Al di là delle questioni tra Italia e Francia!

  • I corpi dei migranti indifesi ridotti a ostaggi

    di Raffaele K. Salinari
    (in “il manifesto” del 14 giugno 2018)
    L’odissea dei naufraghi ospitati sulla nave Aquarius è la metafora di una disegno che travalica gli angusti, e per molti versi tragici, ambiti della politica italiana, per trasportaci, come si conviene ad ogni metafora, verso un orizzonte di livello europeo e mondiale più vasto, che l’episodio della chiusura dei porti italiani a donne incinte e bambini, sembra illuminare di una luce oscura.
    La consapevolezza che la posta in gioco sia molto più alta del destino della nave, e qui la parola riprende tutta la sua profonda gamma di significati, emerge chiaramente dalla definizione che, giustamente, è stata data degli esseri umani coinvolti: ostaggi.
    Il risultato, infatti, ricercato cinicamente attraverso i corpi di queste persone, non a caso i più esposti e dunque i più indifesi, è nulla di meno che lo smantellamento delle Convenzioni internazionalmente accettate che permettono ancora di riconoscersi tutti all’interno della stessa
    appartenenza.
    E qui, evidentemente, il corpo migrante, con tutti i suoi significati e significanti simbolici, diventa la massima espressione di una biopolitica che, come suo scopo ultimo, pretende di imporre proprio questa frattura all’interno della specie umana.
    Da una parte allora si immagina una minoranza privilegiata perché titolata di tutti i Diritti e, dall’altra, oltre i vari muri, una maggioranza che, via via li deve perdere, affinché gli altri possano continuare a beneficiarne.
    E infatti, nella modernità liberista, competitiva e consumogena, non c’è spreco e lusso per tutti.
    Questa operazione, che si deve però confrontare e sostenere attraverso i meccanismi di quel che resta delle democrazie formali nel loro degradare progressivamente in democrature, ha bisogno di cancellare il tratto comune alla specie umana: la dignità di ognuno.
    Non a caso è questo il pilastro sul quale si fonda la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E cos’è la Dignità se non il riconoscimento che ogni essere umano ha gli stessi diritti per il solo fatto di esistere, di essere venuto al mondo, di occupare uno spazio unico ed irrepetibile nell’eterno ciclo dell’esistenza? Ridurre le persone ad oggetto di una transazione politica, renderle appunto ostaggio, significa privarle della loro dignità e dunque creare una scissione profonda all’interno del corpo unico ed indivisibile della nostra specie, indivisibile come lo sono i Diritti Umani.
    Le Convenzioni che sono state violate sotto la spinta del Ministro degli Interni, evidentemente incapace di vedere al di là dell’ego dei suoi elettori in preda alle paure profonde ed inconfessabili che li agitano nel loro passare la domenica a passeggio tra le vetrine dei centri commerciali quando
    vengono disturbati nelle loro fantasie di possesso dai negri che chiedono le elemosina, include tutte le regole internazionali in materia di rifugiati e di soccorso umanitario.
    È allora chiaro, o lo dovrebbe essere, a chi ha ancora occhi per vedere l’orizzonte più vasto, che la catena delle Convenzioni internazionali, incluse quelle che concernono l’ambiente, i diritti del lavoro, gli standard minimi di salute e di istruzione, la parità di genere, e via enumerando, è forte quanto il più debole del suoi anelli, in questo caso la violazione delle Convenzioni sul diritto di asilo, del soccorso in mare e di protezione dell’infanzia, da parte dell’Italia leghista e grillina.
    Ma attenzione, quello che oggi riserviamo a queste persone già domani lo riserveremo ad altri soggetti diversamente deboli, che devono restare fuori dai supermercati o al massimo diventare parte della merce. Che gli elettori stanchi e delusi dalle debolezze e subalternità ideologiche della sinistra comincino a guardarsi dentro, a ripensare alle origini di molti dei loro cognomi, ai viaggi degli antenati, a quali lavori vorrebbero fare tra quelli che suppostamente tolgono i nuovi arrivati, e forse troveranno ragioni per interrogarsi questo plebiscito sovranista che hanno favorito solo con la loro paura di affrontare un ineludibile cambiamento che la vita stessa ha già deciso di attuare.

IN STRADA, COME BARNABA…

GRAZIE alla KOINONIA per il suo “blog” che ci permette di “prendere la parola” per condividere … con il mondo ! E’ un privilegio dato a ciascuno di noi  “per uscire del centro e entrare nel cerchio” (secondo la bellissima espressione di papa FRANCESCO)!

Dopo aver letto l’ultimo libro di Fratel MICHAELDAVIDE ( Preti senza battesimo? – La Vérité vous rendra libres ( in francese) – ), vorrei solo dire che, in mezzo delle 150 pagine profetiche che danno speranza nuova per i discepoli di Gesu Cristo, ho scelto 3 “parole”, per dare un soffio di vita alla nostra Chiesa :

–   “il pericolo di cadere in una pratica più religiosa che evangelica”

–  “diventare pastori con l’odore delle pecore”… e che si senta !”

–  “offrire la propria vita per nutrire la speranza e la gioia di tutti”

Nella nostra parrocchia, per l’anno pastorale 2018 – 2019, progettiamo di meditare su queste 3 piste di riflessione… e se quest’idea fosse anche una sfida… per altre parrocchie nel mondo? Non pensate che il volto di CRISTO sarrebbe più visibile e più luminoso?…

PROVIAMO… COME BARNABA…!

 

 

 

 

 

Recensione al libro: “Preti senza Battesimo?”

di Stefano Tarocchi • dal sito Il Mantello della Giustizia 

L’autore di questo denso seppur breve saggio di 156 pagine, uscito di recente per i tipi delle edizioni San Paolo, fratel MichaelDavide Semeraro, così avverte i suoi lettori, che hanno affrontato il suo pensiero dal titolo eloquente: «nel percorso di queste pagine non si può trovare nessuna soluzione, ma solo qualche provocazione che non vuole giudicare né, tantomeno destabilizzare. L’intento è semplicemente – si fa per dire – quello di pensare in modo sempre più ampio». E quindi aggiunge: «siamo solo agli inzi di un cammino, che però non possiamo più rimandare e in cui dobbiamo appassionatamente coinvolgerci non semplicemente per limitare i danni, ma per ampliare le opportunità di crescita e di testimonianza, serenamente diversi e coraggiosamente nuovi». L’autore è monaco dal 1983 e vive nella “Koinonia de la Visitation” a Rhêmes-Notre-Dame in Val d’Aosta.

