Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio

Il libro che esce in questi giorni per le edizioni San Paolo ha un titolo ed un sottotitolo che vanno letti rigorosamente insieme. Anzi, l’elemento più importante e da non sottovalutare è il punto interrogativo che si trova tra il titolo e il sottotitolo e che andrebbe simbolicamente evidenziato.

Come autore che è anche monaco e presbitero non posso certo parlare dell’argomento della vita affettiva dei preti con leggerezza né, tantomeno, con supponenza. L’argomento che sta al cuore di questa riflessione è la sofferenza: quella vissuta e quella che, talora, è stata inflitta.

Quando si parla di sofferenza non ci si può che mettere sempre e comunque in ginocchio. Questo perché ogni sofferenza, persino quando è incomprensibile e inaccettabile è, comunque, degna di rispetto anche quando deve essere radicalmente disapprovata e, in certi casi, perseguita.

Con questo libro non voglio offrire soluzioni, perché non ho né la competenza, né l’autorità per farlo.

Con queste pagine nate dalla riflessione, dallo studio e dal confronto personale con fratelli nel presbiterato, desidero solo aprire uno spazio di dialogo per pensare in modo più ampio possibile.

Come ricordava a se stessa e al difficile mondo che la circondava Etty Hillesum alla fine del suo Diario scrive: <Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite>. La stessa Etty Hillesum qualche riga più in alto annota: <Quando soffro per gli uomini indifesi, non soffro forse per il lato indifeso di me stessa?>. Un altro punto interrogativo altrettanto importante!

In realtà, c’è una parte “indifesa” in ognuno di noi da cui sempre si può ripartire per un processo di conversione in cui mai nessuno è definitivamente arrivato e tutti rimaniamo dei principianti cui viene richiesto ogni giorno di rimettersi in cammino.

Un libro scritto per pensare che mi auguro possa far sperare un po’ di più e amare un po’ meglio in un’esperienza di fragilità assunta e condivisa.

Fratel MichaelDavide

“Bisogna tornare a difendere gli ultimi cercandoli ovunque”

intervista a Roberto Morgantini, a cura di Concita De Gregorio in “la Repubblica” del 3 aprile 2018

Roberto Morgantini ha 71 anni, a Bologna lo conoscono tutti.
Barba e capelli bianchi, voce bassa. Una di quelle persone che quando entra in una stanza si sente. Una vita nel sindacato, Cgil ufficio stranieri, poi nell’associazione “Piazza Grande”. Lo incontro in via del Battiferro, quartiere Navigli, nella vecchia sede di una casa del Popolo, alle pareti le foto ridenti di Enrico Berlinguer. Ha aperto qui una delle sue Cucine popolari. Nella città di Fico, Morgantini ha deciso di provare a far funzionare una rete di almeno sei centri di “social food”, cucina del riuso destinata a chi non ha soldi per fare la spesa. Per ora le cucine sono tre, in zone diverse della città: ci lavorano cento volontari, preparano 2800 pasti al mese.
Le persone che vengono a mangiare sono per metà italiane e per metà straniere. «Non di rado gli italiani sono di più».
Non avendo soldi («non ne ho mai avuti di miei, spero di non averne mai») nel 2015 ha deciso con Elvira, con cui viveva da 38 anni, di sposarsi e chiedere come regalo una donazione per avviare l’attività. Puntavano a ventimila euro, ne hanno raccolti settantamila. Così, alla soglia dei suoi settant’anni, si è messo a cercare chi potesse regalare cibo alle cucine, ai fornelli a cucinare, a tavola a servire. E a trattare con le istituzioni per le infinite burocrazie. 

Invece di andare in pensione.

«Ma come si fa ad andare pensione dallo stare al mondo? Non si può mica rinunciare al proposito di creare relazioni, di migliorare una vita, anche una sola».

Il risultato elettorale se lo aspettava?

«Era nell’aria, scritto. Una frana che viene da lontano. Si sentiva che si era fatto pochissimo, e non c’è stato uno scatto di reni. E’ un malanno che c’è dentro un paese che non riesce a scuotersi, a cambiare direzione».

