La Perla del lago

Omaggio a Madre Anna Maria

Avevo già diciotto anni – o solo diciotto! – e un cespuglio di riccioli di cui ormai non c’è più traccia. Era il giorno di san Bernardo e fui portato all’Isola per dirimere una questione che mi sembrava, al momento, assai importante: farmi monaco o entrare in un seminario romano con le sue prospettive. Il vescovo desiderava e il parroco sognava che andassi a Roma, ma il mio giovane cuore resisteva. Non riuscivo a decidermi e fratel Bernardo mi propose di andare a chiedere consiglio alla “Madre dell’Isola”. Perché no? Mi trovai da solo dinanzi ad una figura che mi conquistò per la sua rara eleganza. La domanda fu semplice dinanzi alla mia indecisione: <”Sei stato a Mattutino? Cosa hai ascoltato nella lettura della memoria di san Bernardo?”. “Amo quia amo, amo ut amem/Amo perché amo, Amo per amare!”. “Ti piace questa frase?”>. A diciotto anni ci può essere una frase più esaltante di questa? Decisi: entrare in monastero. Con Madre Anna Maria non si poteva che decidere… e subito! Una donna già anziana da giovane quanto giovane da anziana; così minuta da sferrare la forza imperante che si trova nelle matriarche della tradizione biblica e monastica; un fuscello di salice con la tempra del ferro battuto! Davanti a lei non si poteva che decidere… e per sempre! Ogni tentennamento o rimando avrebbe fatto arrossire di vergogna. Annunciai la mia decisione,hic et nunc, al mio futuro superiore che l’accolse in lacrime e col canto del Magnificat: finalmente un postulante per il monastero di monaci che non riuscirà mai a tenere testa all’effluvio delle decine di veli bianchi approdati all’isola sospinti dalla brezza del Cusio.

In alcuni momenti della mia vita mi sono chiesto se non decisi troppo in fretta. Mi sono chiesto se quel semplice “sì, eccomi!” senza un attimo di rimando, sia stato adeguato. Per anni, dalla mia cella monastica, ho goduto della vista sul lago che tiene sospeso il monastero sull’Isola come una luminosa conchiglia ricolma di misteri. Quando questa vista mi fu tolta, mi chiesi se la mia era stata una vocazione vera, o la precipitazione di un diciottenne innamorato dei grandi ideali e in cerca di emozioni forti. Non ho mai risposto a questa domanda. Il “sì” di quel giorno è diventato storia! Non c’è bisogno di aggiungervi altro, se non la perseveranza di credere senza troppo pensarci.

Quando tutto mi crollò addosso, con la stessa velocità dell’attimo con cui avevo deciso di farmi monaco, non andai da <nessun altro> (Gal 1, 19) se non da Lei: avevo bisogno di conforto. Nessun commento su ciò mi stava capitando, ma una sola parola: <In ogni modo, MichaelDavide, tu appartieni al Signore, tutto>. Un compito ancora tutto da onorare! Mentre ieri sostavo accanto alla sua bara nuziale, l’ho ringraziata per aver dato una bella spinta perché la mia barchetta prendesse comunque il largo.

La mia prima uscita da postulante – di soli dieci giorni – fu la partecipazione alla celebrazione del decennale della fondazione del monastero Mater Ecclesiaepresieduta da Mons. Aldo Del Monte, accanto al quale da oggi madre Anna Maria attenderà il Grande Giorno. Misurai subito la differenza tra la maestosa vita monastica che si conduceva all’Isola e il torrentello di montagna, con le sue impetuosità e tempi di secca, che sarebbe stata la mia ben più povera avventura di monaco. Diversi sarebbero stati i cammini, ma un’intesa profonda, come un filo di porpora, non si sarebbe mai spezzata. Attestare che la protesta del monachesimo, come dice papa Francesco, <non è una realizzazione più perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituisce un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa: segno che indica un cammino, una ricerca, ricordando all’intero popolo di Dio il senso primo ed ultimo di ciò che esso vive>[1]. Questo ideale, affinato dalle intuizioni del Concilio, l’abbiamo perseguito in modo diverso. Per me è stata più costrizione che deliberata volontà. Pur nella diversità di realizzazione, sottilmente fustigata da Madre Anna Maria con la sua invitta eleganza, spero si tratti del medesimo desiderio di dare carne all’amore, narrandolo con l’alfabeto del Vangelo e la sintassi della tradizione monastica.

La fiumana che è accorsa in queste ore per dare l’estremo saluto a Madre Anna Maria conferma ciò che diceva Gregorio Magno: <viva lectio est vita bonorum/la vita dei santi è una lectio vivente>[2]. La vita e la morte di Madre Anna Maria ci confermano che quanto si legge nella storia dei santi non sono favole o esagerazioni. Che piaccia o meno, il vero potere è nelle mani e nel cuore dei santi[3]: il potere dell’amore che dolcemente costringe a farsi amare. È ciò che molti hanno sperimentato a contatto diretto o indiretto con Madre Anna Maria. Il suo è un dono incommensurabile che dà speranza: il mondo è nelle mani dei buoni. Il mondo è pieno di presenze, ma le persone esistono solo perché hanno incrociato il nostro cammino e lo hanno segnato: Madre Anna Maria ha incrociato e segnato la mia vita come quella di molti.