La suggestione del titolo («Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio») era già stata affrontata nella lucida prefazione scritta dal vescovo emerito di Ivrea Luigi Bettazzi, sulla scia di Lumen Gentium (ma anche di Presbyterorum Ordinis!): «nella Chiesa non sono i fedeli in subordine alla gerarchia, ma è questa al servizio del popolo di Dio: il presbitero non deve sentirsi in primo luogo il capo a cui tutti i battezzati devono sentirsi subordinati, ma piuttosto deve sentirsi destinato dal sacramento dell’ordine (che è estensione del sacramento del battesimo) a porsi al servizio dei battezzati; e poiché anch’egli è fondamentalmente un battezzato, dovrà curare la sua crescita umana» in tutti gli aspetti che la compongono: l’avverbio usato da Bettazzi («fondamentalmente») va inteso nel suo senso più specifico.

Una Chiesa che sta attraversando un tempo di grandi cambiamenti, che sperimenta non tanto scandali inusitati al suo interno quanto modalità totalmente nuove di affrontarli, secondo fratel MichaelDavide deve cominciare a riappropriarsi del valore fondante del battesimo. La stessa terminologia in uso per definire normalmente il ministero ordinato dovrebbe far riflettere.

Qui ci aiuta inevitabilmente quella straordinaria “omelia” che il canone ispirato degli scritti del Nuovo Testamento colloca dopo le lettere di san Paolo, di fatto trasformandola in epistola vera e propria: la lettera agli Ebrei. Colui che secondo la legge mosaica non era sacerdote, il Cristo – ma lo era il suo precursore, Giovanni il Battista, che inopinatamente sceglie la strada del deserto anziché seguire le orme del padre, Zaccaria – diventa l’unico vero sacerdote: «nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek» (Ebrei 5,7-10).

Gesù, «reso perfetto» (ossia diventato sommo sacerdote: il verbo greco traduce l’ebraico “riempire le mani”, tipico della consacrazione del sacerdote levitico) in quanto «è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15), perfeziona – cioè dona il sacerdozio – all’intero popolo di Dio.

Così ancora scrive la lettera agli Ebrei: «ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10,11-14). Fondamentalmente lo scritto agli Ebrei, che non dimentichiamolo, doveva servire per istruire alla fede in Cristo i sacerdoti dell’antica alleanza che avevano abbracciato la nuova fede, desacralizza di fatto il ministero.

Fratel MichaelDavide fa risalire a questo impatto, e a quello di un certo mondo pagano che si convertì al Vangelo, quel rovesciamento che rende il ministero quasi esclusivamente concepito come chiamata divina (la “vocazione”), anziché servizio (“diakonia”): va allora operata quella rivoluzione copernicana che pone il ministero istituito al servizio del battesimo e non sopra di esso.

Si tratta di una vera e propria deposizione del sacro che, secondo l’autore, fa ritrovare al ministero la sua dimensione più umana: la lettera agli Ebrei parla chiaramente dell’antica alleanza quando dice che «ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per sé stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a sé stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne» (Eb 5,1-4).

Ora, è significativo che queste parole che introducono al sacerdozio di Gesù, il Figlio che «imparò l’obbedienza da ciò che patì», ed in pari tempo esprimono una radicale contestazione del sacerdozio dell’antica alleanza, vengono adoperate in riferimento al ministero della nuova alleanza.

Questo significa situare quest’ultimo su di un fallimento fino dalla sua costituzione, dimenticando invece il forte richiamo a Melchisedek, sul cui sacerdozio di fonda quello di Cristo.

È così che Paolo, che nella lettera ai Romani scrive, parlando dell’offerta sacerdotale della vita, propria di ogni cristiano, così scrive: «vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rom 12,1-2).

Il sacerdozio del popolo di Dio, ossia il sacerdozio battesimale, rende consacrata al Signore la vita stessa di ogni credente: è qui che si innesta e si perfeziona il ministero istituito.

Desacralizzandone la portata – e quindi la persona che lo riceve – dona a quest’ultimo il suo specifico significato, e questo attraverso una rivalutazione senza pari del battesimo. Come dice Papa Francesco: «mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”» (Gaudete et exultate, 7).

La miccia della liberazione

di Raniero La Valle

in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 27 aprile 2018

(dal sito “Questione giustizia” di Magistratura Democratica)

È una grande giornata di pace. Perché il 25 aprile 1945 non solo finì una guerra, ma si aprì una nuova pagina della storia d’Italia e della storia del mondo. Noi siamo dentro questa pagina, e ora la dobbiamo scrivere a partire da questo vero centro del mondo che è oggi il Mediterraneo, che deve essere un mare di pace e non di afflizione.

Per questo non è solo un grande onore, ma una gioia per me celebrare la Liberazione qui a Reggio, e non, ad esempio, a Milano, dove soffiò il vento del Nord, o a Roma dove la nuova Repubblica prese inizio. Perché celebrarla qui a Reggio vuol dire cambiare prospettiva, guardare le cose dal futuro, da dove i problemi massimamente si pongono, da questo bacino del Mediterraneo dove la nostra civiltà è nata, e ora deve ripartire per portare a pienezza la civiltà stessa del mondo.

Come ci ha detto la splendida partigiana Anna Condò, noi oggi prima di tutto abbiamo un dovere della memoria. La memoria però non è un deposito dove sono ammassati inerti i fatti del passato, ma è una miccia che accende il presente, che lo fa muovere e vivere; la memoria non è conservatrice, è sovversiva. Per questo ci sono ancora i partigiani. Noi infatti riceviamo il passato come dono, mentre viviamo il futuro come promessa. La Resistenza, la Liberazione, la democrazia, la Costituzione sono i doni che abbiamo ricevuto e che ora dobbiamo mettere a frutto; noi siamo la speranza, concepita nel passato, che ora si realizza. Siamo noi, qui, ciascuno di noi, che decidiamo il destino del mondo.

Che cosa dunque ci porta la memoria? Io allora ero troppo piccolo per fare la Resistenza, ma abbastanza grande per capire da dove venivamo. Lasciatemelo dire con le parole di un grande poeta e di un grande resistente del tempo, un monaco, padre David Maria Turoldo.

