QUOTA ALTA. Lettera (non) estemporanea

 Cari amici, 

se dovessi, da parte mia, riassumere tutti i valori perduti cui ci richiama l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo – nelle difficoltà e nelle disgrazie scopriamo cosa veramente vale nella vita – li identificherei in un invito o un ritorno ad innalzarci, a salire di quota, a volare più alto. 

Una delle realtà che ascolto più volentieri – da sempre ma in particolare in questi giorni e settimane – sono gli uccelli. Ed è curioso il fatto che, almeno qui da noi, il virus, con i pericoli che diffonde, coincida con l’arrivo della primavera, e, quindi, con il ritorno del loro canto. 

Un’altra realtà che cerco di ascoltare, nel profondo di me stesso, è la voce dei poeti, dei narratori, dei testimoni, dei profeti. 

In questi giorni ho riletto uno dei libri cui lo scrittore Mario Rigoni Stern era più affezionato tra quelli da lui scritti: “Quota Albania”. 

Da esso vi trascrivo qualche brano per cogliere l’animo di quest’uomo, semplice e vero, che io amo definire “l’uomo dell’alba”; non solo perché uno dei suoi racconti più belli si intitola “Aspettando l’alba”, ma anche perché – a partire tanto dalla sua esperienza di soldato quanto dal suo amore per la natura montana – egli aveva, da quel che comprendo, un animo “albale”. Sapeva, infatti, attendere, sapeva vivere questa dimensione che noi, nella società che ci ha inglobato, oltre che globalizzato, abbiamo completamente perduto. 

Nella riscoperta di questa dimensione – sollecitati pure dal periodo di attesa che stiamo attraversando – io vedo una delle migliori vie per approfondire la nostra umanità, per crescere nella maturità, per ascendere fino alla Verità. Per raggiungere una “quota alta”, appunto. 

“Ora tocca a noi salire e valicare dall’altra pare; da lassù sentiamo anche le mitragliatrici e la fucileria. 

Come sarà la Francia? Quando nel tardo autunno del 1939 facevo la pattuglia dal Col de la Seigne verso Punta Lechaud o verso l’Aguille d’Estelette, guardavo laggiù, dove saliva sempre del fumo. Sotto quel fumo dovevano esserci le baracche dei soldati francesi, ma il tenente Del Curto diceva che non erano francesi ma marocchini o senegalesi, e io pensavo: Chissà che freddo avranno” (p. 15). 

Ecco l’animo del diciottenne Mario! In piena guerra – stupida guerra dell’Italia fascista, da cui lo scrittore vicentino, capito l’inganno, prese le distanze, così come fece l’amico cuneese Nuto Revelli – si preoccupa del freddo che possono patire gli africani che dalle calde colonie francesi sono stati scaraventati a combattere sulle fredde Alpi! 

E poi, contro chi? 

Dopo aver raccontato il suo ingresso in una casa-malga abbandonata (parla di “grange”, secondo il tipico linguaggio francese che si trova ancor oggi in Piemonte e in Valle d’Aosta), scrive: 

“Metto da parte il paiolo della polenta e riaccendo il fuoco alimentandolo con legna secca; pongo sul fuoco una pentola d’acqua: ho pensato di fare il caffè per inzupparci il pane nero. Intanto che l’acqua si scalda, curioso per la casa e mi viene il ricordo di quando anche la mia famiglia, nel maggio del 1916, dovette abbandonare ogni cosa all’invasione austriaca e andare profuga per l’Italia, e una simpatia, un senso d’affetto mi cresce dentro per questa gente che è andata via come i miei. Dove saranno ora? Vorrei richiamarli in queste loro montagne che la guerra ha costretto ad abbandonare” (p. 17). 

Le montagne avvicinano, non dividono i popoli, come crede qualcuno. 

E chi ha sofferto capisce la sofferenza altrui: si eleva alla comprensione, alla solidarietà, sì, anche all’ “affetto”. 

Lo scrittore conclude questa sezione con tali parole: 

“Dalla valle impregnata d’acqua sale la sera e i ghiacciai del Rutor sono dentro le nubi. Ritorno alla mia squadra e non dico niente. Mi stendo sotto il telo ad aspettare l’alba” (p. 18; nota: nel racconto per ben una quindicina di volte ricorrono queste espressioni: aspettare l’alba, in attesa dell’alba, aspettammo l’alba). 

La guerra e la pace: si capisce il valore della pace quando qualcuno, incautamente e disgraziatamente, fa scoppiare la guerra, come si comprende il dono della salute quando ci si ammala… o quando si diffonde un virus pericoloso. 