Quando una persona come Madre Anna Maria muore a torto ci si sente orfani. In realtà, il più grande dono che i santi fondatori e ispiratori ci fanno è quello di lasciarci… finalmente. Dopo averci guidato con le loro parole e i loro gesti, come l’unico Signore e Maestro (cfr Gv 16, 7), devono lasciarci a noi stessi. Non per vivere nel rimpianto, ma per avere lo stesso loro coraggio e la medesima audacia nel tracciare sentieri di vita tanto antichi quanto sempre nuovi. È ciò che Gregorio Magno dice concludendo il racconto della vita di San Benedetto: <Se io non sottraggo il mio corpo al vostro sguardo, non posso mostrarvi cos’è l’amore dello Spirito; e fino a quando non cesserete di vedermi nella carne, voi non potrete imparare ad amarmi in modo spirituale[4]>. Da parte sua, così consiglia Meister Eckart: <È come se dicesse: “Voi avete troppa gioia nella mia presenza, e per questo motivo non potete ricevere la gioia perfetta dello Spirito”. […] perciò il distacco è preferibile a tutto>[5].

La fiaccola che Madre Anna Maria ci passa come un testimone, dopo averla tenuta accesa nella sua vita, è quella di una fede sconfinata nell’amore. Un amore tanto più spirituale quanto più capace di lasciarsi incontrare, toccare, sentire come un profumo che fa rinvenire dallo stordimento della paura di dare interamente e fino in fondo la propria vita.

In quest’ora Madre Anna Maria riposa nella Basilica di san Giulio, in attesa della sua sepoltura, come una perla incastonata nell’aureo anello dell’isola. Molti accorrono per lasciarsi ancora una volta inebriare dalla luce divina che riflette perché come ricorda il libro dello Zohar: <I santi non muoiono, si sposano>. Dicono che un’ostrica non può creare dolorosamente una perla se non è ferita. Quale dolore ha ferito il cuore di Madre Anna Maria perché si trasformasse in una perla così preziosa e lucente? Questa donna compiuta ne sta dialogando amabilmente e allegramente nella sua ora nuziale col suo dolce Creatore, Sposo e Ardore.

E noi, e io, cosa ne sto facendo del dolore che mi attraversa perché si trasformi in una perla, meno preziosa e meno lucente, certo, eppure ugualmente unica?

25 Marzo 2019

Fr. MichaelDavide

www.lavisitation.it



[1]Vultum Dei quaerere, 4.

[2]GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe, XXIV, 8, 16.

[3]Idem, Omelie su Ezechiele, I, V, 2

[4] Idem, Dialoghi, II, 38, 4.

[5]MEISTER ECKART, Opere tedesche, op. cit., p. 118

Immigrazioni

  • Stefano Levi Della Torre

    Milano 27/02/2019

    1)- Il dramma delle migrazioni è una ferita nelle sue origini, nei suoi percorsi e nei suoi approdi, una ferita che rimarrà aperta per un tempo non prevedibile. Le persone di buona volontà ne cercano cure e rimedi ma non possono dare soluzioni. L’Africa che negli anni 90 aveva una popolazione paragonabile a quella europea, ora ne ha quasi il doppio, e molto dipenderà da quanto le donne sapranno contenere il potere maschile, e controllare la propria fecondità, attualmente in media di cinque figli per donna. La migrazione segna una mutazione storica, eppure si presenta come emergenza. Tanto più per i suoi aspetti tragici che impongono l’affanno di salvare vite. Questa è un’urgenza a cui non si può derogare contrapponendo ad essa il problema immediatamente conseguente, reale e arduo, quello di dare accoglienza e prospettiva ai salvati e ai migranti nei paesi d’ Europa. Salvare vite è un imperativo etico che però non è ancora una politica, e anzi sfocia inevitabilmente in una reazione sociale che alimenta una destra che sta aggredendo le democrazie e lo Stato di diritto. Il fatto che esistano movimenti “per la vita” che si accaniscono per la salvezza degli embrioni mentre tacciono sulle persone che muoiono in mare o persino appoggino la politica che li lascia annegare e non concede sbarco, non solo li smentisce, ma rivela una vocazione propriamente razzista: i “nostri” embrioni devono essere salvati, le vite degli “altri” possono soccombere. Le persone di buona volontà cercano di costituire nei fatti, là dove possono, la sequenza salvezza-accoglienza-inserimento sociale, ma stentano a costituire una linea politica che corrisponda alla dimensione geopolitica della questione. Che sappia cioè incidere sulle sue cause (le guerre, l’oppressione, l’espropriazione neo-colonialistica, le crisi ambientali e climatiche) e sui suoi percorsi (la traversata dei deserti, i campi di detenzione, la speculazione sul traffico umano). E’ su quest’arco di problemi che occorre elaborare una politica, e percorsi anche selettivi di migrazione sicura. Percorsi lungo i quali si moltiplicano i crimini. Non ultimi quelli dei governi europei che rifiutano ogni accoglimento di migranti o quello inaugurato dal ministro Minniti secondo cui i respinti sopravvissuti debbano venir restituiti ai Lager libici dalle cui atrocità avevano cercato di salvarsi, pur sapendo di rischiare la morte, o quello di finanziare il dittatore turco Erdogan perché recluda nei suoi campi i migranti preservandone l’Europa. E’ chiaro che occorre coinvolgere l’intera UE, e rivedere gli accordi di Dublino che impongono agli Stati costieri del Mediterraneo la gestione degli sbarchi. Se la destra non ha messo in discussione Dublino, sarà per non scontrarsi coi suoi alleati antiimmigrati alla Orbàn, e forse anche perché il restare esposta agli sbarchi più del resto d’Europa le permette di presentarsi come vittima e di gestire la paura dell’ “invasione” che allarga il suo consenso.

