Solo un miraggio ?

Ieri ancora, era primavera ! Certo una primavera un po’ particolare, mai vissuta : confinati, isolati, ammalati… Ti abbiamo cercato, Signore, nei luoghi abituali, ma le cappelle erano chiuse, le chiese vuote, le messe private, le preghiere mascherate. Però, come sempre a primavera, i giardini fiorivano, gli uccelli cantavano, la neve spariva e il vento diventava dolce : allora, abbiamo sognato la ri-nascita, parola liberata, solidarietà musicale, incontri virtuali, comunicazione a distanza, creazione di piccoli cenacoli :

                                   UN’OASI DI SPERANZA NASCEVA NEL DESERTO!

Il tempro profetico tanto aspettato spuntava all’orizzonte, come un fuoco nuovo : ” … un giorno verrà… dove adorerete in spirito e in verità…” ( Gv 4, 23 ).

Oggi, il sole d’estate arde e il rischio è grande di addormentarci a l’ombra nella sabbia o di lasciarci abbagliare dalla luminosità ritrovata prima di raggiungere l’oasi d’acqua fresca dove il nostro Signore ci aspetta e ci sussurra : ” DAMMI DA BERE !”…. No, non poteva essere solo un miraggio ! ?

                                                                                                                  Marielle

Vocazioni in fiore!

Giornata delle Vocazioni in tempo di pandemia

Sono ormai settimane che le misure restrittive dovute alla pandemia ci stanno facendo portare avanti in modo diverso la nostra vita e la nostra fede. I giorni passano, le settimane si susseguono. Alcuni fedeli, che già non hanno potuto ricevere le Ceneri per l’inizio della Quaresima, rischiano, forse, di non poter neppure celebrare la solennità di Pentecoste. Si vedrà! Nel frattempo, siamo arrivati già alla Domenica del Buon Pastore che coincide con la Giornata delle Vocazioni. Quest’anno salterà un altro appuntamento ormai consueto: l’ordinazione presbiterale di alcuni diaconi nella Basilica di san Pietro da parte di papa Francesco. Naturalmente spiace che alcune ordinazioni previste in queste settimane non si possano celebrare. Al contempo può essere di stimolo alla riflessione il fatto di celebrare la “Giornata delle vocazioni” senza ordinazioni.

Da decenni ormai si insiste sulla molteplicità ed eguale dignità di tutte le vocazioni nella vita della Chiesa a servizio dell’umanità. Rimane altresì vero che, nonostante tutti i distinguo e le estensioni, il rischio è di identificare il fior fiore delle possibili vocazioni in quella che viene coronata con l’ordinazione presbiterale. Ciò che stiamo vivendo, almeno in una buona parte delle Chiese disperse nel mondo a motivo della pandemia, forse ci aiuta a vivere questa quarta domenica di Pasqua in modo diverso e, soprattutto, amplificato e approfondito. Al cuore del tempo pasquale contempliamo il Cristo Risorto come il bel Pastore. Egli si mostra vero pastore proprio perché <dà la propria vita per le sue pecore> (Gv 10, 11). Il Cristo è il <Pastore grande delle pecore> (Eb 13, 20) ed è il buon pastore animato dal desiderio che tutti abbiano la <vita in abbondanza> (Gv 10, 10). Come <gregge del suo pascolo> (Sal 99, 3) possiamo fargli piena fiducia: non ci fa mancare nulla che sia essenziale per il nostro cammino di discepoli e di comunità. 

L’impossibilità a celebrare come d’abitudine l’Eucaristia è un tempo di astinenza dolorosa. Eppure, può diventare un tempo di dilatazione provvidenziale della stessa sensibilità sacramentale. La costrizione della necessità potrebbe aiutarci a comprendere meglio come i ministeri che tengono viva la fede, la speranza e la carità dei discepoli e delle comunità sono molteplici. Forse l’insistenza sull’Eucaristia e sulla “penuria” di presbiteri per assicurarne la celebrazione, a tutti i costi e talora a detrimento della custodia dei misteri[1], ci ha impedito di vedere e di assicurare altri ministeri per rendere realmente presente il Cristo anche in modi diversi. L’Eucaristia è il <culmine e la fonte> non perché diventa il luogo e la forma esclusiva della presenza reale di Cristo nella Chiesa e per il mondo. L’Eucaristia quale memoriale della Pasqua del Signore genera e rigenera continuamente molteplici forme della sua presenza di Risorto che si manifesta anche <sotto altro aspetto> (Mc 16, 12). Queste presenze sono altrettanto “eucaristiche” nella misura in cui rivelano la presenza del Pastore unico che non fa mancare la sua cura, la sua guida o la sua semplice compagnia. Il Concilio rammenta che il Cristo Risorto è presente nel sacramento dell’Eucaristia, ma è pure presente realmente in ogni comunità che si raduna <nel suo nome> (Mt 18, 20)[2]. Come rammenta fr. Jean Jacques di En Calcat, il Cristo assicura la sua reale presenza nella <sacramentalità della Parola di Dio>[3]. Il Risorto si fa ancora presente nell’umanità cui i discepoli sono inviati come testimoni alla fine di ogni celebrazione con il congedo. Ogni congedo eucaristico è un invio perché l’Eucaristia continui a rendere realmente presente il Cristo attraverso i battezzati nella vita quotidiane e “pro-fana”. Mediante la comunione sacramentale i battezzati diventano vero Corpo di Cristo che si spezza e si dona lungo il cammino di tutti e per tutti. L’autenticità di questa incorporazione si manifesta attraverso la testimonianza della carità, sulle strade degli uomini e delle donne, soprattutto i più poveri e i più piccoli, ai crocicchi della storia vissuta e sofferta.

