Immigrazioni

  • Stefano Levi Della Torre

    Milano 27/02/2019

    1)- Il dramma delle migrazioni è una ferita nelle sue origini, nei suoi percorsi e nei suoi approdi, una ferita che rimarrà aperta per un tempo non prevedibile. Le persone di buona volontà ne cercano cure e rimedi ma non possono dare soluzioni. L’Africa che negli anni 90 aveva una popolazione paragonabile a quella europea, ora ne ha quasi il doppio, e molto dipenderà da quanto le donne sapranno contenere il potere maschile, e controllare la propria fecondità, attualmente in media di cinque figli per donna. La migrazione segna una mutazione storica, eppure si presenta come emergenza. Tanto più per i suoi aspetti tragici che impongono l’affanno di salvare vite. Questa è un’urgenza a cui non si può derogare contrapponendo ad essa il problema immediatamente conseguente, reale e arduo, quello di dare accoglienza e prospettiva ai salvati e ai migranti nei paesi d’ Europa. Salvare vite è un imperativo etico che però non è ancora una politica, e anzi sfocia inevitabilmente in una reazione sociale che alimenta una destra che sta aggredendo le democrazie e lo Stato di diritto. Il fatto che esistano movimenti “per la vita” che si accaniscono per la salvezza degli embrioni mentre tacciono sulle persone che muoiono in mare o persino appoggino la politica che li lascia annegare e non concede sbarco, non solo li smentisce, ma rivela una vocazione propriamente razzista: i “nostri” embrioni devono essere salvati, le vite degli “altri” possono soccombere. Le persone di buona volontà cercano di costituire nei fatti, là dove possono, la sequenza salvezza-accoglienza-inserimento sociale, ma stentano a costituire una linea politica che corrisponda alla dimensione geopolitica della questione. Che sappia cioè incidere sulle sue cause (le guerre, l’oppressione, l’espropriazione neo-colonialistica, le crisi ambientali e climatiche) e sui suoi percorsi (la traversata dei deserti, i campi di detenzione, la speculazione sul traffico umano). E’ su quest’arco di problemi che occorre elaborare una politica, e percorsi anche selettivi di migrazione sicura. Percorsi lungo i quali si moltiplicano i crimini. Non ultimi quelli dei governi europei che rifiutano ogni accoglimento di migranti o quello inaugurato dal ministro Minniti secondo cui i respinti sopravvissuti debbano venir restituiti ai Lager libici dalle cui atrocità avevano cercato di salvarsi, pur sapendo di rischiare la morte, o quello di finanziare il dittatore turco Erdogan perché recluda nei suoi campi i migranti preservandone l’Europa. E’ chiaro che occorre coinvolgere l’intera UE, e rivedere gli accordi di Dublino che impongono agli Stati costieri del Mediterraneo la gestione degli sbarchi. Se la destra non ha messo in discussione Dublino, sarà per non scontrarsi coi suoi alleati antiimmigrati alla Orbàn, e forse anche perché il restare esposta agli sbarchi più del resto d’Europa le permette di presentarsi come vittima e di gestire la paura dell’ “invasione” che allarga il suo consenso.

    Quella che infatti si presenta fittiziamente come politica chiara e quindi per molti convincente è la linea della destra che vanta d’ergersi a scudo intransigente contro l’”invasione”. Per un certo tempo l’immigrazione resterà un grande affare per la destra. La sua dichiarata intransigenza a difesa dei confini nazionali le fa gioco persino quando così spesso fallisce, perché dimostrerebbe quanto travolgente sia la potenza del nemico (l’immigrato), contro cui la destra “eroicamente” si batte, aumentando l’allarme e la domanda di protezione di cui la destra si nutre. Così la destra è interessata ad abbattere per legge gli stessi diritti costituzionali a protezione dei richiedenti asilo, è interessata non a ridurre, ma anzi ad estendere l’area dell’irregolarità, distruggendo i luoghi dell’accoglienza e dell’inserimento sociale e lavorativo: più gente senza diritti e senza attività, costretta a vagare e ad accamparsi per strada, a sopravvivere affiliandosi a filiere mafiose o con lo spaccio o la micro-criminalità, o ad essere manodopera a costi irrisori alimentando il lavoro nero e i profitti di chi li assume, non può che alimentare l’ostilità sociale verso questa presenza di emarginati a vantaggio della destra. Il Ministro dell’Ordine Interno è interessato a produrre il disordine, nella stessa logica con cui, si dice, una guardia forestale diventa piromane per dare enfasi alla necessità del proprio ruolo di spegnitore di incendi.