    Quella che infatti si presenta fittiziamente come politica chiara e quindi per molti convincente è la linea della destra che vanta d’ergersi a scudo intransigente contro l’”invasione”. Per un certo tempo l’immigrazione resterà un grande affare per la destra. La sua dichiarata intransigenza a difesa dei confini nazionali le fa gioco persino quando così spesso fallisce, perché dimostrerebbe quanto travolgente sia la potenza del nemico (l’immigrato), contro cui la destra “eroicamente” si batte, aumentando l’allarme e la domanda di protezione di cui la destra si nutre. Così la destra è interessata ad abbattere per legge gli stessi diritti costituzionali a protezione dei richiedenti asilo, è interessata non a ridurre, ma anzi ad estendere l’area dell’irregolarità, distruggendo i luoghi dell’accoglienza e dell’inserimento sociale e lavorativo: più gente senza diritti e senza attività, costretta a vagare e ad accamparsi per strada, a sopravvivere affiliandosi a filiere mafiose o con lo spaccio o la micro-criminalità, o ad essere manodopera a costi irrisori alimentando il lavoro nero e i profitti di chi li assume, non può che alimentare l’ostilità sociale verso questa presenza di emarginati a vantaggio della destra. Il Ministro dell’Ordine Interno è interessato a produrre il disordine, nella stessa logica con cui, si dice, una guardia forestale diventa piromane per dare enfasi alla necessità del proprio ruolo di spegnitore di incendi.

    2)- E’ vana la retorica di chi controbatte alla destra, sostenendo che l’immigrazione sia una risorsa piuttosto che un problema. E’ innegabile che si tratti dell’una e dell’altra cosa. Ma sottovalutarla come problema significa assumere il punto di vista di quelle zone sociali che dall’immigrazione traggono soprattutto vantaggio (si pensi ad es. al fenomeno delle badanti) in termini di bassi salari, in quelle zone cioè in cui la sinistra ancora tiene, ma più in termini di valori etici che non di linea politica. E per converso significa l’essere sordi, se non moralistici, nei confronti del punto di vista di quelle fasce sociali, estese e periferiche, che con gli immigrati sono destinate con disagio a convivere nel degrado dell’ambiente e nella commistione di mentalità, e ne percepiscono la concorrenza nell’uso degli spazi, sul mercato del lavoro, nell’abbattimento dei salari, nell’erogazione della sanità e dell’assistenza, mentre una crisi non di congiuntura ma epocale va riducendo lo Stato sociale e le garanzie del futuro.

    Non che il richiamo ai principi etici dell’accoglienza, della solidarietà, della salvezza delle vite non sia essenziale. Restare umani è un’impresa necessaria e controcorrente, tanto più quando la destra giunge a concepire la solidarietà come reato, incriminabile quale connivenza con l’“invasione”. Purché si facciano i conti con la discriminante sociale e politica tra chi può permettersi il lusso dell’etica e chi con l’etica deve combinare altre urgenze: la fatica delle proprie necessità e della propria perdita di posizione. Sono, questi, i ceti medi impoveriti, i lavoratori produttivi, i disoccupati, tra cui in particolare le donne e i giovani: un popolo attratto dal populismo per riaffermare contro le minoranze il proprio diritto di maggioranza. Nello spostare verso destra questo “popolo”, nel sollecitare la gelosia sociale degli autoctoni contro gli immigrati (“perché preoccuparsi di loro, minoranza estranea, quando si trascura noi, maggioranza autoctona?”), nulla di più efficace di una politica che, in nome della sinistra, ha aderito al liberismo contraendo i diritti sindacali, minando i contratti collettivi e imponendo l’obbligo individuale delle partite IVA, insieme umiliando la dignità sociale e simbolica di chi lavora.

    3)- Visto il successo popolare della polemica populistica contro le élites (polemica che ha pure qualche fondamento), non è stupido Salvini nell’intento rocambolesco di equiparare élites e immigrati: Quando, attaccando le onlus e tacendo sull’operatività delle mafie, Salvini (con Di Maio) parla di “Taxi del mare” per le navi che salvano naufraghi, quando Salvini parla di “pacchia” circa la condizione dei migranti, certamente vuole dare l’impressione di un uno stato di privilegio e dunque elitario dei migranti, per stimolare l’ostilità di coloro che dalle “élites” si sentono defraudati. La campagna contro Soros (magnate ebreo) che Salvini e Orbàn accusano di un umanitarismo volto a favorire l’immigrazione islamica ai danni dell’Europa cattolica, sovrappone la figura del ricco (ebreo) e del migrante. Ed essendo l’antisemitismo una tradizione, il riferimento al “complotto” di Soros conferisce alla campagna contro di lui un sapore di tradizione molto caro agli spiriti nazionalistici Dunque, élite chi si occupa di immigrati con presunti intenti antinazionali, élite gli immigrati stessi, gli uni e gli altri denunciati dalla destra come profittatori del “popolo”. Ma nella retorica della destra, l’immigrato riveste un’ulteriore funzione metaforica: se la globalizzazione induce la sensazione che grandi forze indecifrabili (dall’UE ai giochi dei mercati finanziari) ci invadano e interferiscano pesantemente nelle nostre concrete condizioni di vita, l’immigrato ne è la figura visibile. E’ la rappresentazione antropomorfa dell’invadenza capitalistica globale. Mentre si divarica la forbice tra ricchezza e povertà, tra appropriazione ed espropriazione, questa magia permette alla destra di rovesciare i termini del conflitto: invece di lottare contro il potere dell’alto, incita a lottare contro il basso, i migranti, in cui i “poteri forti” surrettiziamente si rappresenterebbero. Viene così proposto, dalla destra, un fronte che oppone una massa impoverita e insicura, che rivendica la propria sovranità maggioritaria e territoriale, a una minoranza migrante e deprivata, e alle minoranze in genere.