Il distanziamento fisico di queste settimane ha dolorosamente toccato anche la vita sacramentale delle comunità. Come in tutte le “disgrazie” non possiamo chiudere gli occhi davanti alla grazia ricevuta. Penso alla grazia di vivere il distanziamento fisico non come distanziamento sociale e meno ancora spirituale, ma nella differenziazione arricchita e arricchente delle forme di comunione. L’ansia pastorale e il senso di continua inadeguatezza dei ministri ordinati perché mai all’altezza di tutte le necessità e urgenze “parrocchiali”, si è trasformata in discrezione pastorale. Le comunità e i pastori sono stati ricondotte all’essenziale e ad una certa calma apostolica. Per alcuni aspetti è stato possibile rendersi conto di come tutta una serie di abitudini pastorali si potrebbero vivere in modo diverso e persino essere serenamente superate o annullate. Rimane vero che nella persona del ministro ordinato si fa presente Cristo stesso in modo così particola da essere unico[4]. Nondimeno, il ministero è fecondo nella misura in cui genera e anima comunità che rendono presente la forza della grazia nella propria vita fino a renderla un lievito nella pasta del mondo in cui si è inseriti attraverso la ricchezza e la diversità dei carismi e dei ministeri.

La costrizione della necessità rende creativi com’è avvenuto nella prima comunità di Gerusalemme con la questione delle vedove e l’istituzione dei diaconi (At 6, 1-7). Sembra che il Signore Gesù non avesse minimamente pensato durante il suo ministero a questo ministero. Dal gruppo dei <sette> diaconi sorge il protomartire della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi: Stefano! In questo tempo di pandemia la discrezione pastorale necessaria e quasi imposta ha creato le condizioni di una dedizione pastorale assolutamente diversificata, creativa e innovativa. Qualcosa che ha fatto cambiare fortemente la percezione stessa dei ministri ordinati come pure dei religiosi e delle religiose.

Con una parola ad effetto si potrebbe dire così: si è passati in modo naturale dalla percezione di un “clero vizioso”, che ha segnato pesantemente il sentore di questi ultimi anni, a quella di un “clero virtuoso”. L’impoverimento dell’azione sacramentale da parte dei presbiteri sembra aver coinciso, almeno in parte, in una rivalutazione del senso della loro vita solidale accanto ai loro fratelli e sorelle in umanità. Provvidenziale?! Sarebbe bello celebrare, proprio in questa quarta domenica di Pasqua, senza ordinazioni presbiterali, una “Giornata mondiale delle vocazioni” realmente plurale e aperta ai doni diversi che lo Spirito della Pentecoste distribuisce generosamente alla Chiesa per compiere la sua missione: essere l’incarnazione della compassione di Dio per l’umanità. Persino i ministri ordinati rischiano positivamente di essere percepiti non meno “sacerdoti” proprio perché più cristiani e più fratelli in umanità.

In queste settimane si sono manifestate nella Chiesa e attorno alla Chiesa sensibilità molto diverse e talora non solo contrastanti, ma persino in opposizione. Possiamo imparare a riscoprire un volto delle Chiesa che non esiste se non come il miracolo permanente di Chiese al plurale. Non solo in senso geografico e culturale, ma come sensibilità e opzioni emotive nell’espressione della fedeltà discepolare. Non è necessario giudicare le diverse modalità di sentire e di vivere la propria fede come parallele e quindi destinate a non incontrarsi mai. Le possiamo avvertire come concentriche ed eccentriche al contempo. In realtà, sono modi di sentire e di vivere diversi che si sfiorano come tangenti e che pure si appartengono reciprocamente. Un solo esempio fra tutti per non rinunciare alla delicatezza verso tutti: si può essere militanti senza essere violenti, si può essere discreti senza essere irrilevanti. La liberazione delle diverse sensibilità vissuta per la necessità di questo tempo di pandemia è un incremento di intelligenza della fede da cui non vogliamo tornare indietro. La decentralizzazione cultuale e pastorale di queste settimane può essere vissuta come una eccezione che conferma la regola. Nondimeno, può diventare un’esperienza che apre alla creatività nel rispetto di diverse sensibilità e percorsi anche nella vita di fede personale e nella testimonianza comunitaria.

Dalla lamentela sulla crisi delle parrocchie potremmo passare ad una immaginazione della parrocchia come <comunità di comunità> che hanno una loro vita autonoma e sussidiaria al contempo. Sotto la guida di persone diverse si può portare avanti l’ascolto della Parola e l’ascolto della sofferenza umana, la catechesi per i bambini vissuta tra famiglie vicine e la cura dei malati e degli anziani, il “tutorato” di quanti devono ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana o dei genitori che chiedono il battesimo per i loro figli. In tal caso l’Eucaristia può essere vissuta come apice e slancio a sigillo di tempi più lunghi in cui la Parola di Dio e la comunione nella carità assicurano una vita eucaristica diffusa. Forse è tempo di ripensare anche alla pratica di rimandare la comunione dei bambini battezzati, per ammetterli sia da subito alla piena partecipazione come nella Chiese Orientali per evitare ogni tentazione di “ricatto catechistico” in vista dei sacramenti e spendere le migliori energie nella mistagogia. Perché questo possa avvenire abbiamo bisogno prima di tutto di ciò che Mons. Lobinger definisce <communitates probatae>. Dopo aver celebrato un Sinodo per l’Amazzonia, ci tocca ispirarci proprio all’esperienza di quelle comunità. Comunità “capaci” in seno alle quali può e deve fiorire l’appello e la risposta ad assumere i vari ministeri, non ultimo quello ordinato.

Il fior fiore delle vocazioni nella Chiesa non sta appassendo, ma si sta ridimensionando per una giusta relativizzazione a favore dell’assoluto che trascende ogni mediazione, anche la più sacra come talora viene percepita quella del ministero ordinato. Nel frattempo, tante altre vocazioni sono in fiore sul tronco secolare della stessa Chiesa. Come sempre, queste modalità inedite della vocazione di sempre a profumare il mondo di Vangelo, sbocciano sui rami più teneri dondolanti alla brezza sottile dello Spirito che soffia ora dolcemente, ora in modo impetuoso. Lo Spirito del Risorto parla ancora alla nostra Chiesa, intesa come seno accogliente di <chiese> (Ap 2-3) sempre più piccole, ma speriamo non piccine.  

In questa difficile primavera vissuta “al chiuso”, possiamo accogliere come uno sussurro la parola rivolta dall’Altissimo al suo giovane profeta formato nei cortili del Tempio: <”Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo”. Il Signore soggiunse: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla”> (Ger 1, 11-12).

