascoltato.

Detto tra noi, non si tratta di una riflessione né di una proposta, ma di una confessione. Perdonatemi!

Fr. MichaelDavide, osb

 


[1] Th. MERTON, Il monaco, La Locusta, Vicenza 1964, pp. 7-8 (titolo originale: Basic principles of monastic spiritualità, Abbey of Gethsemani, Kentuky 1957).

[2] G. LAFONT, Immaginare la Chiesa cattolica, San Paolo 1998, pp. 11 e 212-213.

[3] Dialoghi, II, 28.

La preghiera sociale di papa Francesco: «Siamo sulla stessa barca»

da IL MANIFESTO del 28/3/2020

di Luca Kocci

 

«Siamo tutti sulla stessa barca». Usa l’immagine del Vangelo (i discepoli sorpresi dalla tempesta mentre si trovano su una barca insieme a Gesù) papa Francesco per descrivere la situazione al tempo del coronavirus e per indicare la via di uscita: riscoprire la «fraternità» e la «solidarietà» fra tutti gli uomini e le donne.

È venerdì pomeriggio, piazza San Pietro è vuota, illuminata dai lampioni e bagnata dalla pioggia. Il pontefice è solo al centro del sagrato per il «momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia» annunciato durante l’Angelus di domenica scorsa, in streaming come la cerimonia di ieri pomeriggio.

L’omelia, oltre all’affidamento a Dio da parte dei credenti (c’è l’icona della madonna Salus populi romani e il crocifisso di San Marcello a via del Corso, dove il pontefice si è recato a piedi due settimane fa, suscitando qualche critica, era già in vigore di divieto di passeggiata), è una lettura sociale dell’epidemia, in linea con il magistero di Francesco.

«Siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto», dice il pontefice. «Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».

Insomma l’epidemia non come «castigo di Dio», ma come «peccato sociale», che costringe tutti e riscoprire «quella benedetta appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».

Prosegue Bergoglio: «Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme», «ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme», aprendo «nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà».

E c’è il ringraziamento per quelle «persone comuni, solitamente dimenticate», che «stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori» e «tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo».

Nelle intenzioni di preghiera si ricordano le vittime del virus, ma anche «i medici e gli operatori sanitari, stremati dalla fatica» e «i politici e gli amministratori, che portano il peso delle scelte». E si invoca la liberazione «dalle epidemie», ma anche «dalla paura del fratello», «dagli interessi spietati e dalla violenza».

Al termine la benedizione e l’indulgenza plenaria, concessa con un Decreto della Penitenzieria apostolica ai malati di Covid-19, ai loro famigliari e agli operatori sanitari.

Cancellare… non basta

Vorrei condividere un’esperienza che si sposa con un ricordo: quella di cancellare. A motivo delle restrizioni, per contenere il contagio della pandemia che stiamo attraversando, si sente spesso parlare di impegni, viaggi, incontri… che vengono cancellati. Bastava guardare in questi giorni i pannelli degli aeroporti per cogliere questo verbo: cancellato. Anch’io ho dovuto cancellare una serie di impegni previsti nella mia agenda personale come pure in quella della comunità.

La Quaresima di quest’anno, a motivo dell’imprevista e inedita quarantena, è diventata, per così dire, “perfetta” dal punto di vista “monastico”. La consueta discrezione del tempo quaresimale è diventata radicale. Mentre i giorni della quarantena passano e si protraggono, continuo a cancellare impegni previsti e penso già a quelli che ancora dovranno essere cancellati. La mia agenda, come penso quella di molti, guadagna ogni giorno di più in “biancore” e, gradualmente, si svuota. L’anno in corso assomiglia sempre di più all’anno che deve ancora venire! Per quanto mi riguarda bisogna arrivare al 2023 per trovare tanto spazio vuoto nell’agenda elettronica… tanto tempo disponibile e non ancora impegnato come quello ormai di questo mese di marzo e di aprile… e di maggio. Tutti speriamo di non dover far “tabula rasa” anche per giugno… ma nessuno può dirlo.

Ho cancellato… continuo a cancellare… forse dovrò continuare a cancellare… per quanto tempo? Settimane? Mesi? Mentre ero intento a “fare le cancellazioni” per le prossime settimane, mi sono ritrovato bambino, sui banchi della scuola elementare con il mio astuccio da scolaretto diligente. Tra penne e matite, l’immancabile gomma. Mi è tornato in mente il gesto di fanciullo proteso ad imparare tutto ciò che serve per attrezzarsi in vista del magnifico compito di vivere. Ho risentito la fatica della mia mano sinistra – cominciare a scrivere con la destra per me, mancino di natura, è stato un tormento! – a fare forza sulla pagina per cancellare.

Mi è tornato in mente che, per il bambino che sono stato, cancellare era un modo per migliorare. Dopo essermi reso conto di avere sbagliato nel dare una risposta, nel comporre un periodo o nel fare un calcolo, mi mettevo a cancellare per fare meglio. Ricordo l’emozione interiore: cancellare era il modo per riconoscere di avere sbagliato. Da una parte la gratitudine di poter riparare lo sbaglio, e, dall’altra, un certo rammarico per non avere fatto bene il mio compito sin da subito… un vero colpo al mio orgoglio di scolaro modello!

A distanza di quasi mezzo secolo, mi ritrovo, a cancellare i miei impegni con un touch sul cellulare o con la gomma sull’agenda cartacea della comunità. In ambedue i casi devo accettare di assumere l’imprevisto. Mentre cancello, il pensiero mi dice che si tratta solo di rimandare, in attesa di recuperare. Ma un altro pensiero, più profondo ed esigente, mi sale dal cuore: forse bisognerà non solo rimandare, ma anche cambiare. Ogni cambiamento fa paura, per questo ogni vero cambiamento non si improvvisa, ma va preparato con cura e grande umiltà per viverlo con umana dignità e con una certa eleganza.

 

Fr. MichaelDavide, osb

Virus

di Silvio Monica

 

Un tempo fragile, fragilissmo e gravido ci avvolge.

Nell’aria volano mille pollini strani.

Fra qualche mese nasceranno ancora zizzania e grano.

Io, che di parole ne spreco tante, solo pochi giorni fa,

dopo quelle di Quaresima, dissi a me stesso: Adesso per un po’ basta.

