Per non farci avvelenare dalla “barbarie” della nostra “civiltà” che oramai respiriamo nelle nostre città e paesi

La necessità del lutto di Carlo Ossola

in “Il Sole 24 Ore” del 20 agosto 2017

L’attentato del 17 agosto a Barcellona, alle Ramblas, per la provenienza cosmopolita delle vittime e dei feriti, ha suscitato, e suscita, molti commenti, quasi tutti orientati a ripetere, insieme alla esecrazione per l’attentato, la difesa dei valori dell’Occidente, principale dei quali sarebbe una libertà che si esercita nel movimento verso luoghi-idolo, che meglio ci identificano che non le comunità locali nelle quali, con fatica, si è costretti a vivere. L’analisi, che si ripete anche questa volta, mi pare carente e fuorviante: e, senza preamboli, mi permetto di dire, sommessamente, che mi sarei atteso che le Ramblas, pedonali, fossero chiuse, almeno per 48 ore, per rispetto e per lutto, sì per lutto, per le persone scomparse. Permettere che il commercio, il passeggio, il su e giù dei turisti (perché altro non c’è nelle Ramblas) riprendessero come nulla fosse, appena rimossi i segni di morte, non è solo un’offesa alle vittime, ma ancora il cedimento speculare alla visione che anima gli assassini. Qui, come a Nizza, essi falciando pedoni ignari dichiarano che l’uomo non valle nulla; è un birillo da buttar giù in fretta; ma la riposta che diamo è del tutto simmetrica: anche noi diciamo che l’uomo non vale nulla, perché occultiamo nell’indifferenza la morte, e riprendiamo al più presto i traffici quotidiani. La libertà è il frutto della dignità di ogni singolo uomo, non ne è il presupposto. Non fermarci di fronte alla morte, non circondare quei nomi di un silenzio ampio e collettivo (che cos’è un “minuto di silenzio” di fronte a tanti anni di tante vite spente per sempre?), è confermare – anche da parte nostra – che la vita non vale nulla; che si può tornare a calpestare il selciato ancor caldo di sangue e di morte. È anche far sapere ai terroristi che, se non bastano 14 o 87 vittime a fermarci, essi dovranno procurarne ancora di più, ancora più selvaggiamente (e infatti il progetto di strage era ben più sinistro). No, dobbiamo fermarci; dire che quelle vittime sono i nostri figli che amiamo, per i quali dobbiamo portare e porteremo un lungo lutto, di riserbo, di sollecitudine, di vigilanza. Personalmente, ringrazio i turisti italiani che sono partiti da Barcellona il giorno dopo: in modo semplice agli intervistatori hanno detto che, dopo quelle morti, nulla – per loro – era più come prima. Occorre uscire dall’inganno della “festa che continua”, della “vita che continua”: occorre assumere con coraggio il peso, più difficile, che una lunga vacanza dello spirito e della responsabilità è finita.

Che peccato. La volpe ha capito!

Anche stanotte la volpe non è passata! È l’alba di questa domenica di fine estate a Rhêmes-Notre-Dame che da molti è considerata un vero angolo di paradiso. Apro le porte del nostro piccolo monastero di montagna, ospitato nella casa parrocchiale, anche quella del retro, ma le cocce di formaggio sono ancora là… dall’altra notte oramai. Non capita mai… cosa è mai successo? Ah, dimenticavo, sta finendo solo ora, mentre già albeggia, lo schiamazzo di due notti per il festival della birra. Quest’anno l’hanno anticipato di una settimana, perché ne potessero approfittare ulteriormente i turisti che vengono a cercare tra queste splendide montagne un po’ di riposo, di pace, di quiete e di silenzio. Alla Pro-Loco è sembrato bene di offrire un po’ di chiasso, un po’ di disordine, un bel po’ di schiamazzo e soprattutto di poter sostituire al solito latte delle nostre mucche di alta montagna, boccali di birra che non si sa bene da dove venga… ma ubriaca e stordisce. Sembra che la gente ne abbia bisogno, soprattutto sembra proprio possa far bene ai nostri giovani che già ne fanno largo uso… ma per non farli sentire troppo soli sono gli adulti che, con passione, hanno fatto in modo che tanti altri giovani venissero fin quassù – per due notti di seguito – a fare loro compagnia.

La volpe ha capito e si è tenuta alla larga. Ha rinunciato alle sue cocce di formaggio in attesa che Rhêmes-Notre-Dame sia restituita a se stessa… la volpe sa aspettare. Mentre gli schiamazzi e le urla sembrano l’unico linguaggio ormai possibile, cerco nella mia mente un versetto delle Scritture che possa aiutarmi a comprendere una simile deturpazione del nostro villaggio, le cui cartoline in vendita nel negozio all’angolo dovrebbero essere sostituite con gli ultimi scatti che circolano in rete. Quest’anno a dare man forte c’erano anche i settanta coscritti! Sono venuti a festeggiare da noi e chiuso il capannone della birra, hanno continuato la discoteca all’aperto. Perché mai dormire di notte, se si può farlo di giorno. Che poi gli altri ne abbiano bisogno per cominciare la loro giornata di lavoro e di servizio, questo non interessa certo.