Lasciamo che si realizzi il sogno del nostro Pastore, bello-vero-buono. Seguiamo le <orme> (Ct 1, 8) che egli ha impresso persino <sulle grandi acque> (Sal 76, 20) di questa <grande tribolazione> (Ap 7, 14; Mt 24, 21). Non sia vana la sofferenza, ma feconda e rigeneratrice perché <non ci sfugga alcun fiore di primavera> (Sap 2, 7).

Fratel MichaelDavide


[1] Cfr.: A bassa voce. Riflessioni monastiche in tempo di pandemia, e-book edito dalla San Paolo, aprile 2020.

[2] Benedetto XVI, Verbum Domini, 1.

[3] Ibidem, 56.

[4] Sacrosanctum Concilium , 7.

Lettera a un Vescovo

Mattino del 27 Aprile 2020

Carissimo Vescovo,

permettimi di condividere con te la riflessione di questa mattina. Penso alla reazione forte della CEI alla dichiarazione del Presidente del Consiglio circa la famigerata “fase 2”. Se ho capito bene, si invoca la “libertà di culto” per reagire alla delusione del mantenimento delle restrizioni circa le celebrazioni liturgiche con la sola eccezione per i funerali. Non ritengo assolutamente di conoscere l’insieme della questione e non penso di avere né soluzioni da proporre, né approcci più saggi di quello di chi è costituito in autorità nella Chiesa. Ma condivido con te questa suggestione che mi è salita dal cuore passando dalle “ultime notizie” all’angolo della mia cella in cui mi dedico alla Lectio divina:

Libertà di culto o libertà nel culto?

Proprio in forza del Vangelo e del mistero pasquale di Cristo Signore, ciò che ci caratterizza non è solo la libertà di culto, ma anche la libertà da un certo culto, che permette di maturare un bene cristiano prezioso: una libertà nel culto. Se con le altre religioni condividiamo la giusta rivendicazione della libertà di culto per tutti, precipuo di ciò che il Cristo ci ha “guadagnato” è che la nostra pratica di fede non si identifica con il culto. In alcuni momenti, il culto si può trascendere, senza venir meno alla fedeltà discepolare.

Un miracolo che era avvenuto fin qui era la serena alleanza tra la Chiesa, lo Stato e persino la scienza. Gli unici che si sono opposti a questa serena assunzione di responsabilità sono stati i tradizionalisti e quei politici stigmatizzati da papa Francesco in Gaudete et Exsultate 102. Taluni invocano la “religio” e la “christianitas”, ma così poco conoscono del profumo sottile e sempre eccedente del Vangelo di Cristo.

Mi auguro vivamente che i vescovi del nostro Paese non prestino oltre il fianco alla tentazione, in nome del culto, di perdere un appuntamento storico per rimettere al primo posto il Vangelo. Anche quando i sacramenti non possono essere celebrati, il Vangelo è sufficiente come sorgente di comunione tra i discepoli e di carità verso tutti.

Spero tanto che la nostra Chiesa in Italia non ceda alla tentazione di passare dalla testimonianza appassionata, serena e creativa ad una denuncia di non riconoscimento del “diritto di culto” assumendo la postura di “perseguitata”. Questo rischia di rendere vano il grande guadagno di queste settimane difficili in cui siamo stati capaci di vivere in regime di alleanza nella consapevolezza che nessuno sa bene come comportarsi per evitare il peggio e cercare il meglio. Non penso che si possa accusare il Governo in carica della colpa di “incertezza”, quando la situazione non permette di capire l’evoluzione della pandemia.

Sarebbe un peccato passare dall’accompagnamento dei fedeli a vivere serenamente le restrizioni imposte, a lanciarsi in una “crociata” sul diritto alla “libertà di culto”. Sinceramente, penso non si possa nemmeno minimamente immaginare che il nostro Governo attuale voglia calpestare la libertà di culto proprio mentre persino i nostri fratelli musulmani, nel tempo sacro del Ramadan, hanno serenamente accettato di viverlo in modo diverso. Forse è più vero che le forze politiche potrebbero approfittare di questa crepa che si è creata nelle ultime ore per far rientrare alcune pressioni tanto “cattoliche” quanto poco “evangeliche”. Penso in particolare al senso ampio della vita di fede e l’attenzione ai più poveri.

Come discepoli del Risorto possiamo andare al Tempio come facevano i primi cristiani e “spezzare il pane” a casa. Se questo non è possibile o diventa troppo pericoloso o semplicemente incerto abbiamo sempre le nostre “serene catacombe” dove con fiducia attendiamo tempi migliori senza inutili agitazioni. Il Cristo Signore ci dona, con le sue parole e i suoi gesti, di vivere il culto senza identificarci con il culto.

Il dialogo magnifico tra il Signore Gesù e la Samaritana può esserci di guida, di luce, di pace.

Vedo il rischio di sprecare ciò che siamo stati capaci di recuperare stupendamente in queste settimane prestando il fianco a posizioni che difendendo la religione, in realtà, hanno a cuore la preservazione di un mondo di privilegi e di egoismi. La nostra fede in Cristo ci spinge piuttosto ad una rinuncia unilaterale ai nostri diritti per portare insieme agli ultimi i <pesi> di doveri condivisi per rendere più prossimo il Regno di Dio. Se anche fossimo gli ultimi tra gli ultimi a ritrovare la possibilità di radunarsi nelle nostre chiese, potremmo portarlo con grazia e perfino con eleganza.

Quando parla un Vescovo si esprime il Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.
Quando si parla ad un Vescovo, ci si rivolge al Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.
E’ quello che sto facendo all’alba di questo giorno nel tempo che dedico abitualmente alla Lectio divina: attraverso di te chiedo ai Vescovi della Chiesa che è in Italia di non rendere vana la libertà che Cristo ci ha conquistato con la sua morte in croce. Di questo mistero l’Eucaristia è memoria irrinunciabile. Eppure, la nostra vita di battezzati – anche senza Eucaristia – è incarnazione nella realtà che rimane più grande di ogni idea dogmatica e di pratica anche cultuale.

In ultimo, mi sento di rammentare che sempre si debba vigilare nel purificare ogni presa di posizione sugli ideali e i principi, dalla nostra paura di aprirci all’inedito e al nuovo accettando anche di rinunciare alla nostra influenza e, persino, al nostro potere religioso.
Ti chiedo scusa di importunarti così presto al mattino e spero tu possa accogliere la confidenza di un monaco che spera di morire cristiano.