Si era fatto pochissimo su cosa?

«Sull’immigrazione, sull’insicurezza, sul lavoro. Non c’è più difesa se sei fragile, si sente questo: il compito di tutelare chi non può farlo da solo è stato abbandonato. Non c’era empatia, si è perso un po’ davvero il senso della rappresentanza».

Parla della sinistra politica?

«Certo. Il crollo elettorale ha delle ragioni. Bisogna tornare proprio da dove siamo partiti. Tornare alle radici. Le radici sono storia. Essere davvero schierati dalla parte dei più deboli ma anche avere la consapevolezza di appartenere a loro, provare a difenderli davvero. Dire “difendiamo gli ultimi” ieri era tutt’uno con la sinistra. Oggi gli ultimi sono dappertutto, sono più difficili da rappresentare e da intercettare. Bisogna farlo in modo capillare, stando nei luoghi, ascoltando i bisogni».

Invece?

«Invece la classe dirigente si è messa a cercare consensi a tavolino: al centro, a destra. Quello che si è praticato conta. Hanno avuto paura di essere sinistra. Aver rinunciato al radicalismo si è pagato. L’identità: se si perde, ci si indebolisce».

Mi faccia un esempio.

«Prenda le battaglie sull’immigrazione. Almeno l’ultima cartuccia te la potevi sparare, con lo ius soli: hai avuto paura di perdere qualche voto. Anche se non realizzi l’obiettivo, combatti. Invece hai dato l’idea di scappare di fronte ad un problema. E non era la prima volta. Sembrava tutto fatto, tutto a posto. Poi girare le spalle in quei termini è stata una delusione terribile. Un po’ di coerenza sui principi, accidenti. Si è sacrificata una storia in cerca dei consensi dell’elettorato cattolico moderato, e si è perso l’uno e l’altro».

È ancora l’amalgama mal riuscita tra Ds e Margherita?

«Ma ex Dc ex Pci possono stare insieme, credo di sì. Naturalmente bisogna trovare un equilibrio fra diversi, rinunciare a qualcosa di proprio in nome di qualcosa di tutti. Guardi qui, in questa mensa di quartiere. Noi siamo in una casa del Popolo, un luogo del vecchio Pci. Abbiamo fatto un patto con il prete della parrocchia: noi non dobbiamo ideologizzare nessuno, gli abbiamo detto. Voialtri non dovete benedire nessuno perché son già benedetti quelli che vengono. Quindi al centro abbiamo messo la persona. Una mensa è carità? No, è una sonda che va al fondo della comunità, misura la temperatura del mondo in cui viviamo, funziona da antenna. Abbiamo capito di cosa c’era bisogno quando siamo tornati a guardare i poveri in faccia, negli occhi. Contatto, cuore, progetto, azione».

Basta una mensa, dice, per capire il mondo?

«Basta stare in mezzo alle persone. Sono le pratiche che fanno cambiare le idee, non il contrario. Nessuno si convince di niente a parole, nemmeno un bambino. È l’esempio, l’azione che fa germogliare il seme della relazione, della parola, dello scambio. Spesso del dubbio. Se metti un razzista a mangiare con uno straniero, se glielo metti davanti allo stesso tavolo, vedrà una persona: comincerà a parlare, alla fine si racconteranno le loro storie. Succede sempre. Però certo: se chiudi i luoghi: le case del popolo, i circoli. Allora dove lo fai il lavoro di comunità?».

Come avete cominciato?

«Mi sono giocato un po’ della credibilità che mi ero costruito in questa città. Sono andato in giro a parlare del progetto: aprire sei cucine del riuso, una in ogni quartiere di Bologna. Bisogna essere ovunque c’è bisogno, ho detto. Se da una parte facciamo il polo del cibo di lusso, dall’altra dobbiamo dare da mangiare a chi non ne ha. Poi, coi soldi del matrimonio, senza aspettare nessuno abbiamo cominciato. Sono passati tre anni. Siamo a 250 persone nelle tre cucine, abbiamo la lista d’attesa dei volontari, una cosa mai successa. C’è una grande disponibilità delle persone di fare cose concrete. E’ un patrimonio immenso la voglia delle persone di mettersi a disposizione di progetti che realizzano equità e giustizia. E’ un vero delitto ignorarlo, sprecarlo o peggio: mortificarlo e offenderlo».