Ci sarà un passo delle Scritture per aiutarmi a comprendere? Dopo lunghe ricerche ho trovato il versetto: è del profeta Amos, un <allevatore di pecore> (Am 1,1) che avrebbe amato immensamente i nostri prati montani che quest’anno hanno deliziato un gregge di ben novecento pecore. Lamentandosi su Israele il profeta apostrofa con il suo modo spiccio: <e padre e figlio vanno dalla stessa ragazza> (Am 2, 7). Illuminazione! È proprio qui il vero dramma. Che dei giovani si ubriachino e abbiano bisogno di trasgredire per tentare di crescere non è nuovo ed è pure comprensibile. Ma che gli adulti non facciano almeno finta di non essere d’accordo con le loro trasgressioni e se ne facciano promotori… beh questo è nuovo ed è pericoloso. Se il festival della birra a Rhêmes-Notre-Dame fosse una questione <tra giovani> non meraviglierebbe… da che mondo e mondo i giovani fanno questo tipo di cose per vincere la paura di vivere, come stanotte hanno fatto i coscritti. Ma che ciò avvenga sotto lo sguardo compiaciuto degli adulti… crea sconcerto e indignazione. Che siano i padri, le madri, i nonni persino a preparare appassionatamente ogni cosa… fa pensare e un po’ fa preoccupare. Invece di spingerti alla moderazione, sono proprio gli adulti a darti un premio – una maglietta gialla che di certo fa sentire più forti davanti al mistero che è la vita – se riesci ad arrivare ad un certo numero di boccali di birra. Sarà questa la soluzione da adottare davanti alle inevitabili difficoltà e incognite della vita? Dicono che costa ben 10 euro… io non lo so, perché non ci sono andato. Oddio, che lo si faccia per soldi?! Far ubriacare dei giovani – alcuni ancora adolescenti – per far soldi. Questo è da brivido. E la domanda diventa naturale: per farne che cosa di questi soldi? e per sostenere quali attività di promozione della montagna quando si allontana la silenziosa e discreta volpe?

Tutto questo fa pensare… dovrebbe far pensare. Chi si vuole attirare a Rhêmes-Notre-Dame e perché? Chissà cosa ne pensano i camosci che si preparano ormai alla stagione della caccia e cominciano a sperare – poveri! – di non essere cacciati.

Fr. MichaelDavide, osb

Non possiamo non farci toccare

Pubblichiamo volentieri questo articolo perché ogni discepolo si senta toccato e “agisca”:

