Siamo sicuri che basta pregare?

Inter nos: un pensiero tra monaci e monache

In questo tempo di emergenza e di restrizioni per affrontare la pandemia di Coronavirus, non sono mancati i riferimenti e gli appelli ai monasteri come luoghi particolarmente consacrati alla preghiera di intercessione. In particolare, ancora una volta, il ruolo e il ministero delle “monache di clausura” è stato evocato ed invocato. Come monaci e monache non possiamo che essere stupiti e profondamente grati di tutta questa considerazione che si spinge, talora, fino alla venerazione. La gratitudine non deve però trasformarsi in un sentirsi lusingati e, meno ancora, così stimati da non lasciarsi interpellare e perfino scuotere. Non si può e non si deve abbassare la guardia di fronte alle ambiguità proprie alla vita monastica che si evidenziano maggiormente quando la complessità si radicalizza, come sta avvenendo in queste settimane segnate dalla pandemia. Il rischio di unilateralizzazione della vita monastica nel suo aspetto di deputazione sacrale all’intercessione è sempre incombente. Indubbiamente la preghiera di intercessione è un appello specifico e inderogabile. Nondimeno, l’appello può diventare una tentazione quando l’intercedere non include la possibilità di <andarci di mezzo>, come ebbe modo di spiegare nelle sue catechesi il cardinal Martini.

In questa linea l’<istanza di discernimento e convocazione>, di cui papa Francesco ha parlato nella Vultum Dei quaerere, può essere molto stimolante. Questa specifica e dinamica <istanza> è l’elemento dirimente e caratterizzante della vita monastica, troppo facilmente identificata con l’esperienza contemplativa. Cosicché in tempi di pandemia, che comportano una inedita quanto inattesa sofferenza attorno ai monasteri, esige una risposta un po’ più complessa e arrischiata. Nonostante quello che ci viene continuamente rinviato dall’esterno delle mura protette dei nostri monasteri, talora fortificati in vari modi, una domanda si impone: <Siamo sicuri che basta pregare?>. La risposta è sicuramente affermativa: <Sì, basta pregare!>. Eppure, una preghiera che sia critologicamente ed evangelicamente compatibile, non può confondersi con la semplice ritualità. La sola ritualità rischia di scadere, nonostante le intenzioni migliori, in forme quasi di <stregoneria> come ha ricordato, scrivendo al suo presbiterio, mons. Marcello Semeraro, vescovo ad Albano.

Come monaci e monache non possiamo abbassare la guardia nei confronti della tentazione di cedere alle lusinghe dell’ammirazione e della venerazione crogiolandoci in una sorta di sufficienza spirituale che ci mette al sicuro e ci lascia in pace. Per evitare questo pericolo, si rende necessario conservare e coltivare uno sguardo rigoroso sulla propria vita a fronte dell’ammirazione di quanti ci guardano dall’esterno. Un passo per vivere questo distacco emotivo dall’ammirazione degli altri, per non lasciarsi distrarre dal combattimento spirituale è quello di non pensarsi indispensabili e, forse, neppure così importanti. La deriva sacrale – secondo il modello vestalico di tutte le espressioni religiose, non solo del passato ma anche del presente – è da tenere d’occhio per evitare una sorta di implosione spirituale della nostra esperienza discepolare, radicata nella condivisione della sorte dell’umanità intera. Come spiegava Thomas Merton, nei monasteri si rischia sempre di attribuire un’importanza eccessiva ad alcuni aspetti della vita monastica, spezzandone così l’equilibrio; oppure cadiamo in quella miopia spirituale che non coglie se non i dettagli, perdendo di vista la grande unità organica in cui siamo chiamati a vivere. In una parola, perché le innumerevoli regole di osservanze della vita monastica possano essere convenientemente intese, dobbiamo sempre tener presente il reale significato del monachesimo[1].

