CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?

A MULHOUSE, città francese vicina alla Germania e alla Svizzera, c’è un “muro” STREET ART “chiamato: M.U.R. (Modulabile Urbano Reattivo) che accoglie, ogni mese un artista del mondo, conosciuto o no, invitato a dipingere sul grande muro bianco di 11×5 metri un’emozione sua.

Questo mese di Ottobre 2018, per il 52° M.U.R., l’artista NICOLA ARAMU (italiano di Venezia) ci invita a mettere un po’ d’umanità nella nostra vita!

La sua espressione artistica intitolata “CHI SIAMO? DOVE ANDIAMO?” parla con grande sensibilità a tutta la gente lontana o vicina, del tempo passato o presente che cammina insieme nella stessa direzione, come una grande sinfonia d’umanità!

Utopia di un mondo sognato o proiezione di una realtà da costruire? A noi di scegliere…

L’arte potrebbe aiutarci ad accogliere le differenze e a vivere tutti insieme in armonia… dovrebbe essere possibile… basterebbe aprire i nostri cuori…

 

 

 

Accogliere lo straniero, nel nome dell’unico Dio

È stato firmato il 21 novembre 2013, a Vienna, nell’ambito di un incontro di Religions for Peace, un documento redatto dai leader delle principali religioni sul tema dell’accoglienza dei migranti, in particolare di coloro che fuggono da guerre e carestie.

Un valore centrale della mia fede è accogliere lo straniero, il rifugiato, lo sfollato, l’altro. Io tratterò loro come vorrei essere trattato io stesso. E inviterò gli altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, a fare lo stesso.
Insieme con le autorità religiose, con le organizzazioni confessionali e le comunità di coscienza del mondo affermo: Io accoglierò lo straniero.

La mia fede insegna che la compassione, la misericordia, l’amore e l’ospitalità sono per tutti: chi è nato nel mio Paese e lo straniero, il membro della mia comunità e chi è appena arrivato.

Ricorderò ai membri della mia comunità che tutti siamo considerati «stranieri» da qualche parte, che dobbiamo trattare lo straniero nella nostra comunità come vorremmo essere trattati noi stessi, e che dobbiamo sfidare l’intolleranza. Ricorderò alle altre persone nella mia comunità che nessuno lascia la propria casa senza una ragione: alcuni fuggono da persecuzione, violenza o sfruttamento; altri a causa di disastri naturali; e altri spinti dal desiderio di cercare una vita migliore per la propria famiglia.

Riconosco che tutte le persone hanno diritto alla dignità e al rispetto in quanto esseri umani. Tutti, nel mio Paese, compresi gli stranieri, sono soggetti alle sue leggi, e nessuno deve essere fatto oggetto di ostilità o discriminazione. Riconosco che accogliere lo straniero a volte richiede coraggio, ma le gioie e le speranze nel farlo superano di gran lunga i rischi e le sfide. Sosterrò coloro che con coraggio praticano nella propria quotidianità l’accoglienza verso lo straniero.

Offrirò ospitalità allo straniero, poiché ciò porta benedizione sulla comunità, sulla famiglia, sullo straniero e su me stesso. Rispetterò e onorerò il fatto che lo straniero possa essere di una fede diversa o avere convinzioni diverse della mia o da quelle di altri membri della mia comunità. Rispetterò il diritto dello straniero di praticare la sua fede con libertà. Cercherò di creare spazi in cui egli possa esercitare liberamente il proprio culto. Parlerò della mia fede senza disprezzare né mettere in ridicolo la fede di altri.

Costruirò ponti tra me e lo straniero. Attraverso il mio esempio incoraggerò gli altri a fare altrettanto. Mi sforzerò non solo di accogliere lo straniero, ma anche di ascoltarlo in profondità e di promuovere la comprensione e l’accoglienza nella mia comunità.

Prenderò apertamente posizione per promuovere la giustizia verso lo straniero, così come faccio per gli altri membri della mia comunità. Quando vedrò ostilità verso lo straniero nella mia comunità, che sia a parole o con i fatti, non la ignorerò, ma mi impegnerò per stabilire un dialogo e facilitare la pace.

