È tutto il sistema clericale che bisogna smantellare

intervista a Danièle Hervieu-Léger, a cura di Olivier Pascal-Moussellard in “pleinjour.wordpress.com” del 16 novembre 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

Se vuole sopravvivere agli scandali di pedofilia, la Chiesa cattolica deve riformarsi, ci ha detto la sociologa Danièle Hervieu-Léger. Rinunciando al controllo della sessualità dei credenti da parte dei preti, e prendendo atto dell’emancipazione delle donne.

Il disagio è terribile, ma non tutti hanno compreso la gravità del male. Il disagio, è il silenzio colpevole, l’imbarazzo compassato, la difesa maldestra della Chiesa cattolica francese da quando lo scandalo della pedofilia è scoppiato. Chiedere perdono non significa che si sia compreso l’inferno che le vittime avevano vissuto – che stanno ancora vivendo. Dopo la dissimulazione, dopo il diniego, vengono la presa di coscienza e soprattutto l’ascolto – finalmente – degli uomini e delle donne abusati che i vescovi francesi hanno accolto nell’assemblea generale a Lourdes. Verrà poi, come negli Usa, il tempo delle riparazioni. Eppure lo scandalo della pedofilia di cui del resto non si conosce ancora l’ampiezza esatta nel nostro paese, non riassume tutta la crisi della Chiesa cattolica, afferma la sociologa Danièle Hervieu-Léger, direttrice onoraria alla Ecole des hautes études en sciences sociales. È una crisi che tocca il cuore stesso della Chiesa. Le radici di questa crisi derivano da scelte “strategiche” a cui è legata dal XIX secolo e con le quali e a causa delle quali si indebolisce da alcuni decenni. Se non decide rapidamente di guardare in faccia il male che la rovina e dar prova di audacia, l’istituzione potrebbe anche morire con le sue idee – e lasciar soli i suoi fedeli.

Qual è l’intensità della crisi che sta vivendo la Chiesa cattolica?
È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale.

Tuttavia, il cristianesimo non è estraneo a questa ricerca di autonomia…
In effetti, universalizzando e individualizzando la problematica ebraica dell’alleanza – quella di un Dio che offre una salvezza a cui il popolo ha la libertà di rispondere “si” o “no” – il cristianesimo afferma la libertà del soggetto credente che la Riforma porterà avanti nella sua logica, sopprimendo le mediazioni istituzionali tra Dio e l’uomo. La tensione tra questa libertà spirituale e l’ordine dogmatico e disciplinare imposto ai fedeli attraversa la storia della Chiesa. Ma questo stesso ordine è stato radicalmente messo in discussione dal riconoscimento moderno delle autonomie individuali, sul quale l’esperienza cristiana stessa si è progressivamente allineata. Oggi è enorme l’abisso culturale tra la società contemporanea e una Chiesa che resta legata, al di là del Concilio Vaticano II (1962-1965) ad un regime normativo e gerarchico estraneo a questa rivoluzione dell’individuo.

Come reagisce la Chiesa all’allontanamento del XIX secolo?
Nella prima parte del secolo, pensa che il corso della storia sia reversibile. L’ordine nuovo nato dalla Rivoluzione non è stabilizzato e la Chiesa si impegna intensamente in vista della riconquista teologico-politica. Più la partita appare perduta, più la Chiesa si costituisce in “fortezza assediata”, eretta contro la modernità. Estromessa dalla sfera politica, essa rafforza il suo dispositivo di influenza nella sfera privata, trasponendo sul terreno della morale e delle mentalità gli anatemi rivolti agli “errori fatali” della democrazia e del liberalismo politico. La famiglia diventa il luogo per eccellenza della sua influenza normativa con un’ossessione crescente per il controllo della sessualità dei fedeli principalmente attraverso la confessione.