    4)- Le nostre indignazioni nei confronti dei populismi possono essere ottuse se ci esimono dal riconoscere come essi rappresentino una questione della massima importanza: la sofferenza e la rivalsa dello spirito di maggioranza. Già nel 2011 il movimento “Occupy Wall Street” contro i vertici del potere finanziario l’aveva segnalato, ma con spirito internazionalistico, nel suo slogan “siamo il 99%”. Ora, i populismi dimostrano ovunque d’essere un pericolo per lo Stato di diritto e per la democrazia rappresentativa, nondimeno la democrazia si basa sul diritto della maggioranza a governare, mentre la qualità della stessa democrazia si misura su quanto sia capace di rispettare i diritti delle minoranze. Ma se poi i diritti civili giustamente conseguenti all’art. 3 della Costituzione (dallo Jus Soli, alla parità di genere, ai matrimoni omosessuali) si presentano all’ordine del giorno mentre vengono compressi i diritti sociali (diritti al lavoro e sul lavoro, diritti alla casa, alla sanità, all’assistenza, alla pensione), allora i diritti civili parranno, a molti, privilegi di minoranza. E ciò indurrà insofferenza nei confronti delle minoranze e quindi contro la qualità stessa della democrazia, come appunto sta avvenendo. E se i diritti civili si rivestiranno del moralismo fastidioso del “politicamente corretto”, ciò indurrà, come appunto sta avvenendo, una reazione anche linguistica e mentale detta “di pancia”. Dico che se si comprimono i diritti sociali, come la stessa “sinistra” ha fatto aderendo al liberismo, una maggioranza se ne sentirà defraudata, si sentirà investita da gelosia sociale contro le minoranze (dagli immigrati in primo luogo, fino agli “intellettuali”) e cercherà rivalsa e protezione nel populismo…

    Anche per questo ha vinto Trump, sostenuto dalla rivalsa dei lavoratori bianchi che si sentivano minacciati dalle minoranze etniche nel loro privilegio di maggioranza “razziale”.

    5)- una minoranza, in quanto tale, è immersa in una maggioranza da cui non può prescindere e con cui non può evitare di fare i conti. L'”altro” le è inevitabile. Una maggioranza può invece pensare di prescindere da una minoranza, e può assumere diversi atteggiamenti, a seconda della propria disposizione democratica, o inclusiva o esclusiva. I populismi hanno la tentazione di pretendersi “il popolo”, cioè la stragrande maggioranza, e ne consegue la tendenza autoritaria a concepire l’”altro” come un resto impopolare e detestabile, in quanto inutile o dannoso. Fino a smentita. Dunque, tra spirito di maggioranza e spirito di minoranza c’è una radicale differenza nel concepire il rapporto con l’“altro”: il punto di vista di minoranza concepisce l’altro come una circostanza inevitabile, nel bene e nel male, mentre il punto di vista di maggioranza concepisce l’altro come un fatto avventizio, che può essere accolto o tollerato, discriminato o respinto. Nella globalizzazione, che ci proietta nel contesto del mondo, siamo tutti minoranza (gli stessi cinesi sono solo un miliardo e mezzo a fronte dei 7 miliardi dell’umanità), e il punto di vista di maggioranza diventa insicuro di sé, inducendo reazioni “sovraniste” che cercano di preservare o ricostruire le proprie condizioni di maggioranza entro confini limitati, al riparo dal mondo.

    Parafrasando un detto attribuito da Plutarco a Giulio Cesare: “Meglio essere il primo [o maggioranza] in un villaggio delle Alpi che il secondo [o in minoranza] a Roma”, si può considerare quanto sia questo il criterio che spinge i populismi, nella loro vocazione maggioritaria, a chiudersi entro i muri provinciali del nazionalismo.

UNA SPERANZA NUOVA

                                                  PREGHIERA DI PERDONO

” Dio santo, tu ci hai chiamato alla santità e ci hai inviato agli uomini come testimoni della tua verità.

Ci hai illuminato con la Luce del Vangelo e vuoi che viviamo comme figli della luce.

Ti preghiamo :

Dacci il coraggio di dire la verità e la libertà di proclamare la nostra responsabilità.

Salvaci dalla tentazione di negare i crimini e nascondere l’ingiustizia. E dacci la forza di ricominciare da capo e di non arrenderci quando il peccato e la colpa oscurano la luce del Vangelo.

Rafforza la nostra fiducia in tuo Figlio, che da solo è la via, la verità e la vita

IL TUO NOME SIA LODATO PER TUTTA L’ETERNITA’ ! “

Il pensiero unico della ferocia

di Massimo Recalcati in “la Repubblica” dell’11 dicembre 2018

Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria — , i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo.

Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.

QUANDO LE PAROLE NON BASTANO PIU’:

Anche se l’articolo e la riflessione di DANIELE HERVIEU-LEGER può spiegare certe cause storiche e psicologiche del “crollo” della Chiesa  (francese), non dobbiamo sottovalutare l’influenza dei Cristiani riformati, soprattutto nella regione dell’Alsazia, bagnata dalla mistica renana. Il cambiamento futuro potrebbe ben venire dai fedeli e, più particolarmente, dalle… donne, molto implicate nell’evangelizzazione! Dopo aver vissuto tanti anni la missione evangelica come una condivisione fraterna tra laici e sacerdoti, oggi le cose sono cambiate, ma la “rivoluzione – risurrezione” che abita il cuore del popolo di Dio e l’anima un po’ “ribelle” del francese (l’attualità sociale di queste ultime settimane rende conto del grido del popolo) ha nascosto la possibilità, il “potere”, e la rivolta nel più profondo dell’essere per dire : “NO” !

