Il pensiero unico della ferocia

di Massimo Recalcati in “la Repubblica” dell’11 dicembre 2018

Ho con il territorio di Ancona un rapporto personale di grande affetto che dura negli anni. Corinaldo è un piccolo e bellissimo borgo marchigiano oggi sommerso dal dolore. Potrei leggere la drammatica vicenda che ci ha tutti turbati come la conferma tragica delle mie tesi sulla crisi diffusa del discorso educativo, sull’evaporazione del padre, sulla lunga notte di Itaca che ci circonda, sulla diffusione di un godimento nocivo alla vita. Osservo invece con un certo sconcerto che quella maledetta discoteca ci fotografa: spietatamente, crudelmente, traumaticamente. Nessuno di noi è salvo. La caccia al colpevole, l’attribuzione delle responsabilità per l’accaduto — pure, sottolineo, giusta e necessaria — , i giudizi di condanna nei confronti di quei genitori e dei loro ragazzi sembrano aver innanzitutto dimenticato che questo tempo è ancora il tempo del dolore. Alcuni ragazzi sono gravi, le loro famiglie col fiato sospeso, il corpo straziato dei morti giace senza sepoltura. Eppure non c’è il silenzio necessario a ogni lutto, ma un livore accusatorio che impressiona. Non tra i ragazzi, ma tra gli adulti. Genitori e cosiddetti immancabili esperti, dalle tribune dei media e dei social, spiegano come dovrebbero comportarsi i veri genitori, quelli seriamente responsabili del proprio ruolo educativo.

Altri commentatori accusano invece l’artista di inneggiare, nelle sue canzoni, allo sballo e alla dissipazione, accanendosi con le autorità che non avrebbero adempiuto ai loro ruoli nel garantire la sicurezza della struttura. In questo modo il rispetto per il lavoro doloroso del lutto di famiglie spezzate dal dolore e dalla perdita viene brutalmente calpestato. Non c’è senso della comunità, condivisione, solidarietà, presenza, ma, come avviene tristemente e non casualmente anche nella nostra vita politica, l’attribuzione proiettiva e feroce della colpa che è sempre dell’altro. Non ci accorgiamo di essere come quelli che gettano spray urticante negli occhi dei vicini per accaparrarci un po’ di spazio o un oggetto di valore? È evidente che una seria riflessione sul tema dell’educazione si deve fare, ma non ora, non adesso, non in questi termini trascurando i tempi psichici che l’elaborazione simbolica di ogni lutto esige. Trascurando il dramma della bambina di 11 anni che ha chiesto a sua madre di essere accompagnata al concerto prima di vederla morta. Chi ha cura dei suoi pensieri? Chi, prima di giudicare pubblicamente sua madre, pensa, anche solo per un attimo, a come sta questa bambina, a quali sensi di colpa possono tormentarla? Lo sappiamo: la ragione ultima, quella più decisiva, all’origine della tragedia è, oltre alla presenza, sempre minoritaria, di una microcriminalità giovanile, la spinta al profitto che ha generato il fenomeno fatale e determinante del sovraffollamento dei locali. Ma noi siamo davvero indenni da questa spinta? Noi adulti diamo testimonianza di quanto, per esempio, la lettura e la cultura, l’amore e la solidarietà, valgano più dell’accesso a un guadagno facile o dell’inganno del prossimo? Sappiamo dare testimonianza ai nostri figli che la Legge del mercato non è la sola Legge possibile per l’umano? Siamo in grado di farlo? L’educazione è una cosa seria: non è l’apprendimento di regole esterne, né si può ridurre al sentimento del loro rispetto. Il grande compito del processo educativo è quello di rendere possibile l’incorporazione del senso umano della Legge che è irriducibile a ogni regola. Il corteo paternalista delle voci che richiamano il rispetto delle regole e dell’autorità sembra purtroppo manifestarsi come “pensiero unico”. Una lunga tradizione disciplinare (pre-Sessantotto) gli dà vigore: meglio prendersela con la cattiva musica che suscita cattivi modelli che con il modello di vita che noi stessi proponiamo. Infatti: quale modello di vita siamo stati e siamo in grado di offrire ai nostri figli? Gli consegniamo in eredità un mondo senza prospettive, senza lavoro, un corpo morto e vorremmo che loro fossero la manifestazione grata, vitale e positiva del desiderio. Quando, chiediamoci, i limiti che oggi gli adulti responsabili invocano, acquistano davvero senso? In un tempo come il nostro che discredita continuamente i limiti essi possono esistere solo se gli adulti per primi ne danno testimonianza credibile facendoli esistere innanzitutto nella loro stessa vita. Questo è l’essenziale. Essenziale non è il giudizio di condanna; essenziale è sempre da quale pulpito viene la predica.

QUANDO LE PAROLE NON BASTANO PIU’:

Anche se l’articolo e la riflessione di DANIELE HERVIEU-LEGER può spiegare certe cause storiche e psicologiche del “crollo” della Chiesa  (francese), non dobbiamo sottovalutare l’influenza dei Cristiani riformati, soprattutto nella regione dell’Alsazia, bagnata dalla mistica renana. Il cambiamento futuro potrebbe ben venire dai fedeli e, più particolarmente, dalle… donne, molto implicate nell’evangelizzazione! Dopo aver vissuto tanti anni la missione evangelica come una condivisione fraterna tra laici e sacerdoti, oggi le cose sono cambiate, ma la “rivoluzione – risurrezione” che abita il cuore del popolo di Dio e l’anima un po’ “ribelle” del francese (l’attualità sociale di queste ultime settimane rende conto del grido del popolo) ha nascosto la possibilità, il “potere”, e la rivolta nel più profondo dell’essere per dire : “NO” !