Prima del XIX secolo, la Chiesa non si interessava della famiglia?                                                                                         Certamente sì, e il diritto ecclesiastico del matrimonio, costituito molto tempo prima, ha del resto impregnato in profondità lo stesso diritto civile. Ma per secoli la realtà familiare non ha avuto molto a che fare con la famiglia coniugale – padre, madre e figli – che viene celebrata oggi come la forma “naturale” e atemporale di ogni famiglia. Con la mortalità infantile, la morte di parto delle donne, la frequenza delle seconde nozze, la coabitazione delle generazioni, il collocamento dei figli in collegi, ecc., il paesaggio familiare era dei più mutevoli. Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo.
In che modo lo fa?
Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro. Dopo la Riforma, il concilio di Trento (1545-1563) aveva rafforzato potentemente lo status del prete “persona separata” per la gestione esclusiva dei beni della salvezza. L’enfasi sull’elezione divina del prete la cui vocazione è chiamata a svilupparsi come un “germe” al riparo dal mondo nell’ambiente chiuso dei seminari, trionfa nel XIX secolo, “secolo dei curati”. Di fronte ad un popolo di fedeli senza alcun potere nell’istituzione, si impone la figura di un prete portatore di tutti gli attributi del sacro, che è anche, sul terreno della famiglia, il protagonista della grande battaglia della Chiesa contro il secolarismo del mondo.

 

Parlava anche del secondo fulcro del dispositivo: il corpo delle donne…
La Chiesa ha messo in atto un ideale di coppia e di famiglia allineato sul modella della Sacra Famiglia, che riuniva la sottomissione a Dio-Padre (con la figura del pater familias), l’assoluta dedizione materna e la perfetta preservazione della purezza. Nel perseguire questo ideale, il prete è incaricato di esercitare un controllo quasi diretto sul corpo delle donne.

Perché le donne?
Perché gli uomini sono meno praticanti delle donne, perché la trasmissione religiosa si fa essenzialmente attraverso le madri, e perché esse fanno nascere dei futuri preti. L’obbligo che viene richiesto ai preti (sotto pena di grave mancanza) di interrogare le penitenti in confessione sulla conformità delle loro pratiche sessuali riguarda principalmente le penitenti. Questo richiamo alla storia è indispensabile secondo me per comprendere la crisi attuale della Chiesa.

Perché?
Perché abbiamo conosciuto, con le due Guerre e soprattutto a partire dagli anni 60-70 del secolo scorso, una rivoluzione completa della famiglia: il modello patriarcale e gerarchico del XIX secolo è stato spazzato via dalla crescente diffusione della “famiglia relazionale” o “orizzontale” in seno alla quale sono messe al primo posto, in maniera contrattuale, le relazioni tra individui. Il riconoscimento dell’uguaglianza delle donne e del loro diritto a disporre del proprio corpo ha tolto le fondamenta al bastione familiare sul quale la Chiesa ancorava il suo sforzo di influenza sulla società. La Chiesa è stata, se posso dire, “abbandonata dalla famiglia”. La pacifica accettazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso a cui la Chiesa si è violentemente opposta completa questo distacco. Le sue posizioni ufficiali sulla contraccezione o sulla procreazione medicalmente assistita, proibita – in nome di una “natura” ridotta a biologia – perfino alle coppie eterosessuali sposate, non sono comprese e evidentemente vengono aggirate dai fedeli. In queste battaglie incomprensibili, la Chiesa ha perso una parte sostanziale del suo credito. Gli scandali legati ai casi di pedofilia segnano una nuova e drammatica tappa, screditando anche agli occhi degli stessi fedeli il carattere sacro attribuito alla persona del prete.

Che tipo di formazione avevano i preti sulle questioni inerenti la sessualità?
Fino alla metà del XX secolo, nel mondo chiuso dei seminari, il problema delle implicazioni vissute dal celibato era un punto debole. La sessualità del prete era esclusivamente considerata sotto l’angolo della tentazione che un “buon prete” che prega molto e si mortifica riuscirà ad evitare. Venivano trasmesse delle indicazioni di prudenza in materia di rapporti con le donne, ma per il resto regnava il silenzio. A partire dagli anni 60 del secolo scorso, a causa in particolare del crescente numero di preti che abbandonavano il sacerdozio, questi argomenti sono stati a poco a poco introdotti nella formazione attraverso la psicologia, ma non senza reticenze. E la questione dell’omosessualità restava normalmente un buco nero. L’istituzione non ignora che il semplice fatto di occuparsi di questi temi minaccia di far esplodere tutto il dispositivo della “separatezza” del prete.

Perché?                                                                                                       Perché il peso della “separatezza” è diventato più difficile da sopportare. Il futuro prete che oggi entra in formazione fa parte di una cultura post-cristiana, nella quale l’evidenza sociale del suo status si è considerevolmente ridotta. Sa che i benefici simbolici legati alle sue rinunce saranno deboli, che la sua situazione economica sarà mediocre e le sue condizioni di lavoro pastorale disastrose, spesso nell’isolamento. Sa che sarà percepito per lo più non come un virtuoso della fede, ma come l’ultimo dei Mohicani. Il presbiterato è diventato una posizione sociale ampiamente squalificata, e gli scandali di pedofilia la rendono drammaticamente ancora più fragile.