  • NO ad una Chiesa di funzionari ( Eugen DREWERMANN l’aveva già denunciata nel suo libro : LES FONCTIONNAIRES DE DIEU )
  • RITROVIAMO  la motivazione mistica, sincera e profonda della missione di ciascuno… Non dovrebbe essere questa la prima domanda da  cercare davanti al Signore prima di “entrare in religione” ?
  • NO ad una Chiesa dogmatica che punta il dito su l’importanza prioritaria delle obligazioni, interdetti, della perfezione, invece di insegnarci ad aprire il nostro cuore per scoprire il “tesoro nascosto”.
  • RITROVIAMO il profumo della Parola evangelica, libera, preziosa, che ci fa vivere e sviluppa il nostro essere profondo. Non dovrebbe essere questo il primo insegnamento della Chiesa: aiutare gli uomini a scoprire il Signore?
  • NO a l’accettazione di un poter dispotico (dei laici o dei sacerdoti) che impone un punto di vista rigido dimenticando che, anche se siamo differenti, siamo tutti fratelli.
  • RITROVIAMO lo spirito della prima comunità apostolica. Non dovrebbe essere questo la gioia della relazione fraterna?

“SCEGLI LA VITA” ci dice il profeta… allora la CHIESA potrà di nuovo fiorire e profumare il mondo.

 

 

È tutto il sistema clericale che bisogna smantellare

intervista a Danièle Hervieu-Léger, a cura di Olivier Pascal-Moussellard in “pleinjour.wordpress.com” del 16 novembre 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

Se vuole sopravvivere agli scandali di pedofilia, la Chiesa cattolica deve riformarsi, ci ha detto la sociologa Danièle Hervieu-Léger. Rinunciando al controllo della sessualità dei credenti da parte dei preti, e prendendo atto dell’emancipazione delle donne.

Il disagio è terribile, ma non tutti hanno compreso la gravità del male. Il disagio, è il silenzio colpevole, l’imbarazzo compassato, la difesa maldestra della Chiesa cattolica francese da quando lo scandalo della pedofilia è scoppiato. Chiedere perdono non significa che si sia compreso l’inferno che le vittime avevano vissuto – che stanno ancora vivendo. Dopo la dissimulazione, dopo il diniego, vengono la presa di coscienza e soprattutto l’ascolto – finalmente – degli uomini e delle donne abusati che i vescovi francesi hanno accolto nell’assemblea generale a Lourdes. Verrà poi, come negli Usa, il tempo delle riparazioni. Eppure lo scandalo della pedofilia di cui del resto non si conosce ancora l’ampiezza esatta nel nostro paese, non riassume tutta la crisi della Chiesa cattolica, afferma la sociologa Danièle Hervieu-Léger, direttrice onoraria alla Ecole des hautes études en sciences sociales. È una crisi che tocca il cuore stesso della Chiesa. Le radici di questa crisi derivano da scelte “strategiche” a cui è legata dal XIX secolo e con le quali e a causa delle quali si indebolisce da alcuni decenni. Se non decide rapidamente di guardare in faccia il male che la rovina e dar prova di audacia, l’istituzione potrebbe anche morire con le sue idee – e lasciar soli i suoi fedeli.

Qual è l’intensità della crisi che sta vivendo la Chiesa cattolica?
È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale.

Tuttavia, il cristianesimo non è estraneo a questa ricerca di autonomia…
In effetti, universalizzando e individualizzando la problematica ebraica dell’alleanza – quella di un Dio che offre una salvezza a cui il popolo ha la libertà di rispondere “si” o “no” – il cristianesimo afferma la libertà del soggetto credente che la Riforma porterà avanti nella sua logica, sopprimendo le mediazioni istituzionali tra Dio e l’uomo. La tensione tra questa libertà spirituale e l’ordine dogmatico e disciplinare imposto ai fedeli attraversa la storia della Chiesa. Ma questo stesso ordine è stato radicalmente messo in discussione dal riconoscimento moderno delle autonomie individuali, sul quale l’esperienza cristiana stessa si è progressivamente allineata. Oggi è enorme l’abisso culturale tra la società contemporanea e una Chiesa che resta legata, al di là del Concilio Vaticano II (1962-1965) ad un regime normativo e gerarchico estraneo a questa rivoluzione dell’individuo.

Come reagisce la Chiesa all’allontanamento del XIX secolo?
Nella prima parte del secolo, pensa che il corso della storia sia reversibile. L’ordine nuovo nato dalla Rivoluzione non è stabilizzato e la Chiesa si impegna intensamente in vista della riconquista teologico-politica. Più la partita appare perduta, più la Chiesa si costituisce in “fortezza assediata”, eretta contro la modernità. Estromessa dalla sfera politica, essa rafforza il suo dispositivo di influenza nella sfera privata, trasponendo sul terreno della morale e delle mentalità gli anatemi rivolti agli “errori fatali” della democrazia e del liberalismo politico. La famiglia diventa il luogo per eccellenza della sua influenza normativa con un’ossessione crescente per il controllo della sessualità dei fedeli principalmente attraverso la confessione.

Prima del XIX secolo, la Chiesa non si interessava della famiglia?                                                                                         Certamente sì, e il diritto ecclesiastico del matrimonio, costituito molto tempo prima, ha del resto impregnato in profondità lo stesso diritto civile. Ma per secoli la realtà familiare non ha avuto molto a che fare con la famiglia coniugale – padre, madre e figli – che viene celebrata oggi come la forma “naturale” e atemporale di ogni famiglia. Con la mortalità infantile, la morte di parto delle donne, la frequenza delle seconde nozze, la coabitazione delle generazioni, il collocamento dei figli in collegi, ecc., il paesaggio familiare era dei più mutevoli. Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo.
In che modo lo fa?
Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro. Dopo la Riforma, il concilio di Trento (1545-1563) aveva rafforzato potentemente lo status del prete “persona separata” per la gestione esclusiva dei beni della salvezza. L’enfasi sull’elezione divina del prete la cui vocazione è chiamata a svilupparsi come un “germe” al riparo dal mondo nell’ambiente chiuso dei seminari, trionfa nel XIX secolo, “secolo dei curati”. Di fronte ad un popolo di fedeli senza alcun potere nell’istituzione, si impone la figura di un prete portatore di tutti gli attributi del sacro, che è anche, sul terreno della famiglia, il protagonista della grande battaglia della Chiesa contro il secolarismo del mondo.