Ti chiedo di benedirmi e di correggermi se ti sembra necessario.

fr MichaelDavide

Abbà-donato: l’amore al contrario

Quello che colpisce in tutto questo è la profonda fragilità dell’uomo Gesù. Lo stesso che aveva predicato alle folle, che aveva compiuto miracoli, che aveva insegnato nelle sinagoghe, che aveva risuscitato l’amico Lazzaro, appare adesso muto, nudo, trafitto, sofferente, appeso a una croce. Non è propriamente l’esito di una vittoria, almeno agli occhi del mondo, la sua. Allora perché la croce “vince”? Perché non è un trionfo del mondo ma sul mondo. Sulle sue logiche, sulle logiche che vorrebbero l’affermazione naturale del più forte sul più debole. Di chi governa su chi è governato. Del giusto su chi sbaglia. Del buono su chi non lo è. Del Dio giudice sugli uomini peccatori. E invece, in questa storia, non è così. Accade qualcosa che ribalta la prospettiva, che sovverte l’esito, che rovescia il pronostico: l’onnipotente divinità di Dio si manifesta nella piena debolezza della sua umanità. In questo senso il crocifisso è quella “bellezza che vince il mondo”. Il crocifisso appare così come la pienezza della rivelazione del Dio unico: il Dio che chiede di essere amato. In questo desiderio d’amore, che diventa grido straziante sulla croce, Gesù mostra al mondo chi è veramente Dio. Il Dio debole del crocifisso dice ai cuori di ciascuno di noi anche oggi che “ha sete” del nostro sguardo, del nostro tocco, del nostro cuore. La fonte dell’amore eterno che, al contrario, lo domanda. Lo chiederà alla chiesa che altro non è, o dovrebbe essere, che l’evidenza di quello spazio affidabile in cui i figli si prendono cura delle madri, e viceversa, nell’attesa della risposta del Padre: “figlio ecco tua madre”; “madre ecco tuo figlio”. L’amore è reciprocità, scambio, rispetto. Se no diventa oppressione, plagio, chiusura, possesso, protagonismo.

Ma il Gesù sulla croce non rivela soltanto all’uomo chi è Dio ma anche all’uomo chi è l’uomo. Egli è in quel momento, soprattutto, pienamente tale. E in questo modo svela la piena divinità nascosta dentro ogni creatura che si manifesta quando, abbandonata arresa ferita, scorge ammette cerca, il bisogno di essere amata. Riconoscere questa mancanza vuol dire riconoscere la potenza divina che abita ogni domanda dell’umano e che condurrà da lì a poco Dio Padre a rispondere mediante la Resurrezione. Gesù non risorge da solo. Egli, prima di essere un corpo sepolto e un corpo resuscitato è, sulla croce, un corpo spezzato; abbà-donato, consegnato alla risposta dell’ Abbà, che in ebraico vuol dire “babbo”, “babbo caro”. Gesù è il primo che lo sperimenta per permettere a ogni uomo di poter fare lo stesso. Chiede al Padre di rispondere per sé e per tutti gli uomini poveri cristi che verranno “crocifissi” dalle ingiustizie dopo di lui. Lo chiede dopo aver attraversato e “compiuto tutto” il perdono per coloro che lo hanno trafitto.

Non può esserci vita nuova allora, corpo risorto, persona cioè rinata, anche per noi, finché non consegniamo, forse, il nostro grido interiore che sale dal profondo delle nostre angosce e ferite visibili e invisibili, al Dio che aspetta il nostro perdono e abbandono d’amore in ogni venerdì santo della storia. Della nostra e di quella del mondo.

E il Dio-Abbà, risponderà.

Simone De Rosa

Ritornare a casa: “esserci o non esserci, questo il dilemma”

