QUARESIMA 2020

 Cari amici, 

ci muoviamo, ogni giorno ormai, tra sentimenti di sfiducia, se non proprio di disperazione, e tentativi, che sembrano velleitari, di cambiare il corso delle cose. E non bastano le preoccupazioni per l’andamento e le sorti del mondo: ad essi si aggiungono le nostre traversie personali, le delusioni e le sconfitte che subiamo. Se, poi, vi aggiungiamo la situazione della Chiesa, anzi delle Chiese cristiane, qualcuno potrebbe essere scoraggiato e ritrovasi incapace di una qualsivoglia azione ecclesiale. 

In questo contesto viene il periodo, che può essere fecondo, della Quaresima. Da parte mia, lo intendo quest’anno come periodo di instancabile semina, memore delle parole della sapienza ebraica: “A te è chiesto di iniziare l’opera, non di completarla”. 

Quali potrebbero essere delle piste di lavoro su di sé che, poi, possono avere delle ricadute nel tessuto della comunità civile e religiosa? Provo ad elencarne due. 

La prima: il fare spazio all’altro. 

Quando usciamo da noi stessi, o, meglio, dal nostro egocentrismo ed egoismo, succede sempre qualcosa di salvifico. Anche per noi stessi. 

“Abdicando da me vado oltre me e allora sono il mondo: seguo la voce del mondo, io stessa all’improvviso con un’unica voce”: così la scrittrice Clarice Lispector (in Acqua viva, Adelphi, 2017, or. 1973, p. 24). Questo mettersi in sintonia con il mondo, ricominciando sempre, è forse la via di uscita che sta alla base delle altre. 

Aprirsi al mondo significa accogliere. E questa operazione va a toccare, sembra, il nostro stesso cammino di fede: “Il cristianesimo, alla sua essenza, non ci chiama alla conoscenza delle risposte ultime, ma semplicemente a creare uno spazio di accoglienza, dove ricevere Dio e l’uomo” (Fraternità di Romena, Introduzione a Charles de Foucauld. Un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare, Romena, 1998). 

Accogliere, aprendo gli occhi, ed il cuore, sempre più chiuso, fino al rischio di aridità. 

Pietro Barcellona – pensatore troppo poco conosciuto e valorizzato – diceva che “l’uomo di oggi è vittima di una malattia dell’anima, il ritorno emotivo alla fase in cui l’unica dimensione di Narciso è quell’autocontemplazione nello specchio che porta alla morte. In questa prospettiva scompare persino l’oggetto del desiderio e ci ritroviamo in una forma di autoipnosi, in una patologia collettiva. L’individuo cerca di farsi restituire la propria immagine come l’ha voluta costruire in assenza di relazionalità”. 

Al posto di essere concentrati su noi stessi, preoccupandoci soprattutto di apparire, alleggeriamoci, decentrandoci: “Questo pensiero di non esser nessuno, la tranquillizzò non poco. Le diede un grande senso di pace e di liberazione: cominciò a volare per strada volando ad un metro da terra” (Paola Mastrocola, Che animale sei? Storia di una pennuta, Guanda, 2018,1a ed. 2005, p. 175) 

La seconda: il riconoscerci peccatori feriti. 

La presa di coscienza della nostra pochezza, che contrasta con il nostro desiderio di metterci al centro ed in mostra, è forse la seconda via, che, liberandoci da noi stessi, ci apre alla salvezza facendoci fare un cammino pasquale di morte e resurrezione. 

Spesso siamo portati a considerare i peccati e le ferite che essi ci lasciano, come una disgrazia, una sfortuna, quasi una condanna ed una fine. Quando, invece, possono diventare, paradossalmente, pertugi di speranza. 

“La fortuna è nella sfortuna che ti colpisce”, diceva Alì, il quarto califfo dell’Islam. Mentre don Gigi Verdi, della Fraternità di Romena, così si esprime: “Una ferita che non respira si infetta, una ferita esposta al sole della vita può rimarginarsi”. E ancora: “Dopo ogni dolore non saremo mai più come prima: il dolore ci trasforma, ci apre, ci scarnifica. Il vero modo di 

affrontare un dolore non è quello di metterlo ai margini, ma nel mezzo, di starci dentro, curarlo per quanto possibile ed affrontarlo con amore, per trasformare la sofferenza in luce. Se riusciremo a farlo, nel braciere del nostro cuore troveremo ciò che avremo partorito: la nostra perla rara, il nostro tesoro, la nostra goccia d’oro. E capiremo l’unica cosa che c’è da capire: che siamo qui per amare la vita.” 

L’importante è cogliere le occasioni che Dio ci manda per convertirci, ossia perché iniziamo ad amare la vita, davvero: “Tardi, disse caino, Meglio tardi che mai, rispose l’angelo con prosopopea, come se avesse appena enunciato una verità elementare. Ti sbagli, mai non è il contrario di tardi, il contrario di tardi è troppo tardi, gli rispose caino” (Josè Saramago, Caino, Feltrinelli, 2010, p. 9). 

Ecco, dunque, la Quaresima: tempo propizio per abbracciare la salvezza, vale a dire la liberazione e, quindi, la gioia. 

E tutto ciò proprio mentre ci sembra che tutto sia perduto: 

“Ricordo a Johannes che Benedetto costruì l’Europa in un momento in cui il vecchio mondo aveva perduto la speranza. 

Lui: “Spesso accade che la speranza dia il meglio di sé proprio germogliando dal suo contrario. Dalla disperazione senza uscita, dalla Hoffnunglosigkeit”. Termine tedesco inimitabile”: così Paolo Rumiz nel suo ultimo libro (Il filo infinito. Viaggio alle radici d’Europa, Feltrinelli 2019, p. 141) 

Mettiamoci in cammino. Ancora. Senza garanzie, senza sicurezze (ossessivamente cercate oggi). Con l’apertura al futuro che Dio, e solo Lui, sta preparando per noi: per la nostra salvezza, gioia e pace: 

“Non c’è nessuna garanzia nel mondo. Oh, i tuoi bisogni sono garantiti, quelli sì; i tuoi bisogni sono assolutamente garantiti dalla più stringente malleveria, nei termini più semplici e veritieri: bussi; cerchi; chiedi. Ma devi leggere la scritta in piccolo. “Non come il mondo dà, io do a voi.” Ecco il tranello. Se con lo sguardo riuscirai a catturarlo, ti tallonerà, salendo in alto, su qualsiasi crepa. E tu tornerai indietro, perché torni sempre indietro, trasformato in maniera forse impronosticata – sbavante e stravolto” (Annie Dillard, Ogni giorno è un dio, Bompiani, 2018, 183- 184). 

Buona Quaresima a tutti, 

Maurizio 

 

Preghiamo 

Signore, 

tu che ti sei avvicinato a noi 

e hai visto e vissuto la nostra fragilità, 

le nostre insensatezze, 

vieni a donarci chiarezza e discernimento, 

per comprendere il senso della nostra vita 

alla luce del Vangelo. 

Insegnaci a vivere la nostra fragilità senza ansie, 

la nostra debolezza senza paura, 

la nostra testimonianza senza arroganza. 

Insegnaci a vivere le nostre inquietudini 

senza farcene travolgere, 

ma ad affrontarle con la speranza 

che nasce da Gesù Cristo 

nostro Fratello, nostro Signore 

e nostro Salvatore. 

Amen. 

dom Franco Mosconi 

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