 

Parlava anche del secondo fulcro del dispositivo: il corpo delle donne…
La Chiesa ha messo in atto un ideale di coppia e di famiglia allineato sul modella della Sacra Famiglia, che riuniva la sottomissione a Dio-Padre (con la figura del pater familias), l’assoluta dedizione materna e la perfetta preservazione della purezza. Nel perseguire questo ideale, il prete è incaricato di esercitare un controllo quasi diretto sul corpo delle donne.

Perché le donne?
Perché gli uomini sono meno praticanti delle donne, perché la trasmissione religiosa si fa essenzialmente attraverso le madri, e perché esse fanno nascere dei futuri preti. L’obbligo che viene richiesto ai preti (sotto pena di grave mancanza) di interrogare le penitenti in confessione sulla conformità delle loro pratiche sessuali riguarda principalmente le penitenti. Questo richiamo alla storia è indispensabile secondo me per comprendere la crisi attuale della Chiesa.

Perché?
Perché abbiamo conosciuto, con le due Guerre e soprattutto a partire dagli anni 60-70 del secolo scorso, una rivoluzione completa della famiglia: il modello patriarcale e gerarchico del XIX secolo è stato spazzato via dalla crescente diffusione della “famiglia relazionale” o “orizzontale” in seno alla quale sono messe al primo posto, in maniera contrattuale, le relazioni tra individui. Il riconoscimento dell’uguaglianza delle donne e del loro diritto a disporre del proprio corpo ha tolto le fondamenta al bastione familiare sul quale la Chiesa ancorava il suo sforzo di influenza sulla società. La Chiesa è stata, se posso dire, “abbandonata dalla famiglia”. La pacifica accettazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso a cui la Chiesa si è violentemente opposta completa questo distacco. Le sue posizioni ufficiali sulla contraccezione o sulla procreazione medicalmente assistita, proibita – in nome di una “natura” ridotta a biologia – perfino alle coppie eterosessuali sposate, non sono comprese e evidentemente vengono aggirate dai fedeli. In queste battaglie incomprensibili, la Chiesa ha perso una parte sostanziale del suo credito. Gli scandali legati ai casi di pedofilia segnano una nuova e drammatica tappa, screditando anche agli occhi degli stessi fedeli il carattere sacro attribuito alla persona del prete.

Che tipo di formazione avevano i preti sulle questioni inerenti la sessualità?
Fino alla metà del XX secolo, nel mondo chiuso dei seminari, il problema delle implicazioni vissute dal celibato era un punto debole. La sessualità del prete era esclusivamente considerata sotto l’angolo della tentazione che un “buon prete” che prega molto e si mortifica riuscirà ad evitare. Venivano trasmesse delle indicazioni di prudenza in materia di rapporti con le donne, ma per il resto regnava il silenzio. A partire dagli anni 60 del secolo scorso, a causa in particolare del crescente numero di preti che abbandonavano il sacerdozio, questi argomenti sono stati a poco a poco introdotti nella formazione attraverso la psicologia, ma non senza reticenze. E la questione dell’omosessualità restava normalmente un buco nero. L’istituzione non ignora che il semplice fatto di occuparsi di questi temi minaccia di far esplodere tutto il dispositivo della “separatezza” del prete.

Perché?                                                                                                       Perché il peso della “separatezza” è diventato più difficile da sopportare. Il futuro prete che oggi entra in formazione fa parte di una cultura post-cristiana, nella quale l’evidenza sociale del suo status si è considerevolmente ridotta. Sa che i benefici simbolici legati alle sue rinunce saranno deboli, che la sua situazione economica sarà mediocre e le sue condizioni di lavoro pastorale disastrose, spesso nell’isolamento. Sa che sarà percepito per lo più non come un virtuoso della fede, ma come l’ultimo dei Mohicani. Il presbiterato è diventato una posizione sociale ampiamente squalificata, e gli scandali di pedofilia la rendono drammaticamente ancora più fragile.

La Chiesa si è resa conto della gravità dello scandalo?    La sua cecità che perdura nel tempo si spiega con quello che ho appena descritto. Facendo del prete una figura ideale nella quale tutte le contraddizioni umane potevano essere riassorbite dalla preghiera e dalla mortificazione, la Chiesa si proteggeva abbastanza bene contro le mancanze di alcuni: considerate semplici “derive individuali”, si riteneva che questi comportamenti non compromettessero l’insieme dell’istituzione. E non la compromettevano anche perché la sacralità che restava loro conferita al di là di quelle mancanze, rendeva intoccabili i preti coinvolti, anche agli occhi dei genitori di vittime, spesso non credute. Questo atteggiamento ha lasciato abbandonati a se stessi i bambini abusati, ma anche i preti più fragili psicologicamente. Naturalmente ci si stupisce della durata di questo silenzio colpevole. Ma coloro che assicuravano la regolamentazione del sistema erano incapaci di valutare la posta in gioco, persuasi – non senza ragione del resto! – che se si fosse rotto il silenzio, si sarebbero distrutte le fondamenta stesse dell’autorità clericale, e quindi della Chiesa stessa. Non erano pronti – e alcuni di loro non sono pronti neanche adesso – ad assumersi questo rischio. Sono oggi sprofondati in un cataclisma.