Non resterò in silenzio quando vedrò altri, compresi i leader della mia comunità religiosa, parlare male degli stranieri, giudicandoli senza conoscerli, o quando vedrò che questi sono esclusi, maltrattati o oppressi. Incoraggerò la mia comunità di fede a collaborare con altre comunità di fede e organizzazioni religiose a trovare modi migliori per assistere lo straniero.

Io accoglierò lo straniero.

C’è una lunga linea irregolare nella sabbia del Sahel

di Mauro Armanino in “Avvenire” del 18 settembre 2018

All’inizio tutto è solo sabbia. La linea arriva subito dopo da mano divina per delimitare lo spazio e l’identità delle sue creature. Il solco si trasforma in ferita per l’uccisione di un fratello a opera del fratello. Caino e Abele firmano sulla sabbia la prima frontiera conosciuta. Da allora in poi una linea nella sabbia accompagna l’umana avventura fino ai nostri giorni. Quella che attraversa ora il mondo non è che una continuazione delle precedenti. Linee tracciate per generazioni tra guerre, armistizi, piste carovaniere per schiavi, tratta di concubine e di mercanzie. Su queste linee sono passate, spesso assieme agli eserciti, idee, culture, navi e religioni. Le nostre invece no. Nel Sahel abbiamo innumerevoli linee nella sabbia che si cancellano dopo averle create. Se ne fanno di nuove ogni giorno che passa. Sono linee irregolari tracciate da pneumatici di fuoristrada che assomigliano al primo solco. Sono solo i nomi, e il numero, dei fratelli a essere cambiati.

Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa, a sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.

Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i Paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilata dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo è il Niger, dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che lo unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale poi al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Ciad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio a uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continuasse a girare sempre dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.

Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi a entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credeteci, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.

Niamey, settembre 2018

La Chiesa si mette in piedi

L’umiliazione che corrobora

In queste ore stanno avvenendo delle cose importanti nella Chiesa e per la Chiesa! Dopo la Lettera al popolo di Diodi papa Francesco e le parole contrite pronunciate a Dublino, la Chiesa si mette in ginocchio con umiltà e in verità. L’atto penitenziale alla Messa di conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie è stato un atto solenne di contrizione ancora più toccante – perché preciso e storicamente contemporaneo – di ciò che Giovanni Paolo II ha fatto il 12 Marzo 2000. Proprio questa condizione di Chiesa, che si mette responsabilmente in ginocchio, sta dando alla comunità discepolare la possibilità di trasformare la vergogna in parresia. Riconoscere il proprio fallimento, nella questione particolare della pedofilia, è ben più grande di questo. Significa che la Chiesa riconosce di essere una comunità di peccatori perdonati e di non avere nessun privilegio di infallibilità morale. A partire da questa umiliazione storica nella contemporaneità, la Chiesa confessa poter e voler contare sulla grazia che gli viene da Cristo, suo Signore e Sposo. Sembra paradossale ed invece è magnifico: stiamo vivendo come Chiesa un momento di grazia! Infatti, siamo nella logica dell’inversione evangelica il cui manifesto sono le Beatitudiniproclamate dal Signore Gesù e il Magnificatdi Maria.

Proprio mentre la Chiesa si è messa in ginocchio, può finalmente mettersi in piedi.

Papa Francesco ha riconosciuto in Irlanda l’esperienza di cocente fallimento riguardo i minori e i vulnerabili oltraggiati da chierici. Al contempo, sempre su stimolo del Vescovo di Roma, la Chiesa italiana – di cui papa Francesco è Primate – si mette in piedi per contrastare la politica del Governo al governo. Proprio l’esperienza dell’umiliazione sembra stia permettendo alla Chiesa di guadagnare in libertà e coraggio. In queste ore si sta consumando l’inevitabile divorzio tra Chiesa e potere politico per guadagnare in rispetto e libertà che si vive nella differenza profetica. Il linguaggio <politichese> che ha ispirato per anni le scelte della Conferenza episcopale italiana, ha ceduto il passo al <dialetto> della carità. Di questo <dialetto>, necessario per trasmettere la fede ai giovani, ha parlato papa Francesco alle giovani famiglie nella co-cattedrale di St. Mary a Dublino. Il <dialetto> della carità non è solo necessario per la trasmissione del deposito della fede in termini dogmatico-rituali, ma è ancora più necessario per farsi capire da quanti bussano alla porta del nostro cuore per poter sperare come noi e con noi. Nella forza che ci viene dallo Spirito del Risorto e non da noi stessi, abbiamo avuto l’audacia come Chiesa di metterci in ginocchio per ciò che riguarda noi stessi e di metterci vigorosamente in piedi per rispondere alle necessità degli altri dei poveri.

