Sui sassi, la notte di Betlemme

“E’ strano il cielo della notte. Non ha confini. Il cielo del giorno è quello delle cose, il cielo della notte è quello delle domande. E’ strano il cielo della notte, a volte fa paura, a volte è dolcissimo. Questo è un tempo d’incredibili tecnologie e possibilità ma anche un tempo che ha tolto l’anima alle parole, troppe, multiuso e senza volto, spesso fasulle. 

Chissà com’era il cielo in quella notte di Betlemme, in quello spicchio minuscolo di terra dai tanti nomi, dalle tante regioni, dai tanti suoli. Chissà che cielo contemplavano i pastori in quelle notti di Betlemme. Qualche latrato d’animale selvatico veniva dalle colline davanti. Non tanto lontano si udivano echi vocianti dal caravanserraglio. In quei giorni c’era via vai di gente nel borgo per il censimento. Si vedeva anche qualche fuoco appena fuori il paese. L’occhio più esperto scorgeva in lontananza qualche scintilla di Gerusalemme. Gerusalemme non era per i pastori. Da Gerusalemme venivano a Betlemme quelli della legge a prendere gli agnelli. Qui a Betlemme gli agnelli nascevano, là a Gerusalemme morivano. I pastori, nei turni di veglia, stavano seduti su dei grossi sassi, terrazze aperte sugli abissi del cuore. Chissà se quei sassi erano gli stessi su cui sedeva il giovane Davide prima di essere unto re. Un po’ tutti siamo Davide: pastori e re, umili e prepotenti, giusti e imbroglioni. Non è la perfezione la nostra meta, ma lo scrivere l’anelito di creatura nelle righe storte dei quaderni stropicciati della vita. I sassi bianchi mescolati alle macchie della vegetazione riflettevano la luce della notte. Anche la notte ha la sua parte di luce. Nessuno parlava. Cosa potevano dire i pastori? La loro parola non contava nulla. Potevano forse scrivere? Non sapevano scrivere. Potevano permettersi di avere pensieri, custodire domande? Per altre strade, non lontano, viaggiava una piccola carovana. Loro erano sapienti, li chiamavano Magi. Scrutavano i cieli delle notti. Anche i pastori scrutavano il cielo della notte. Anche dalle nostre terrazze di casa scrutiamo il cielo delle notti. Si scruta e si fanno domande, spesso non si capisce, si attendono risposte, a volte le inventiamo. In molti modi è stato scritto: meglio insistere in preziose domande che smaniare risposte. Tutti i cuori sanno di un mistero. 

In quel riparo che sembrava un sepolcro, arrivarono prima i pastori. Da dietro la collina, da un piccolo spuntone roccioso avevano udito voci di silenzio…li chiamano angeli. Non era il vociare che veniva dal caravanserraglio. Andarono. Una ragazza aveva partorito. Offrirono aiuto, non c’era bisogno, offrirono latte. Era una notte strana, ma molte notti sono strane se le ascoltiamo. Troppo spesso chiamiamo strano ciò che non capiamo, ciò che ci disarma, ciò che non riusciamo a recintare. Qualche tempo dopo arrivarono i sapienti. Erano passati per le stanze dei governanti, palazzi e cortigiani, ma non per parlare d’appalti. Cercavano altro. I pastori tornarono ai loro greggi, i sapienti ai loro paesi. Non si fermarono da quel bimbo. La madre cominciava a chiedersi il perché di quelle visite. E Giuseppe cosa pensava, così muto e silenzioso, davanti a quel figlio? Mi consola non poco questo Giuseppe così apparentemente assente, forse persino smarrito.

I pastori tornarono ai loro greggi, i sapienti tornarono ai loro studi. Quella stella rossiccia che li aveva incantati non si vedeva più. “…tornammo ai nostri luoghi, ai nostri regni, ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi…” (T.S.Eliot) Sta scritto: “Se non ritornerete come bambini…” Non so se è una soluzione possibile.  Siamo pastori stanchi che accorciano i sentieri della transumanza e sapiente pigri che si voltano troppo spesso indietro. Non so se possiamo ritornare bambini. Mi accontenterei di rimanere in viaggio seduto sui quei sassi, terrazze di vita, ad ascoltare le notti di Betlemme.   

“A coloro che hanno occhi è difficile dire che non c’è niente da vedere nel mondo. Eppure è la verità, credetemi. Per conoscere il mondo, è sufficiente ascoltarlo… Le strade e i paesi non ci insegnano niente che già non sappiamo, niente che non possiamo ascoltare in noi stessi nella pace della notte.” (A. Maalouf)  

E fu sera e fu mattinaattraverso la notte, quella notte.”  

Silvio Monica

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