 A Tripoli con i migranti respinti dall’Europa fra torture, umiliazioni e fame

di Domenico Quirico in “La Stampa” del 12 agosto 2017

Che fine fanno quelli che rimandiamo indietro, il popolo dei barconi che le motovedette libiche «salvano» prima che entrino nel nostro mare: quelli per cui inizia il vero viaggio, che è al di fuori di se stessi? I migranti che evaporano nel nostro limbo di disattenzione, che non sono per noi più migranti, un figliol prodigo senza la casa in cui ritornare? A quale destino li consegniamo, noi che abbiamo cessato di dare? Per questo sono venuto in Libia, a cercare una risposta. Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto. Vi racconterò allora dove ho incontrato i migranti salvati. Se non mi credete, è facile verificare. I centri libici per i clandestini, dunque. È lì che ho sentito l’odore dei poveri. Sapete: non mi ha più lasciato il puzzo della miseria, si è attaccato ai vestiti, alla pelle, mi ha inseguito dopo che ne sono uscito. Ho gettato via i vestiti che indossavo, ed è rimasto lì, mi è entrato dentro. Mi insegue e mi perseguita. Cosa è l’odore dei poveri? È un misto di sudore sudiciume immondizia urina secrezioni catarri cibi guasti o di poco pregio vestiti usati e riusati senza lavarli; è il trasudare della paura e di una dolente pazienza di vivere. Forse il problema è che coloro che decidono il destino dei migranti l’odore dei poveri non lo hanno mai sentito, vengono, parlano con i ministri in belle sale refrigerate. I centri per l’immigrazione clandestina (che ironia in un Paese, la Libia, che per quaranta anni ha fatto svolgere tutti i lavori duri a milioni di clandestini schiavi) sono sigle e numeri. Sigle e numeri. Questi uomini e donne e ragazzi sono detenuti, prigionieri. Non possono uscire, non possono comunicare con le famiglie. Mi hanno chiesto: «Che reato ho commesso? Ho lavorato qui per anni, ho pagato dei libici per traversare il mare». Non ho saputo rispondere. Tripoli scorre veloce, le cuspidi dei minareti si alternano ai relitti in cemento armato della fallita Manhattan del Colonnello, simboli spenti delle sue follie, che innalzano al cielo niente più che grandi segni grigi. In fondo ai vicoli, prigioniere tra case slabbrate di otto piani, montagne di immondizia che nessuno raccoglie. L’odore della strada con il suo catrame ribollente. A tratti, isolato, sale dal mare il richiamo di una sirena, lontana, solitaria e come soffocata. File silenziose fino a notte attendono, inutilmente, di poter prelevare piccole somme ai distributori delle banche. Non c’è denaro, se non per alcuni. Una grande macchina ferma. Il centro è in una strada che i libici chiamano «la ferrovia» perché qui al tempo degli italiani passava il treno, la villa-palazzo di Balbo è a un passo. L’ho scelto apposta: credo sia una sorta di vetrina, il ministero dell’Interno la usa per mostrare i risultati dell’efficace caccia ai migranti. Ci portano i giornalisti e i controllori puntigliosi delle organizzazioni umanitarie del Nord Europa, principali donatori. Organizzano anche partite di calcetto tra i detenuti: «Se viene subito si gioca Marocco contro Kenya». In realtà erano migranti della Costa d’Avorio, ma, si sa, son tutti «negri» al di sotto del Sahara. Dentro sono in 1400 (lo spazio è per 400 persone), gli uomini da una parte le donne dall’altra, si parlano urlando attraverso le sbarre. In nove mesi 3149 rimpatriati a spese delle Nazioni Unite, 244 «a spese loro», 71 hanno ottenuto il diritto di asilo, 6715 sono stati distribuiti in altri centri. «Abbiamo perso tutto» La prima cosa che incontri è, gettato in un angolo, il mucchio degli stracci donati per rivestire i migranti. I guardiani frugano, mettono da parte le cose migliori, una camicia, giubbe militari. A fianco un vecchio camion frigorifero, sequestrato. Dentro hanno trovato dieci migranti morti durante la traversata del deserto, dal Sud. Poi c’è la gabbia, un cortile coperto da una tettoia metallica, a sinistra si aprono le porte di alcuni stanzoni, le celle. La prima impressione è quella di