Lavorano solo volontari, nelle Cucine sociali?

«Non solo volontari di quartiere. Ci danno una mano anche i richiedenti asilo del centro di accoglienza di viale Lenin, studenti con difficoltà di inserimento. Lavoriamo in accordo coi servizi sociali. E con le scuole, naturalmente. Una parte del cibo che riutilizziamo viene dalle mense scolastiche. Intercettiamo quello che verrebbe scartato dalla refezione scolastica. Lo rigeneriamo e prepariamo pasti. I ragazzi sono venuti spesso coi loro insegnanti, alunni delle scuole elementari. Abbiamo parlato della povertà, cos’è la povertà. Loro hanno mangiato qui poi hanno servito, hanno apparecchiato loro, servito gli altri ospiti».

Chi sono gli ospiti delle Cucine popolari?

«Guardi, li vede. A momenti sono più gli italiani. Ma non è una mensa per i poveri, questa.
Perché ai poveri non si può dare l’ulteriore pena di vergognarsi di esserlo. Non si possono mettere tutti insieme nel ‘posto dei poveri’ dove loro si vedono tra loro e gli altri, i non poveri, restano indenni dal vederli. Questa è una mensa di quartiere, vengono tutti. A quel tavolo ci sono gli architetti di un importante studio che ha sede qui, chi vuole può venire, mangia, poi se vuol dare qualcosa dà quello che vuole. L’altra faccia della povertà è la mancanza di relazioni libere e aperte, di relazioni col resto del mondo. I ghetti».

La perdita di relazioni nasce dalla povertà?

«Certo, anche. In questo quartiere il 40% delle persone vive da sola in casa. Qui si siedono ai tavoli persone sole che magari abitano nello stesso isolato. Dalle relazioni nascono spesso anche opportunità».

Per esempio?

«Due profughi che venivano qui con la bambina…Hanno incontrato una mia amica al tavolo, un giorno. Poi un altro giorno e poi un altro. Hanno parlato tanto, lei li ha portati a casa sua per tre mesi, intanto il padre ha trovato un piccolo lavoro, poi ha trovato casa. Sono autonomi, adesso. Non sono più qui».

Non succede sempre. Non succede spesso.

«Basta che succeda una volta per aver realizzato un obiettivo. Nel momento in cui conosco qualcuno e lo riconosco come persona. È così che cominciano a cadere i pregiudizi, non con le spiegazioni. Meno che mai con gli slogan, che servono a costruire barriere. Noi andiamo avanti così. A settembre apriamo il quarto centro, spero. Nel quartiere Savena, a Villa Paradiso».

Come vi finanziate? Avete sostegni pubblici?

«Nessuno, a parte l’uso dei locali. Paghiamo le utenze, i servizi, tutto. Facciamo iniziative di finanziamento. Quest’anno abbiamo fatto e messo in vendita un libro sul ponte di Stalingrado con le opere che anche gli ospiti hanno partecipato a dipingere. Naturalmente c’è la solidarietà che arriva dalle persone, da cooperative, da aziende, anche da persone che vengono qui».

Se dovesse dire, in due parole, come si tengono insieme accoglienza e sicurezza?

«Si tengono insieme naturalmente. Attivandosi. Uscendo di casa. La paura la combatti se guardi in faccia cosa ti fa paura. La politica dovrebbe creare queste occasioni: il posto e il tempo della relazione fra persone. La sinistra non può perdere d’occhio chi resta indietro, altrimenti perde anche se stessa. Poi non mi faccia domande generali, astratte. Io so solo mettere a tavola, stare in cucina».