Per padre Turoldo la Resistenza era stata una fuoruscita dalla notte oscura del nazifascismo, nel patimento di un Paese occupato, calpestato da neri stivali. «Aquile e svastiche e canti di morte – come scriverà nella sua poesia – salmi e canti e benedizioni di reggimenti col teschio sui berretti neri sulle camicie nere sui gagliardetti neri…». Contro «quella notte oscura» egli aveva scelto la sua Parte. «Sì, insieme al mio fratello di convento, Camillo de Piaz – racconterà quarant’anni dopo – ho fatto la Resistenza: con molti giovani cattolici, e comunisti, e socialisti, e del Partito d’azione, e altri; con Curiel e Gillo Pontecorvo, e Teresio Olivelli, quello della Preghiera del Ribelle; e con Mario Apollonio e amici dell’Università Cattolica, e altri ancora. Sì, in molti avevamo lottato e sperato insieme».

Per uomini di quel sentire era quasi spontaneo uscire dalle città, e ritrovarsi insieme a lottare e sperare: «Scendevano dai monti o sorgevano dal selciato rotto, e cantavano per dimenticare fame e derisione di fratelli, e celare al nemico la penuria di armi. Non avevano armi e pregavano per te Italia: “o umile Italia, ti liberiamo. La paura ci ha abbandonati vivi in mezzo alle macerie”».

Ma per che cosa avevano combattuto? «Pure voi ricordate i sogni di vita libera e felice, il sogno d’essere uomini! Uno diceva: “Non invidio quelli che vivono, ma quelli che vivranno”; un altro diceva: “Mi hanno messo in catene ma il mio cuore è libero di sperare, di credere: se domani muoio, slegatemi i piedi”. E un altro: “Muoio giovane, molto giovane, ma non mi uccideranno, mi faranno vivere per sempre”». E il sogno era questo: «La pace è l’uomo, e quest’uomo è mio fratello il più povero di tutti i fratelli. La libertà è l’uomo e quest’uomo è mio fratello il più schiavo di tutti i fratelli. La giustizia è l’uomo e quest’uomo è mio fratello: per un’idea non posso uccidere! Per un sistema non posso uccidere, per nessuno, nessuno fra tutti i sistemi».

L’altro dovere che abbiamo, dopo quello della memoria, è il dovere del ringraziamento. Grazie a questi uomini, a queste donne, noi abbiamo potuto vivere settant’anni con la Costituzione. Pensate, anche di fronte alle lacerazioni e ai pericoli di questi giorni, che cosa sarebbe l’Italia senza Costituzione. È vero, essa è ancora in gran parte inattuata e Reggio Calabria, come tutto il Sud, conosce bene il dolore di questi decenni e ne ha portato e ancora ne porta il peso maggiore. Perché è vero che, dopo la Costituzione, come già dopo l’unità d’Italia, è subito scattato il riflesso dei vecchi poteri, sia dei poteri legali che di quelli illegali, è scattato il riflesso del Gattopardo: che tutto cambi perché tutto resti com’era, questo era il disegno. Però la Costituzione ha impedito che questo accadesse, e la partita è ancora aperta; quei poteri ci minacciano ancora ma non hanno vinto. Noi combattiamo ancora, voi combattete ancora, resistete ancora: basta camminare per queste strade (i negozi da difendere!) per vedere che la lotta continua, per una vera comunità politica, contro la comunità del crimine.

Perciò noi dobbiamo essere grati ai protagonisti di allora, non solo ai partigiani, del Nord e del Sud (perché ci furono molti partigiani meridionali nel Nord) ma anche essere grati alle popolazioni del Sud che pur già liberate portarono tutto il peso delle rovine di un’Italia da rifare; e dobbiamo essere grati anche alla lotta politica che si assunse il compito di rifondare il Paese, a questa politica oggi diffamata ma che ha costruito l’Italia; ed essere grati ai grandi partiti popolari che realizzarono quello straordinario incontro di culture che è la nostra Costituzione, comunisti, socialisti, democristiani, da Dossetti a Togliatti, e poi essere grati agli uomini politici che finirono martiri per realizzarla, la Costituzione, e qui faccio solo tre nomi: Aldo Moro per il suo disegno di una democrazia compiuta; Piersanti Mattarella per la sua opposizione alla mafia (e qui rivolgiamo un saluto al presidente Mattarella); Pio La Torre per la lotta contro i missili in Sicilia e per la pace. E dobbiamo altresì essere grati ai giudici che sono morti per difendere la legalità e lo Stato di diritto.

Al crocevia del mondo

E ora fatemi dire perché è importante celebrare la Liberazione qui a Reggio, ed è così importante che l’Anpi sia riuscita a riportare questo evento nel cuore di questa città. Ho rivisto ieri nel vostro meraviglioso museo i bronzi di Riace, venuti dal profondo del Mediterraneo a ricordarci quali sono le nostre vere radici, da dove vengono i valori più alti che dopo una lunga storia di lacrime e sangue sono da ultimo approdati nella nostra Repubblica e nella nostra Costituzione. Questi valori da qui devono ripartire per rifare il mondo da capo. È infatti qui, nel Mediterraneo, nelle terre che lo circondano, a questo crocevia tra il Nord e il Sud del mondo, tra Oriente e Occidente, tra i popoli dell’Asia e delle Americhe, dell’Africa e dell’Europa che si decide il futuro. E ciò perché è cambiata la geografia del mondo!

Il centro non sta più nell’Atlantico del Nord, come pensavano quelli che, dichiarandosi vincitori della guerra fredda, addirittura volevano mettere la Nato al posto dell’Onu e decidere le nuove guerre da fare, a cominciare da quella contro la Jugoslavia. Il centro non sta più nell’Occidente, come pensavano quelli che in nome degli idoli e delle ideologie dell’Occidente volevano e forse ancora vogliono trascinarci in una guerra perpetua contro l’Islam, crociata che giustamente la Chiesa di Papa Francesco rifiuta. Il centro non è più l’Europa, come credevano quelli che perduto l’Impero, sciolta la Compagnia delle Indie, finito il dominio dei bianchi in Sudafrica e dei francesi in Algeria, volevano sostituire questo dominio con il nuovo imperialismo universale del denaro, del denaro come sovrano globale.

Invece ci sono nuovi popoli e nuovi soggetti storici che stanno uscendo dalle antiche servitù, e avanzano la candidatura a vivere «nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole», come dice lo Statuto delle Nazioni Unite. Questa è la novità.

Il centro del mondo non è la City di Londra o Wall Street, ma è dovunque si gioca l’alternativa tra la vita e la morte, tra la cultura dell’accoglienza e quella dello scarto, ed è qui dove si gioca l’alternativa tra un Mediterraneo come cimitero dove si pescano i morti o un Mediterraneo come una sorgente di acqua viva da cui scaturiscano la giustizia e la pace.