  • NO ad una Chiesa di funzionari ( Eugen DREWERMANN l’aveva già denunciata nel suo libro : LES FONCTIONNAIRES DE DIEU )
  • RITROVIAMO  la motivazione mistica, sincera e profonda della missione di ciascuno… Non dovrebbe essere questa la prima domanda da  cercare davanti al Signore prima di “entrare in religione” ?
  • NO ad una Chiesa dogmatica che punta il dito su l’importanza prioritaria delle obligazioni, interdetti, della perfezione, invece di insegnarci ad aprire il nostro cuore per scoprire il “tesoro nascosto”.
  • RITROVIAMO il profumo della Parola evangelica, libera, preziosa, che ci fa vivere e sviluppa il nostro essere profondo. Non dovrebbe essere questo il primo insegnamento della Chiesa: aiutare gli uomini a scoprire il Signore?
  • NO a l’accettazione di un poter dispotico (dei laici o dei sacerdoti) che impone un punto di vista rigido dimenticando che, anche se siamo differenti, siamo tutti fratelli.
  • RITROVIAMO lo spirito della prima comunità apostolica. Non dovrebbe essere questo la gioia della relazione fraterna?

“SCEGLI LA VITA” ci dice il profeta… allora la CHIESA potrà di nuovo fiorire e profumare il mondo.

 

 

È tutto il sistema clericale che bisogna smantellare

intervista a Danièle Hervieu-Léger, a cura di Olivier Pascal-Moussellard in “pleinjour.wordpress.com” del 16 novembre 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)

Se vuole sopravvivere agli scandali di pedofilia, la Chiesa cattolica deve riformarsi, ci ha detto la sociologa Danièle Hervieu-Léger. Rinunciando al controllo della sessualità dei credenti da parte dei preti, e prendendo atto dell’emancipazione delle donne.

Il disagio è terribile, ma non tutti hanno compreso la gravità del male. Il disagio, è il silenzio colpevole, l’imbarazzo compassato, la difesa maldestra della Chiesa cattolica francese da quando lo scandalo della pedofilia è scoppiato. Chiedere perdono non significa che si sia compreso l’inferno che le vittime avevano vissuto – che stanno ancora vivendo. Dopo la dissimulazione, dopo il diniego, vengono la presa di coscienza e soprattutto l’ascolto – finalmente – degli uomini e delle donne abusati che i vescovi francesi hanno accolto nell’assemblea generale a Lourdes. Verrà poi, come negli Usa, il tempo delle riparazioni. Eppure lo scandalo della pedofilia di cui del resto non si conosce ancora l’ampiezza esatta nel nostro paese, non riassume tutta la crisi della Chiesa cattolica, afferma la sociologa Danièle Hervieu-Léger, direttrice onoraria alla Ecole des hautes études en sciences sociales. È una crisi che tocca il cuore stesso della Chiesa. Le radici di questa crisi derivano da scelte “strategiche” a cui è legata dal XIX secolo e con le quali e a causa delle quali si indebolisce da alcuni decenni. Se non decide rapidamente di guardare in faccia il male che la rovina e dar prova di audacia, l’istituzione potrebbe anche morire con le sue idee – e lasciar soli i suoi fedeli.

Qual è l’intensità della crisi che sta vivendo la Chiesa cattolica?
È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale.

Tuttavia, il cristianesimo non è estraneo a questa ricerca di autonomia…
In effetti, universalizzando e individualizzando la problematica ebraica dell’alleanza – quella di un Dio che offre una salvezza a cui il popolo ha la libertà di rispondere “si” o “no” – il cristianesimo afferma la libertà del soggetto credente che la Riforma porterà avanti nella sua logica, sopprimendo le mediazioni istituzionali tra Dio e l’uomo. La tensione tra questa libertà spirituale e l’ordine dogmatico e disciplinare imposto ai fedeli attraversa la storia della Chiesa. Ma questo stesso ordine è stato radicalmente messo in discussione dal riconoscimento moderno delle autonomie individuali, sul quale l’esperienza cristiana stessa si è progressivamente allineata. Oggi è enorme l’abisso culturale tra la società contemporanea e una Chiesa che resta legata, al di là del Concilio Vaticano II (1962-1965) ad un regime normativo e gerarchico estraneo a questa rivoluzione dell’individuo.

Come reagisce la Chiesa all’allontanamento del XIX secolo?
Nella prima parte del secolo, pensa che il corso della storia sia reversibile. L’ordine nuovo nato dalla Rivoluzione non è stabilizzato e la Chiesa si impegna intensamente in vista della riconquista teologico-politica. Più la partita appare perduta, più la Chiesa si costituisce in “fortezza assediata”, eretta contro la modernità. Estromessa dalla sfera politica, essa rafforza il suo dispositivo di influenza nella sfera privata, trasponendo sul terreno della morale e delle mentalità gli anatemi rivolti agli “errori fatali” della democrazia e del liberalismo politico. La famiglia diventa il luogo per eccellenza della sua influenza normativa con un’ossessione crescente per il controllo della sessualità dei fedeli principalmente attraverso la confessione.

Prima del XIX secolo, la Chiesa non si interessava della famiglia?                                                                                         Certamente sì, e il diritto ecclesiastico del matrimonio, costituito molto tempo prima, ha del resto impregnato in profondità lo stesso diritto civile. Ma per secoli la realtà familiare non ha avuto molto a che fare con la famiglia coniugale – padre, madre e figli – che viene celebrata oggi come la forma “naturale” e atemporale di ogni famiglia. Con la mortalità infantile, la morte di parto delle donne, la frequenza delle seconde nozze, la coabitazione delle generazioni, il collocamento dei figli in collegi, ecc., il paesaggio familiare era dei più mutevoli. Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo.
In che modo lo fa?
Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro. Dopo la Riforma, il concilio di Trento (1545-1563) aveva rafforzato potentemente lo status del prete “persona separata” per la gestione esclusiva dei beni della salvezza. L’enfasi sull’elezione divina del prete la cui vocazione è chiamata a svilupparsi come un “germe” al riparo dal mondo nell’ambiente chiuso dei seminari, trionfa nel XIX secolo, “secolo dei curati”. Di fronte ad un popolo di fedeli senza alcun potere nell’istituzione, si impone la figura di un prete portatore di tutti gli attributi del sacro, che è anche, sul terreno della famiglia, il protagonista della grande battaglia della Chiesa contro il secolarismo del mondo.