    2)- E’ vana la retorica di chi controbatte alla destra, sostenendo che l’immigrazione sia una risorsa piuttosto che un problema. E’ innegabile che si tratti dell’una e dell’altra cosa. Ma sottovalutarla come problema significa assumere il punto di vista di quelle zone sociali che dall’immigrazione traggono soprattutto vantaggio (si pensi ad es. al fenomeno delle badanti) in termini di bassi salari, in quelle zone cioè in cui la sinistra ancora tiene, ma più in termini di valori etici che non di linea politica. E per converso significa l’essere sordi, se non moralistici, nei confronti del punto di vista di quelle fasce sociali, estese e periferiche, che con gli immigrati sono destinate con disagio a convivere nel degrado dell’ambiente e nella commistione di mentalità, e ne percepiscono la concorrenza nell’uso degli spazi, sul mercato del lavoro, nell’abbattimento dei salari, nell’erogazione della sanità e dell’assistenza, mentre una crisi non di congiuntura ma epocale va riducendo lo Stato sociale e le garanzie del futuro.

    Non che il richiamo ai principi etici dell’accoglienza, della solidarietà, della salvezza delle vite non sia essenziale. Restare umani è un’impresa necessaria e controcorrente, tanto più quando la destra giunge a concepire la solidarietà come reato, incriminabile quale connivenza con l’“invasione”. Purché si facciano i conti con la discriminante sociale e politica tra chi può permettersi il lusso dell’etica e chi con l’etica deve combinare altre urgenze: la fatica delle proprie necessità e della propria perdita di posizione. Sono, questi, i ceti medi impoveriti, i lavoratori produttivi, i disoccupati, tra cui in particolare le donne e i giovani: un popolo attratto dal populismo per riaffermare contro le minoranze il proprio diritto di maggioranza. Nello spostare verso destra questo “popolo”, nel sollecitare la gelosia sociale degli autoctoni contro gli immigrati (“perché preoccuparsi di loro, minoranza estranea, quando si trascura noi, maggioranza autoctona?”), nulla di più efficace di una politica che, in nome della sinistra, ha aderito al liberismo contraendo i diritti sindacali, minando i contratti collettivi e imponendo l’obbligo individuale delle partite IVA, insieme umiliando la dignità sociale e simbolica di chi lavora.

    3)- Visto il successo popolare della polemica populistica contro le élites (polemica che ha pure qualche fondamento), non è stupido Salvini nell’intento rocambolesco di equiparare élites e immigrati: Quando, attaccando le onlus e tacendo sull’operatività delle mafie, Salvini (con Di Maio) parla di “Taxi del mare” per le navi che salvano naufraghi, quando Salvini parla di “pacchia” circa la condizione dei migranti, certamente vuole dare l’impressione di un uno stato di privilegio e dunque elitario dei migranti, per stimolare l’ostilità di coloro che dalle “élites” si sentono defraudati. La campagna contro Soros (magnate ebreo) che Salvini e Orbàn accusano di un umanitarismo volto a favorire l’immigrazione islamica ai danni dell’Europa cattolica, sovrappone la figura del ricco (ebreo) e del migrante. Ed essendo l’antisemitismo una tradizione, il riferimento al “complotto” di Soros conferisce alla campagna contro di lui un sapore di tradizione molto caro agli spiriti nazionalistici Dunque, élite chi si occupa di immigrati con presunti intenti antinazionali, élite gli immigrati stessi, gli uni e gli altri denunciati dalla destra come profittatori del “popolo”. Ma nella retorica della destra, l’immigrato riveste un’ulteriore funzione metaforica: se la globalizzazione induce la sensazione che grandi forze indecifrabili (dall’UE ai giochi dei mercati finanziari) ci invadano e interferiscano pesantemente nelle nostre concrete condizioni di vita, l’immigrato ne è la figura visibile. E’ la rappresentazione antropomorfa dell’invadenza capitalistica globale. Mentre si divarica la forbice tra ricchezza e povertà, tra appropriazione ed espropriazione, questa magia permette alla destra di rovesciare i termini del conflitto: invece di lottare contro il potere dell’alto, incita a lottare contro il basso, i migranti, in cui i “poteri forti” surrettiziamente si rappresenterebbero. Viene così proposto, dalla destra, un fronte che oppone una massa impoverita e insicura, che rivendica la propria sovranità maggioritaria e territoriale, a una minoranza migrante e deprivata, e alle minoranze in genere.