entrare in una serra umida e afosa, dal pavimento esala, insopportabile, un vapore caldo come il sudore dai pori di un animale. Non ci sono letti o brande, non ci sarebbe posto, solo stuoie sudice, lembi di plastica, pezzi di cartone. I corpi, la notte quando le porte di ferro sono chiuse da grossi lucchetti, si infilano l’uno accanto all’altro per poter restare sdraiati. Se cerchi di spostarti cammini su quella spazzatura umana. Centinaia di volti e di corpi seminudi per il calore si volgono verso di me, c’è come uno strano raccoglimento. Stivati l’uno accanto all’altro, stesi o seduti, i migranti: corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi. Vedo braccia riverse, gambe abbandonate, non nel modo di chi riposa o dorme ma di chi stramazza a terra in seguito a una bastonatura, esanime. E visi, visi neri e chiari quasi tutti di giovani, su cui sono dipinte tutte le sfumature della estenuazione. Non sono ancora entrato e già mi chiudono in mezzo, dolcemente, come una mano. Ascolto voci, stordito dal caldo e dall’odore che azzanna, non sono parole, discorsi singoli, è un mormorio che sale dalla terra. Non sono uomini a parlare, è la disperazione, l’assenza di speranza. «Ci hanno portato via tutto, i poliziotti libici. Denaro, telefonini, vestiti. Non possiamo dire alle nostre famiglie dove siamo, che siamo ancora vivi». I guardiani assicurano che tutto è custodito con cura e sarà restituito al momento dell’espulsione. Il sogno dell’Europa Qualcuno avanza, spinto dagli altri che fanno largo, a mostrare le piaghe: c’è un giovane che ha gambe e braccia come scorticate dalla carta vetro: la benzina, la benzina sulla nave. Un altro più maturo mostra la spalla: fuori posto, staccata dal corpo. A quelli rosi dalla febbre i compagni hanno lasciato gli spazi lungo i muri, perché possano appoggiare il busto alla parete. «Qui non ci bastonano più ma dove eravamo prima, nella prigione di Mitiga… Ah, lì come sapevano picchiare». È il problema di sempre: raccontare. È possibile trasmettere la memoria strutturandola? Il tempo di luoghi come questo è comunicabile in un altro tempo, il nostro? Ci sono occasioni in cui le parole sembrano aver perso peso, sono sacchi vuoti. Rispetto dell’uomo, rispetto dell’uomo! Questa forse è l’unica pietra di paragone. Un ragazzo marocchino è tra quelli che dovranno essere rimpatriati tra pochi giorni; sembra frantumi, le parole in sillabe con le mascelle. Mi spiega perché tutti ritorneranno in Libia a riprovare il viaggio, appena avranno raccolto di nuovo un po’ di denaro: «L’Europa dove vivi tu è la felicità, nei nostri Paesi viviamo per mangiare e non per avere un avvenire». Le nostre spiegazioni sulla migrazione: formule venute a finire qui come le vecchie auto arrugginite che solcano le strade di Tripoli. Soltanto un ragazzo della Guinea mi ha detto che non riproverà. È fradicio di stanchezza: «Basta, è inutile. Non ho famiglia, nessuno che mi attenda né in Guinea né in Europa. Raccontare perché rinuncio? Vengo da laggiù, sono qua, non ti basta?». Quando esco dalla prigione ho le tasche piene di bigliettini, pezzi di cartone su cui hanno scritto numeri di telefono delle loro famiglie: «Chiama, chiama, ti prego. Tu che puoi, dì loro che sono qui, che vengano ad aiutarmi, a tirarmi fuori». Ho provato a comporre alcuni numeri: risposte in lingue che non conosco o silenzi che affondano nel sospetto o nella disperazione. Con qualche padre o fratello ho parlato: cerco di instaurare con loro uno scambio, un rapporto umano. Mi piacerebbe dire di non perder fiducia, che i figli e i fratelli stanno bene e, alla fine, ce la faranno. Ma le parole non hanno lo stesso senso per loro e per te, ti chiedi se hanno il minimo senso davanti a questa sofferenza immensa e anonima. Sei tu che perdi fiducia, sei tu che perdi coraggio. La tragedia delle donne Mi sposto nella zona riservata alle donne: la situazione sembra migliore ma l’aria è rovente, grava il fiato di un fortore acido. Anche qui non ci sono materassi, solo stracci e stuoie. Accanto scola in una palude l’acqua che esce dalle latrine. Sono giovani ma parlano della vita come vecchie. Ho capito perché quando i poliziotti hanno tirato fuori da una borsa alcuni oggetti sequestrati: amuleti, fogli di carta con maledizioni rituali, bottiglie di plastica che contengono sangue mestruale. La magia nera per legare le migranti prostitute. E un quaderno in cui sono segnate, meticolosamente, le prestazioni di lavoro: 15 marzo dieci clienti, 16 marzo diciannove. E i prezzi: cinquanta centesimi di dinaro. Un euro vale nove dinari. Dalle finestre il sole disegna uno sbilenco rettangolo di luce sulla parete e illumina le scritte. I muri, i muri della sezione femminile parlano: minacce, invocazioni, amari pentimenti. La Nigeria è viva,

vieni in Libia e vedrai, grande Paese grandi migranti. Sono quasi tutte nigeriane, molte incinte: due litigano per un pezzetto di legno che serve come spazzolino da denti, altre due si contendono una caramella. Un neonato nudo giace abbandonato sul pavimento, le braccia allargate, dorme. Al centro della stanza una donna è seduta a terra, le gambe aperte come per puntellarsi, le passano accanto, la urtano, lei non si muove. Prega, sì prega: un canto monotono per ringraziare dio che non l’ha abbandonata. Il sudiciume del luogo non riesce a coprire il risplendente e duro metallo di quelle parole. Sì, la Parola è davvero senza fine.

Un parlatorio a cielo aperto

Carissimi,

nella festa del nostro santo Padre Benedetto, vogliamo inaugurare una nuova sezione del nostro sito web.

Da oggi è a disposizione un blog sul nostro sito che vorremmo presentare come un parlatorio a cielo aperto.

Non si tratta certo di fare <gossip> e neppure di <chiacchierare>, è una possibilità per condividere domande, suggestioni, preoccupazioni, intuizioni.

Tradizionalmente il parlatorio è il luogo del monastero, a cavallo tra gli ambienti della clausura e quelli destinati all’accoglienza, dove i monaci non solo incontrano ma pure si fanno incontrare nel “vero” della loro ricerca di Dio per diventare sempre più fratelli e sorelle in umanità.

Il nostro blog vorrebbe amplificare questa possibilità da sempre presente nei monasteri: potersi incontrare per condividere ciò che ci turba e ci rallegra perché possa diventare stimolo e ricchezza per molti.

Come dice il Talmud <gli inizi sono difficili> e anche per questa nostra piccola avventura non ci resta che lanciarci e imparare insieme per discernere il modo che sia più adeguato e più utile per l’incremento della nostra intelligenza del Vangelo e della vita.