A questo punto si pone una domanda per noi come comunità di discepoli del Signore: <Saremo capaci di pagare il prezzo di queste scelte di verità e di coraggio?>. E ancora: <Saremo capaci di assumere le conseguenze di questo metterci in piedi di fronte al governo del nostro Paese non per difendere i diritti della Chiesa, ma per difendere i gioielli invendibili della Chiesa che sono i poveri?>. Stiamo forse tornando ai tempi del diacono Lorenzo? Sarebbe bello! Ma non dimentichiamo che questa bellezza è direttamente proporzionale alla nostra disponibilità a rinunciare ai nostri interessi e privilegi “clericali” per difendere i bisogni dei piccoli della terra, accettando di portarne serenamente e a testa alta le possibili conseguenze.

La nostra Chiesa che è in Italia ha avuto un sussulto non solo di dignità, ma di identità. Basta poco perché la storia faccia degli scatti irreversibili e di questo non possiamo che ringraziare lo Spirito che non cessa di gonfiare con il suo vento impetuoso le vele della barca della Chiesa, quando ci ricordiamo di issarle osando la navigazione in mare aperto. Forse sta proprio avvenendo?! È finito persino nel nostro Paese, così a lungo cesaropapista, il regime della Christianitas, per fare posto allo stile del Vangelo <sine glossa>? La scelta di queste ore avrà probabilmente il suo contraccolpo. Questo è il prezzo di una fedeltà che, dopo aver messo la Chiesa giustamente in ginocchio, le permette di mettersi in piedi doverosamente in piedi: non per se stessa, ma per quei <piccoli> (Mt 25, 40) in cui ogni battezzato riconosce il suo Maestro e il suo Signore.

Stiamo finalmente mettendo in pratica il rovesciamento della piramide della spiritualità a favore del suo fondamento evangelico. Non siamo più chiamati a coltivare il sogno dell’eccellenza di uno stato di perfezione disincarnato e disinformato sulla sofferenza dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Siamo chiamati ad imbarcarci sulla barca traballante dell’eccedenza di una carità che si assume pienamente i rischi e le conseguenze della propria avventura discepolare rinunciando volontariamente alla propria “sicurezza clericale”. Del resto, papa Francesco lo ha detto con chiarezza inequivocabile nella Gaudete et Exsultate. In particolare, c’è un passaggio che andrebbe ingigantito e messo come “motto” di compatibilità evangelica all’ingresso delle nostre chiese:

 

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo», esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine» 1.

 

Il riferimento a Benedetto, patriarca dei monaci di Occidente e patrono d’Europa, è assai intrigante e stimolante. Paolo VI volle affidare il cammino dei nostri popoli europei alla sua particolare protezione, quando il 24 Ottobre 1964 lo additò con queste parole che rammentano, nell’attuale situazione, un’esigenza ancora tutta da onorare:

 

Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente: questi i giusti titoli della esaltazione di san Benedetto Abate. Al crollare dell’Impero Romano, ormai esausto, mentre alcune regioni d’Europa sembravano cadere nelle tenebre e altre erano ancora prive di civiltà e di valori spirituali, fu lui con costante e assiduo impegno a far nascere in questo nostro continente l’aurora di una nuova èra. Principalmente lui e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia. […] Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio; unità che, grazie allo sforzo costante di quei monaci che si misero al seguito di sì insigne maestro, divenne la caratteristica distintiva del Medio Evo.