La giustizia e la pace sono le due grandi conquiste della lotta di Liberazione su cui è stato costruito poi l’intero edificio della nostra Costituzione. Esse non erano però solo delle stazioni di partenza ideali, ma traguardi reali da raggiungere, erano la costituzione materiale da attuare e non solo per noi, ma per tutti. Infatti sono beni comuni universali, e proprio qui, nel Mediterraneo, la giustizia e la pace hanno avuto la loro culla.

Da dove viene la giustizia

Quanto alla giustizia, fatemi citare solo l’art. 3 della Costituzione che dice che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Ciò in un senso più generale vuol dire che la Repubblica, lo Stato, sono lì per sostenere la società, per fare da supporto ai deboli, ai poveri, per portare sulle spalle i miseri, per prendere su di sé le esigenze, i bisogni, le speranze del popolo; e l’art. 10 estende allo straniero questo farsi carico, quest’attenzione della Repubblica per l’uomo in difficoltà, a cominciare dal perseguitato, dall’esule, dallo straniero.

Ma quattromila anni fa, attorno al Mediterraneo, già si scrivevano e si progettavano queste cose. E ciò accadeva, prima ancora che si scrivesse la Bibbia, proprio in quei luoghi della Mesopotamia e del Medio Oriente che oggi l’Occidente ha messo a ferro e fuoco per esportarvi la sua democrazia. In quelle antiche società la giustizia del re, cioè del potere di allora, consisteva nel far giustizia al povero, all’orfano, alla vedova, allo straniero, cioè nel compensare con la sua forza la debolezza del debole e con il suo potere l’impotenza degli oppressi; dunque si trattava di un potere che prendeva parte, che si accorgeva di chi è curvo, un potere che vede il colore della pelle di chi invoca giustizia.

Per esempio nel secolo XXI a.C., 4000 anni prima di Keynes, prima dello Stato sociale, nel Codice di Ur dei Caldei, dove ora c’è l’Iraq, il re Urnammu si vantava che ad Ur l’orfano non era più in balia del ricco, la vedova in balia del potente, l’uomo di un siclo di quello che possedeva una mina; nel 1700 a.C., 3600 anni prima della dichiarazione universale dei diritti umani, nel Codice di Hammurabi il re si dava carico che «il forte non avesse ad opprimere il debole» e poneva la legge «per garantire la giustizia agli oppressi». In Egitto, al tempo del Medio Impero, un contadino si appellava al vizir del suo distretto per avere giustizia dicendo: «Tu sei il padre dell’orfano, il marito della vedova, il fratello della divorziata, il grembiule di chi non ha madre…» [1].

Da dove viene la pace

Questo, quanto alla giustizia. E quanto alla pace fatemi citare l’art. 11 della nostra Costituzione che ripudia la guerra e dice che è compito della Repubblica, anche a scapito della sua sovranità, volgersi a costruire «un ordinamento di giustizia e di pace tra le nazioni». Ma già tremila anni fa sulle rive del Mediterraneo le profezie bibliche annunciavano che le lance sarebbero state tramutate in falci, che sarebbe stato spezzato l’arco di guerra e un popolo non si sarebbe più levato in armi contro un altro popolo, e poi il cristianesimo annunciò che Dio stesso si era fatto mettere in croce per far fiorire la pace sulla terra. E i bronzi di Riace, se davvero alludono a Eteocle e Polinice, ci parlano di Antigone, della prima obiezione di coscienza contro la guerra fratricida, contro la città che si vendica.

Allora che cosa vuol dire ripartire da qui, dal Mediterraneo, per realizzare nel mondo questi valori? Si tratta di passare dalla globalizzazione dell’indifferenza, dell’inimicizia, della diseguaglianza alla globalizzazione della pace, dell’accoglienza senza esclusioni e della dignità umana fondata sul lavoro.

Come ancora sono lontane

Per quanto riguarda la pace, è chiaro che oggi essa è negata da gran parte della politica nazionale e mondiale. L’art 11 della Costituzione è contraddetto dalla politica nazionale quando si estende la formula della difesa fino all’invio di forze armate in Africa per intercettare le carovane di profughi nel deserto o per attivare la marina libica alla caccia e alla cattura dei migranti nel Mediterraneo, fino alla negazione di ogni umanità nei campi profughi. La pace è negata dalla politica nazionale quando l’Italia non approva, non firma e non ratifica il trattato dell’Onu sull’interdizione delle armi nucleari, mentre rifornisce di armi Paesi che ne bombardano altri e primeggia nel mercato degli armamenti realizzando uno dei più alti avanzi commerciali del settore.

La pace è negata dalla politica internazionale quando Trump reintroduce nelle opzioni americane la risposta nucleare a offese “convenzionali” e perfino al terrorismo. La pace è negata dalla politica internazionale quando si continuano ad agitare gli spettri di false armi di distruzione di massa per scatenare guerre o bombardamenti reali, come ieri contro l’Iraq e oggi contro la Siria. La pace è negata dalla politica internazionale quando l’Onu viene esclusa dal compito che dovrebbe svolgere di fronteggiare le minacce e le violazioni della pace, della sovranità e gli atti di aggressione. La pace è negata dalla politica internazionale quando le potenze nucleari respingono il bando delle armi nucleari, e quando Stati o sedicenti Stati alimentano la guerra mondiale diffusa già in atto e avallano e praticano politiche di genocidio.

L’Italia deve aderire al patto antinucleare, non deve fornire armi all’Arabia Saudita, al Kuwait, alla Libia e ad Israele che continua a negare lo Stato di Palestina: perfino a Roma l’Anpi ha dovuto respingere la richiesta della comunità ebraica di non far sfilare i palestinesi nel corteo del 25 aprile; i palestinesi non devono esistere, non devono più essere visibili.

Quello che invece si deve fare, con una grande lotta politica nazionale e internazionale, è di dare seguito al capo VII della Carta dell’Onu che postula una forza di polizia internazionale comandata dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, e attuare le risoluzioni dell’Onu. E si deve riprendere la grande proposta avanzata da Gorbaciov e dall’indiano Rajiv Gandhi alla fine della guerra fredda di «un mondo senza armi nucleari e non violento». Un mondo, si può oggi aggiungere, sollecito verso la propria conservazione e salvaguardia anche fisica secondo le richieste della intera comunità scientifica fatte proprie anche dalla Enciclica «Laudato sì». Allora diventerà nuovamente possibile dare effettività all’art. 11 della Costituzione.

