Un soffio di vento

Aveva saputo e non aveva detto una parola. Le aveva trattenute tutte nelle mani che ora battevano colpi sul legno come batteva il suo cuore nel petto senza respiro. Raffiche di agguerriti pensieri si inseguivano fin sopra le braccia elettrizzando la pelle prima di scaricarsi nei tuoni del martello. Uno dietro l’altro come punti esclamativi di un discorso mai pronunciato. Yosef, respingeva la rabbia con tutta la forza che aveva.

Resisteva sotto i lampi dell’accusa che la sua natura di maschio e quella del suo popolo gli avevano insegnato. L’avrebbe allontanata in segreto, di notte, come il vento freddo che soffia dall’Hermon e si porta via l’estate. Un soffio di vento, lo stesso che aveva accarezzato il ventre della sua Miryam che insieme alla luna, quelle notti, stava crescendo.

Sera di primavera, il pulviscolo dei trucioli di segatura danzava in mezzo alla luce tiepida del tramonto che penetrava dalla porta di pietra della bottega rimasta aperta. La sagoma sudata del falegname era ricurva sul pezzo di legno come quella di uno scrittore su un foglio di carta consumato di fatica e d’inchiostro. Lavorava, l’uomo che non aveva voce, e le dita che torchiavano il tronco diventavano nel suo ricordo quelle di lui bambino che incidevano sulla tavoletta di cera le leggi del patto. In sinagoga aveva imparato tutti i precetti che l’alleanza di Mosè aveva trasmesso alla sua gente. In caso di tradimento prima delle nozze, non c’era altra via di scampo. Sapeva, Yosef, che sarebbe morta, altrimenti. Aveva deciso che sarebbe andato a prenderla lui stesso e l’avrebbe accompagnata per mano, per l’ultima volta, fuori dalla città. La sua mano, la mano di Miryam. L’aveva accarezzata la prima volta nel giorno del fidanzamento quando il sacerdote l’aveva unita alla sua con un nastro. L’aveva sfiorata come si sfiorano i fiori che non stringi troppo forte per paura di distruggerli. In quella di Yosef la mano di Miryam, quel giorno, sembrava un usignolo nel nido, appena nato; aveva sentito di amarla nel momento in cui l’aveva sentita tremare dentro la sua.

Miryam, Miryam, continuava a ripetere muto nelle sue mani, adesso, il falegname di Nazareth; Miryam, che in ebraico significa “amata”.

Immobile, come il tavolo davanti a lui che stava costruendo, trema di pianto. Un’ombra lieve come un battito d’ali si posa sul viso di Yosef che apre gli occhi strizzati di lacrime e la vede, Miryam. I suoi passi di cielo riempiono la stanza che improvvisamente si allarga come il sorriso all’improvviso nel cuore dell’uomo innamorato. Si incontrano, per un attimo e per sempre, senza dire niente. Lentamente la donna tira fuori dal grembiule un pezzo di pane caldo e lo lascia sopra al tavolo spoglio e senza forma come sono i pensieri di lui. Si accorge in quel momento, Giuseppe, che è tardi e che ha fame. Esce, Maria, con la stessa delicatezza di come era entrata lasciando dietro di sé il profumo della sera che entra nella casa insieme a quello del pane mischiato all’odore pungente della resina. Invisibile carezza che avvolge Giuseppe allo stesso modo in cui arriva il calore del sonno dentro un bambino e in un attimo si addormenta.

Quella volta Giuseppe non cenerà. Un sogno simile a un soffio se lo porterà via fino a mattina. E una brezza d’aurora gli accarezzerà il petto.

Lo chiamerà così suo figlio, al risveglio, con la stessa parola che ha il suono di un soffio di vento: Yeshuà.

Simone De Rosa

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