 

Queste parole furono date alla Chiesa e al mondo nel giorno della consacrazione della Chiesa del monastero di Montecassino, ricostruita dopo la distruzione avvenuta alla fine della seconda guerra mondiale da parte delle Forze Alleate. Così Benedetto diventa patrono e ispiratore di quel “meticciato” che permette alle civiltà di crescere scampando a tutte le tentazioni di endogamia religiosa, culturale, sociale, politica ed economica. La distruzione di Montecassino diventa un monito contro tutto ciò che remotamente portò al fallimento della tradizionale Christianitasin paesi che dimenticarono il Vangelo, lasciandosi accecare dalla chiusura sulle proprie paure e sui propri interessi particolari a scapito del bene di tutti. A Dublino, papa Francesco ha ricordato l’energia impiegata dai monaci irlandesi che, quasi coevi di Benedetto, seppero farsi pellegrini per Cristo al fine di incentivare con la predicazione della fede cristiana la globalizzazione della speranza. Questo avvenne proprio attraverso l’integrazione dei popoli che da lontani ed estranei diventeranno fratelli e vicini, cominciando ad accogliersi e servirsi reciprocamente nei monasteri dell’alto medioevo.

Ricordare Benedetto assieme a Colombano, Brendan e tanti altri… è, nei giorni che viviamo di rinnovate paure e di tentazione di chiusura, una vera occasione per non perdere la memoria di ciò che siamo diventati e in cui ancora siamo chiamati a crescere: uomini e donne capaci di compassione e di comprensione. La fedeltà al Vangelo passa sempre per la compassione verso la carne sofferente di Cristo presente nei bisogni concreti dei poveri. Questo comporta una sorta di complicazione della vita, come ricorda laGaudete et Exsultate. Questo perché aprirsi alle necessità dei poveri come conseguenza dell’incarnazione del Verbo complica tutto e, nello stesso tempo, lo rende autenticamente evangelico.

Nella cappella monastica di Rhêmes-Notre-Dame l’icona di san Benedetto riprende in esergo uno degli Strumenti delle buone opere (RB 4) che suona così: <Onorare tutti gli uomini>. La capacità di essere umani si misura sempre dalla disponibilità a mettersi nei panni dell’altro e di non passare mai oltre la sofferenza… ogni sofferenza. Persino il dolore e il disagio che non comprendiamo e disapproviamo o, più sovente, ci disturba fino a complicare la nostra vita che normalmente è già complicata. Mentre spirano venti di pensiero inquietanti e si addensano nubi rattristanti non ci resta che intensificare la preghiera. Supplichiamo il Signore di renderci capaci di metterci in ginocchio per piangere i nostri peccati e, fieramente in piedi, per onorare tutti gli umani e, soprattutto, i poveri e i piccoli. San Benedetto e san Colombano pregate per noi!

Fr. MichaelDavide, osb

1. Gaudete et Exsultate, 102.

La Chiesa si mette in ginocchio

Lettera al popolo di Dio

Tutti ricordiamo con commozione il primo apparire di papa Francesco alla loggia centrale della Basilica di san Pietro per presentarsi alla Chiesa e al mondo come Vescovo di Roma. Di certo papa Francesco, sin dal primo momento, ha parlato una <lingua nuova> che si è espressa con le parole e, soprattutto, con i gesti. Quell’attimo di lungo silenzio, che ha preceduto l’inatteso saluto familiare di un semplice ed intimo <Buonasera…>, ha permesso di comprendere come il nuovo Vescovo di Roma veniva a salutare la Chiesa di Dio che è in Roma e, attraverso di essa, tutte le Chiese sparse nel mondo. Era rivestito degli abiti propri che indicano il suo ministero, in realtà spogliandosi di tutto ciò che perpetuava i segni del potere imperiale-sacerdotale del Sommo Pontefice. Rivestendo il ministero petrino ha dismesso quel sommo pontificato ereditato dal paganesimo, così stridente con la nudità del Crocifisso.

Il solenne riconoscimento della precedenza del popolo di Dio radicato nel battesimo, da cui fluisce non solo il mistero della Chiesa, ma anche ogni suo ministero, è stato centrale in tutto il magistero, di parole e gesti, in questi cinque anni abbondanti. Il giorno della memoria di san Bernardo, autore del “De consideratione”, in cui l’abate di Clairvaux insegnava al suo antico discepolo, divenuto papa Eugenio III, ad esercitare bene il suo ministero, papa Francesco ha pubblicato la sua Lettera al popolo di Dio. Se la prima sera del suo “pontificato”, Francesco si è leggermente inclinato per ricevere la silenziosa benedizione del popolo di Dio e del popolo di Umanità, riunito in piazza san Pietro e collegato con Roma da tutto il mondo, con questaLettera si mette in ginocchio per chiedere perdono. Il messaggio è inequivocabile <proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce>.