In questo tempo sospeso alcune riflessioni stanno prendendo spontaneamente forma dentro di me come giovane insegnante, come cittadino, come uomo di fede. Una in particolare ha a che fare con la parola “casa”, così adesso tanto ripetuta, sostenuta. Penso al monito che scorre e sigilla in maniera francamente ridondante le firme delle pubblicità, dei messaggi social, degli annunci ai telegiornali, dei cartelloni appesi fuori dalle finestre dei bar e dei balconi, nelle piazze delle città. L’unica eco che nel vuoto silenzio del mondo in quarantena risuona per le strade con la forza di un grido collettivo lanciato nella muta foresta del distanziamento sociale: “restare a casa”. E’ vero, lo dobbiamo. Alla salute nostra, dei nostri cari, delle persone più fragili, dell’intero sistema sanitario. Eppure non basta. Non è sufficiente, affinché questo tempo sospeso diventi un tempo abitato, rimanere a casa senza “ritornarci” davvero, anche interiormente. Mi colpisce, allora, che la figura della casa abbia da sempre costituito per le tre grandi religioni monoteiste della storia sorte intorno al bacino del Mediterraneo il modello di costruzione per i luoghi di culto. Gli spazi dell’intimità del cuore di fronte al sacro sono plasmati, edificati sul fondamento semantico, oltre che architettonico, dello spazio domestico. Il Dio unico si fa incontrare anzitutto lì, dove ci si trova. Affinché ciascun uomo possa rincontrare se stesso, nella profondità del proprio cuore. La “casa”, nella cultura religiosa ebraica, cristiana e islamica, diventa così l’archetipo di quello spazio sacro, che in latino vuol dire separato, distanziato perché scelto rispetto alla precarietà e alla confusione delle cose che coinvolgono con frenesia le logiche del quotidiano, affinché l’anima umana riscopra la forza che proviene da dentro. La sinagoga ebraica è costruita, e anzitutto pensata dal periodo dell’esilio babilonese in poi, come casa di “adunanza”, di incontro per lo studio e la preghiera della Scrittura; le prime chiese cristiane, precedenti alle basiliche, erano le case dei discepoli, chiamate proprio per questo domus ecclesiae; ogni moschea musulmana viene ideata sul modello della casa in cui visse il profeta Maometto. L’architettura, nelle religioni, non è soltanto un fatto funzionale e pragmatico, ma decisamente simbolico. Può, forse, diventarlo anche per noi. Essere riscoperto come occasione di tempo prezioso per ascoltare l’eco segreta del desiderio profondo che batte contro le pareti dei nostri pensieri e dei nostri gesti al quale finalmente si può dare e fare spazio. Nella casa, così come nel cuore dell’uomo, ci sono tante cose lì da tempo che per abitudine, magari, per convinzione e convenzione, non si ha il coraggio di guardare e di spostare. Accarezziamo angoli bui, ostacoli ingombranti, visioni decentrate intorno e dentro di noi senza nemmeno accorgercene, presumendo di guardare nella giusta direzione e pensando o sperando che prima o poi qualcuno le sistemerà per noi o che scompariranno da sole. Forse, questo tempo separato vuole invitare anche ciascuno di noi a lasciare la presa. E lasciare venire a galla verità sospese o sopite da tempo. Fare ritorno in noi stessi significa riprendere contatto con noi stessi e col divino che vi ci dimora, per capire cosa cambiare del nostro modo di vedere le cose, del nostro sguardo sulla realtà, per fare della casa della nostra vita una vita autentica. Forse, la vera sfida consiste proprio nell’affrontare con decisione e concretezza la domanda all’esistenza che risuona dalla viscere della nostra carne e della nostra terra trafitta, soprattutto in questo momento: “esserci o non esserci”, questo è il nuovo dilemma amletico del dramma contemporaneo al quale ogni donna e ogni uomo è chiamato a rispondere e a riscoprire. Non solo per sé. Ma “per gli altri, per il mondo”, come afferma Martin Buber nel suo Cammino dell’uomo. E’ la partita della compassione verso noi stessi e i nostri simili, anche e soprattutto in questo momento di sofferenza e difficoltà, a discapito del sospetto che genera paura. Questa, paralizza il rivelarsi compiuto della bellezza dentro di noi che sorprende e salva, mediante l’incontro, il dialogo, la presenza. Il corpo e la parola. Diceva Dostoevskij nel suo romanzo L’idiota che “la bellezza vincerà il mondo”. E’ una frase che ho sempre amato molto ma che ancora oggi faccio fatica a comprendere davvero. E credo, nel mio piccolo, che se è vero che la bellezza tanto serve quanto più è gratuita, non potrà portare alcun frutto di vittoria se essa, però, non viene scelta. Un po’ idiota mi sento di essere anch’io. Tutte le volte che invece di fermarmi a scegliere di coltivare il buono e il bello che si dona nel presente, ritorno a intonacare di stucco pareti del passato che possono inumidire i sentimenti, ammuffire le emozioni, atrofizzare le intenzioni, annichilire i gesti, confondere i significati, contorcere i pensieri, mancare bersagli; paralizzare, cioè, ciò che più ci appartiene e che ci rende disperatamente umani. Ritornare allora è riscoprire il segreto. Forse, ci sono altri virus invisibili e inevitabili diventati sovrani delle nostre vite interiori, come quello che oggi distrugge i corpi e separa drammaticamente le vite, che possiamo sconfiggere per rendere la nostra casa e la nostra anima un autentico e rinnovato spazio d’amore e carità in cui si respiri, anche da qui, profumo di eternità.

Simone De Rosa

Siamo sicuri che basta pregare?

Inter nos: un pensiero tra monaci e monache

In questo tempo di emergenza e di restrizioni per affrontare la pandemia di Coronavirus, non sono mancati i riferimenti e gli appelli ai monasteri come luoghi particolarmente consacrati alla preghiera di intercessione. In particolare, ancora una volta, il ruolo e il ministero delle “monache di clausura” è stato evocato ed invocato. Come monaci e monache non possiamo che essere stupiti e profondamente grati di tutta questa considerazione che si spinge, talora, fino alla venerazione. La gratitudine non deve però trasformarsi in un sentirsi lusingati e, meno ancora, così stimati da non lasciarsi interpellare e perfino scuotere. Non si può e non si deve abbassare la guardia di fronte alle ambiguità proprie alla vita monastica che si evidenziano maggiormente quando la complessità si radicalizza, come sta avvenendo in queste settimane segnate dalla pandemia. Il rischio di unilateralizzazione della vita monastica nel suo aspetto di deputazione sacrale all’intercessione è sempre incombente. Indubbiamente la preghiera di intercessione è un appello specifico e inderogabile. Nondimeno, l’appello può diventare una tentazione quando l’intercedere non include la possibilità di <andarci di mezzo>, come ebbe modo di spiegare nelle sue catechesi il cardinal Martini.

In questa linea l’<istanza di discernimento e convocazione>, di cui papa Francesco ha parlato nella Vultum Dei quaerere, può essere molto stimolante. Questa specifica e dinamica <istanza> è l’elemento dirimente e caratterizzante della vita monastica, troppo facilmente identificata con l’esperienza contemplativa. Cosicché in tempi di pandemia, che comportano una inedita quanto inattesa sofferenza attorno ai monasteri, esige una risposta un po’ più complessa e arrischiata. Nonostante quello che ci viene continuamente rinviato dall’esterno delle mura protette dei nostri monasteri, talora fortificati in vari modi, una domanda si impone: <Siamo sicuri che basta pregare?>. La risposta è sicuramente affermativa: <Sì, basta pregare!>. Eppure, una preghiera che sia critologicamente ed evangelicamente compatibile, non può confondersi con la semplice ritualità. La sola ritualità rischia di scadere, nonostante le intenzioni migliori, in forme quasi di <stregoneria> come ha ricordato, scrivendo al suo presbiterio, mons. Marcello Semeraro, vescovo ad Albano.