Lettera aperta (a pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo)

di Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro dell’arcidiocesi di Lecce

in “www.diocesidilecce-org” del 24 febbraio 2018

“Uomini che hanno paura del salto: ecco cosa siamo diventati; uomini educati a diffidare del salto… Come imparare di nuovo il coraggio di saltare, proprio in quei punti dove la prudenza tace o si impappina? …la vita non deve proporsi contemporaneamente tutti gli scopi.
Ma da questo ad erigere a valore spirituale la condizione di rinsecchito e misurare la santità dal pallore del viso, vi è una bella differenza. …Chi non si è mai sentito ribollire il sangue non conosce la pace cristiana. Chi non ha mai desiderio di battersi per ciò che ama, ama solo a metà.”
Emmanuel Mounier, L’affrontamento cristiano

 

1. Perché una lettera aperta a pochi giorni dal voto del 4 marzo?
Innanzitutto perché è un modo di parlare a se stessi. Un modo di mettere alla prova le proprie certezze e di consentire un percorso di ricerca di nuove e più valide ragioni.
Poi perché ci si riconosce parte di una comunità all’interno della quale vi sono sensibilità diverse, diverse intensità di impegno e nella quale, per chi crede, ci si riconosce come parteci di un medesimo cammino di fede. Una fede magari adulta che sa scorgere l’essenziale dell’annuncio cristiano (il kerigma) senza avere paura dei dubbi. Una fede che accetta i paradossi, le contraddizioni e le tante pietre di inciampo che il credere comporta. Una fede che sa espungere con coraggio quegli atteggiamenti ispirati alla consuetudine (si è fatto sempre così) e alla pigrizia (perché non vuole mettersi alla scuola della Parola) che rischiano di trasformarla in una religione che crea barriere etiche e in una vera e propria ideologia che vuole imporre i suoi precetti a scapito della laicità delle Istituzioni.
Infine, perché da parte dei cattolici, quando riconoscono la politica come la più esigente forma di carità, è richiesto di mettere in campo quel “supplemento d’anima” (come capacità di coltivare la speranza nonostante tutti i fallimenti della storia) e quel senso di distacco (che non vuol dire indifferenza ma al contrario capacità di discernimento) che, di fonte al grande circo delle promesse elettorali fantasmagoriche, aiutano a smascherare le demagogie, i populismi, gli istinti egoistici che sono alla base di quelle promesse.

2. Conosciamo bene i problemi delle nostre comunità: il lavoro che manca, le diseguaglianze e le povertà che aumentano, l’immigrazione vista come minaccia piuttosto che come opportunità, il divario crescente con le zone più ricche del Paese, le imprese che faticano a crescere, lo sfilacciamento delle relazioni, etc.etc.

In questi ultimi anni tanto è stato fatto (pensiamo soltanto alla ricchissima legislazione sociale, alla riforma del mercato del lavoro, al reddito di inclusione, alla legge contro il caporalato, al piano Industria 4.0), ma moltissimo ancora resta da fare.
E’ illusorio pensare che i bisogni di chi cerca il lavoro, di chi lo ha perso, delle imprese che arrancano, delle famiglie che faticano a sostenere la crescita dei propri figli, possano essere soddisfatti in maniera efficace, dentro i confini nazionali e con una classe dirigente miope.

Sulle scelte importanti ancora da compiere per accompagnare e consolidare la crescita, per rimettere in moto quella scala sociale che nei decenni passati ha consentito al figlio dell’operaio di acquisire maggiori livelli di benessere rispetto a quelli della famiglia di provenienza, non è indifferente la serietà e la credibilità di chi è chiamato a compiere quelle scelte.

Non solo. Non è neppure indifferente il contesto europeo che può ostacolare o facilitare le politiche di sviluppo. Oggi ci troviamo infatti ad un bivio: da una parte i Paesi che intendono riprendere e portare a compimento il progetto di una integrazione europea sempre più forte; dall’altra i Paesi che vogliono frenare se non addirittura interrompere il processo verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Solo Istituzioni europee più forti e solidali potranno assicurare maggiore crescita e quindi maggiore occupazione.