 

Parlava anche del secondo fulcro del dispositivo: il corpo delle donne…
La Chiesa ha messo in atto un ideale di coppia e di famiglia allineato sul modella della Sacra Famiglia, che riuniva la sottomissione a Dio-Padre (con la figura del pater familias), l’assoluta dedizione materna e la perfetta preservazione della purezza. Nel perseguire questo ideale, il prete è incaricato di esercitare un controllo quasi diretto sul corpo delle donne.

Perché le donne?
Perché gli uomini sono meno praticanti delle donne, perché la trasmissione religiosa si fa essenzialmente attraverso le madri, e perché esse fanno nascere dei futuri preti. L’obbligo che viene richiesto ai preti (sotto pena di grave mancanza) di interrogare le penitenti in confessione sulla conformità delle loro pratiche sessuali riguarda principalmente le penitenti. Questo richiamo alla storia è indispensabile secondo me per comprendere la crisi attuale della Chiesa.

Perché?
Perché abbiamo conosciuto, con le due Guerre e soprattutto a partire dagli anni 60-70 del secolo scorso, una rivoluzione completa della famiglia: il modello patriarcale e gerarchico del XIX secolo è stato spazzato via dalla crescente diffusione della “famiglia relazionale” o “orizzontale” in seno alla quale sono messe al primo posto, in maniera contrattuale, le relazioni tra individui. Il riconoscimento dell’uguaglianza delle donne e del loro diritto a disporre del proprio corpo ha tolto le fondamenta al bastione familiare sul quale la Chiesa ancorava il suo sforzo di influenza sulla società. La Chiesa è stata, se posso dire, “abbandonata dalla famiglia”. La pacifica accettazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso a cui la Chiesa si è violentemente opposta completa questo distacco. Le sue posizioni ufficiali sulla contraccezione o sulla procreazione medicalmente assistita, proibita – in nome di una “natura” ridotta a biologia – perfino alle coppie eterosessuali sposate, non sono comprese e evidentemente vengono aggirate dai fedeli. In queste battaglie incomprensibili, la Chiesa ha perso una parte sostanziale del suo credito. Gli scandali legati ai casi di pedofilia segnano una nuova e drammatica tappa, screditando anche agli occhi degli stessi fedeli il carattere sacro attribuito alla persona del prete.

Che tipo di formazione avevano i preti sulle questioni inerenti la sessualità?
Fino alla metà del XX secolo, nel mondo chiuso dei seminari, il problema delle implicazioni vissute dal celibato era un punto debole. La sessualità del prete era esclusivamente considerata sotto l’angolo della tentazione che un “buon prete” che prega molto e si mortifica riuscirà ad evitare. Venivano trasmesse delle indicazioni di prudenza in materia di rapporti con le donne, ma per il resto regnava il silenzio. A partire dagli anni 60 del secolo scorso, a causa in particolare del crescente numero di preti che abbandonavano il sacerdozio, questi argomenti sono stati a poco a poco introdotti nella formazione attraverso la psicologia, ma non senza reticenze. E la questione dell’omosessualità restava normalmente un buco nero. L’istituzione non ignora che il semplice fatto di occuparsi di questi temi minaccia di far esplodere tutto il dispositivo della “separatezza” del prete.

Perché?                                                                                                       Perché il peso della “separatezza” è diventato più difficile da sopportare. Il futuro prete che oggi entra in formazione fa parte di una cultura post-cristiana, nella quale l’evidenza sociale del suo status si è considerevolmente ridotta. Sa che i benefici simbolici legati alle sue rinunce saranno deboli, che la sua situazione economica sarà mediocre e le sue condizioni di lavoro pastorale disastrose, spesso nell’isolamento. Sa che sarà percepito per lo più non come un virtuoso della fede, ma come l’ultimo dei Mohicani. Il presbiterato è diventato una posizione sociale ampiamente squalificata, e gli scandali di pedofilia la rendono drammaticamente ancora più fragile.

La Chiesa si è resa conto della gravità dello scandalo?    La sua cecità che perdura nel tempo si spiega con quello che ho appena descritto. Facendo del prete una figura ideale nella quale tutte le contraddizioni umane potevano essere riassorbite dalla preghiera e dalla mortificazione, la Chiesa si proteggeva abbastanza bene contro le mancanze di alcuni: considerate semplici “derive individuali”, si riteneva che questi comportamenti non compromettessero l’insieme dell’istituzione. E non la compromettevano anche perché la sacralità che restava loro conferita al di là di quelle mancanze, rendeva intoccabili i preti coinvolti, anche agli occhi dei genitori di vittime, spesso non credute. Questo atteggiamento ha lasciato abbandonati a se stessi i bambini abusati, ma anche i preti più fragili psicologicamente. Naturalmente ci si stupisce della durata di questo silenzio colpevole. Ma coloro che assicuravano la regolamentazione del sistema erano incapaci di valutare la posta in gioco, persuasi – non senza ragione del resto! – che se si fosse rotto il silenzio, si sarebbero distrutte le fondamenta stesse dell’autorità clericale, e quindi della Chiesa stessa. Non erano pronti – e alcuni di loro non sono pronti neanche adesso – ad assumersi questo rischio. Sono oggi sprofondati in un cataclisma.