In un tempo come quello che stiamo attraversando è necessario riflettere su tutto questo con consapevolezza profonda e umile onestà. Come monaci e monache siamo inseriti in un contesto ricco di provocazioni e promesse. Ce lo ricorda un monaco nonagenario, padre Ghislain Lafont, il quale richiama alla necessità di maturare, soprattutto in ambito monastico, una nuova coerenza. No possiamo lasciarci sfuggire che <dietro la silenziosa ma pressante richiesta di un mondo in crisi e alla ricerca di forme e di istituzioni che gli permettano di vivere nella diversità riconciliata c’è infatti una rinnovata rivelazione di Dio, del mondo, dell’uomo>[2].

Vi è il pericolo di una riduzione unilaterale del mistero della vita monastica al ministero dell’intercessione orante. Un ministero inteso nel senso riduttivo di un’assicurazione della continuità cultuale. Questo ministero quasi addomesticato della più ampia opera di intercessione se può soddisfare chi ci guarda e ci invoca dall’esterno, di certo non può lasciare in pace noi che abbiamo professato di vivere secondo la Regola per seguire il Vangelo. L’immagine romantica dei monasteri fortezze oranti e parafulmini, tenuti ben al riparo dai rovesci della sorte che rischiano di abbattersi perlopiù sugli altri, non penso possa farci dormire sonni tranquilli. Invocare il carisma monastico e la nostra gloriosa tradizione per giustificare il fatto di dover assicurare semplicemente la continuità della preghiera liturgica e dell’intercessione rituale, in realtà, non racconta pienamente la nostra vocazione. Inoltre, non fa onore a quanti hanno dissodato per noi i solchi su cui continuiamo a germogliare. La vita dei nostri padri e madri nella vita monastica ci attesta una dinamica di intercessione capace di concreto coinvolgimento, attraverso una creatività non esente, talvolta, da una santa trasgressione. Gli esempi sono tanti e diversificati. Mi piace evocare l’atteggiamento radicale e severo di Benedetto che <in tempo di carestia aveva distribuito ai poveri tutte le provviste del monastero>. Quando il cellerario rimanda di dare anche<quel poco di olio che era rimasto>, una volta scoperto il fatto, l’abate ordinò <di gettare dalla finestra quell’ampolla>[3].

Tra i tanti modelli ispirativi che possiamo trovare nella storia del monachesimo, mi piace citare quella di san Bernardo Tolomei. Questo insigne senese, dopo essersi ritirato con alcuni compagni a Monte Oliveto, morì a Siena – nel 1348 – dove si era recato in soccorso dei malati di peste. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune insieme a quelli degli altri monaci morti per soccorre i malati. Bernardo e i suoi fratelli si lasciarono alle spalle il deserto in cui si erano appassionatamente ritirati e da cui si sentirono richiamati per servire e lenire le sofferenze altrui. Il ritiro dal mondo nel deserto di Accona, in una vita monastica di rara intensità ascetica, portò come frutto la condivisione della condizione di quanti soffrivano in città. Alla luce di questo e di tantissimi altri esempi anche recenti, come monaci e monache siamo chiamati ad un esame di coscienza circa la nostra capacità di coltivare un ideale monastico integrale e mai ridotto semplicemente all’aspetto liturgico e ad una postura sacrale.

Alcune domande non possiamo certo schivarle. Laddove medici e infermieri, con famiglie a carico o già in pensione e quindi con un’età a rischio in questa pandemia, hanno risposto massicciamente all’appello del governo a rimboccarsi le maniche: noi monaci e monache come ci siamo fatti interpellare? Quanti monaci e monache avrebbero potuto riprendere, in questo frangente così estremo, la propria professione medica o infermieristica? Io stesso mi sono chiesto se non avrei dovuto lasciare la quiete del nostro monastero e della nostra magnifica valle per assicurare un servizio di assistenza religiosa negli ospedali o nelle carceri, come hanno fatto presbiteri, religiosi e religiose alcuni dei quali hanno esposto la loro vita fino a morire. Ma alla fine non sono stato in grado di concretizzarlo. Non certo per fedeltà alla vita monastica, ma per una fatica a pormi realmente in questa complessità di situazione senza cedere a protagonismi personali e anche per un senso di responsabilità verso la nostra piccola comunità. Non sono affatto certo di aver fatto la scelta giusta e accetto di portare il peso di una possibile grave inadeguatezza evangelica che dovrò gestire.  Ma la domanda mi rimane in sospeso tra mente e cuore.