C’è bisogno, allora, di una classe dirigente che rifiuti ogni velleità sovranista e torni a respirare il sogno europeo che fu di De Gasperi e di tanti altri politici di ispirazione cristiana.

3. Di fronte al rischio di un Paese chiuso, ripiegato su se stesso, prigioniero delle proprie paure, che è incapace di trattenere le intelligenze dei propri giovani, è grande la responsabilità che ci attende. Le disillusioni, la stanchezza, l’indifferenza, il “tanto sono tutti uguali” sono un lusso e per noi che ci diciamo cristiani anche un peccato. Papa Francesco ci sollecita ad abbandonare un cristianesimo benpensante e chiuso nelle sagrestie. Una Chiesa in uscita è una Chiesa non solo fisicamente vicina a tutte le periferie ma è anche una Chiesa spiritualmente libera nell’esercizio del discernimento. Ecco la nostra responsabilità: esercitare il necessario discernimento perché il cammino democratico del nostro Paese non abbia arresti o cadute.

  •   Non aiuta il discernimento non solo chi é incline al facile ottimismo ma anche chi si distingue per la critica distruttiva.
  •   Non aiuta il discernimento chi strumentalizza alcune questioni complesse come per esempio l’immigrazione: è davvero paradossale come alla drastica riduzione del numero di immigrati corrisponda un aumento della percezione di insicurezza e di minaccia da parte dei cittadini.
  •   Non aiuta il discernimento chi sotterrando la serietà e la verità, con i soliti colpi da teatro ammalia l’elettore con proposte irrealizzabili.
  •   Non aiuta il discernimento chi fa dell’impegno politico un motivo di occupazione di spazi di potere e per questo è disposto ad indossare nuovi abiti senza porsi alcuna questione di coerenza. Chi preferisce attardarsi nella costruzione di piccoli accampamenti per preservare meglio la propria carriera piuttosto che le proprie idee. Chi si limita ad occupare una poltrona, senza mettere in moto da quella poltrona processi di cambiamento. È il principio del “tempo superiore allo spazio” che papa Francesco propone nella Evangelii gaudium.
  •   Non aiuta il discernimento chi promette sostegni che condannano i giovani a continuare ad “essere sdraiati” anzicchè essere generativi di desideri. Solo un desiderio forte può infatti spingere a mettere a frutto il proprio talento, a facilitare la ripresa dello spirito auto imprenditoriale, a promuovere percorsi di liberazione da ogni sudditanza e assistenzialismo.Mai, forse, come oggi sono in gioco i valori fondamentali della nostra Costituzione. La democrazia rischia di essere ridotta ad un semplice click. L’ideologia dell’odio per il diverso conduce ad una deliberata mistificazione della realtà. I partiti, con poche eccezioni, rischiano di trasformarsi in veri e propri “rami d’azienda”.Questo è un tempo in cui sembrano affiorare con sempre maggiore evidenza tracce di un passato che speravamo definitivamente abbandonato.
    E tuttavia, questo è il tempo che ci è dato. E questi sono gli ostacoli con i quali fare i conti. Ostacoli che possono e devono essere superati “imparando di nuovo il coraggio di saltare”. Per riaffermare, come direbbe Giorgio La Pira, la speranza contro ogni speranza, la fiducia nel prossimo, l’apertura alla dimensione europea.

La paralisi bianca e l’uomo nero

di Paolo Rumiz in “la Repubblica” del 27 /2/ 2018

 

Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché? Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato degli spazi pubblici e delle certezze sindacali, come mai questa Italia derubata del futuro, che va in crisi per una nevicata, che si lascia togliere persino la libertà democratica delle preferenze elettorali, che vede i suoi figli sedati fin da piccoli dalle playstation e poi costretti, da grandi, a emigrare per sfamarsi, magari facendo i camerieri con una laurea in tasca, come mai un Paese simile, anziché fare la rivoluzione, diventa razzista?