E invece eccomi ancora qua.

Ora che non si può, troppo forte il desiderio

in qualche modo d’abbracciare, raggiungere, mescolare.

Quanto sono preziosi i mille piccoli legami!

Forse mai, come in questi tempi fermi, viaggeremo.

Non so se servono parole in questo tempo, per questo tempo.

Molte forse non sono ancora parole,

ma germoglio d’emozioni e paure.

Molte nascono per dimenticare, esorcizzare.

Le parole dovrebbero servire sempre per incontrare.

Chi l’avrebbe detto che ci saremmo fermati!

Chi l’avrebbe detto che non avremmo potuto abbracciare!

 

“Sono giorni spauriti,

tempo dentro altro e sconosciuto tempo.

Molti son morti e forse molti moriranno

ma anche qualcosa d’altro forse morirà.

Adesso nei nostri cuori, detriti e fermenti.

Per me, per tutti,

ancora e sempre la domanda:

Nascerà quell’uomo buono

che nascondiamo in grembo?”

 

L’occhio che intravvede il mistero, il naso che respira i profumi

la bocca che bacia le storie, ora sembrano portare solo cattivi contagi.

Tutto quello che prima era vita, ora sembra motore di morte.

Eppure è sempre lì il mistero, nell’aria c’è profumo di viole,

mentre i baci sono sorrisi impauriti, nascosti da maschere bianche.

Il treno da tempo impazzito è uscito dalle sue finte rotaie.

Imposto o voluto, viene un tempo imprevisto: Fermarsi.

E quello, troppo spesso tradito: Ri-pensare.

Pure nel chiuso di stanze,

c’è spazio abbastanza per disegnare

nuovi ed antichi sentieri, capaci di farci sentire

i buoni sapori di una terra mite, di pace.

 

Ripiegato sui nostri egoismi

lo sguardo perde nitidezza e stupore.

Qualcosa di diverso oggi ci prende:

Il noi e non l’io. Sia vero.

S’allarga lo sguardo, non basta lo spazio

per raccogliere nel cuore un più comune sofferto destino.

Difficile adesso tener stabile il cuore

sale timore di non avere più tempo

per quella parola mai detta

per quella carezza mai data

per chiedere scusa del tempo buttato.

 

“Avete notato le viole

avete notato come spesso

fan corona a un cespuglio

che sarà presto un mazzo di di rose.

Avete notato come spesso

si nascondono tra i legni secchi e spezzati

delle siepi in amore,

o come in un campo aperto

fan compagnia a un giovane fiore!

Questo è il loro tempo:

confine d’inverno, argini di primavera.

Con quel loro spuntare qua e là

sembrano dire:

Non ci siamo solo noi.

Tutti siamo, possiamo essere

primavera”

 

Chi l’avrebbe detto che quei gesti troppo spesso scontati,

quei segni della scintilla amorosa e fraterna,

un abbraccio, un bacio, una stretta di mano,

sarebbero diventati proibiti.

Digiuno non previsto ma imposto, metafora vera del vero digiuno,

nostalgia e desiderio di più vera passione.

Il mondo sempre è stato ferito e muri lo han sempre spezzato,

da anni poi son tornati ovunque di moda,

ma guardate com’è brutta, adesso, anche solo una certa distanza.

Torniamo uomini amanti, amanti non di piaceri e vittorie

ma di quell’empatia calda e discreta che anela al bene di tutti.

Chi l’avrebbe detto che ci saremmo fermati,

che anche volendo, non ci saremmo potuti abbracciare!

 

“E mi siederò qui

su questo tronco tagliato

in compagnia di alberi umili e fieri

e starò qui a lungo ad aspettare

tutto il tempo che sarà necessario

per potervi di nuovo incontrare”

 

Intanto qualcuno intravvede già Pasqua:

la cena e l’orto

il bacio e il “non lo conosco”

quel grido e quel soffio in croce

il sabato assorto

e poi

le donne che vanno al sepolcro…

 

In quei giorni, tutti i nostri giorni

QUOTA ALTA. Lettera (non) estemporanea

 Cari amici, 

se dovessi, da parte mia, riassumere tutti i valori perduti cui ci richiama l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo – nelle difficoltà e nelle disgrazie scopriamo cosa veramente vale nella vita – li identificherei in un invito o un ritorno ad innalzarci, a salire di quota, a volare più alto. 

Una delle realtà che ascolto più volentieri – da sempre ma in particolare in questi giorni e settimane – sono gli uccelli. Ed è curioso il fatto che, almeno qui da noi, il virus, con i pericoli che diffonde, coincida con l’arrivo della primavera, e, quindi, con il ritorno del loro canto. 

Un’altra realtà che cerco di ascoltare, nel profondo di me stesso, è la voce dei poeti, dei narratori, dei testimoni, dei profeti. 

In questi giorni ho riletto uno dei libri cui lo scrittore Mario Rigoni Stern era più affezionato tra quelli da lui scritti: “Quota Albania”. 

Da esso vi trascrivo qualche brano per cogliere l’animo di quest’uomo, semplice e vero, che io amo definire “l’uomo dell’alba”; non solo perché uno dei suoi racconti più belli si intitola “Aspettando l’alba”, ma anche perché – a partire tanto dalla sua esperienza di soldato quanto dal suo amore per la natura montana – egli aveva, da quel che comprendo, un animo “albale”. Sapeva, infatti, attendere, sapeva vivere questa dimensione che noi, nella società che ci ha inglobato, oltre che globalizzato, abbiamo completamente perduto. 

Nella riscoperta di questa dimensione – sollecitati pure dal periodo di attesa che stiamo attraversando – io vedo una delle migliori vie per approfondire la nostra umanità, per crescere nella maturità, per ascendere fino alla Verità. Per raggiungere una “quota alta”, appunto. 

“Ora tocca a noi salire e valicare dall’altra pare; da lassù sentiamo anche le mitragliatrici e la fucileria. 

Come sarà la Francia? Quando nel tardo autunno del 1939 facevo la pattuglia dal Col de la Seigne verso Punta Lechaud o verso l’Aguille d’Estelette, guardavo laggiù, dove saliva sempre del fumo. Sotto quel fumo dovevano esserci le baracche dei soldati francesi, ma il tenente Del Curto diceva che non erano francesi ma marocchini o senegalesi, e io pensavo: Chissà che freddo avranno” (p. 15). 