Come monaci e monache non possiamo abbassare la guardia nei confronti della tentazione di cedere alle lusinghe dell’ammirazione e della venerazione crogiolandoci in una sorta di sufficienza spirituale che ci mette al sicuro e ci lascia in pace. Per evitare questo pericolo, si rende necessario conservare e coltivare uno sguardo rigoroso sulla propria vita a fronte dell’ammirazione di quanti ci guardano dall’esterno. Un passo per vivere questo distacco emotivo dall’ammirazione degli altri, per non lasciarsi distrarre dal combattimento spirituale è quello di non pensarsi indispensabili e, forse, neppure così importanti. La deriva sacrale – secondo il modello vestalico di tutte le espressioni religiose, non solo del passato ma anche del presente – è da tenere d’occhio per evitare una sorta di implosione spirituale della nostra esperienza discepolare, radicata nella condivisione della sorte dell’umanità intera. Come spiegava Thomas Merton, nei monasteri si rischia sempre di attribuire un’importanza eccessiva ad alcuni aspetti della vita monastica, spezzandone così l’equilibrio; oppure cadiamo in quella miopia spirituale che non coglie se non i dettagli, perdendo di vista la grande unità organica in cui siamo chiamati a vivere. In una parola, perché le innumerevoli regole di osservanze della vita monastica possano essere convenientemente intese, dobbiamo sempre tener presente il reale significato del monachesimo[1].

In un tempo come quello che stiamo attraversando è necessario riflettere su tutto questo con consapevolezza profonda e umile onestà. Come monaci e monache siamo inseriti in un contesto ricco di provocazioni e promesse. Ce lo ricorda un monaco nonagenario, padre Ghislain Lafont, il quale richiama alla necessità di maturare, soprattutto in ambito monastico, una nuova coerenza. No possiamo lasciarci sfuggire che <dietro la silenziosa ma pressante richiesta di un mondo in crisi e alla ricerca di forme e di istituzioni che gli permettano di vivere nella diversità riconciliata c’è infatti una rinnovata rivelazione di Dio, del mondo, dell’uomo>[2].

Vi è il pericolo di una riduzione unilaterale del mistero della vita monastica al ministero dell’intercessione orante. Un ministero inteso nel senso riduttivo di un’assicurazione della continuità cultuale. Questo ministero quasi addomesticato della più ampia opera di intercessione se può soddisfare chi ci guarda e ci invoca dall’esterno, di certo non può lasciare in pace noi che abbiamo professato di vivere secondo la Regola per seguire il Vangelo. L’immagine romantica dei monasteri fortezze oranti e parafulmini, tenuti ben al riparo dai rovesci della sorte che rischiano di abbattersi perlopiù sugli altri, non penso possa farci dormire sonni tranquilli. Invocare il carisma monastico e la nostra gloriosa tradizione per giustificare il fatto di dover assicurare semplicemente la continuità della preghiera liturgica e dell’intercessione rituale, in realtà, non racconta pienamente la nostra vocazione. Inoltre, non fa onore a quanti hanno dissodato per noi i solchi su cui continuiamo a germogliare. La vita dei nostri padri e madri nella vita monastica ci attesta una dinamica di intercessione capace di concreto coinvolgimento, attraverso una creatività non esente, talvolta, da una santa trasgressione. Gli esempi sono tanti e diversificati. Mi piace evocare l’atteggiamento radicale e severo di Benedetto che <in tempo di carestia aveva distribuito ai poveri tutte le provviste del monastero>. Quando il cellerario rimanda di dare anche<quel poco di olio che era rimasto>, una volta scoperto il fatto, l’abate ordinò <di gettare dalla finestra quell’ampolla>[3].

Tra i tanti modelli ispirativi che possiamo trovare nella storia del monachesimo, mi piace citare quella di san Bernardo Tolomei. Questo insigne senese, dopo essersi ritirato con alcuni compagni a Monte Oliveto, morì a Siena – nel 1348 – dove si era recato in soccorso dei malati di peste. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune insieme a quelli degli altri monaci morti per soccorre i malati. Bernardo e i suoi fratelli si lasciarono alle spalle il deserto in cui si erano appassionatamente ritirati e da cui si sentirono richiamati per servire e lenire le sofferenze altrui. Il ritiro dal mondo nel deserto di Accona, in una vita monastica di rara intensità ascetica, portò come frutto la condivisione della condizione di quanti soffrivano in città. Alla luce di questo e di tantissimi altri esempi anche recenti, come monaci e monache siamo chiamati ad un esame di coscienza circa la nostra capacità di coltivare un ideale monastico integrale e mai ridotto semplicemente all’aspetto liturgico e ad una postura sacrale.

Alcune domande non possiamo certo schivarle. Laddove medici e infermieri, con famiglie a carico o già in pensione e quindi con un’età a rischio in questa pandemia, hanno risposto massicciamente all’appello del governo a rimboccarsi le maniche: noi monaci e monache come ci siamo fatti interpellare? Quanti monaci e monache avrebbero potuto riprendere, in questo frangente così estremo, la propria professione medica o infermieristica? Io stesso mi sono chiesto se non avrei dovuto lasciare la quiete del nostro monastero e della nostra magnifica valle per assicurare un servizio di assistenza religiosa negli ospedali o nelle carceri, come hanno fatto presbiteri, religiosi e religiose alcuni dei quali hanno esposto la loro vita fino a morire. Ma alla fine non sono stato in grado di concretizzarlo. Non certo per fedeltà alla vita monastica, ma per una fatica a pormi realmente in questa complessità di situazione senza cedere a protagonismi personali e anche per un senso di responsabilità verso la nostra piccola comunità. Non sono affatto certo di aver fatto la scelta giusta e accetto di portare il peso di una possibile grave inadeguatezza evangelica che dovrò gestire.  Ma la domanda mi rimane in sospeso tra mente e cuore.