    4)- Le nostre indignazioni nei confronti dei populismi possono essere ottuse se ci esimono dal riconoscere come essi rappresentino una questione della massima importanza: la sofferenza e la rivalsa dello spirito di maggioranza. Già nel 2011 il movimento “Occupy Wall Street” contro i vertici del potere finanziario l’aveva segnalato, ma con spirito internazionalistico, nel suo slogan “siamo il 99%”. Ora, i populismi dimostrano ovunque d’essere un pericolo per lo Stato di diritto e per la democrazia rappresentativa, nondimeno la democrazia si basa sul diritto della maggioranza a governare, mentre la qualità della stessa democrazia si misura su quanto sia capace di rispettare i diritti delle minoranze. Ma se poi i diritti civili giustamente conseguenti all’art. 3 della Costituzione (dallo Jus Soli, alla parità di genere, ai matrimoni omosessuali) si presentano all’ordine del giorno mentre vengono compressi i diritti sociali (diritti al lavoro e sul lavoro, diritti alla casa, alla sanità, all’assistenza, alla pensione), allora i diritti civili parranno, a molti, privilegi di minoranza. E ciò indurrà insofferenza nei confronti delle minoranze e quindi contro la qualità stessa della democrazia, come appunto sta avvenendo. E se i diritti civili si rivestiranno del moralismo fastidioso del “politicamente corretto”, ciò indurrà, come appunto sta avvenendo, una reazione anche linguistica e mentale detta “di pancia”. Dico che se si comprimono i diritti sociali, come la stessa “sinistra” ha fatto aderendo al liberismo, una maggioranza se ne sentirà defraudata, si sentirà investita da gelosia sociale contro le minoranze (dagli immigrati in primo luogo, fino agli “intellettuali”) e cercherà rivalsa e protezione nel populismo…

    Anche per questo ha vinto Trump, sostenuto dalla rivalsa dei lavoratori bianchi che si sentivano minacciati dalle minoranze etniche nel loro privilegio di maggioranza “razziale”.

    5)- una minoranza, in quanto tale, è immersa in una maggioranza da cui non può prescindere e con cui non può evitare di fare i conti. L'”altro” le è inevitabile. Una maggioranza può invece pensare di prescindere da una minoranza, e può assumere diversi atteggiamenti, a seconda della propria disposizione democratica, o inclusiva o esclusiva. I populismi hanno la tentazione di pretendersi “il popolo”, cioè la stragrande maggioranza, e ne consegue la tendenza autoritaria a concepire l’”altro” come un resto impopolare e detestabile, in quanto inutile o dannoso. Fino a smentita. Dunque, tra spirito di maggioranza e spirito di minoranza c’è una radicale differenza nel concepire il rapporto con l’“altro”: il punto di vista di minoranza concepisce l’altro come una circostanza inevitabile, nel bene e nel male, mentre il punto di vista di maggioranza concepisce l’altro come un fatto avventizio, che può essere accolto o tollerato, discriminato o respinto. Nella globalizzazione, che ci proietta nel contesto del mondo, siamo tutti minoranza (gli stessi cinesi sono solo un miliardo e mezzo a fronte dei 7 miliardi dell’umanità), e il punto di vista di maggioranza diventa insicuro di sé, inducendo reazioni “sovraniste” che cercano di preservare o ricostruire le proprie condizioni di maggioranza entro confini limitati, al riparo dal mondo.

    Parafrasando un detto attribuito da Plutarco a Giulio Cesare: “Meglio essere il primo [o maggioranza] in un villaggio delle Alpi che il secondo [o in minoranza] a Roma”, si può considerare quanto sia questo il criterio che spinge i populismi, nella loro vocazione maggioritaria, a chiudersi entro i muri provinciali del nazionalismo.

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