Per quanto riguarda l’accoglienza il punto è di riconoscere e realizzare l’unità umana. Deve cadere la discriminazione della cittadinanza che è l’ultima discriminazione che è rimasta dopo che tutte le altre (di sesso, di razza, di religione) almeno in via di principio sono cadute. Questa discriminazione dell’altro, di chi è nato altrove, di chi non è cittadino deve ora essere superata attraverso politiche programmate e controllate di accoglienza, protezione e integrazione. Esse devono mirare a realizzare lo ius migrandi, il diritto di migrare, già proclamato come diritto umano universale all’inizio della modernità. La realtà delle migrazioni è un prodotto irrecusabile della globalizzazione che noi stessi abbiamo voluto e perseguito. Non è possibile nasconderla, segregarla o reprimerla perché questo porta con sé, in nuce, il genocidio. La xenofobia è una nuova declinazione del fascismo, e il genocidio è il suo punto finale. Quello delle migrazioni non è più pertanto un problema esterno degli Stati, ma un problema interno dell’unica Nazione umana e del suo ordinamento giuridico sulla terra. L’Italia per la sua posizione geopolitica, ma ancora di più per il suo dna, deve essere all’avanguardia nell’avviare questo processo e nel rivendicarlo dagli altri, prima che la catastrofe avvenga.

Per quanto riguarda la dignità umana fondata sul lavoro noi siamo oggi di fronte a un’impotenza del sistema economico vigente che non è più in grado di creare il lavoro necessario alla vita. E non è in grado non perché il lavoro costa troppo, come vuol far credere il Jobs act, ma semplicemente perché il lavoro non c’è, esso è stato e in misura crescente viene distrutto dalle macchine, dall’automazione e dai capitali che corrono liberamente dove i poveri sono sfruttati le tasse non si pagano e i diritti non ci sono. Ciò è avvenuto non gradualmente, come all’inizio della rivoluzione industriale, ma è avvenuto con enorme rapidità, anche perché sono stati fatti massicci investimenti nell’innovazione tecnologica proprio allo scopo di distruggere lavoro umano o per delocalizzarlo in zone meno protette, dove non costa nulla, o addirittura c’è di nuovo il lavoro schiavo; ce ne sono infatti 45,8 milioni in tutto il mondo, di cui 18,35 solo in India.

La mancanza di lavoro sta raggiungendo tali dimensioni di massa da alterare tutti gli equilibri dei rapporti economici politici e sociali.

In Italia, venendo meno il lavoro, la Repubblica perde il suo fondamento (art. 1 Cost.) e perciò la sua stabilità e la sicurezza del suo futuro; in Europa l’Unione economica e monetaria perde il primo dei tre obiettivi fondamentali per cui è stata costituita e via via potenziata, ossia «piena occupazione, progresso sociale e tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente» come prevede l’art. 3 del Trattato sull’Unione; nel mondo il sistema economico perde l’equilibrio dialettico tra capitale e lavoro, deprimendo fino a sopprimerlo il fattore lavoro. La resa in tal modo imposta a uno dei due protagonisti del conflitto capitale-lavoro, non lo risolve, ma ne spegne la spinta propulsiva e spinge la polarizzazione delle diseguaglianze fino agli estremi di una ricchezza detenuta da una decina di uomini pari a quella complessiva di 3,6 miliardi di persone sulla terra.

Per ristabilire gli equilibri e una società vivibile è ora necessario creare nuovo lavoro e, renitente il mercato, questo non può farlo che il soggetto pubblico, nelle sue varie articolazioni e competenze, sia in Italia che in Europa che a livello globale.

A tal fine la prima cosa che l’Italia dovrebbe fare e nel contempo proporre all’Europa, è di riaprire il glorioso capitolo dell’intervento pubblico nell’economia, contro il dettato del Trattato europeo che proibisce gli “aiuti di Stato”, che non sono aiuti ma la manifestazione stessa della comunità politica sovrana come soggetto anche economico.

Non si tratta di “uscire dall’Europa” o dall’euro, si tratta di promuovere una revisione delle norme istitutive: se più volte si è cercato di cambiare la Costituzione italiana, tanto più si può cercare di modificare un trattato europeo. Del resto lo stesso Trattato sul funzionamento dell’Unione
europea all’art. 107 ammette l’intervento dello Stato quando ci siano regioni «ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione». Ebbene, questa situazione indubbiamente esiste in Italia quando ci sono 5 milioni di persone che vivono “in povertà assoluta”, 18 milioni “a rischio di povertà e di esclusione”, e la disoccupazione è all’11 per cento con 3 milioni di disoccupati tra cui il 37 per cento dei giovani, soprattutto nel Sud: ciò che non è un semplice “difetto” della politica, è un crimine.

Se da qui, da questo centro del mondo, riusciremo a promuovere queste politiche, non solo per noi, ma a livello globale, secondo i vecchi principi dell’internazionalismo, allora i grandi valori umani universali concepiti sulle sponde del Mediterraneo e giunti fino al giorno della nostra Liberazione e fino ad oggi, potranno dar luogo a un nuovo costituzionalismo, a una nuova comunità internazionale di diritto, il mondo troverà la sua unità e, come dicevano le antiche Scritture, giustizia e pace si baceranno sulla terra.

Discorso tenuto alla festa della Liberazione promossa dall’Anpi di Reggio Calabria – 25 aprile 2018

 

[1] Vds. Jacques Dupont, Le Beatitudini, Edizioni Paoline, Roma, 1976, vol. I, parte II, cap. II, pp. 577 seg.

Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio

Il libro che esce in questi giorni per le edizioni San Paolo ha un titolo ed un sottotitolo che vanno letti rigorosamente insieme. Anzi, l’elemento più importante e da non sottovalutare è il punto interrogativo che si trova tra il titolo e il sottotitolo e che andrebbe simbolicamente evidenziato.

Come autore che è anche monaco e presbitero non posso certo parlare dell’argomento della vita affettiva dei preti con leggerezza né, tantomeno, con supponenza. L’argomento che sta al cuore di questa riflessione è la sofferenza: quella vissuta e quella che, talora, è stata inflitta.

Quando si parla di sofferenza non ci si può che mettere sempre e comunque in ginocchio. Questo perché ogni sofferenza, persino quando è incomprensibile e inaccettabile è, comunque, degna di rispetto anche quando deve essere radicalmente disapprovata e, in certi casi, perseguita.