Perché, sullo scandalo della pedofilia, la Francia è sembrata essere indietro rispetto ad altri paesi?
Sicuramente perché la cultura del segreto, alimentata dall’idea secondo la quale la santità dell’istituzione assorbe il peccato dei suoi ministri, è qui diventata più forte per l’inibizione particolare creata nell’istituzione dalla preoccupazione di non distruggere l’equilibrio faticosamente raggiunto nelle sue relazioni con una società che si infiamma appena la Chiesa è coinvolta. Appena si parla della Chiesa, si riapre la guerra delle due France. Sicuramente anche perché la conferenza episcopale francese è profondamente divisa su questi temi, come su molti altri. Tuttavia, sotto pressione, è arrivata alla decisione di creare una commissione di inchiesta indipendente. È un passo avanti. A condizione che sia veramente indipendente e abbia accesso assolutamente libero all’insieme degli archivi in tutte le diocesi senza eccezione. Ad esempio, sappiamo che non è stato così in Germania. Ma anche se la creazione di questa commissione segna una tappa nel dossier della pedofilia, non è detto che la Chiesa affronti le cause strutturali della crisi.

Come può uscire da questa crisi?                                                        Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione.

Resta il messaggio spirituale della Chiesa…                    Senza dubbio, ma trasmesso da chi? Dal 1959, muoiono ogni anno in Francia più preti di quanti non ne vengano ordinati. Diciamocelo chiaro: sul piano dei numeri, il corpo sacerdotale è in via di estinzione. Fuori dalle grandi città, le parrocchie sono normalmente scatole vuote, dove dei preti si esauriscono facendo chilometri e chilometri per andare a celebrare messe e funerali! la Chiesa francese non potrà chiamare indefinitamente preti africani o polacchi per compensare il crollo delle vocazioni. Le capacità sociali della Chiesa cattolica si basano oggi massicciamente sulla generosità di donne laiche che si fanno carico del catechismo, della preparazione al matrimonio o al battesimo, e cioè tutto ciò che coinvolge centralmente la trasmissione cristiana. Se loro smettono di lavorare, il cattolicesimo in Francia crolla. Già sappiamo che è problematico trovare chi dà loro il cambio. Allora, quale Chiesa domani? Il teologo Karl Rahner lo scriveva già nel 1954 con un senso acuto della premonizione: di fronte al rischio che si costituisca un “cattolicesimo di ghetto”, bisognerà inventare, diceva, un “cattolicesimo di diaspora”. Un simile “mutamento diasporico” suggerisce una autorità ecclesiale capace di accompagnare le comunità nel loro farsi carico di se stesse, nelle condizioni culturali specifiche delle società in cui sono installate. L’osservazione sociologica della scena cattolica non lascia affatto pensare che tale evoluzione sia prossima.

Imparare a morire

<Se vuoi restare resta – le dico nella certezza che una parte di lei possa per qualche via imperscrutabile sentirmi – se vuoi andare vai. Ma se decidi di andare, vola nella Luce sapendo che sei stata una grande madre e una grande donna, che devo a te molto di quello che sono, che eri a tuo modo una persona illuminata.

E se voli via, concentrati nella Luce che ti convoca, slanciati verso di Essa, non badare a coloro che piangeranno, a chi ti toccherà bruscamente per svestirti e rivestirti. Se vuoi andare via, vola libera Luce>.(1)

Oggi, facciamo memoria – com-memoriamo – i Fedeli defunti: così ci dice la Chiesa attraverso la liturgia; in particolare, poi, ognuno di noi ricorda i familiari, gli amici, i compagni di viaggio che con noi hanno fatto un pezzetto di strada, la strada di questa vita che ciascuno di noi è chiamato a percorrere… e non da solo! Èper questo che facciamo visita alle loro tombe, al cimitero, luogo in cui c’è come “un resto” di chi abbiamo amato. Ciascuno di loro si è portato via qualcosa di noi; la loro morte ci ha strappato qualcosa, dalla nostra carne, dal nostro cuore e questo ci fa vivere la morte con grande tristezza e sofferenza, e, in questo tempo, addirittura con rimozione.

Allora questa festa potrebbe essere anche l’occasione per “avvicinarci” alla morte, una realtà che è così parte della nostra vita, tanto che nessuno può fuggirla e prima o poi arriva; insomma, bisogna prepararsi ad attraversarla, forse ad accoglierla, in qualche modo a poterla nominare, come ha fatto un piccolo-grande uomo quale fu Francesco, “Sorella”!

Proprio in queste settimane, avvicinandoci alla fine dell’anno liturgico, i Vangeli, che accompagnano la Liturgia della Parola quotidiana, ci parlano della venuta del Signore: <Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. […] Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.> (Lc 12,35-36.40). Non è un modo per metterci paura, non è dal Signore Gesù! Egli spesso nei Vangeli ci sollecita invece ad avere coraggio. L’invito è a vigilare, restare desti, presenti all’oggi, cioè consapevoli che l’essere radicati nel presente, vivendo appieno di questa vita, ci chiede di avere un orizzonte ampio che contempli anche i limiti di questa vita, il Limite della vita: la morte. Lo stesso san Benedetto, nella sua Regola, fa menzione della morte al cap. IV, tra gli strumenti delle buone opere: <Avere ogni giorno presente davanti agli occhi la imminenza della morte>.

La rimozione della morte, da parte della nostra cultura contemporanea, è dovuta al tentativo di rimozione del limite. Eppure sappiamo bene che ciascuno di noi è chiamato quasi quotidianamente ad affrontare delle piccole o grandi “morti”, che sono i fallimenti di ciò che desideriamo, amiamo e viviamo, a volte con tutto noi stessi. Il limite è parte costitutiva della nostra creaturalità e questo, troppo spesso, cerchiamo di nascondercelo, dimenticarlo. Ecco perché è necessario imparare a morire, e a partire proprio dagli appelli che la vita ci pone davanti ogni giorno, attraversando quindi le nostre piccole morti, per essere pronti un giorno all’incontro con sora nostra morte corporale.