Perché, sullo scandalo della pedofilia, la Francia è sembrata essere indietro rispetto ad altri paesi?
Sicuramente perché la cultura del segreto, alimentata dall’idea secondo la quale la santità dell’istituzione assorbe il peccato dei suoi ministri, è qui diventata più forte per l’inibizione particolare creata nell’istituzione dalla preoccupazione di non distruggere l’equilibrio faticosamente raggiunto nelle sue relazioni con una società che si infiamma appena la Chiesa è coinvolta. Appena si parla della Chiesa, si riapre la guerra delle due France. Sicuramente anche perché la conferenza episcopale francese è profondamente divisa su questi temi, come su molti altri. Tuttavia, sotto pressione, è arrivata alla decisione di creare una commissione di inchiesta indipendente. È un passo avanti. A condizione che sia veramente indipendente e abbia accesso assolutamente libero all’insieme degli archivi in tutte le diocesi senza eccezione. Ad esempio, sappiamo che non è stato così in Germania. Ma anche se la creazione di questa commissione segna una tappa nel dossier della pedofilia, non è detto che la Chiesa affronti le cause strutturali della crisi.

Come può uscire da questa crisi?                                                        Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione.

Resta il messaggio spirituale della Chiesa…                    Senza dubbio, ma trasmesso da chi? Dal 1959, muoiono ogni anno in Francia più preti di quanti non ne vengano ordinati. Diciamocelo chiaro: sul piano dei numeri, il corpo sacerdotale è in via di estinzione. Fuori dalle grandi città, le parrocchie sono normalmente scatole vuote, dove dei preti si esauriscono facendo chilometri e chilometri per andare a celebrare messe e funerali! la Chiesa francese non potrà chiamare indefinitamente preti africani o polacchi per compensare il crollo delle vocazioni. Le capacità sociali della Chiesa cattolica si basano oggi massicciamente sulla generosità di donne laiche che si fanno carico del catechismo, della preparazione al matrimonio o al battesimo, e cioè tutto ciò che coinvolge centralmente la trasmissione cristiana. Se loro smettono di lavorare, il cattolicesimo in Francia crolla. Già sappiamo che è problematico trovare chi dà loro il cambio. Allora, quale Chiesa domani? Il teologo Karl Rahner lo scriveva già nel 1954 con un senso acuto della premonizione: di fronte al rischio che si costituisca un “cattolicesimo di ghetto”, bisognerà inventare, diceva, un “cattolicesimo di diaspora”. Un simile “mutamento diasporico” suggerisce una autorità ecclesiale capace di accompagnare le comunità nel loro farsi carico di se stesse, nelle condizioni culturali specifiche delle società in cui sono installate. L’osservazione sociologica della scena cattolica non lascia affatto pensare che tale evoluzione sia prossima.

Imparare a morire

<Se vuoi restare resta – le dico nella certezza che una parte di lei possa per qualche via imperscrutabile sentirmi – se vuoi andare vai. Ma se decidi di andare, vola nella Luce sapendo che sei stata una grande madre e una grande donna, che devo a te molto di quello che sono, che eri a tuo modo una persona illuminata.

E se voli via, concentrati nella Luce che ti convoca, slanciati verso di Essa, non badare a coloro che piangeranno, a chi ti toccherà bruscamente per svestirti e rivestirti. Se vuoi andare via, vola libera Luce>.(1)

Oggi, facciamo memoria – com-memoriamo – i Fedeli defunti: così ci dice la Chiesa attraverso la liturgia; in particolare, poi, ognuno di noi ricorda i familiari, gli amici, i compagni di viaggio che con noi hanno fatto un pezzetto di strada, la strada di questa vita che ciascuno di noi è chiamato a percorrere… e non da solo! Èper questo che facciamo visita alle loro tombe, al cimitero, luogo in cui c’è come “un resto” di chi abbiamo amato. Ciascuno di loro si è portato via qualcosa di noi; la loro morte ci ha strappato qualcosa, dalla nostra carne, dal nostro cuore e questo ci fa vivere la morte con grande tristezza e sofferenza, e, in questo tempo, addirittura con rimozione.

Allora questa festa potrebbe essere anche l’occasione per “avvicinarci” alla morte, una realtà che è così parte della nostra vita, tanto che nessuno può fuggirla e prima o poi arriva; insomma, bisogna prepararsi ad attraversarla, forse ad accoglierla, in qualche modo a poterla nominare, come ha fatto un piccolo-grande uomo quale fu Francesco, “Sorella”!

Proprio in queste settimane, avvicinandoci alla fine dell’anno liturgico, i Vangeli, che accompagnano la Liturgia della Parola quotidiana, ci parlano della venuta del Signore: <Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. […] Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.> (Lc 12,35-36.40). Non è un modo per metterci paura, non è dal Signore Gesù! Egli spesso nei Vangeli ci sollecita invece ad avere coraggio. L’invito è a vigilare, restare desti, presenti all’oggi, cioè consapevoli che l’essere radicati nel presente, vivendo appieno di questa vita, ci chiede di avere un orizzonte ampio che contempli anche i limiti di questa vita, il Limite della vita: la morte. Lo stesso san Benedetto, nella sua Regola, fa menzione della morte al cap. IV, tra gli strumenti delle buone opere: <Avere ogni giorno presente davanti agli occhi la imminenza della morte>.