Con questo libro non voglio offrire soluzioni, perché non ho né la competenza, né l’autorità per farlo.

Con queste pagine nate dalla riflessione, dallo studio e dal confronto personale con fratelli nel presbiterato, desidero solo aprire uno spazio di dialogo per pensare in modo più ampio possibile.

Come ricordava a se stessa e al difficile mondo che la circondava Etty Hillesum alla fine del suo Diario scrive: <Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite>. La stessa Etty Hillesum qualche riga più in alto annota: <Quando soffro per gli uomini indifesi, non soffro forse per il lato indifeso di me stessa?>. Un altro punto interrogativo altrettanto importante!

In realtà, c’è una parte “indifesa” in ognuno di noi da cui sempre si può ripartire per un processo di conversione in cui mai nessuno è definitivamente arrivato e tutti rimaniamo dei principianti cui viene richiesto ogni giorno di rimettersi in cammino.

Un libro scritto per pensare che mi auguro possa far sperare un po’ di più e amare un po’ meglio in un’esperienza di fragilità assunta e condivisa.

Fratel MichaelDavide

“Bisogna tornare a difendere gli ultimi cercandoli ovunque”

intervista a Roberto Morgantini, a cura di Concita De Gregorio in “la Repubblica” del 3 aprile 2018

Roberto Morgantini ha 71 anni, a Bologna lo conoscono tutti.
Barba e capelli bianchi, voce bassa. Una di quelle persone che quando entra in una stanza si sente. Una vita nel sindacato, Cgil ufficio stranieri, poi nell’associazione “Piazza Grande”. Lo incontro in via del Battiferro, quartiere Navigli, nella vecchia sede di una casa del Popolo, alle pareti le foto ridenti di Enrico Berlinguer. Ha aperto qui una delle sue Cucine popolari. Nella città di Fico, Morgantini ha deciso di provare a far funzionare una rete di almeno sei centri di “social food”, cucina del riuso destinata a chi non ha soldi per fare la spesa. Per ora le cucine sono tre, in zone diverse della città: ci lavorano cento volontari, preparano 2800 pasti al mese.
Le persone che vengono a mangiare sono per metà italiane e per metà straniere. «Non di rado gli italiani sono di più».
Non avendo soldi («non ne ho mai avuti di miei, spero di non averne mai») nel 2015 ha deciso con Elvira, con cui viveva da 38 anni, di sposarsi e chiedere come regalo una donazione per avviare l’attività. Puntavano a ventimila euro, ne hanno raccolti settantamila. Così, alla soglia dei suoi settant’anni, si è messo a cercare chi potesse regalare cibo alle cucine, ai fornelli a cucinare, a tavola a servire. E a trattare con le istituzioni per le infinite burocrazie. 

Invece di andare in pensione.

«Ma come si fa ad andare pensione dallo stare al mondo? Non si può mica rinunciare al proposito di creare relazioni, di migliorare una vita, anche una sola».

Il risultato elettorale se lo aspettava?

«Era nell’aria, scritto. Una frana che viene da lontano. Si sentiva che si era fatto pochissimo, e non c’è stato uno scatto di reni. E’ un malanno che c’è dentro un paese che non riesce a scuotersi, a cambiare direzione».

Si era fatto pochissimo su cosa?

«Sull’immigrazione, sull’insicurezza, sul lavoro. Non c’è più difesa se sei fragile, si sente questo: il compito di tutelare chi non può farlo da solo è stato abbandonato. Non c’era empatia, si è perso un po’ davvero il senso della rappresentanza».

Parla della sinistra politica?

«Certo. Il crollo elettorale ha delle ragioni. Bisogna tornare proprio da dove siamo partiti. Tornare alle radici. Le radici sono storia. Essere davvero schierati dalla parte dei più deboli ma anche avere la consapevolezza di appartenere a loro, provare a difenderli davvero. Dire “difendiamo gli ultimi” ieri era tutt’uno con la sinistra. Oggi gli ultimi sono dappertutto, sono più difficili da rappresentare e da intercettare. Bisogna farlo in modo capillare, stando nei luoghi, ascoltando i bisogni».

Invece?

«Invece la classe dirigente si è messa a cercare consensi a tavolino: al centro, a destra. Quello che si è praticato conta. Hanno avuto paura di essere sinistra. Aver rinunciato al radicalismo si è pagato. L’identità: se si perde, ci si indebolisce».

Mi faccia un esempio.

«Prenda le battaglie sull’immigrazione. Almeno l’ultima cartuccia te la potevi sparare, con lo ius soli: hai avuto paura di perdere qualche voto. Anche se non realizzi l’obiettivo, combatti. Invece hai dato l’idea di scappare di fronte ad un problema. E non era la prima volta. Sembrava tutto fatto, tutto a posto. Poi girare le spalle in quei termini è stata una delusione terribile. Un po’ di coerenza sui principi, accidenti. Si è sacrificata una storia in cerca dei consensi dell’elettorato cattolico moderato, e si è perso l’uno e l’altro».

È ancora l’amalgama mal riuscita tra Ds e Margherita?

«Ma ex Dc ex Pci possono stare insieme, credo di sì. Naturalmente bisogna trovare un equilibrio fra diversi, rinunciare a qualcosa di proprio in nome di qualcosa di tutti. Guardi qui, in questa mensa di quartiere. Noi siamo in una casa del Popolo, un luogo del vecchio Pci. Abbiamo fatto un patto con il prete della parrocchia: noi non dobbiamo ideologizzare nessuno, gli abbiamo detto. Voialtri non dovete benedire nessuno perché son già benedetti quelli che vengono. Quindi al centro abbiamo messo la persona. Una mensa è carità? No, è una sonda che va al fondo della comunità, misura la temperatura del mondo in cui viviamo, funziona da antenna. Abbiamo capito di cosa c’era bisogno quando siamo tornati a guardare i poveri in faccia, negli occhi. Contatto, cuore, progetto, azione».

Basta una mensa, dice, per capire il mondo?

«Basta stare in mezzo alle persone. Sono le pratiche che fanno cambiare le idee, non il contrario. Nessuno si convince di niente a parole, nemmeno un bambino. È l’esempio, l’azione che fa germogliare il seme della relazione, della parola, dello scambio. Spesso del dubbio. Se metti un razzista a mangiare con uno straniero, se glielo metti davanti allo stesso tavolo, vedrà una persona: comincerà a parlare, alla fine si racconteranno le loro storie. Succede sempre. Però certo: se chiudi i luoghi: le case del popolo, i circoli. Allora dove lo fai il lavoro di comunità?».