In questi ultimi anni, a più riprese e in varie parti del mondo, la Chiesa è stata messa in ginocchio dal susseguirsi di scandali per gli <abusi sessuali, di potere e di coscienza>. Alcune diocesi sono ormai in ginocchio non solo a livello economico, ma di dignità. Papa Francesco non si accontenta di prendere atto che la Chiesa è stata messa in ginocchio dalle circostanze. In fedeltà al suo ministero chiede a tutti i fedeli, come popolo santo di Dio che sa di essere non una società più o meno perfetta, ma il Corpo di Cristo, di mettersi spontaneamente in ginocchio per riconoscere i suoi errori. La Chiesa nell’umiltà e nella verità di Cristo si cosparge il capo di cenere, per far sì che la sofferenza inflitta si trasformi in appello alla conversione. Oggi, la Chiesa, che in molte e troppe occasioni è stata fustigatrice dei mali altrui, riconosce, in tutta umiltà, il proprio bisogno di penitenza e di urgente rinnovamento interiore. Con parole forti papa Francesco richiama il senso del popolo di Dio che fa il mistero della Chiesa e ricorda a tutti che <La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria>. Come battezzati siamo tutti implicati, perché ci riconosciamo nella sofferenza degli abusati e nella responsabilità di quanti si sono macchiati di queste colpe. L’antico adagio patristico, che indicava la Chiesa come <casta e meretrice>, ritrova tutta la sua profondità di senso e di appello.

Papa Francesco sta mantenendo la sua parola e si dimostra ancora una volta pastore onesto e umile. Rimane fermo il suo primo segno, quando chiese al popolo di ratificare, con una preghiera di benedizione, la scelta fatta dai cardinali di santa romana Chiesa. Il segnale che resta fondamentale è quello della spoliazione che significa concretamente abbracciare un lungo processo di declericalizzazione delle strutture e dello stile nella vita della Chiesa. Declericalizzare significa rinunciare continuamente alla mentalità di un potere ricevuto e da esercitare come privilegio ed esenzione da valutazione. Declericalizzare significa cercare appassionatamente, ogni giorno, di imitare e assumere <i sentimenti> (Fil 2, 5) e lo stile di Cristo Signore, il quale <svuotò se stesso> (2, 7).

Nella Lettera al popolo di Dio, ciò che è stato ripetuto in mille modi in questi anni dal Vescovo di Roma viene indicato come la sfida primaria e fondamentale della nostra vita di Chiesa. Siamo di fronte ad un appello profetico alla conversione che non è più procrastinabile. Se qualcuno non l’avesse capito o non lo volesse capire, papa Francesco, con l’autorità oggettiva del suo magistero ordinario, chiama con nome e cognome il male fondamentale della Chiesa: <Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo>.

Esercitando il suo ministero di <conferma> (Lc 22, 32) e di orientamento del cammino della Chiesa nella sua fedeltà incarnata e non incartata al Vangelo, papa Francesco mobilita il popolo di Dio in questa missione interna di declericalizzazione radicale e urgente. Dopo duemila anni, il “cristianesimo” – ormai al suo inevitabile tramonto come sistema religioso – è chiamato a radicarsi di nuovo nella logica esigente del Vangelo. Siamo di fronte ad un appello urgente di partire interiormente per una “crociata evangelica”, la più esigente e così disarmata da essere disarmante. Saremo capaci, come popolo di Dio, di rispondere a questo appello come, in passato, ci siamo impegnati – non senza ambiguità – in altre “crociate” assai meno compatibili con il Vangelo? Il primo passo, perché questo possa avvenire, è un sussulto di intelligenza e di ricerca del modo più adeguato di essere Chiesa nel nostro tempo per gli uomini e le donne che attendono, attraverso di noi, la grazia del Vangelo. Un simile processo implica una riflessione radicale sull’esercizio dei vari ministeri nella Chiesa e, in particolare, di quelli legati al sacramento dell’Ordine.