Ecco l’animo del diciottenne Mario! In piena guerra – stupida guerra dell’Italia fascista, da cui lo scrittore vicentino, capito l’inganno, prese le distanze, così come fece l’amico cuneese Nuto Revelli – si preoccupa del freddo che possono patire gli africani che dalle calde colonie francesi sono stati scaraventati a combattere sulle fredde Alpi! 

E poi, contro chi? 

Dopo aver raccontato il suo ingresso in una casa-malga abbandonata (parla di “grange”, secondo il tipico linguaggio francese che si trova ancor oggi in Piemonte e in Valle d’Aosta), scrive: 

“Metto da parte il paiolo della polenta e riaccendo il fuoco alimentandolo con legna secca; pongo sul fuoco una pentola d’acqua: ho pensato di fare il caffè per inzupparci il pane nero. Intanto che l’acqua si scalda, curioso per la casa e mi viene il ricordo di quando anche la mia famiglia, nel maggio del 1916, dovette abbandonare ogni cosa all’invasione austriaca e andare profuga per l’Italia, e una simpatia, un senso d’affetto mi cresce dentro per questa gente che è andata via come i miei. Dove saranno ora? Vorrei richiamarli in queste loro montagne che la guerra ha costretto ad abbandonare” (p. 17). 

Le montagne avvicinano, non dividono i popoli, come crede qualcuno. 

E chi ha sofferto capisce la sofferenza altrui: si eleva alla comprensione, alla solidarietà, sì, anche all’ “affetto”. 

Lo scrittore conclude questa sezione con tali parole: 

“Dalla valle impregnata d’acqua sale la sera e i ghiacciai del Rutor sono dentro le nubi. Ritorno alla mia squadra e non dico niente. Mi stendo sotto il telo ad aspettare l’alba” (p. 18; nota: nel racconto per ben una quindicina di volte ricorrono queste espressioni: aspettare l’alba, in attesa dell’alba, aspettammo l’alba). 

La guerra e la pace: si capisce il valore della pace quando qualcuno, incautamente e disgraziatamente, fa scoppiare la guerra, come si comprende il dono della salute quando ci si ammala… o quando si diffonde un virus pericoloso. 

“Era pace quando durante le vacanze partivo all’alba per andare nei boschi a far legna, o su nel roccolo del Nino, e per ciclamini sul monte della vecchia fortezza: allora c’era caldo e sole, e le ragazze ridevano sempre, e, lontano, la pianura era immersa nella calura dell’estate. E in primavera anche i narcisi inebriavano come i capelli della ragazza che il vento mi portava sul viso” (p. 22). 

Ma la guerra imperversa, e non quella, sana, che ci fa combattere “la buona battaglia” della fede, di cui parla Paolo, o dell’amore, ossia della lotta alle malattie (anche psicologiche, mentali e spirituali) e alle povertà (anche affettive, culturali e morali). 

“Tra la bufera vediamo delle cose scure; quasi ci cadiamo addosso: sono corpi irrigiditi, levigati dal vento e dalla neve come sabbia, gli occhi aperti, brinati dal ghiaccio. Uno ha il braccio alzato come volesse ancora chiamare qualcuno o salutare, la mano gli è rimasta aperta. Tento di abbassare quel braccio lungo il corpo pietrificato affiorante dalla neve, ma lo sento rigido e fragile come una canna vuota, e temo che mi si rompa tra le dita: questi sono gli alpini del Vestone” (p. 76). 

Gli uomini sono spinti alla guerra, sono costretti a fare del male e a farsi del male. 

“I carabinieri aggregati al comando hanno avuto l’ordine di rastrellare le case, radunare gli alpini e scortarli fino lassù. A morire. 

Questa sera una quarantina di alpini del Vestone è qui vicino ai nostri ricoveri; sono circondati dai carabinieri armati che respingono inesorabilmente nel gruppo chiunque cerca di uscirne. 

Senza alcun riparo, addossati uno sull’altro, la neve li sferza e il vento si porta via i loro lamenti che nessuno può ascoltare. 

Così avevo visto una mandria su miei monti durante una nevicata estiva. Ma questi sono uomini! Vorrei portare loro qualcosa, magari del fuoco, ma l’appuntato dei carabinieri mi allontana spingendomi via con il moschetto. 

Mi metto sotto un albero, aderente al tronco come volessi entrare dentro e farmi legno per non sentire quei lamenti e non vedere mai più uomini così. Ma loro continuano, monotoni, insistenti; e quando sembra che il vento o la tormenta li ammutolisca, allora, improvvisamente, un urlo da bestia ferita a morte fa riprendere il triste coro” (p. 78). 

Oggi – a partire da ciò che stiamo vivendo in queste settimane – ci stiamo accorgendo, costretti a stare a casa, quanto nel correre quotidiano siamo bombardati e partecipi di cose inutili o dannose, magari anche nelle attività che ci sembrano necessarie o nelle relazioni che ci appaiono indispensabili. 

E come, invece, dovremmo innalzare lamenti e tristi cori di fronte all’insipienza della nostra qualità di vita, davanti al male che solo noi – non Dio, come pensa qualcuno – siamo capaci di farci e di fare. 

Ci stiamo, forse, accorgendo di come, in particolare, dovremmo ascoltare e dare voce ai lamenti dei poveri e degli oppressi, dei profughi e degli “scartati” (come li chiama Francesco di Roma, che proprio oggi inizia l’ottavo, benefico e drammatico, anno del suo 

ministero). 

Ascoltarli prima che il vento disperda le loro mute grida di disperazione e di soccorso. 

Fosse questa la lezione che impariamo in questi giorni! 

Sarebbe un’ottima “Scuola a distanza”. Una scuola di vita: quella più necessaria. Forse più delle Scuole che frequentavano gli studenti nei loro edifici o delle Chiese che i cristiani ogni domenica riempivano, spesso con molta leggerezza. 

Nell’attesa, vigile e operosa, di un’alba migliore. 