Come avete cominciato?

«Mi sono giocato un po’ della credibilità che mi ero costruito in questa città. Sono andato in giro a parlare del progetto: aprire sei cucine del riuso, una in ogni quartiere di Bologna. Bisogna essere ovunque c’è bisogno, ho detto. Se da una parte facciamo il polo del cibo di lusso, dall’altra dobbiamo dare da mangiare a chi non ne ha. Poi, coi soldi del matrimonio, senza aspettare nessuno abbiamo cominciato. Sono passati tre anni. Siamo a 250 persone nelle tre cucine, abbiamo la lista d’attesa dei volontari, una cosa mai successa. C’è una grande disponibilità delle persone di fare cose concrete. E’ un patrimonio immenso la voglia delle persone di mettersi a disposizione di progetti che realizzano equità e giustizia. E’ un vero delitto ignorarlo, sprecarlo o peggio: mortificarlo e offenderlo».

Lavorano solo volontari, nelle Cucine sociali?

«Non solo volontari di quartiere. Ci danno una mano anche i richiedenti asilo del centro di accoglienza di viale Lenin, studenti con difficoltà di inserimento. Lavoriamo in accordo coi servizi sociali. E con le scuole, naturalmente. Una parte del cibo che riutilizziamo viene dalle mense scolastiche. Intercettiamo quello che verrebbe scartato dalla refezione scolastica. Lo rigeneriamo e prepariamo pasti. I ragazzi sono venuti spesso coi loro insegnanti, alunni delle scuole elementari. Abbiamo parlato della povertà, cos’è la povertà. Loro hanno mangiato qui poi hanno servito, hanno apparecchiato loro, servito gli altri ospiti».

Chi sono gli ospiti delle Cucine popolari?

«Guardi, li vede. A momenti sono più gli italiani. Ma non è una mensa per i poveri, questa.
Perché ai poveri non si può dare l’ulteriore pena di vergognarsi di esserlo. Non si possono mettere tutti insieme nel ‘posto dei poveri’ dove loro si vedono tra loro e gli altri, i non poveri, restano indenni dal vederli. Questa è una mensa di quartiere, vengono tutti. A quel tavolo ci sono gli architetti di un importante studio che ha sede qui, chi vuole può venire, mangia, poi se vuol dare qualcosa dà quello che vuole. L’altra faccia della povertà è la mancanza di relazioni libere e aperte, di relazioni col resto del mondo. I ghetti».

La perdita di relazioni nasce dalla povertà?

«Certo, anche. In questo quartiere il 40% delle persone vive da sola in casa. Qui si siedono ai tavoli persone sole che magari abitano nello stesso isolato. Dalle relazioni nascono spesso anche opportunità».

Per esempio?

«Due profughi che venivano qui con la bambina…Hanno incontrato una mia amica al tavolo, un giorno. Poi un altro giorno e poi un altro. Hanno parlato tanto, lei li ha portati a casa sua per tre mesi, intanto il padre ha trovato un piccolo lavoro, poi ha trovato casa. Sono autonomi, adesso. Non sono più qui».

Non succede sempre. Non succede spesso.

«Basta che succeda una volta per aver realizzato un obiettivo. Nel momento in cui conosco qualcuno e lo riconosco come persona. È così che cominciano a cadere i pregiudizi, non con le spiegazioni. Meno che mai con gli slogan, che servono a costruire barriere. Noi andiamo avanti così. A settembre apriamo il quarto centro, spero. Nel quartiere Savena, a Villa Paradiso».

Come vi finanziate? Avete sostegni pubblici?

«Nessuno, a parte l’uso dei locali. Paghiamo le utenze, i servizi, tutto. Facciamo iniziative di finanziamento. Quest’anno abbiamo fatto e messo in vendita un libro sul ponte di Stalingrado con le opere che anche gli ospiti hanno partecipato a dipingere. Naturalmente c’è la solidarietà che arriva dalle persone, da cooperative, da aziende, anche da persone che vengono qui».

Se dovesse dire, in due parole, come si tengono insieme accoglienza e sicurezza?

«Si tengono insieme naturalmente. Attivandosi. Uscendo di casa. La paura la combatti se guardi in faccia cosa ti fa paura. La politica dovrebbe creare queste occasioni: il posto e il tempo della relazione fra persone. La sinistra non può perdere d’occhio chi resta indietro, altrimenti perde anche se stessa. Poi non mi faccia domande generali, astratte. Io so solo mettere a tavola, stare in cucina».

Lettera aperta (a pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo)

di Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro dell’arcidiocesi di Lecce

in “www.diocesidilecce-org” del 24 febbraio 2018

“Uomini che hanno paura del salto: ecco cosa siamo diventati; uomini educati a diffidare del salto… Come imparare di nuovo il coraggio di saltare, proprio in quei punti dove la prudenza tace o si impappina? …la vita non deve proporsi contemporaneamente tutti gli scopi.
Ma da questo ad erigere a valore spirituale la condizione di rinsecchito e misurare la santità dal pallore del viso, vi è una bella differenza. …Chi non si è mai sentito ribollire il sangue non conosce la pace cristiana. Chi non ha mai desiderio di battersi per ciò che ama, ama solo a metà.”
Emmanuel Mounier, L’affrontamento cristiano

 

1. Perché una lettera aperta a pochi giorni dal voto del 4 marzo?
Innanzitutto perché è un modo di parlare a se stessi. Un modo di mettere alla prova le proprie certezze e di consentire un percorso di ricerca di nuove e più valide ragioni.
Poi perché ci si riconosce parte di una comunità all’interno della quale vi sono sensibilità diverse, diverse intensità di impegno e nella quale, per chi crede, ci si riconosce come parteci di un medesimo cammino di fede. Una fede magari adulta che sa scorgere l’essenziale dell’annuncio cristiano (il kerigma) senza avere paura dei dubbi. Una fede che accetta i paradossi, le contraddizioni e le tante pietre di inciampo che il credere comporta. Una fede che sa espungere con coraggio quegli atteggiamenti ispirati alla consuetudine (si è fatto sempre così) e alla pigrizia (perché non vuole mettersi alla scuola della Parola) che rischiano di trasformarla in una religione che crea barriere etiche e in una vera e propria ideologia che vuole imporre i suoi precetti a scapito della laicità delle Istituzioni.
Infine, perché da parte dei cattolici, quando riconoscono la politica come la più esigente forma di carità, è richiesto di mettere in campo quel “supplemento d’anima” (come capacità di coltivare la speranza nonostante tutti i fallimenti della storia) e quel senso di distacco (che non vuol dire indifferenza ma al contrario capacità di discernimento) che, di fonte al grande circo delle promesse elettorali fantasmagoriche, aiutano a smascherare le demagogie, i populismi, gli istinti egoistici che sono alla base di quelle promesse.