“Era pace quando durante le vacanze partivo all’alba per andare nei boschi a far legna, o su nel roccolo del Nino, e per ciclamini sul monte della vecchia fortezza: allora c’era caldo e sole, e le ragazze ridevano sempre, e, lontano, la pianura era immersa nella calura dell’estate. E in primavera anche i narcisi inebriavano come i capelli della ragazza che il vento mi portava sul viso” (p. 22). 

Ma la guerra imperversa, e non quella, sana, che ci fa combattere “la buona battaglia” della fede, di cui parla Paolo, o dell’amore, ossia della lotta alle malattie (anche psicologiche, mentali e spirituali) e alle povertà (anche affettive, culturali e morali). 

“Tra la bufera vediamo delle cose scure; quasi ci cadiamo addosso: sono corpi irrigiditi, levigati dal vento e dalla neve come sabbia, gli occhi aperti, brinati dal ghiaccio. Uno ha il braccio alzato come volesse ancora chiamare qualcuno o salutare, la mano gli è rimasta aperta. Tento di abbassare quel braccio lungo il corpo pietrificato affiorante dalla neve, ma lo sento rigido e fragile come una canna vuota, e temo che mi si rompa tra le dita: questi sono gli alpini del Vestone” (p. 76). 

Gli uomini sono spinti alla guerra, sono costretti a fare del male e a farsi del male. 

“I carabinieri aggregati al comando hanno avuto l’ordine di rastrellare le case, radunare gli alpini e scortarli fino lassù. A morire. 

Questa sera una quarantina di alpini del Vestone è qui vicino ai nostri ricoveri; sono circondati dai carabinieri armati che respingono inesorabilmente nel gruppo chiunque cerca di uscirne. 

Senza alcun riparo, addossati uno sull’altro, la neve li sferza e il vento si porta via i loro lamenti che nessuno può ascoltare. 

Così avevo visto una mandria su miei monti durante una nevicata estiva. Ma questi sono uomini! Vorrei portare loro qualcosa, magari del fuoco, ma l’appuntato dei carabinieri mi allontana spingendomi via con il moschetto. 

Mi metto sotto un albero, aderente al tronco come volessi entrare dentro e farmi legno per non sentire quei lamenti e non vedere mai più uomini così. Ma loro continuano, monotoni, insistenti; e quando sembra che il vento o la tormenta li ammutolisca, allora, improvvisamente, un urlo da bestia ferita a morte fa riprendere il triste coro” (p. 78). 

Oggi – a partire da ciò che stiamo vivendo in queste settimane – ci stiamo accorgendo, costretti a stare a casa, quanto nel correre quotidiano siamo bombardati e partecipi di cose inutili o dannose, magari anche nelle attività che ci sembrano necessarie o nelle relazioni che ci appaiono indispensabili. 

E come, invece, dovremmo innalzare lamenti e tristi cori di fronte all’insipienza della nostra qualità di vita, davanti al male che solo noi – non Dio, come pensa qualcuno – siamo capaci di farci e di fare. 

Ci stiamo, forse, accorgendo di come, in particolare, dovremmo ascoltare e dare voce ai lamenti dei poveri e degli oppressi, dei profughi e degli “scartati” (come li chiama Francesco di Roma, che proprio oggi inizia l’ottavo, benefico e drammatico, anno del suo 

ministero). 

Ascoltarli prima che il vento disperda le loro mute grida di disperazione e di soccorso. 

Fosse questa la lezione che impariamo in questi giorni! 

Sarebbe un’ottima “Scuola a distanza”. Una scuola di vita: quella più necessaria. Forse più delle Scuole che frequentavano gli studenti nei loro edifici o delle Chiese che i cristiani ogni domenica riempivano, spesso con molta leggerezza. 

Nell’attesa, vigile e operosa, di un’alba migliore. 

Maurizio 

13 marzo 2020 

7° Anniversario dell’Elezione a Vescovo di Roma di Jorge Mario Bergoglio 

e 37° Anniversario del martirio di Marianella Garcìa Villas 

 

NOTE: 

 Mario Rigoni Stern, QUOTA ALBANIA, Einaudi, 1971 (e 2003) 

 Raniero La Valle – Linda Bimbi, MARIANELLA E SUOI FRATELLI, Feltrinelli 1983 e Icone Edizioni, 2007 

 Anselmo Palini, MARIANELLA GARCIA VILLAS. “Avvocata dei poveri, difensore degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi”, Ave, 2014 

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