In questo tempo di clausura più o meno stretta che, malgrado tutto, ci permetterà forse di scampare più e meglio di altri alla pandemia in corso, abbiamo tempo e una certa calma per pensare al <dopo>. Si sente spesso in queste ore parlare del <dopo> con il rischio di dimenticare di riflettere seriamente a quello che stiamo vivendo e che si sta vivendo accanto a noi. Anche come monaci e monache dovremo misurarci con la fine di un mondo e la sfida di dare il nostro contributo a riprendere il cammino in modo più saggio, più sano e più santo. La ricaduta economica, che pare a tutti chiara e preoccupante, sarà l’urgenza più forte della post-emergenza. Alla porta dei nostri monasteri busserà lo smarrimento di tanti per cui verranno meno quelle sicurezze ritenute un diritto inalienabile e intoccabile. Tutto ciò diventerà un’istanza pressante. Alcune delle nostre comunità avranno anche sperimentato la malattia di alcuni, la morte di altri, il timore davanti al futuro di tanti. Come monaci e monache vogliamo aderire al sogno mondano che tutto riprenda come prima dopo questa terribile parentesi, o sceglieremo di adeguare il nostro stile di vita e il nostro modo di rispondere alla <convocazione>? L’uso dei nostri spazi talora sovradimensionati, la gestione delle nostre riserve economiche, la postura nei confronti del mondo che ci circonda e soprattutto di quanti sono più sfortunati potrà ritornare allo stato previo? Possiamo accontentarci di dire, pensare, credere e pretendere che <basta pregare>? La speranza è che l’intensificazione della preghiera e della separazione dal mondo, vissute in questo tempo di quaresima universale imposta dalla quarantena, possano rendere la nostra vita monastica evangelicamente adeguata e umanamente affidabile. Sono il primo ad avere tanta paura di non riuscire a capire e, soprattutto, di non farcela ad essere realmente disponibile all’appello della storia attraverso cui Dio continua a parlare e chiede di essere ascoltato.

Detto tra noi, non si tratta di una riflessione né di una proposta, ma di una confessione. Perdonatemi!

Fr. MichaelDavide, osb

 


[1] Th. MERTON, Il monaco, La Locusta, Vicenza 1964, pp. 7-8 (titolo originale: Basic principles of monastic spiritualità, Abbey of Gethsemani, Kentuky 1957).

[2] G. LAFONT, Immaginare la Chiesa cattolica, San Paolo 1998, pp. 11 e 212-213.

[3] Dialoghi, II, 28.

La preghiera sociale di papa Francesco: «Siamo sulla stessa barca»

da IL MANIFESTO del 28/3/2020

di Luca Kocci

 

«Siamo tutti sulla stessa barca». Usa l’immagine del Vangelo (i discepoli sorpresi dalla tempesta mentre si trovano su una barca insieme a Gesù) papa Francesco per descrivere la situazione al tempo del coronavirus e per indicare la via di uscita: riscoprire la «fraternità» e la «solidarietà» fra tutti gli uomini e le donne.

È venerdì pomeriggio, piazza San Pietro è vuota, illuminata dai lampioni e bagnata dalla pioggia. Il pontefice è solo al centro del sagrato per il «momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia» annunciato durante l’Angelus di domenica scorsa, in streaming come la cerimonia di ieri pomeriggio.

L’omelia, oltre all’affidamento a Dio da parte dei credenti (c’è l’icona della madonna Salus populi romani e il crocifisso di San Marcello a via del Corso, dove il pontefice si è recato a piedi due settimane fa, suscitando qualche critica, era già in vigore di divieto di passeggiata), è una lettura sociale dell’epidemia, in linea con il magistero di Francesco.

«Siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto», dice il pontefice. «Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».

Insomma l’epidemia non come «castigo di Dio», ma come «peccato sociale», che costringe tutti e riscoprire «quella benedetta appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».

Prosegue Bergoglio: «Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme», «ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme», aprendo «nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà».

E c’è il ringraziamento per quelle «persone comuni, solitamente dimenticate», che «stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori» e «tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo».

Nelle intenzioni di preghiera si ricordano le vittime del virus, ma anche «i medici e gli operatori sanitari, stremati dalla fatica» e «i politici e gli amministratori, che portano il peso delle scelte». E si invoca la liberazione «dalle epidemie», ma anche «dalla paura del fratello», «dagli interessi spietati e dalla violenza».

Al termine la benedizione e l’indulgenza plenaria, concessa con un Decreto della Penitenzieria apostolica ai malati di Covid-19, ai loro famigliari e agli operatori sanitari.

PERDONAMI

Perdonami, o Signore di non avere vissuto nel più profondo dell’anima mia la grande sofferenza dei popoli del mondo che avevano fame, erano privati di libertà, distrutti e ammazzati, ieri e ancora oggi,

Perdonami di avere ascoltato solo da lontano i pianti dei bambini orfani, degli sposi separati, dei genitori delusi, dei malati senza speranza, dei poveri senza tenerezza,

Perdonami di non essere veramente in com-unione con le persone isolate, prigioniere, distrutte, dimenticate, affrontando queste situazioni in un modo intellettuale e sociale senza vivere nel mio corpo e nel mio cuore la loro sofferenza,

Perdonami, o Signore: è tanto difficile dimenticare il mio piccolo “IO” e i suoi privilegi… MA… un infinitesimale virus mi ha fatto capire quanto la vita è bella, quanto la libertà è preziosa, quanto siamo beati di essere tutti fratelli e amati e quanto la mia “sofferenza” è irrisoria in confronto a tantissimi dolori più importanti e soprattutto in confronto… alla tua !

Marielle

Cancellare… non basta

Vorrei condividere un’esperienza che si sposa con un ricordo: quella di cancellare. A motivo delle restrizioni, per contenere il contagio della pandemia che stiamo attraversando, si sente spesso parlare di impegni, viaggi, incontri… che vengono cancellati. Bastava guardare in questi giorni i pannelli degli aeroporti per cogliere questo verbo: cancellato. Anch’io ho dovuto cancellare una serie di impegni previsti nella mia agenda personale come pure in quella della comunità.

La Quaresima di quest’anno, a motivo dell’imprevista e inedita quarantena, è diventata, per così dire, “perfetta” dal punto di vista “monastico”. La consueta discrezione del tempo quaresimale è diventata radicale. Mentre i giorni della quarantena passano e si protraggono, continuo a cancellare impegni previsti e penso già a quelli che ancora dovranno essere cancellati. La mia agenda, come penso quella di molti, guadagna ogni giorno di più in “biancore” e, gradualmente, si svuota. L’anno in corso assomiglia sempre di più all’anno che deve ancora venire! Per quanto mi riguarda bisogna arrivare al 2023 per trovare tanto spazio vuoto nell’agenda elettronica… tanto tempo disponibile e non ancora impegnato come quello ormai di questo mese di marzo e di aprile… e di maggio. Tutti speriamo di non dover far “tabula rasa” anche per giugno… ma nessuno può dirlo.