La Chiesa si è resa conto della gravità dello scandalo?    La sua cecità che perdura nel tempo si spiega con quello che ho appena descritto. Facendo del prete una figura ideale nella quale tutte le contraddizioni umane potevano essere riassorbite dalla preghiera e dalla mortificazione, la Chiesa si proteggeva abbastanza bene contro le mancanze di alcuni: considerate semplici “derive individuali”, si riteneva che questi comportamenti non compromettessero l’insieme dell’istituzione. E non la compromettevano anche perché la sacralità che restava loro conferita al di là di quelle mancanze, rendeva intoccabili i preti coinvolti, anche agli occhi dei genitori di vittime, spesso non credute. Questo atteggiamento ha lasciato abbandonati a se stessi i bambini abusati, ma anche i preti più fragili psicologicamente. Naturalmente ci si stupisce della durata di questo silenzio colpevole. Ma coloro che assicuravano la regolamentazione del sistema erano incapaci di valutare la posta in gioco, persuasi – non senza ragione del resto! – che se si fosse rotto il silenzio, si sarebbero distrutte le fondamenta stesse dell’autorità clericale, e quindi della Chiesa stessa. Non erano pronti – e alcuni di loro non sono pronti neanche adesso – ad assumersi questo rischio. Sono oggi sprofondati in un cataclisma.

Perché, sullo scandalo della pedofilia, la Francia è sembrata essere indietro rispetto ad altri paesi?
Sicuramente perché la cultura del segreto, alimentata dall’idea secondo la quale la santità dell’istituzione assorbe il peccato dei suoi ministri, è qui diventata più forte per l’inibizione particolare creata nell’istituzione dalla preoccupazione di non distruggere l’equilibrio faticosamente raggiunto nelle sue relazioni con una società che si infiamma appena la Chiesa è coinvolta. Appena si parla della Chiesa, si riapre la guerra delle due France. Sicuramente anche perché la conferenza episcopale francese è profondamente divisa su questi temi, come su molti altri. Tuttavia, sotto pressione, è arrivata alla decisione di creare una commissione di inchiesta indipendente. È un passo avanti. A condizione che sia veramente indipendente e abbia accesso assolutamente libero all’insieme degli archivi in tutte le diocesi senza eccezione. Ad esempio, sappiamo che non è stato così in Germania. Ma anche se la creazione di questa commissione segna una tappa nel dossier della pedofilia, non è detto che la Chiesa affronti le cause strutturali della crisi.

Come può uscire da questa crisi?                                                        Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione.

Resta il messaggio spirituale della Chiesa…                    Senza dubbio, ma trasmesso da chi? Dal 1959, muoiono ogni anno in Francia più preti di quanti non ne vengano ordinati. Diciamocelo chiaro: sul piano dei numeri, il corpo sacerdotale è in via di estinzione. Fuori dalle grandi città, le parrocchie sono normalmente scatole vuote, dove dei preti si esauriscono facendo chilometri e chilometri per andare a celebrare messe e funerali! la Chiesa francese non potrà chiamare indefinitamente preti africani o polacchi per compensare il crollo delle vocazioni. Le capacità sociali della Chiesa cattolica si basano oggi massicciamente sulla generosità di donne laiche che si fanno carico del catechismo, della preparazione al matrimonio o al battesimo, e cioè tutto ciò che coinvolge centralmente la trasmissione cristiana. Se loro smettono di lavorare, il cattolicesimo in Francia crolla. Già sappiamo che è problematico trovare chi dà loro il cambio. Allora, quale Chiesa domani? Il teologo Karl Rahner lo scriveva già nel 1954 con un senso acuto della premonizione: di fronte al rischio che si costituisca un “cattolicesimo di ghetto”, bisognerà inventare, diceva, un “cattolicesimo di diaspora”. Un simile “mutamento diasporico” suggerisce una autorità ecclesiale capace di accompagnare le comunità nel loro farsi carico di se stesse, nelle condizioni culturali specifiche delle società in cui sono installate. L’osservazione sociologica della scena cattolica non lascia affatto pensare che tale evoluzione sia prossima.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.