Maurizio 

13 marzo 2020 

7° Anniversario dell’Elezione a Vescovo di Roma di Jorge Mario Bergoglio 

e 37° Anniversario del martirio di Marianella Garcìa Villas 

 

NOTE: 

 Mario Rigoni Stern, QUOTA ALBANIA, Einaudi, 1971 (e 2003) 

 Raniero La Valle – Linda Bimbi, MARIANELLA E SUOI FRATELLI, Feltrinelli 1983 e Icone Edizioni, 2007 

 Anselmo Palini, MARIANELLA GARCIA VILLAS. “Avvocata dei poveri, difensore degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi”, Ave, 2014 

Siamo tutti malati… di umanità!

Fr. MichaelDavide, osb

Accettare le proprie pause

In questi giorni siamo tutti chiamati a confrontarci e, in certo modo, a riconciliarci profondamente con la nostra umanità. Perlopiù, almeno nella nostra sensibilità e cultura occidentale, quando facciamo ricorso a questa parola <umanità>, siamo soliti farlo in modo assai solenne e talvolta presuntuoso. Evochiamo questa preziosa parola, in cui ci riconosciamo, per distinguerci dalle altre creature viventi, nel senso di una eccellenza che diamo per scontata e per acquisita. In realtà, questa parola rimanda radicalmente a quell’humus da cui siamo stati tratti e verso cui siamo chiamati a ritornare con serenità, dopo aver percorso il nostro cammino di umanità. La caratteristica più propria della nostra dignità umana è la consapevolezza della nostra realtà che dovrebbe generare sempre l’humilitas. L’umiltà è propria delle persone umane degne di questo nome. Nella nostra cultura occidentale siamo più inclini a pensare alla nostra umanità a partire dal mito di Prometeo che non dal mistero di Cristo Signore.

L’esperienza così difficile di dover far fronte ad una pandemia come quella del Coronavirus si sta rivelando uno choc quasi assordante: non pensavamo di essere anche noi vulnerabili e così tremendamente fragili. Ci eravamo convinti di essere una porzione dell’umanità che, a costo di sacrifici e di intraprendenza mirabili, si era guadagnata il privilegio di una sostanziale e durevole immunità dalla paura e dal senso così umano di insicurezza. Eravamo così fieri e pieni di noi stessi da arrivare a pensare persino che gli altri – i popoli più poveri e svantaggiati – in realtà raccoglievano il frutto della loro pusillanimità tanto da sentirci in dovere di negare loro il diritto a sedere al banchetto della nostra felicità. La pandemia ha cambiato tutto in un attimo. In realtà abbiamo cercato di rimandare questo click il più possibile, ma oramai, pur con una inziale resistenza, ci stiamo adeguando più o meno serenamente o con malcelato panico.

Chi segue la vita e l’attività di papa Francesco è abituato a un ritmo sostenuto di impegni, di discorsi e di gesti. In questi ultimi giorni anche papa Francesco ha rallentato il suo ritmo a motivo del suo personale raffreddore, prima, e, in seguito, per conformarsi alle misure preventive adottate per arginare la pandemia del Coronavirus. In realtà anche il non-detto, il non-fatto, il non-confermato è un messaggio.

Una parola mi torna in mente annotata da Etty Hillesum nel suo Diario: <BISOGNA ACCETTARE LE PROPRIE PAUSE>[1]. Proprio come le cose più importanti della creazione quale può essere una gestazione, una scoperta o un’invenzione, hanno bisogno di tempo… così gli umani cammini hanno bisogno di tutto il loro tempo, ma anche di pause, di sospensioni e di rimandi. Il rallentamento del nostro ritmo consueto può essere un’occasione per guadagnare in profondità e per amplificare la nostra modalità di vivere le realtà cosi ampie e variegate della nostra vita. La sfida di passare dal galoppo delle emozioni e delle sensazioni alla pacata degustazione di ogni frammento di vita, anche quando è limitato dalla costrizione della situazione, diventa un compito per crescere in umanità. Il senso chiaro di fragilità può diventare l’occasione per cogliere l’essenziale e tenersi pronti a tutto, anche a ciò che ci sconvolge.

La <lentezza> e il <torpore>, che sembrano quasi indispettire e allarmare questa donna appassionata e vivace fino ad essere frizzante, diventarono gradualmente per Etty degli alleati irrinunciabili. Etty Hilesum, la cui preghiera è stata citato il cardinal De Donatis al Santuario del Divino Amore, imparò a riconoscere, in un contesto di tremenda “vulnerabilizzazione” come fu la Shoah, la loro imperdibile utilità per il lavoro interiore. Proprio questo lavoro, cui era in gran parte impreparata, la rese capace di tenere la sua posizione nella storia e di fronte al mondo fino alla fine e ben oltre la conclusione della sua vita. Il compimento vissuto da Etty Hillesum e quella pace trovata, senza perdere nulla delle sue inquietudini e della sua ribellione davanti alla sofferenza e al male, diventano una sorta di esempio e di incoraggiamento per quello che stiamo vivendo. Dobbiamo infatti riconoscere che siamo diventati una generazione non certo <malvagia> (Lc 11, 29), ma sicuramente troppo frettolosa. Talmente pressati e continuamente stimolati non abbiamo talora tempo e modo per guardarci dentro e lasciarci veramente guardare dalla vita. Questa distrazione radicale non ci dà più la voglia di curiosare nel grande mistero di cui siamo parte senza esserne il centro.

Ciò che sta ora accadendo non può certo lasciare insensibili. Dobbiamo scegliere di guadagnare in profondità. È questo l’unico modo per raggiungere le periferie talora così poco frequentate della nostra personalità, perché tutto sia più luminoso e sereno. Abbiamo l’occasione di ritrovare quell’armonia di cui portiamo nel cuore non solo l’insopprimibile nostalgia, ma pure l’alfabeto necessario per narrarla e trasmetterla soprattutto nei momenti più difficili e gravi.

Un segno dei tempi

Ciò che stiamo vivendo, e che siamo in certo modo obbligati a vivere, si sta rivelando un duplice segno. Siamo stati introdotti dall’incremento di intelligenza del Vangelo, vissuto con il Concilio Vaticano II, a lasciarci interrogare dai <segni dei tempi>. Tutto quello che accade, in particolare quando tocca in modo così forte le nostre relazioni tra persone, è un <segno> da cogliere e da interpretare. Nella mia personale sensibilità ho colto e accolto con gratitudine mista a stupore la reazione della Conferenza Episcopale del nostro Paese alle norme imposte dal Governo. Il fatto di adeguarsi in modo sereno e semplice per contenere il contagio è un vero salto di qualità nella relazione tra la Chiesa e la società moderna, sempre più post-moderna e, sicuramente, post-cristiana.