La risposta è di un’ovvietà elementare. Esiste un legame strettissimo tra la nullità di una classe dirigente e il rialzarsi della tensione etnica. Quando i reggitori non sanno dare risposte alla gente, le offrono nemici. Funziona sempre, perché l’uomo nero da detestare abita in ciascuno di noi. I media lo sanno, e ci campano. I social figurarsi. Accusare il “ forestiero” impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità “ autoctona” dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori. È così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli.
Che c’entra la Jugoslavia? C’entra eccome. È stata il primo segno di una malattia che oggi sta contagiando l’Unione europea e si chiama balcanizzazione. Che significa: trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani. Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Theresa May che ora non sa come gestire il risultato — Brexit — di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di separarsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate del palazzo dell’Ue a Bruxelles. Impotenza, mascherata di patriottismo.
Viviamo un momento drammaticamente complesso segnato dal tema immigrazione. Ne siamo sommersi e non sappiamo come gestirla. Non lo sanno nemmeno quelli che l’hanno messa in moto per avere lavoratori a basso costo. Volevano manodopera, e invece gli hanno mandato degli uomini. Non era previsto. Uomini che fanno figli e cercano la felicità. E allora ecco la pensata: trasformare l’immigrato in parafulmine, per farla franca. Farne un tema elettorale, semplificare la complessità, depistare la tensione su altri obiettivi, speculare sul naturale spaesamento e le nostalgie identitarie dei più deboli in una società globale che emargina ed esclude. Chi fomenta odio razziale, con o

senza il rosario, non si limita a evocare tragici fantasmi di ieri, ma è anche complice dei ladri che costringono i nostri figli a emigrare. Li copre. Con la pressione etnica aiuta i caporali ad abbassare il costo del lavoro e l’economia illegale a campare di schiavi nei campi di pomodori. È così ovvio, benedetto Iddio. Ma allora perché i cosiddetti democratici, salvo poche eccezioni, non ne parlano? Per paura dei sondaggi? Per non andare contro il senso comune di una minoranza urlante?

Un giorno, presto o tardi, vi sarà imputato di avere taciuto. Perché anche dalla vostra pusillanimità discende l’osceno silenzio che nei treni e sugli autobus avvolge e lascia impunito chi, in questa vigilia elettorale, tuona contro l’uomo nero. È questo silenzio che ferisce e offende, più ancora del razzismo. Eppure sarebbe così facile svelare il trucco; dire che, un secolo fa, dicevano di noi italiani in America le stesse cose che oggi noi diciamo dei forestieri in Italia. E cioè che fanno troppi figli, rubano il lavoro alla gente, portano criminalità e malattie. Per mio nonno è stato così, a otto anni ha attraversato l’oceano da solo, per fame. Minore non accompagnato. Varrebbe la pena ricordarlo. Anche perché sono le stesse cose che, forse, altri Paesi diranno, domani, dei nostri figli.

BEATI I CUORI CHE CERCANO DIO

LA VOCE DEL SIGNORE SCUOTE IL DESERTO

V VI III                            III IV V

VI             II                       II            VI

VII              I                     I              VII

VIII                                                  VIII

IX                                                  IX

X                                            X

XI                                        XI

XII                                   XII

XIII                           XIII

XIV                 XIV

XV

DIO È PIU GRANDE DEI NOSTRI CUORI

” Quanto è prezioso il tuo Amore, o Dio !

si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali

è in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce”.

(Salmo 35)

… abbiamo quaranta giorni per allargare i nostri cuori angosciati e lasciarci raffinare al fuoco del suo amore per trasformare le nostre ceneri in “polvere di stelle” ( Hubert REEVES)

 

 

 

 

 

LUNA MERAVIGLIOSA PER LA FESTA DEL 2 FEBBRAIO

I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole, senza che si ode la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio.

SALMO 18

LA LUCE VERDE DEL TEMPO ORDINARIO

Durante questo ” tempo ordinario”, ti auguro di vivere

senza lasciarti comprare dal denaro,

senza marca, senza etichetta,

senza sospettare o condannare, nemmeno a fior di labbra…

Ti auguro di vivere in un mondo ordinario, dove ognuno abbia il diritto di diventare tuo fratello.

Jean Debruyne