Riprendo, con gratitudine e stima, le parole con cui padre Ghislain Lafont – monaco e teologo ultranovantenne – ha concluso la recensione al mio ultimo libro (1), in cui cerco di dare il mio contributo proprio a questa riflessione che papa Francesco rilancia con urgenza. Così scrive padre Lafont: <è un invito a ripensare e ad esercitare il “sacerdozio” all’interno di una vocazione cristiana che cerca di assumere interamente la propria umanità. In conclusione, l’autore fa allusione alla Rivoluzione copernicana, poi alla Rivoluzione francese, ciò che fa del suo libro il carattere di provocazione per una terza Rivoluzione, proprio mentre – ci tocca ammetterlo – gli anni che ci separano dal Concilio Vaticano II evocano piuttosto la Restaurazione>.

Dopo laLettera al popolo di Dio, vorrei, idealmente o virtualmente, dedicare proprio al Vescovo di Roma questo mio testo –Preti senza battesimo?– per sostenere con il mio piccolo contributo il compito che papa Francesco affida a tutti i battezzati. Ritrovare l’ordine nella vita della Chiesa e in particolare nel ministero dei chierici esige di rimettere in ordine la gerarchia dei sacramenti. Il cammino che ci viene indicato sarà possibile solo se saremo capaci di ritrovare, tutti insieme e in modo eguale, il fondamento del Battesimo nella comunione al Corpo di Cristo che viene nutrita e rafforzata dall’Eucaristia.

Non ci resta che metterci tutti in ginocchio! Dobbiamo farlo non solo per esprimere il necessario stato di <penitenza e di conversione> cui ci richiama papa Francesco in riparazione degli scandali. Dobbiamo metterci serenamente in ginocchio per ritrovare l’attitudine propria e specifica di ogni buon <discepolo del regno dei cieli> (Mt 13, 52). Il Cristo Signore si è messo amorosamente al posto di chi serve e ci ha chiesto di <lavare i piedi gli uni agli altri> (Gv 13, 14). Come dimenticare ciò che segue: <Sapendo queste cose, siete beati, se le mettete in pratica> (13, 17)? Non ci resta che cominciare con entusiasmo e tutti insieme… non è mai troppo tardi se cominciamo <oggi> (Lc 19, 9).

Fr. MichaelDavide, osb

[1]Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio, San Paolo 2018.

PROFUMO DI TRASFIGURAZIONE

” Giungerà sicuramente il giorno

in cui il colore non significhi nulla più del tono della pelle,

quando la religione venga vista unicamente come il modo di parlare all’anima di qualcuno,

quando i luoghi di nascita abbiano il peso di un lancio di dadi e tutti gli uomini siano nati liberi,

quando la comprensione nutre l’amore e la fratellanza”

J. Baker

 

… Allora, sì, questo giorno sarà un giorno di bellezza che ricorda un paradiso perduto e richiama con nostalgia un paradiso promesso… un giorno di profumo di trasfigurazione!

Migranti, dalla paura all’accoglienza

Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.

Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.

Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.

Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.

Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.

Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.

La Presidenza
della Conferenza Episcopale Italiana

Roma, 19 luglio 2018

San Benedetto, prega per noi

I monaci e le monache che seguono la Regola di Bendetto, festeggiano due volte all’anno il loro padre ispiratore: il 21 Marzo – memoria del suo Transito – e l’11 Luglio data della traslazione delle sue reliquie da Montecassino a St. Benoit sur Loire. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha scelto come data per tutta la Chiesa quella dell’11 Luglio anche per evitare di fare cadere in Quaresima quella che è diventata una festa per le Chiese in Europa. La memoria della Chiesa universale di san Benedetto è festa per tutte le Chiese della vecchia Europa visto che Paolo VI volle affidare il cammino dei nostri popoli alla sua particolare protezione quando il 24 Ottobre 1964 lo additò con queste parole che rammentano, nell’attuale situazione, un’esigenza ancora tutta da onorare:

<Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente: questi i giusti titoli della esaltazione di san Benedetto Abate. Al crollare dell’Impero Romano, ormai esausto, mentre alcune regioni d’Europa sembravano cadere nelle tenebre e altre erano ancora prive di civiltà e di valori spirituali, fu lui con costante e assiduo impegno a far nascere in questo nostro continente l’aurora di una nuova èra. Principalmente lui e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia. […] Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio; unità che, grazie allo sforzo costante di quei monaci che si misero al seguito di sì insigne maestro, divenne la caratteristica distintiva del Medio Evo>.