Alcuni hanno letto e persino criticato, fino a disapprovare le indicazioni date dai Vescovi del nostro Paese come una resa allo Stato da parte della Chiesa e addirittura come una resa della fede davanti alla scienza. Qualcuno ha persino gridato allo scandalo per avere ceduto al materialismo piuttosto che ribadire e rafforzare le esigenze e i rimedi spirituali. Per alcuni sospendere le celebrazioni dei sacramenti è un atto di resa incondizionata alla mentalità del mondo, invece di resistere con eroismo fino al martirio per testimoniare i valori della fede e la fiducia nella Divina Provvidenza

Personalmente ritengo che dai tempi del Manzoni il mondo è veramente cambiato! Dagli appelli del Borromeo a intensificare i pii esercizi nelle chiese e per le strade, per fare penitenza e impetrare la fine del flagello (divino secondo qualcuno!) ne è passata di acqua sotto i ponti! Siamo passati all’invito insistente, ma delicato, a vivere nella fiducia serena di poter pregare ed esser esauditi – lo speriamo! – comodamente seduti sul divano di casa. La pandemia ha permesso di rivelare quel lungo cammino compiuto in questi ultimi decenni: una vera riconciliazione della Chiesa con la società post-cristiana e un’alleanza tra fede e scienza che avrebbero fatto esultare personaggi come Galilei, Copernico, Giordano Bruno…! L’uscita dal <regime di cristianità>, decretato, per così dire, da papa Francesco nel suo ultimo discorso alla Curia Romana (21 Dicembre 2019), è una realtà che ci permette come cristiani di adeguarci alle leggi dello stato in cui viviamo, cercando i modi adeguati e non conflittuali per essere dei compagni di cammino per tutti. Questo sereno allineamento non significa certo far mancare alla nostra umanità il suo colore e calore evangelico. Anzi, forse il contrario.

In una situazione difficile la Chiesa, attraverso i suoi Pastori, invece di <dettare> le regole del gioco, ha accettato di seguire le regole imposte per poter giocare, fino in fondo e con tutti, la scommessa di superare insieme la pandemia. Così la Quaresima, vissuta sempre più da una minoranza quasi invisibile, si è trasformata in una quarantena condivisa. L’austero simbolo delle ceneri, con cui il cammino penitenziale della Quaresima è cominciato per alcuni, mentre altri ne sono stati privati, è diventata una esperienza esistenziale condivisa. Senza programmarlo stiamo vivendo, non solo come cristiani, una Quaresima diversa – soprattutto per l’impoverimento liturgico e sacramentale – che, in realtà, può e dovrebbe diventare un tempo di condivisione in umanità. In una parola, la quaresima si è trasformata in quarantena e speriamo che la quarantena ci aiuta a vivere meglio la quaresima nella compassione evangelica. Proprio la compassione deve risplendere con una luce tutta particolare come quella delle stelle in una notte di luna piena. Il fatto di invitare i fedeli a pregare in casa e ad unirsi, attraverso i mezzi di comunicazione, alle celebrazioni trasmesse via etere è un riconoscimento della possibilità di vivere anche in modo diverso la propria vita di preghiera in un quadro più personale e intimo… più interiore e <segreto> (Mt 6,6,). La costrizione della necessità se da una parte impone una privazione, dall’altra permette un ampliamento e un approfondimento della coscienza battesimale che conferisce ad ogni rinato in Cristo il carattere <sacerdotale> oltre che <regale> e <profetico>.

La situazione particolare permette ai credenti di sperimentare una libertà profetica nel vivere il proprio sacerdozio battesimale. Rispondendo anche alla propria sensibilità, si può custodire il proprio legame con il Signore e con la comunità unendosi spiritualmente alle celebrazioni assicurate a porte chiude dai ministri ordinati, oppure dedicandosi alla preghiera personale e alla meditazione della Parola di Dio in solitudine o nel proprio nucleo di vita, come è abitualmente la famiglia o una comunità. La dimensione domestica della prima generazione cristiana, che si affianca a quella cultuale della frequentazione del Tempio o della sinagoga (At 2,46), ritorna a vivere ampliando e non necessariamente impoverendo il rapporto con Dio. Con la mia comunità ci siamo interrogati su come vivere questo tempo di “distanza” dal resto della comunità ecclesiale circa la celebrazione dell’Eucaristia.

Tenendo conto della riflessione di un monaco e teologo – ormai nonagenario – si deve ricordare che:

Il sacramento dell’eucaristia non sembra al primo posto nell’economia della fede. Ciò di cui si tratta per l’umanità è rendere a Dio un sacrificio spirituale che consiste interamente nella pratica della carità: verso Dio, verso se stesso, verso il prossimo. Sacrificio nella misura in cui questo si realizza nel movimento di donare, di chiedere, di ricevere, che è il ritmo stesso dell’amore e implica una felice rinuncia[2].

In un momento in cui la comunità che celebra l’Eucaristia non può essere presieduta per motivi serenamente accolti, ci sono due possibilità. La prima è quella di “celebrare per” seguendo uno schema in cui nel ministero presbiterale si accentua la dimensione sacerdotale, in una prospettiva a partire dalla quale <la Chiesa è uno strumento e uno spazio di salvezza piuttosto che una comunità>[3]. La seconda potrebbe essere la <felice rinuncia> al prezioso dono di celebrare l’Eucaristia, digiunando in attesa di poter di nuovo banchettare insieme e quindi poter nuovamente, a suo tempo, <celebrare con>. Anche temendo che le restrizioni potranno estendersi alla Settimana Santa, avrei preferito con la mia comunità monastica continuare a celebrare insieme – almeno finché il Coronavirus non ci separi – la Liturgia delle Ore senza celebrare l’Eucaristia. Tenuto conto che non si può condividere l’Eucaristia con gli altri battezzati a noi vicini, ma la si può celebrare solo “tra noi” a porte chiuse. Il dilemma non è facile da risolvere. Se da una parte la fedeltà alla comunione di Chiesa farebbe protendere per un digiuno condiviso con tutti gli altri battezzati, dall’altra lo stesso senso di comunione ecclesiale obbliga a seguire le indicazioni date dai Pastori che hanno ricordato come: <I Vescovi e i Sacerdoti ricevono con l’ordinazione la grazia e la missione dell’intercessione per il proprio popolo. Sono quindi invitati a celebrare personalmente, a mettere a disposizione strumenti e momenti con i nuovi mezzi della comunicazione per pregare e meditare>.