Ma per imparare a morire, che non è cosa leggera, come discepoli vigilanti del nostro Signore Gesù Cristo, possiamo metterci alla sua scuola, nella certezza/speranza che le morti, la Morte non è l’ultima parola sulla vita: <Se moriamo con lui, con lui anche vivremo> (2 Tm 2,11); il Signore in questo ci rassicura: <E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.> (Gv 6, 39-40). “Vedere e credere” è ciò che può muoverci ad attraversare, non senza sofferenza, le nostre piccole morti, la morte di chi amiamo, fino ad attendere la nostra che prima o poi arriverà, quasi come un ladro o, forse meglio, come uno sposo (cfr Mt 25,1).

fr. Andrea Serafino

1. Sulla Morte, Angelo Tonelli, Ed. La Parola, 2017 Roma.

Con i migranti per fermare la barbarie

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

Luigi Ciotti da “Il Manifesto”

CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?

A MULHOUSE, città francese vicina alla Germania e alla Svizzera, c’è un “muro” STREET ART “chiamato: M.U.R. (Modulabile Urbano Reattivo) che accoglie, ogni mese un artista del mondo, conosciuto o no, invitato a dipingere sul grande muro bianco di 11×5 metri un’emozione sua.

Questo mese di Ottobre 2018, per il 52° M.U.R., l’artista NICOLA ARAMU (italiano di Venezia) ci invita a mettere un po’ d’umanità nella nostra vita!

La sua espressione artistica intitolata “CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?” parla con grande sensibilità a tutta la gente lontana o vicina, del tempo passato o presente che cammina insieme nella stessa direzione, come una grande sinfonia d’umanità!

Utopia di un mondo sognato o proiezione di una realtà da costruire? A noi di scegliere…

L’arte potrebbe aiutarci ad accogliere le differenze e a vivere tutti insieme in armonia… dovrebbe essere possibile… basterebbe aprire i nostri cuori…

 

 

 

Accogliere lo straniero, nel nome dell’unico Dio

È stato firmato il 21 novembre 2013, a Vienna, nell’ambito di un incontro di Religions for Peace, un documento redatto dai leader delle principali religioni sul tema dell’accoglienza dei migranti, in particolare di coloro che fuggono da guerre e carestie.

Un valore centrale della mia fede è accogliere lo straniero, il rifugiato, lo sfollato, l’altro. Io tratterò loro come vorrei essere trattato io stesso. E inviterò gli altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, a fare lo stesso.
Insieme con le autorità religiose, con le organizzazioni confessionali e le comunità di coscienza del mondo affermo: Io accoglierò lo straniero.

La mia fede insegna che la compassione, la misericordia, l’amore e l’ospitalità sono per tutti: chi è nato nel mio Paese e lo straniero, il membro della mia comunità e chi è appena arrivato.

Ricorderò ai membri della mia comunità che tutti siamo considerati «stranieri» da qualche parte, che dobbiamo trattare lo straniero nella nostra comunità come vorremmo essere trattati noi stessi, e che dobbiamo sfidare l’intolleranza. Ricorderò alle altre persone nella mia comunità che nessuno lascia la propria casa senza una ragione: alcuni fuggono da persecuzione, violenza o sfruttamento; altri a causa di disastri naturali; e altri spinti dal desiderio di cercare una vita migliore per la propria famiglia.

Riconosco che tutte le persone hanno diritto alla dignità e al rispetto in quanto esseri umani. Tutti, nel mio Paese, compresi gli stranieri, sono soggetti alle sue leggi, e nessuno deve essere fatto oggetto di ostilità o discriminazione. Riconosco che accogliere lo straniero a volte richiede coraggio, ma le gioie e le speranze nel farlo superano di gran lunga i rischi e le sfide. Sosterrò coloro che con coraggio praticano nella propria quotidianità l’accoglienza verso lo straniero.

Offrirò ospitalità allo straniero, poiché ciò porta benedizione sulla comunità, sulla famiglia, sullo straniero e su me stesso. Rispetterò e onorerò il fatto che lo straniero possa essere di una fede diversa o avere convinzioni diverse della mia o da quelle di altri membri della mia comunità. Rispetterò il diritto dello straniero di praticare la sua fede con libertà. Cercherò di creare spazi in cui egli possa esercitare liberamente il proprio culto. Parlerò della mia fede senza disprezzare né mettere in ridicolo la fede di altri.

Costruirò ponti tra me e lo straniero. Attraverso il mio esempio incoraggerò gli altri a fare altrettanto. Mi sforzerò non solo di accogliere lo straniero, ma anche di ascoltarlo in profondità e di promuovere la comprensione e l’accoglienza nella mia comunità.

Prenderò apertamente posizione per promuovere la giustizia verso lo straniero, così come faccio per gli altri membri della mia comunità. Quando vedrò ostilità verso lo straniero nella mia comunità, che sia a parole o con i fatti, non la ignorerò, ma mi impegnerò per stabilire un dialogo e facilitare la pace.

Non resterò in silenzio quando vedrò altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, parlare male degli stranieri, giudicandoli senza conoscerli, o quando vedrò che questi sono esclusi, maltrattati o oppressi. Incoraggerò la mia comunità di fede a collaborare con altre comunità di fede e organizzazioni religiose a trovare modi migliori per assistere lo straniero.

Io accoglierò lo straniero.

C’è una lunga linea irregolare nella sabbia del Sahel

di Mauro Armanino in “Avvenire” del 18 settembre 2018

All’inizio tutto è solo sabbia. La linea arriva subito dopo da mano divina per delimitare lo spazio e l’identità delle sue creature. Il solco si trasforma in ferita per l’uccisione di un fratello a opera del fratello. Caino e Abele firmano sulla sabbia la prima frontiera conosciuta. Da allora in poi una linea nella sabbia accompagna l’umana avventura fino ai nostri giorni. Quella che attraversa ora il mondo non è che una continuazione delle precedenti. Linee tracciate per generazioni tra guerre, armistizi, piste carovaniere per schiavi, tratta di concubine e di mercanzie. Su queste linee sono passate, spesso assieme agli eserciti, idee, culture, navi e religioni. Le nostre invece no. Nel Sahel abbiamo innumerevoli linee nella sabbia che si cancellano dopo averle create. Se ne fanno di nuove ogni giorno che passa. Sono linee irregolari tracciate da pneumatici di fuoristrada che assomigliano al primo solco. Sono solo i nomi, e il numero, dei fratelli a essere cambiati.

Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa, a sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.

Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i Paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilata dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo è il Niger, dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che lo unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale poi al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Ciad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio a uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continuasse a girare sempre dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.

Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi a entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credeteci, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.

Niamey, settembre 2018

La Chiesa si mette in piedi

L’umiliazione che corrobora

In queste ore stanno avvenendo delle cose importanti nella Chiesa e per la Chiesa! Dopo la Lettera al popolo di Diodi papa Francesco e le parole contrite pronunciate a Dublino, la Chiesa si mette in ginocchio con umiltà e in verità. L’atto penitenziale alla Messa di conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie è stato un atto solenne di contrizione ancora più toccante – perché preciso e storicamente contemporaneo – di ciò che Giovanni Paolo II ha fatto il 12 Marzo 2000. Proprio questa condizione di Chiesa, che si mette responsabilmente in ginocchio, sta dando alla comunità discepolare la possibilità di trasformare la vergogna in parresia. Riconoscere il proprio fallimento, nella questione particolare della pedofilia, è ben più grande di questo. Significa che la Chiesa riconosce di essere una comunità di peccatori perdonati e di non avere nessun privilegio di infallibilità morale. A partire da questa umiliazione storica nella contemporaneità, la Chiesa confessa poter e voler contare sulla grazia che gli viene da Cristo, suo Signore e Sposo. Sembra paradossale ed invece è magnifico: stiamo vivendo come Chiesa un momento di grazia! Infatti, siamo nella logica dell’inversione evangelica il cui manifesto sono le Beatitudiniproclamate dal Signore Gesù e il Magnificatdi Maria.

Proprio mentre la Chiesa si è messa in ginocchio, può finalmente mettersi in piedi.

Papa Francesco ha riconosciuto in Irlanda l’esperienza di cocente fallimento riguardo i minori e i vulnerabili oltraggiati da chierici. Al contempo, sempre su stimolo del Vescovo di Roma, la Chiesa italiana – di cui papa Francesco è Primate – si mette in piedi per contrastare la politica del Governo al governo. Proprio l’esperienza dell’umiliazione sembra stia permettendo alla Chiesa di guadagnare in libertà e coraggio. In queste ore si sta consumando l’inevitabile divorzio tra Chiesa e potere politico per guadagnare in rispetto e libertà che si vive nella differenza profetica. Il linguaggio <politichese> che ha ispirato per anni le scelte della Conferenza episcopale italiana, ha ceduto il passo al <dialetto> della carità. Di questo <dialetto>, necessario per trasmettere la fede ai giovani, ha parlato papa Francesco alle giovani famiglie nella co-cattedrale di St. Mary a Dublino. Il <dialetto> della carità non è solo necessario per la trasmissione del deposito della fede in termini dogmatico-rituali, ma è ancora più necessario per farsi capire da quanti bussano alla porta del nostro cuore per poter sperare come noi e con noi. Nella forza che ci viene dallo Spirito del Risorto e non da noi stessi, abbiamo avuto l’audacia come Chiesa di metterci in ginocchio per ciò che riguarda noi stessi e di metterci vigorosamente in piedi per rispondere alle necessità degli altri dei poveri.

A questo punto si pone una domanda per noi come comunità di discepoli del Signore: <Saremo capaci di pagare il prezzo di queste scelte di verità e di coraggio?>. E ancora: <Saremo capaci di assumere le conseguenze di questo metterci in piedi di fronte al governo del nostro Paese non per difendere i diritti della Chiesa, ma per difendere i gioielli invendibili della Chiesa che sono i poveri?>. Stiamo forse tornando ai tempi del diacono Lorenzo? Sarebbe bello! Ma non dimentichiamo che questa bellezza è direttamente proporzionale alla nostra disponibilità a rinunciare ai nostri interessi e privilegi “clericali” per difendere i bisogni dei piccoli della terra, accettando di portarne serenamente e a testa alta le possibili conseguenze.

La nostra Chiesa che è in Italia ha avuto un sussulto non solo di dignità, ma di identità. Basta poco perché la storia faccia degli scatti irreversibili e di questo non possiamo che ringraziare lo Spirito che non cessa di gonfiare con il suo vento impetuoso le vele della barca della Chiesa, quando ci ricordiamo di issarle osando la navigazione in mare aperto. Forse sta proprio avvenendo?! È finito persino nel nostro Paese, così a lungo cesaropapista, il regime della Christianitas, per fare posto allo stile del Vangelo <sine glossa>? La scelta di queste ore avrà probabilmente il suo contraccolpo. Questo è il prezzo di una fedeltà che, dopo aver messo la Chiesa giustamente in ginocchio, le permette di mettersi in piedi doverosamente in piedi: non per se stessa, ma per quei <piccoli> (Mt 25, 40) in cui ogni battezzato riconosce il suo Maestro e il suo Signore.

Stiamo finalmente mettendo in pratica il rovesciamento della piramide della spiritualità a favore del suo fondamento evangelico. Non siamo più chiamati a coltivare il sogno dell’eccellenza di uno stato di perfezione disincarnato e disinformato sulla sofferenza dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Siamo chiamati ad imbarcarci sulla barca traballante dell’eccedenza di una carità che si assume pienamente i rischi e le conseguenze della propria avventura discepolare rinunciando volontariamente alla propria “sicurezza clericale”. Del resto, papa Francesco lo ha detto con chiarezza inequivocabile nella Gaudete et Exsultate. In particolare, c’è un passaggio che andrebbe ingigantito e messo come “motto” di compatibilità evangelica all’ingresso delle nostre chiese:

 

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo», esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine» 1.

