Virus

di Silvio Monica

 

Un tempo fragile, fragilissmo e gravido ci avvolge.

Nell’aria volano mille pollini strani.

Fra qualche mese nasceranno ancora zizzania e grano.

Io, che di parole ne spreco tante, solo pochi giorni fa,

dopo quelle di Quaresima, dissi a me stesso: Adesso per un po’ basta.

E invece eccomi ancora qua.

Ora che non si può, troppo forte il desiderio

in qualche modo d’abbracciare, raggiungere, mescolare.

Quanto sono preziosi i mille piccoli legami!

Forse mai, come in questi tempi fermi, viaggeremo.

Non so se servono parole in questo tempo, per questo tempo.

Molte forse non sono ancora parole,

ma germoglio d’emozioni e paure.

Molte nascono per dimenticare, esorcizzare.

Le parole dovrebbero servire sempre per incontrare.

Chi l’avrebbe detto che ci saremmo fermati!

Chi l’avrebbe detto che non avremmo potuto abbracciare!

 

“Sono giorni spauriti,

tempo dentro altro e sconosciuto tempo.

Molti son morti e forse molti moriranno

ma anche qualcosa d’altro forse morirà.

Adesso nei nostri cuori, detriti e fermenti.

Per me, per tutti,

ancora e sempre la domanda:

Nascerà quell’uomo buono

che nascondiamo in grembo?”

 

L’occhio che intravvede il mistero, il naso che respira i profumi

la bocca che bacia le storie, ora sembrano portare solo cattivi contagi.

Tutto quello che prima era vita, ora sembra motore di morte.

Eppure è sempre lì il mistero, nell’aria c’è profumo di viole,

mentre i baci sono sorrisi impauriti, nascosti da maschere bianche.

Il treno da tempo impazzito è uscito dalle sue finte rotaie.

Imposto o voluto, viene un tempo imprevisto: Fermarsi.

E quello, troppo spesso tradito: Ri-pensare.

Pure nel chiuso di stanze,

c’è spazio abbastanza per disegnare

nuovi ed antichi sentieri, capaci di farci sentire

i buoni sapori di una terra mite, di pace.

 

Ripiegato sui nostri egoismi

lo sguardo perde nitidezza e stupore.

Qualcosa di diverso oggi ci prende:

Il noi e non l’io. Sia vero.

S’allarga lo sguardo, non basta lo spazio

per raccogliere nel cuore un più comune sofferto destino.

Difficile adesso tener stabile il cuore

sale timore di non avere più tempo

per quella parola mai detta

per quella carezza mai data

per chiedere scusa del tempo buttato.

 

“Avete notato le viole

avete notato come spesso

fan corona a un cespuglio

che sarà presto un mazzo di di rose.

Avete notato come spesso

si nascondono tra i legni secchi e spezzati

delle siepi in amore,

o come in un campo aperto

fan compagnia a un giovane fiore!

Questo è il loro tempo:

confine d’inverno, argini di primavera.

Con quel loro spuntare qua e là

sembrano dire:

Non ci siamo solo noi.

Tutti siamo, possiamo essere

primavera”

 

Chi l’avrebbe detto che quei gesti troppo spesso scontati,

quei segni della scintilla amorosa e fraterna,

un abbraccio, un bacio, una stretta di mano,

sarebbero diventati proibiti.

Digiuno non previsto ma imposto, metafora vera del vero digiuno,

nostalgia e desiderio di più vera passione.

Il mondo sempre è stato ferito e muri lo han sempre spezzato,

da anni poi son tornati ovunque di moda,

ma guardate com’è brutta, adesso, anche solo una certa distanza.

Torniamo uomini amanti, amanti non di piaceri e vittorie

ma di quell’empatia calda e discreta che anela al bene di tutti.

Chi l’avrebbe detto che ci saremmo fermati,

che anche volendo, non ci saremmo potuti abbracciare!

 

“E mi siederò qui

su questo tronco tagliato

in compagnia di alberi umili e fieri

e starò qui a lungo ad aspettare

tutto il tempo che sarà necessario

per potervi di nuovo incontrare”

 

Intanto qualcuno intravvede già Pasqua:

la cena e l’orto

il bacio e il “non lo conosco”

quel grido e quel soffio in croce

il sabato assorto

e poi

le donne che vanno al sepolcro…

 

In quei giorni, tutti i nostri giorni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.