In ogni modo, quello che viviamo in questo momento di grave pericolo è qualcosa che tocca, segna e interpella la nostra percezione di come essere discepoli del Vangelo nel mondo in cui viviamo e nelle situazioni, anche impreviste, in cui ci troviamo a vivere e a soffrire. Penso che, soprattutto se l’emergenza prenderà il tempo di cui ha bisogno per essere superata, questa esperienza segnerà la vita dei credenti e non necessariamente, come alcuni temono, in peggio. Lo stesso rapporto con l’Eucaristia potrebbe ridefinirsi ed essere ricompreso nella linea di una sacramentalità più esistenziale e non semplicemente rituale. Non ci resta che vivere e soffrire sia la privazione dei molti, che il ministero dei pochi i quali devono ancora più vigilare sul rischio di trasformarlo in un privilegio. Non va dimenticato che <In un certo senso, la comunità precede il sacerdote: essa esisteva prima di lui e continuerà ad esistere in seguito grazie alla condizione battesimale dei suoi membri e alla diversità dei carismi che hanno ricevuto>[4]. La situazione che stiamo vivendo può essere vissuta come un rafforzamento della postura clericale in base alla quale il presbitero <sa di essere di un’altra essenza rispetto ai fedeli>[5], oppure l’occasione per un sussulto di coscienza in tutti i fedeli della loro dignità battesimale. Questo mi sembra essere la sfida all’interno della comunità credente, chiamata a vivere un passaggio non indifferente in questa quaresima-quarantena. Ma quello che viviamo tra noi non è certo la sola cosa rilevante, perché come discepoli siamo costituiti tutti come testimoni.

Un messaggio da trasmettere

La comunità dei discepoli se si adegua serenamente a quanto viene prescritto e imposto dalla società in spirito di libertà collaborativa, allo stesso tempo non rinuncia a vivere meglio il messaggio del Vangelo e a testimoniarlo al mondo. La pandemia mette in crisi quel modo di supponenza che si traduce in dimenticanza della nostra fragilità fino a nascondere la morte. Come discepoli del Signore Gesù crediamo nella risurrezione e, in forza di questa nostra fede, attendiamo la vita eterna senza confonderla mai con la pretesa e l’illusione di essere immortali. Come creature siamo mortali e la morte, unitamente alle tante morti che dobbiamo attraversare nella vita, è parte integrante della nostra umana avventura. In questo momento in cui tanti, per così dire, si rendono conto quasi improvvisamente di essere mortali, come discepoli abbiamo un messaggio da testimoniare e da trasmettere con la discrezione propria del nostro “munus” profetico, in forza del nostro battesimo. In una situazione che ci rende consapevoli di essere tutti potenzialmente malati, l’annuncio della speranza cristiana si fa ancora più urgente e forse persino più udibile dai nostri fratelli e sorelle in umanità. Una distinzione è fondamentale:

L’ottimismo forzato è una delle malattie del nostro secolo: l’obbligo di mostrarsi sempre positivi, chiudendo gli occhi di fronte a tutto ciò che minaccia i fragili fili su cui si trova appesa la nostra felicità a buon mercato. Quanta psicologia da quattro soldi spinge in questa direzione! Mentre la vita cristiana è orientata verso quello che Emmanuel Mounier chiamava <l’ottimismo tragico>: un ottimismo radicale nell’esito ultimo del nostro pellegrinaggio, accompagnato però da una seria presa di coscienza delle nubi e degli ostacoli sul cammino. La fede cristiana prende sul serio la sofferenza e la morte[6].

In questo momento di fragilizzazione e talora di panico, come credenti siamo chiamati a rendere testimonianza discreta e appassionata della <speranza> (1Pt 3, 15) che ci abita e ci anima. Con questa consapevolezza diventeremo capaci di quell’ottimismo tragico che è l’unico a poter essere autenticamente alla portata della nostra umanità. Annunciare il Vangelo della vita comporta la capacità di evangelizzare la sofferenza e persino la morte. La morte è chiamata liturgicamente <dormizione>, come appunto viene rammentato dai “cimiteri” che sono il luogo dove i morti dormono in attesa della risurrezione. Il termine <eternità> in ebraico viene dal verbo alam che significa nascondere. Dio ha come avvolto nell’oscurità il destino d’oltre tomba e non bisogna in nulla violare il segreto divino. In ogni modo il pensiero dei Padri afferma chiaramente che il tempo <intermedio> non è vuoto e, come spiega sant’Ireneo, le anime <maturano>[7]. Per questo, e grazie a Dio e al suo mirabile disegno:

Lo voglia o no, l’uomo che invecchia si prepara alla morte. Penso perciò che la natura stessa provveda ad una preparazione in vista della fine. […] Giacché il non prendere posizione di fronte alla morte come scopo é nevrotico quanto il reprimere, durante la giovinezza, le fantasie rivolte all’avvenire[8].

Possiamo ben dire che Cristo è maestro della morte e nostra guida attraverso tutte le morti fino al passaggio finale. Questa è la sfida più grande in quanto <morire la propria morte è altrettanto raro quanto vivere la propria vita>[9]. Ma si deve anche considerare che la serenità della nostra morte è il frutto della “dura” morte del Signore Gesù il quale, se preparò la sua morte durante un convivio come Socrate[10], la consumò, invece, nello spasmo della croce. Il modo di preparare e vivere la morte da parte del Signore Gesù non è stato stoicamente distaccato e cinicamente indifferente. Al contrario è stato radicalmente patito <con forti grida e lacrime> (Eb 5, 7). Il Signore Gesù non ha vissuto la sua morte come una liberazione dalla vita, ma come un dono della vita per affermare che l’amore è più forte della morte. Socrate chiese al discepolo Critone di offrire – a cose fatte – il sacrificio prescritto ad Eusculapio per la guarigione ricevuta <o con la medicina da un male, oppure con la morte dalla malattia della vita>[11]. Del Buddha la tradizione ci tramanda due racconti contrastanti della sua morte: una ideale e una drammatica. Al contrario i Vangeli ci testimoniano che, nel mistero della Pasqua, il Signore Gesù si è fatto solidale con la nostra angoscia attraverso la sua compassione. In questo momento così difficile, com’è la pandemia del Coronavirus, la nostra testimonianza discepolare non può che essere conforme a quella di Cristo e non può che seguire lo schema e la logica della Pasqua che forse quest’anno non potremo celebrare come d’abitudine.