 

Il riferimento a Benedetto, patriarca dei monaci di Occidente e patrono d’Europa, è assai intrigante e stimolante. Paolo VI volle affidare il cammino dei nostri popoli europei alla sua particolare protezione, quando il 24 Ottobre 1964 lo additò con queste parole che rammentano, nell’attuale situazione, un’esigenza ancora tutta da onorare:

 

Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente: questi i giusti titoli della esaltazione di san Benedetto Abate. Al crollare dell’Impero Romano, ormai esausto, mentre alcune regioni d’Europa sembravano cadere nelle tenebre e altre erano ancora prive di civiltà e di valori spirituali, fu lui con costante e assiduo impegno a far nascere in questo nostro continente l’aurora di una nuova èra. Principalmente lui e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia. […] Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio; unità che, grazie allo sforzo costante di quei monaci che si misero al seguito di sì insigne maestro, divenne la caratteristica distintiva del Medio Evo.

 

Queste parole furono date alla Chiesa e al mondo nel giorno della consacrazione della Chiesa del monastero di Montecassino, ricostruita dopo la distruzione avvenuta alla fine della seconda guerra mondiale da parte delle Forze Alleate. Così Benedetto diventa patrono e ispiratore di quel “meticciato” che permette alle civiltà di crescere scampando a tutte le tentazioni di endogamia religiosa, culturale, sociale, politica ed economica. La distruzione di Montecassino diventa un monito contro tutto ciò che remotamente portò al fallimento della tradizionale Christianitasin paesi che dimenticarono il Vangelo, lasciandosi accecare dalla chiusura sulle proprie paure e sui propri interessi particolari a scapito del bene di tutti. A Dublino, papa Francesco ha ricordato l’energia impiegata dai monaci irlandesi che, quasi coevi di Benedetto, seppero farsi pellegrini per Cristo al fine di incentivare con la predicazione della fede cristiana la globalizzazione della speranza. Questo avvenne proprio attraverso l’integrazione dei popoli che da lontani ed estranei diventeranno fratelli e vicini, cominciando ad accogliersi e servirsi reciprocamente nei monasteri dell’alto medioevo.

Ricordare Benedetto assieme a Colombano, Brendan e tanti altri… è, nei giorni che viviamo di rinnovate paure e di tentazione di chiusura, una vera occasione per non perdere la memoria di ciò che siamo diventati e in cui ancora siamo chiamati a crescere: uomini e donne capaci di compassione e di comprensione. La fedeltà al Vangelo passa sempre per la compassione verso la carne sofferente di Cristo presente nei bisogni concreti dei poveri. Questo comporta una sorta di complicazione della vita, come ricorda laGaudete et Exsultate. Questo perché aprirsi alle necessità dei poveri come conseguenza dell’incarnazione del Verbo complica tutto e, nello stesso tempo, lo rende autenticamente evangelico.

Nella cappella monastica di Rhêmes-Notre-Dame l’icona di san Benedetto riprende in esergo uno degli Strumenti delle buone opere (RB 4) che suona così: <Onorare tutti gli uomini>. La capacità di essere umani si misura sempre dalla disponibilità a mettersi nei panni dell’altro e di non passare mai oltre la sofferenza… ogni sofferenza. Persino il dolore e il disagio che non comprendiamo e disapproviamo o, più sovente, ci disturba fino a complicare la nostra vita che normalmente è già complicata. Mentre spirano venti di pensiero inquietanti e si addensano nubi rattristanti non ci resta che intensificare la preghiera. Supplichiamo il Signore di renderci capaci di metterci in ginocchio per piangere i nostri peccati e, fieramente in piedi, per onorare tutti gli umani e, soprattutto, i poveri e i piccoli. San Benedetto e san Colombano pregate per noi!

Fr. MichaelDavide, osb

1. Gaudete et Exsultate, 102.

La Chiesa si mette in ginocchio

Lettera al popolo di Dio

Tutti ricordiamo con commozione il primo apparire di papa Francesco alla loggia centrale della Basilica di san Pietro per presentarsi alla Chiesa e al mondo come Vescovo di Roma. Di certo papa Francesco, sin dal primo momento, ha parlato una <lingua nuova> che si è espressa con le parole e, soprattutto, con i gesti. Quell’attimo di lungo silenzio, che ha preceduto l’inatteso saluto familiare di un semplice ed intimo <Buonasera…>, ha permesso di comprendere come il nuovo Vescovo di Roma veniva a salutare la Chiesa di Dio che è in Roma e, attraverso di essa, tutte le Chiese sparse nel mondo. Era rivestito degli abiti propri che indicano il suo ministero, in realtà spogliandosi di tutto ciò che perpetuava i segni del potere imperiale-sacerdotale del Sommo Pontefice. Rivestendo il ministero petrino ha dismesso quel sommo pontificato ereditato dal paganesimo, così stridente con la nudità del Crocifisso.

Il solenne riconoscimento della precedenza del popolo di Dio radicato nel battesimo, da cui fluisce non solo il mistero della Chiesa, ma anche ogni suo ministero, è stato centrale in tutto il magistero, di parole e gesti, in questi cinque anni abbondanti. Il giorno della memoria di san Bernardo, autore del “De consideratione”, in cui l’abate di Clairvaux insegnava al suo antico discepolo, divenuto papa Eugenio III, ad esercitare bene il suo ministero, papa Francesco ha pubblicato la sua Lettera al popolo di Dio. Se la prima sera del suo “pontificato”, Francesco si è leggermente inclinato per ricevere la silenziosa benedizione del popolo di Dio e del popolo di Umanità, riunito in piazza san Pietro e collegato con Roma da tutto il mondo, con questaLettera si mette in ginocchio per chiedere perdono. Il messaggio è inequivocabile <proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce>.