La rimozione della morte, da parte della nostra cultura contemporanea, è dovuta al tentativo di rimozione del limite. Eppure sappiamo bene che ciascuno di noi è chiamato quasi quotidianamente ad affrontare delle piccole o grandi “morti”, che sono i fallimenti di ciò che desideriamo, amiamo e viviamo, a volte con tutto noi stessi. Il limite è parte costitutiva della nostra creaturalità e questo, troppo spesso, cerchiamo di nascondercelo, dimenticarlo. Ecco perché è necessario imparare a morire, e a partire proprio dagli appelli che la vita ci pone davanti ogni giorno, attraversando quindi le nostre piccole morti, per essere pronti un giorno all’incontro con sora nostra morte corporale.

Ma per imparare a morire, che non è cosa leggera, come discepoli vigilanti del nostro Signore Gesù Cristo, possiamo metterci alla sua scuola, nella certezza/speranza che le morti, la Morte non è l’ultima parola sulla vita: <Se moriamo con lui, con lui anche vivremo> (2 Tm 2,11); il Signore in questo ci rassicura: <E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.> (Gv 6, 39-40). “Vedere e credere” è ciò che può muoverci ad attraversare, non senza sofferenza, le nostre piccole morti, la morte di chi amiamo, fino ad attendere la nostra che prima o poi arriverà, quasi come un ladro o, forse meglio, come uno sposo (cfr Mt 25,1).

fr. Andrea Serafino

1. Sulla Morte, Angelo Tonelli, Ed. La Parola, 2017 Roma.

Con i migranti per fermare la barbarie

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

Luigi Ciotti da “Il Manifesto”

CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?

A MULHOUSE, città francese vicina alla Germania e alla Svizzera, c’è un “muro” STREET ART “chiamato: M.U.R. (Modulabile Urbano Reattivo) che accoglie, ogni mese un artista del mondo, conosciuto o no, invitato a dipingere sul grande muro bianco di 11×5 metri un’emozione sua.

Questo mese di Ottobre 2018, per il 52° M.U.R., l’artista NICOLA ARAMU (italiano di Venezia) ci invita a mettere un po’ d’umanità nella nostra vita!

La sua espressione artistica intitolata “CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?” parla con grande sensibilità a tutta la gente lontana o vicina, del tempo passato o presente che cammina insieme nella stessa direzione, come una grande sinfonia d’umanità!

Utopia di un mondo sognato o proiezione di una realtà da costruire? A noi di scegliere…

L’arte potrebbe aiutarci ad accogliere le differenze e a vivere tutti insieme in armonia… dovrebbe essere possibile… basterebbe aprire i nostri cuori…

 

 

 

Accogliere lo straniero, nel nome dell’unico Dio

È stato firmato il 21 novembre 2013, a Vienna, nell’ambito di un incontro di Religions for Peace, un documento redatto dai leader delle principali religioni sul tema dell’accoglienza dei migranti, in particolare di coloro che fuggono da guerre e carestie.

Un valore centrale della mia fede è accogliere lo straniero, il rifugiato, lo sfollato, l’altro. Io tratterò loro come vorrei essere trattato io stesso. E inviterò gli altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, a fare lo stesso.
Insieme con le autorità religiose, con le organizzazioni confessionali e le comunità di coscienza del mondo affermo: Io accoglierò lo straniero.

La mia fede insegna che la compassione, la misericordia, l’amore e l’ospitalità sono per tutti: chi è nato nel mio Paese e lo straniero, il membro della mia comunità e chi è appena arrivato.

Ricorderò ai membri della mia comunità che tutti siamo considerati «stranieri» da qualche parte, che dobbiamo trattare lo straniero nella nostra comunità come vorremmo essere trattati noi stessi, e che dobbiamo sfidare l’intolleranza. Ricorderò alle altre persone nella mia comunità che nessuno lascia la propria casa senza una ragione: alcuni fuggono da persecuzione, violenza o sfruttamento; altri a causa di disastri naturali; e altri spinti dal desiderio di cercare una vita migliore per la propria famiglia.

Riconosco che tutte le persone hanno diritto alla dignità e al rispetto in quanto esseri umani. Tutti, nel mio Paese, compresi gli stranieri, sono soggetti alle sue leggi, e nessuno deve essere fatto oggetto di ostilità o discriminazione. Riconosco che accogliere lo straniero a volte richiede coraggio, ma le gioie e le speranze nel farlo superano di gran lunga i rischi e le sfide. Sosterrò coloro che con coraggio praticano nella propria quotidianità l’accoglienza verso lo straniero.

Offrirò ospitalità allo straniero, poiché ciò porta benedizione sulla comunità, sulla famiglia, sullo straniero e su me stesso. Rispetterò e onorerò il fatto che lo straniero possa essere di una fede diversa o avere convinzioni diverse della mia o da quelle di altri membri della mia comunità. Rispetterò il diritto dello straniero di praticare la sua fede con libertà. Cercherò di creare spazi in cui egli possa esercitare liberamente il proprio culto. Parlerò della mia fede senza disprezzare né mettere in ridicolo la fede di altri.

Costruirò ponti tra me e lo straniero. Attraverso il mio esempio incoraggerò gli altri a fare altrettanto. Mi sforzerò non solo di accogliere lo straniero, ma anche di ascoltarlo in profondità e di promuovere la comprensione e l’accoglienza nella mia comunità.

Prenderò apertamente posizione per promuovere la giustizia verso lo straniero, così come faccio per gli altri membri della mia comunità. Quando vedrò ostilità verso lo straniero nella mia comunità, che sia a parole o con i fatti, non la ignorerò, ma mi impegnerò per stabilire un dialogo e facilitare la pace.

Non resterò in silenzio quando vedrò altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, parlare male degli stranieri, giudicandoli senza conoscerli, o quando vedrò che questi sono esclusi, maltrattati o oppressi. Incoraggerò la mia comunità di fede a collaborare con altre comunità di fede e organizzazioni religiose a trovare modi migliori per assistere lo straniero.

Io accoglierò lo straniero.