Condividiamo la fatica e l’angoscia davanti ad una pandemia, che ha messo in crisi non solo le nostre illusioni di privilegi acquisiti per sempre, ma anche il nostro modo di vivere la fede e i sacramenti. In questo doloroso frangente non possiamo e non dobbiamo che aggrapparci alla nostra fede pasquale in Cristo Signore, morto e risorto per noi. Il Vangelo ci mostra che il cuore del cuore della rivelazione in Gesù del volto misericordioso del Padre di tutti e creatore di ogni cosa è la compassione. Quello che stiamo vivendo in questi giorni è un’occasione per fare il punto sulla nostra maturazione in umanità. Essere umani, senza accontentarsi di far parte della categoria degli esseri umani che abitano questo lembo di cosmo con e tra le altre creature. Ciò che siamo costretti a vivere in questi giorni ci ricorda il dovere di accettare il nostro limite fino ad onorare quelli che sono i nostri limiti e portarli insieme. Ancora una volta possiamo fare nostro l’invito che rivolgeva a se stessa Etty Hillesum: <Ma sopportiamolo con grazia>[12].

La pandemia che stiamo attraversando non è un flagello divino, è un segno da leggere con umiltà e da portare con pazienza e compassione. Noi occidentali forse eravamo troppo sicuri di essere indenni dalla nostra dimensione di creature come tutti gli altri. Invece dobbiamo misurarci col fatto che non siamo esenti dalla mortalità, anche se ci sentiamo così onnipotenti. L’ottimismo forzato, in cui ci siamo blindati con l’idea che, seppur non siamo la razza superiore, siamo coloro che sono stati capaci di prendere in mano il loro destino, deve trasformarsi in un ottimismo tragico e in speranza evangelica. Siamo creature come tutti e l’attesa di una vita lunga e bella non può essere un privilegio gelosamente custodito, ma un tesoro da condividere come si fa nei giorni di festa nei quali oltre che gioiosi ci sentiamo tutti più buoni.

La sofferenza non lascia mai uguali a se stessi: o ci rende migliori o ci rende peggiori. La morte di alcuni, la sofferenza di tanti e la paura di tutti sono un segno che ci richiama ad un sussulto di dignità: siamo tutti malati di umanità! E qui la preghiera – nel senso più ampio e variegato – è un’àncora sicura: rivolgendoci all’Altissimo, come creature tra creature, ritroviamo la nostra giusta dimensione. Così potremo maturare la capacità di assumere persino la morte senza smettere di amare la vita e di lottare, appassionatamente, perché tutti l’abbiano in abbondanza.

Una domanda rimane in sospeso: <Come uomini e donne sapremo riannodare e rafforzare quella <social catena> per far fronte all’<empia natura> di cui parlava, con il suo pessimismo illuminato, Giacomo Leopardi nella suaGinestra? E ancora: <Come credenti sapremo distinguere l’illusione dell’immortalità dal desiderio della vita eterna verso cui ci volgiamo serenamente mettendo in conto la morte nostra e delle persone che amiamo?>.

Tutto ciò non è certo facile, ma è all’altezza del nostro essere creati <ad immagine e somiglianza> (Gen 1, 26) di Dio. La coscienza del nostro limite di creature va onorato, accolto e amato.

Teniamoci tutti per mano… pur a distanza di almeno un metro… per il momento!

[1] E. Hillesum, Diario, Adelphi 2013, p. 797 e p. 155.

[2] G. LAFONT, Un cattolicesimo diverso, EDB 2019, p. 48.

[3] Ibidem, p. 34.

[4] Ibidem, p. 55.

[5] Ibidem, p. 54.

[6] G. Gonella, Nel deserto il profumo del vento, Il Margine, Trento 2010, p. 19.

[7] IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, PG 7, 806.

[8] C.G. JUNG, La dinamica dell’inconscio, Boringhieri 1976, p. 441.

[9] P. CAPRIOLO, Rilke. Biografia di uno sguardo, Ananke 2006, p. 104.

[10] PLATONE, Fedone, IX.

[11] R. GUARDINI, La morte di Socrate nei Dialoghi di Platone, Morcelliana, Brescia, 1981, p. 318.

[12] E. HILLESUM, Diario, cit., p. 787.

QUARESIMA 2020

 Cari amici, 

ci muoviamo, ogni giorno ormai, tra sentimenti di sfiducia, se non proprio di disperazione, e tentativi, che sembrano velleitari, di cambiare il corso delle cose. E non bastano le preoccupazioni per l’andamento e le sorti del mondo: ad essi si aggiungono le nostre traversie personali, le delusioni e le sconfitte che subiamo. Se, poi, vi aggiungiamo la situazione della Chiesa, anzi delle Chiese cristiane, qualcuno potrebbe essere scoraggiato e ritrovasi incapace di una qualsivoglia azione ecclesiale. 

In questo contesto viene il periodo, che può essere fecondo, della Quaresima. Da parte mia, lo intendo quest’anno come periodo di instancabile semina, memore delle parole della sapienza ebraica: “A te è chiesto di iniziare l’opera, non di completarla”. 

Quali potrebbero essere delle piste di lavoro su di sé che, poi, possono avere delle ricadute nel tessuto della comunità civile e religiosa? Provo ad elencarne due. 

La prima: il fare spazio all’altro. 

Quando usciamo da noi stessi, o, meglio, dal nostro egocentrismo ed egoismo, succede sempre qualcosa di salvifico. Anche per noi stessi. 

“Abdicando da me vado oltre me e allora sono il mondo: seguo la voce del mondo, io stessa all’improvviso con un’unica voce”: così la scrittrice Clarice Lispector (in Acqua viva, Adelphi, 2017, or. 1973, p. 24). Questo mettersi in sintonia con il mondo, ricominciando sempre, è forse la via di uscita che sta alla base delle altre. 