Ho cancellato… continuo a cancellare… forse dovrò continuare a cancellare… per quanto tempo? Settimane? Mesi? Mentre ero intento a “fare le cancellazioni” per le prossime settimane, mi sono ritrovato bambino, sui banchi della scuola elementare con il mio astuccio da scolaretto diligente. Tra penne e matite, l’immancabile gomma. Mi è tornato in mente il gesto di fanciullo proteso ad imparare tutto ciò che serve per attrezzarsi in vista del magnifico compito di vivere. Ho risentito la fatica della mia mano sinistra – cominciare a scrivere con la destra per me, mancino di natura, è stato un tormento! – a fare forza sulla pagina per cancellare.

Mi è tornato in mente che, per il bambino che sono stato, cancellare era un modo per migliorare. Dopo essermi reso conto di avere sbagliato nel dare una risposta, nel comporre un periodo o nel fare un calcolo, mi mettevo a cancellare per fare meglio. Ricordo l’emozione interiore: cancellare era il modo per riconoscere di avere sbagliato. Da una parte la gratitudine di poter riparare lo sbaglio, e, dall’altra, un certo rammarico per non avere fatto bene il mio compito sin da subito… un vero colpo al mio orgoglio di scolaro modello!

A distanza di quasi mezzo secolo, mi ritrovo, a cancellare i miei impegni con un touch sul cellulare o con la gomma sull’agenda cartacea della comunità. In ambedue i casi devo accettare di assumere l’imprevisto. Mentre cancello, il pensiero mi dice che si tratta solo di rimandare, in attesa di recuperare. Ma un altro pensiero, più profondo ed esigente, mi sale dal cuore: forse bisognerà non solo rimandare, ma anche cambiare. Ogni cambiamento fa paura, per questo ogni vero cambiamento non si improvvisa, ma va preparato con cura e grande umiltà per viverlo con umana dignità e con una certa eleganza.

 

Fr. MichaelDavide, osb

Virus

di Silvio Monica

 

Un tempo fragile, fragilissmo e gravido ci avvolge.

Nell’aria volano mille pollini strani.

Fra qualche mese nasceranno ancora zizzania e grano.

Io, che di parole ne spreco tante, solo pochi giorni fa,

dopo quelle di Quaresima, dissi a me stesso: Adesso per un po’ basta.

E invece eccomi ancora qua.

Ora che non si può, troppo forte il desiderio

in qualche modo d’abbracciare, raggiungere, mescolare.

Quanto sono preziosi i mille piccoli legami!

Forse mai, come in questi tempi fermi, viaggeremo.

Non so se servono parole in questo tempo, per questo tempo.

Molte forse non sono ancora parole,

ma germoglio d’emozioni e paure.

Molte nascono per dimenticare, esorcizzare.

Le parole dovrebbero servire sempre per incontrare.

Chi l’avrebbe detto che ci saremmo fermati!

Chi l’avrebbe detto che non avremmo potuto abbracciare!

 

“Sono giorni spauriti,

tempo dentro altro e sconosciuto tempo.

Molti son morti e forse molti moriranno

ma anche qualcosa d’altro forse morirà.

Adesso nei nostri cuori, detriti e fermenti.

Per me, per tutti,

ancora e sempre la domanda:

Nascerà quell’uomo buono

che nascondiamo in grembo?”

 

L’occhio che intravvede il mistero, il naso che respira i profumi

la bocca che bacia le storie, ora sembrano portare solo cattivi contagi.

Tutto quello che prima era vita, ora sembra motore di morte.

Eppure è sempre lì il mistero, nell’aria c’è profumo di viole,

mentre i baci sono sorrisi impauriti, nascosti da maschere bianche.

Il treno da tempo impazzito è uscito dalle sue finte rotaie.

Imposto o voluto, viene un tempo imprevisto: Fermarsi.

E quello, troppo spesso tradito: Ri-pensare.

Pure nel chiuso di stanze,

c’è spazio abbastanza per disegnare

nuovi ed antichi sentieri, capaci di farci sentire

i buoni sapori di una terra mite, di pace.

 

Ripiegato sui nostri egoismi

lo sguardo perde nitidezza e stupore.

Qualcosa di diverso oggi ci prende:

Il noi e non l’io. Sia vero.

S’allarga lo sguardo, non basta lo spazio

per raccogliere nel cuore un più comune sofferto destino.

Difficile adesso tener stabile il cuore

sale timore di non avere più tempo

per quella parola mai detta

per quella carezza mai data

per chiedere scusa del tempo buttato.

 

“Avete notato le viole

avete notato come spesso

fan corona a un cespuglio

che sarà presto un mazzo di di rose.

Avete notato come spesso

si nascondono tra i legni secchi e spezzati

delle siepi in amore,

o come in un campo aperto

fan compagnia a un giovane fiore!

Questo è il loro tempo:

confine d’inverno, argini di primavera.

Con quel loro spuntare qua e là

sembrano dire:

Non ci siamo solo noi.

Tutti siamo, possiamo essere

primavera”

 

Chi l’avrebbe detto che quei gesti troppo spesso scontati,

quei segni della scintilla amorosa e fraterna,

un abbraccio, un bacio, una stretta di mano,

sarebbero diventati proibiti.

Digiuno non previsto ma imposto, metafora vera del vero digiuno,

nostalgia e desiderio di più vera passione.

Il mondo sempre è stato ferito e muri lo han sempre spezzato,

da anni poi son tornati ovunque di moda,

ma guardate com’è brutta, adesso, anche solo una certa distanza.

Torniamo uomini amanti, amanti non di piaceri e vittorie

ma di quell’empatia calda e discreta che anela al bene di tutti.

Chi l’avrebbe detto che ci saremmo fermati,

che anche volendo, non ci saremmo potuti abbracciare!

 

“E mi siederò qui

su questo tronco tagliato

in compagnia di alberi umili e fieri

e starò qui a lungo ad aspettare

tutto il tempo che sarà necessario

per potervi di nuovo incontrare”

 

Intanto qualcuno intravvede già Pasqua:

la cena e l’orto

il bacio e il “non lo conosco”

quel grido e quel soffio in croce

il sabato assorto

e poi

le donne che vanno al sepolcro…

 

In quei giorni, tutti i nostri giorni