Queste parole furono date alla Chiesa e al mondo nel giorno della consacrazione della Chiesa del monastero di Montecassino ricostruita dopo la distruzione avvenuta alla fine della seconda guerra mondiale da parte delle Forze Alleate. San Benedetto diventa patrono e ispiratore di quel “meticciato” che permette alle civiltà di crescere scampando a tutte le tentazioni di endogamia religiosa, culturale, sociale, politica ed economica. La distruzione di Montecassino diventa un monito contro tutto ciò che remotamente portò al fallimento della tradizionale Christianitasin paesi che dimenticarono il Vangelo lasciandosi accecare dalla chiusura sulle proprie paure e sui propri interessi particolare a scapito del bene di tutti.

Celebrare la festa di san Benedetto è nei giorni che viviamo di rinnovate paure e di tentazione di chiusura una vera occasione per non perdere la memoria di ciò che siamo diventati e in cui ancora siamo chiamati a crescere: uomini e donne capaci di compassione e di comprensione. Recentemente papa Francesco nell’Esortazione ApostolicaGaudete et Exsultatecita due volte san Benedetto. Una volta per parlare del mistero e ministero delle <esperienze mistiche vissute in comunità> (GE 142). L’altra riguarda la capacità di riconoscere Cristo in chi bussa, in svariati modi, alla porta del nostro cuore e dei nostri popoli. Senza usare il linguaggio della “scomunica”, papa Francesco disapprova, in modo chiaro e inequivocabile, lo stile di pensiero e di azione incompatibili con il Vangelo. La fedeltà al Vangelo passa sempre per la compassione verso la carne sofferente di Cristo presente nei bisogni concreti dei poveri. Questo comporta una sorta di complicazione della vita perché aprirsi alle necessità dei poveri come conseguenza dell’incarnazione del Verbo complica tutto e, nello stesso tempo, lo rende autenticamente evangelico. Papa Francesco non si accontenta di ricordare i cosiddetti santi della carità, ma fa pure riferimento al Patriarca dei monaci d’Occidente che, nel suo capitolo della Regola sull’ospitalità, chiede ai monaci di riconoscere Cristo <in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)>. Così commenta:

San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto <complicare> la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse <come Cristo> esprimendolo perfino con gesti di adorazione, e che i poveri pellegrini li si trattasse <con la massima cura e sollecitudine> (GE 102).

La conseguenza di questa obbedienza al Vangelo, cui le stesse esigenze della vita contemplativa devono piegarsi, è radicale:

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? (GE 102).

Celebrare la festa di san Benedetto, dentro e fuori dai monasteri, può diventare quest’anno un’occasione preziosa per lasciarsi interrogare dalla tradizione monastica benedettina che, nei secoli, ha privilegiato sempre la forma dell’integrazione e dell’accoglienza tra fratelli all’interno della comunità e di chiunque bussa alla porta del monastero. Nella cappella di Rhêmes Notre-Dame l’icona di san Benedetto riprende in eserto uno degli Strumenti delle buone opere (RB 4) che suona così: <Onorare tutti gli uomini>. La capacità di essere umani si misura sempre dalla disponibilità a mettersi nei panni dell’altro e di non passare mai oltre qualunque sofferenza. Persino la sofferenza che non comprendiamo e disapproviamo o, più sovente, ci disturba fino a complicare la nostra vita che normalmente è già complicata. Mentre spirano venti di pensiero inquietanti e si addensano nubi rattristanti non ci resta che intensificare la preghiera: san Benedetto prega per noi!

 

Fr MichaelDavide, osb

Preghiera per rimanere umani

Abbazia di San Miniato
di Tommaso Montanari
da: www.volerelaluna.it

La Porta d’Oro di Gerusalemme era quella attraverso cui si manifestava la presenza di Dio: le porte d’oro di Giovanni de Gara invocano la nostra umanità, la interpellano senza sosta perché torni a manifestarsi.
Questa venerabile Basilica, vecchia di mille anni, è la “porta del Cielo”: così dice una iscrizione che accompagna la sua porta santa.
Se questa iscrizione oggi torna a parlarci è perché Giovanni ha rivestito quella porta con il calore che gli straordinari volontari delle ONG offrono ai corpi di chi non ha più che il proprio corpo.