Aprirsi al mondo significa accogliere. E questa operazione va a toccare, sembra, il nostro stesso cammino di fede: “Il cristianesimo, alla sua essenza, non ci chiama alla conoscenza delle risposte ultime, ma semplicemente a creare uno spazio di accoglienza, dove ricevere Dio e l’uomo” (Fraternità di Romena, Introduzione a Charles de Foucauld. Un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare, Romena, 1998). 

Accogliere, aprendo gli occhi, ed il cuore, sempre più chiuso, fino al rischio di aridità. 

Pietro Barcellona – pensatore troppo poco conosciuto e valorizzato – diceva che “l’uomo di oggi è vittima di una malattia dell’anima, il ritorno emotivo alla fase in cui l’unica dimensione di Narciso è quell’autocontemplazione nello specchio che porta alla morte. In questa prospettiva scompare persino l’oggetto del desiderio e ci ritroviamo in una forma di autoipnosi, in una patologia collettiva. L’individuo cerca di farsi restituire la propria immagine come l’ha voluta costruire in assenza di relazionalità”. 

Al posto di essere concentrati su noi stessi, preoccupandoci soprattutto di apparire, alleggeriamoci, decentrandoci: “Questo pensiero di non esser nessuno, la tranquillizzò non poco. Le diede un grande senso di pace e di liberazione: cominciò a volare per strada volando ad un metro da terra” (Paola Mastrocola, Che animale sei? Storia di una pennuta, Guanda, 2018,1a ed. 2005, p. 175) 

La seconda: il riconoscerci peccatori feriti. 

La presa di coscienza della nostra pochezza, che contrasta con il nostro desiderio di metterci al centro ed in mostra, è forse la seconda via, che, liberandoci da noi stessi, ci apre alla salvezza facendoci fare un cammino pasquale di morte e resurrezione. 

Spesso siamo portati a considerare i peccati e le ferite che essi ci lasciano, come una disgrazia, una sfortuna, quasi una condanna ed una fine. Quando, invece, possono diventare, paradossalmente, pertugi di speranza. 

“La fortuna è nella sfortuna che ti colpisce”, diceva Alì, il quarto califfo dell’Islam. Mentre don Gigi Verdi, della Fraternità di Romena, così si esprime: “Una ferita che non respira si infetta, una ferita esposta al sole della vita può rimarginarsi”. E ancora: “Dopo ogni dolore non saremo mai più come prima: il dolore ci trasforma, ci apre, ci scarnifica. Il vero modo di 

affrontare un dolore non è quello di metterlo ai margini, ma nel mezzo, di starci dentro, curarlo per quanto possibile ed affrontarlo con amore, per trasformare la sofferenza in luce. Se riusciremo a farlo, nel braciere del nostro cuore troveremo ciò che avremo partorito: la nostra perla rara, il nostro tesoro, la nostra goccia d’oro. E capiremo l’unica cosa che c’è da capire: che siamo qui per amare la vita.” 

L’importante è cogliere le occasioni che Dio ci manda per convertirci, ossia perché iniziamo ad amare la vita, davvero: “Tardi, disse caino, Meglio tardi che mai, rispose l’angelo con prosopopea, come se avesse appena enunciato una verità elementare. Ti sbagli, mai non è il contrario di tardi, il contrario di tardi è troppo tardi, gli rispose caino” (Josè Saramago, Caino, Feltrinelli, 2010, p. 9). 

Ecco, dunque, la Quaresima: tempo propizio per abbracciare la salvezza, vale a dire la liberazione e, quindi, la gioia. 

E tutto ciò proprio mentre ci sembra che tutto sia perduto: 

“Ricordo a Johannes che Benedetto costruì l’Europa in un momento in cui il vecchio mondo aveva perduto la speranza. 

Lui: “Spesso accade che la speranza dia il meglio di sé proprio germogliando dal suo contrario. Dalla disperazione senza uscita, dalla Hoffnunglosigkeit”. Termine tedesco inimitabile”: così Paolo Rumiz nel suo ultimo libro (Il filo infinito. Viaggio alle radici d’Europa, Feltrinelli 2019, p. 141) 

Mettiamoci in cammino. Ancora. Senza garanzie, senza sicurezze (ossessivamente cercate oggi). Con l’apertura al futuro che Dio, e solo Lui, sta preparando per noi: per la nostra salvezza, gioia e pace: 

“Non c’è nessuna garanzia nel mondo. Oh, i tuoi bisogni sono garantiti, quelli sì; i tuoi bisogni sono assolutamente garantiti dalla più stringente malleveria, nei termini più semplici e veritieri: bussi; cerchi; chiedi. Ma devi leggere la scritta in piccolo. “Non come il mondo dà, io do a voi.” Ecco il tranello. Se con lo sguardo riuscirai a catturarlo, ti tallonerà, salendo in alto, su qualsiasi crepa. E tu tornerai indietro, perché torni sempre indietro, trasformato in maniera forse impronosticata – sbavante e stravolto” (Annie Dillard, Ogni giorno è un dio, Bompiani, 2018, 183- 184). 

Buona Quaresima a tutti, 

Maurizio 

 

Preghiamo 

Signore, 

tu che ti sei avvicinato a noi 

e hai visto e vissuto la nostra fragilità, 

le nostre insensatezze, 

vieni a donarci chiarezza e discernimento, 

per comprendere il senso della nostra vita 

alla luce del Vangelo. 

Insegnaci a vivere la nostra fragilità senza ansie, 

la nostra debolezza senza paura, 

la nostra testimonianza senza arroganza. 

Insegnaci a vivere le nostre inquietudini 

senza farcene travolgere, 

ma ad affrontarle con la speranza 

che nasce da Gesù Cristo 

nostro Fratello, nostro Signore 

e nostro Salvatore. 

Amen. 

dom Franco Mosconi 

Nove marzo duemilaventi

Mariangela Gualtieri

 

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

 

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto

di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

 

Adesso siamo a casa.

 

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino

ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

 

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo

se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo

non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come

ogni stella – ogni particella di cosmo.

 

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene

a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,

guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

 

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini

che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,

e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze

delle antiche antenate, delle madri.

 

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta

il pane. Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

 

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.