In questi ultimi anni, a più riprese e in varie parti del mondo, la Chiesa è stata messa in ginocchio dal susseguirsi di scandali per gli <abusi sessuali, di potere e di coscienza>. Alcune diocesi sono ormai in ginocchio non solo a livello economico, ma di dignità. Papa Francesco non si accontenta di prendere atto che la Chiesa è stata messa in ginocchio dalle circostanze. In fedeltà al suo ministero chiede a tutti i fedeli, come popolo santo di Dio che sa di essere non una società più o meno perfetta, ma il Corpo di Cristo, di mettersi spontaneamente in ginocchio per riconoscere i suoi errori. La Chiesa nell’umiltà e nella verità di Cristo si cosparge il capo di cenere, per far sì che la sofferenza inflitta si trasformi in appello alla conversione. Oggi, la Chiesa, che in molte e troppe occasioni è stata fustigatrice dei mali altrui, riconosce, in tutta umiltà, il proprio bisogno di penitenza e di urgente rinnovamento interiore. Con parole forti papa Francesco richiama il senso del popolo di Dio che fa il mistero della Chiesa e ricorda a tutti che <La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria>. Come battezzati siamo tutti implicati, perché ci riconosciamo nella sofferenza degli abusati e nella responsabilità di quanti si sono macchiati di queste colpe. L’antico adagio patristico, che indicava la Chiesa come <casta e meretrice>, ritrova tutta la sua profondità di senso e di appello.

Papa Francesco sta mantenendo la sua parola e si dimostra ancora una volta pastore onesto e umile. Rimane fermo il suo primo segno, quando chiese al popolo di ratificare, con una preghiera di benedizione, la scelta fatta dai cardinali di santa romana Chiesa. Il segnale che resta fondamentale è quello della spoliazione che significa concretamente abbracciare un lungo processo di declericalizzazione delle strutture e dello stile nella vita della Chiesa. Declericalizzare significa rinunciare continuamente alla mentalità di un potere ricevuto e da esercitare come privilegio ed esenzione da valutazione. Declericalizzare significa cercare appassionatamente, ogni giorno, di imitare e assumere <i sentimenti> (Fil 2, 5) e lo stile di Cristo Signore, il quale <svuotò se stesso> (2, 7).

Nella Lettera al popolo di Dio, ciò che è stato ripetuto in mille modi in questi anni dal Vescovo di Roma viene indicato come la sfida primaria e fondamentale della nostra vita di Chiesa. Siamo di fronte ad un appello profetico alla conversione che non è più procrastinabile. Se qualcuno non l’avesse capito o non lo volesse capire, papa Francesco, con l’autorità oggettiva del suo magistero ordinario, chiama con nome e cognome il male fondamentale della Chiesa: <Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo>.

Esercitando il suo ministero di <conferma> (Lc 22, 32) e di orientamento del cammino della Chiesa nella sua fedeltà incarnata e non incartata al Vangelo, papa Francesco mobilita il popolo di Dio in questa missione interna di declericalizzazione radicale e urgente. Dopo duemila anni, il “cristianesimo” – ormai al suo inevitabile tramonto come sistema religioso – è chiamato a radicarsi di nuovo nella logica esigente del Vangelo. Siamo di fronte ad un appello urgente di partire interiormente per una “crociata evangelica”, la più esigente e così disarmata da essere disarmante. Saremo capaci, come popolo di Dio, di rispondere a questo appello come, in passato, ci siamo impegnati – non senza ambiguità – in altre “crociate” assai meno compatibili con il Vangelo? Il primo passo, perché questo possa avvenire, è un sussulto di intelligenza e di ricerca del modo più adeguato di essere Chiesa nel nostro tempo per gli uomini e le donne che attendono, attraverso di noi, la grazia del Vangelo. Un simile processo implica una riflessione radicale sull’esercizio dei vari ministeri nella Chiesa e, in particolare, di quelli legati al sacramento dell’Ordine.

Riprendo, con gratitudine e stima, le parole con cui padre Ghislain Lafont – monaco e teologo ultranovantenne – ha concluso la recensione al mio ultimo libro (1), in cui cerco di dare il mio contributo proprio a questa riflessione che papa Francesco rilancia con urgenza. Così scrive padre Lafont: <è un invito a ripensare e ad esercitare il “sacerdozio” all’interno di una vocazione cristiana che cerca di assumere interamente la propria umanità. In conclusione, l’autore fa allusione alla Rivoluzione copernicana, poi alla Rivoluzione francese, ciò che fa del suo libro il carattere di provocazione per una terza Rivoluzione, proprio mentre – ci tocca ammetterlo – gli anni che ci separano dal Concilio Vaticano II evocano piuttosto la Restaurazione>.

Dopo laLettera al popolo di Dio, vorrei, idealmente o virtualmente, dedicare proprio al Vescovo di Roma questo mio testo –Preti senza battesimo?– per sostenere con il mio piccolo contributo il compito che papa Francesco affida a tutti i battezzati. Ritrovare l’ordine nella vita della Chiesa e in particolare nel ministero dei chierici esige di rimettere in ordine la gerarchia dei sacramenti. Il cammino che ci viene indicato sarà possibile solo se saremo capaci di ritrovare, tutti insieme e in modo eguale, il fondamento del Battesimo nella comunione al Corpo di Cristo che viene nutrita e rafforzata dall’Eucaristia.

Non ci resta che metterci tutti in ginocchio! Dobbiamo farlo non solo per esprimere il necessario stato di <penitenza e di conversione> cui ci richiama papa Francesco in riparazione degli scandali. Dobbiamo metterci serenamente in ginocchio per ritrovare l’attitudine propria e specifica di ogni buon <discepolo del regno dei cieli> (Mt 13, 52). Il Cristo Signore si è messo amorosamente al posto di chi serve e ci ha chiesto di <lavare i piedi gli uni agli altri> (Gv 13, 14). Come dimenticare ciò che segue: <Sapendo queste cose, siete beati, se le mettete in pratica> (13, 17)? Non ci resta che cominciare con entusiasmo e tutti insieme… non è mai troppo tardi se cominciamo <oggi> (Lc 19, 9).

Fr. MichaelDavide, osb

[1]Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio, San Paolo 2018.