In questo tempo di clausura più o meno stretta che, malgrado tutto, ci permetterà forse di scampare più e meglio di altri alla pandemia in corso, abbiamo tempo e una certa calma per pensare al <dopo>. Si sente spesso in queste ore parlare del <dopo> con il rischio di dimenticare di riflettere seriamente a quello che stiamo vivendo e che si sta vivendo accanto a noi. Anche come monaci e monache dovremo misurarci con la fine di un mondo e la sfida di dare il nostro contributo a riprendere il cammino in modo più saggio, più sano e più santo. La ricaduta economica, che pare a tutti chiara e preoccupante, sarà l’urgenza più forte della post-emergenza. Alla porta dei nostri monasteri busserà lo smarrimento di tanti per cui verranno meno quelle sicurezze ritenute un diritto inalienabile e intoccabile. Tutto ciò diventerà un’istanza pressante. Alcune delle nostre comunità avranno anche sperimentato la malattia di alcuni, la morte di altri, il timore davanti al futuro di tanti. Come monaci e monache vogliamo aderire al sogno mondano che tutto riprenda come prima dopo questa terribile parentesi, o sceglieremo di adeguare il nostro stile di vita e il nostro modo di rispondere alla <convocazione>? L’uso dei nostri spazi talora sovradimensionati, la gestione delle nostre riserve economiche, la postura nei confronti del mondo che ci circonda e soprattutto di quanti sono più sfortunati potrà ritornare allo stato previo? Possiamo accontentarci di dire, pensare, credere e pretendere che <basta pregare>? La speranza è che l’intensificazione della preghiera e della separazione dal mondo, vissute in questo tempo di quaresima universale imposta dalla quarantena, possano rendere la nostra vita monastica evangelicamente adeguata e umanamente affidabile. Sono il primo ad avere tanta paura di non riuscire a capire e, soprattutto, di non farcela ad essere realmente disponibile all’appello della storia attraverso cui Dio continua a parlare e chiede di essere ascoltato.

Detto tra noi, non si tratta di una riflessione né di una proposta, ma di una confessione. Perdonatemi!

Fr. MichaelDavide, osb

 


[1] Th. MERTON, Il monaco, La Locusta, Vicenza 1964, pp. 7-8 (titolo originale: Basic principles of monastic spiritualità, Abbey of Gethsemani, Kentuky 1957).

[2] G. LAFONT, Immaginare la Chiesa cattolica, San Paolo 1998, pp. 11 e 212-213.

[3] Dialoghi, II, 28.

Una risposta a “Siamo sicuri che basta pregare?”

  1. DOMANDA ETERNA…

    Questo testo mi fa pensare all’eterna domanda:
    ” qual’è il senso della vita? “…
    la vita di un bambino nato cieco o sordo
    la vita di un giovane paralizzato da un incidente
    la vita di una madre che ha perso i suoi bambini
    la vita di un paziente in coma
    la vita di un anziano dimenticato dalla sua famiglia
    la vita della moltitudine d’uomini affamati, amazzati, senza
    nessuna speranza!
    …però, basta…
    un piccolo raggio di sole
    un fiore profumato
    un gesto di tenerezza
    un dolce sorriso
    una parola di luce

    per scoprire che, SIAMO IMMERSI IN UNO SPIRITO D’AMORE

    …senza fare niente !

    Qualcuno ci ha sussurato : ” VAI, LA MIA GRAZIA TI BASTA! ”

    e se la risposta alla domanda fosse solo un po’ d’amore in più ?

    Marielle

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