2. Conosciamo bene i problemi delle nostre comunità: il lavoro che manca, le diseguaglianze e le povertà che aumentano, l’immigrazione vista come minaccia piuttosto che come opportunità, il divario crescente con le zone più ricche del Paese, le imprese che faticano a crescere, lo sfilacciamento delle relazioni, etc.etc.

In questi ultimi anni tanto è stato fatto (pensiamo soltanto alla ricchissima legislazione sociale, alla riforma del mercato del lavoro, al reddito di inclusione, alla legge contro il caporalato, al piano Industria 4.0), ma moltissimo ancora resta da fare.
E’ illusorio pensare che i bisogni di chi cerca il lavoro, di chi lo ha perso, delle imprese che arrancano, delle famiglie che faticano a sostenere la crescita dei propri figli, possano essere soddisfatti in maniera efficace, dentro i confini nazionali e con una classe dirigente miope.

Sulle scelte importanti ancora da compiere per accompagnare e consolidare la crescita, per rimettere in moto quella scala sociale che nei decenni passati ha consentito al figlio dell’operaio di acquisire maggiori livelli di benessere rispetto a quelli della famiglia di provenienza, non è indifferente la serietà e la credibilità di chi è chiamato a compiere quelle scelte.

Non solo. Non è neppure indifferente il contesto europeo che può ostacolare o facilitare le politiche di sviluppo. Oggi ci troviamo infatti ad un bivio: da una parte i Paesi che intendono riprendere e portare a compimento il progetto di una integrazione europea sempre più forte; dall’altra i Paesi che vogliono frenare se non addirittura interrompere il processo verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Solo Istituzioni europee più forti e solidali potranno assicurare maggiore crescita e quindi maggiore occupazione.

C’è bisogno, allora, di una classe dirigente che rifiuti ogni velleità sovranista e torni a respirare il sogno europeo che fu di De Gasperi e di tanti altri politici di ispirazione cristiana.

3. Di fronte al rischio di un Paese chiuso, ripiegato su se stesso, prigioniero delle proprie paure, che è incapace di trattenere le intelligenze dei propri giovani, è grande la responsabilità che ci attende. Le disillusioni, la stanchezza, l’indifferenza, il “tanto sono tutti uguali” sono un lusso e per noi che ci diciamo cristiani anche un peccato. Papa Francesco ci sollecita ad abbandonare un cristianesimo benpensante e chiuso nelle sagrestie. Una Chiesa in uscita è una Chiesa non solo fisicamente vicina a tutte le periferie ma è anche una Chiesa spiritualmente libera nell’esercizio del discernimento. Ecco la nostra responsabilità: esercitare il necessario discernimento perché il cammino democratico del nostro Paese non abbia arresti o cadute.

  •   Non aiuta il discernimento non solo chi é incline al facile ottimismo ma anche chi si distingue per la critica distruttiva.
  •   Non aiuta il discernimento chi strumentalizza alcune questioni complesse come per esempio l’immigrazione: è davvero paradossale come alla drastica riduzione del numero di immigrati corrisponda un aumento della percezione di insicurezza e di minaccia da parte dei cittadini.
  •   Non aiuta il discernimento chi sotterrando la serietà e la verità, con i soliti colpi da teatro ammalia l’elettore con proposte irrealizzabili.
  •   Non aiuta il discernimento chi fa dell’impegno politico un motivo di occupazione di spazi di potere e per questo è disposto ad indossare nuovi abiti senza porsi alcuna questione di coerenza. Chi preferisce attardarsi nella costruzione di piccoli accampamenti per preservare meglio la propria carriera piuttosto che le proprie idee. Chi si limita ad occupare una poltrona, senza mettere in moto da quella poltrona processi di cambiamento. È il principio del “tempo superiore allo spazio” che papa Francesco propone nella Evangelii gaudium.
  •   Non aiuta il discernimento chi promette sostegni che condannano i giovani a continuare ad “essere sdraiati” anzicchè essere generativi di desideri. Solo un desiderio forte può infatti spingere a mettere a frutto il proprio talento, a facilitare la ripresa dello spirito auto imprenditoriale, a promuovere percorsi di liberazione da ogni sudditanza e assistenzialismo.Mai, forse, come oggi sono in gioco i valori fondamentali della nostra Costituzione. La democrazia rischia di essere ridotta ad un semplice click. L’ideologia dell’odio per il diverso conduce ad una deliberata mistificazione della realtà. I partiti, con poche eccezioni, rischiano di trasformarsi in veri e propri “rami d’azienda”.Questo è un tempo in cui sembrano affiorare con sempre maggiore evidenza tracce di un passato che speravamo definitivamente abbandonato.
    E tuttavia, questo è il tempo che ci è dato. E questi sono gli ostacoli con i quali fare i conti. Ostacoli che possono e devono essere superati “imparando di nuovo il coraggio di saltare”. Per riaffermare, come direbbe Giorgio La Pira, la speranza contro ogni speranza, la fiducia nel prossimo, l’apertura alla dimensione europea.

La paralisi bianca e l’uomo nero

di Paolo Rumiz in “la Repubblica” del 27 /2/ 2018

 

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché? Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare. Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici. Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “ forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “ autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.
Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani. Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato — Brexit — di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di separarsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.
Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo. Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità. E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude. Chi fomenta odio razziale, con o

senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori. È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero. È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.

BEATI I CUORI CHE CERCANO DIO

LA VOCE DEL SIGNORE SCUOTE IL DESERTO

V VI III                            III IV V

VI             II                       II            VI

VII              I                     I              VII

VIII                                                  VIII

IX                                                  IX

X                                            X

XI                                        XI

XII                                   XII

XIII                           XIII

XIV                 XIV

XV

DIO È PIU GRANDE DEI NOSTRI CUORI

” Quanto è prezioso il tuo Amore, o Dio !

si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali

è in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce”.

(Salmo 35)

… abbiamo quaranta giorni per allargare i nostri cuori angosciati e lasciarci raffinare al fuoco del suo amore per trasformare le nostre ceneri in “polvere di stelle” ( Hubert REEVES)