Ebbene, di fronte a queste porte d’oro – di fronte a quei corpi – io non vorrei fare lo storico dell’arte.
Non voglio avere alcun distacco, alcun giudizio critico.
Voglio prenderla sul serio, questa arte.

Perché quando vengono scosse le fondamenta stesse della nostra umanità, è allora che l’arte ci viene in soccorso.
Perché l’arte dice cose e, apre porte, che nessuna parola, nessun concetto, nessuna idea astratta è capace di aprire.

Le porte d’oro di Giovanni hanno aperto quella porta del Cielo. Vorrei allora provare a varcarla: condividendo con voi una preghiera: da cittadino, da cristiano, da umano.
Vorrei rivolgermi, secondo un’antichissima tradizione, ai santi. Cioè a coloro che ci hanno preceduto nella lotta per la giustizia.
Santi canonici: ma anche no.

San Miniato,
re dell’Armenia, che sei venuto da così lontano a dormire per sempre su questo colle insegnando ai fiorentini a guardare fuori dell’uscio di casa,
ricordaci che l’Italia è una nazione meticcia. Costruita per via di cultura. E dunque aperta a tutti coloro che vengono in pace.
Ricordarci che l’identità è cambiamento.
Ricordaci che a integrarci dobbiamo essere anche noi: gli italiani. Che non dobbiamo essere “prima”, ma “insieme”.
Ricordaci che, tra altri mille anni, l’identità italiana sarà multiculturale. O non sarà.

San Giovanni Battista,
patrono di Firenze e di Giovanni de Gara, tu hai conosciuto il potere che controlla i corpi.
Il potere di chi minaccia, espone, umilia il corpo del dissenziente.
Hai conosciuto la spada di un re, Erode, che non sopportava il dissenso e la libertà del tuo giudizio: un re che ti ha fatto staccare la testa, in un giorno di agosto.
Lo sapevi, che sarebbe finita così: ma non hai messo un freno alla tua lingua libera. Ricordaci di non smettere di parlare.
Per chi non ha voce, per chi non sa la nostra lingua, per chi non ha il potere delle parole.

Don Lorenzo Milani,
ebreo, cristiano, prete fiorentino. Santo delle scuole e delle fabbriche, non degli altari. Maestro impareggiabile, strada sicura.
Una volta hai detto: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».
Ricordaci di continuare a scegliere, a schierarci, a prendere parte, a essere partigiani.

San Gennaro,
che – come il mese di gennaio, porta dell’anno – prendi il nome dalla porta (che in latino si dice ianua), ricordaci che quando si nasce si varca una porta.
E che quando si muore se ne varca un’altra.
Ricordaci che, se le porte sono chiuse, non c’è vita, e non c’è resurrezione.
Ricordaci che ‘porto’ viene dalla stessa radice di ‘porta’: e che se i porti sono chiusi non c’è giustizia e non c’è futuro.
Ricordaci che il porto della tua Napoli – povera, violenta, con mille problemi – si è subito aperto alla nave Aquarius. Perché mettere i poveri contro i poveri è la più imperdonabile delle ingiustizie.
Ricordaci che il tuo omonimo Giano, dio romano delle porte, aveva una faccia per la pace e una per la guerra. E che sta a noi scegliere quale faccia avere.

Alessandro Leogrande,
santo laico che te ne sei andato troppo presto, ricordaci di leggere il tuo libro straordinario, La frontiera. Frontiera: che è un altro modo per dire porta.
Un libro che comincia così:
«Adagiato a quaranta metri di profondità, al largo dell’isola di Lampedusa, il peschereccio sembra in secca, incuneato nella sabbia chiarissima del fondale. I tre sub, le bombole sulle spalle, calcano il ponte della piccola imbarcazione ed entrano da una porta laterale. Passa qualche secondo, ed estraggono il corpo di una donna. Nella terza cabina c’è un uomo seduto, la bocca aperta e il corpo immobile, il taglio degli occhi sottile, le mani su un tavolino, come se fosse lì ad aspettare da mesi quell’incontro. È un lavoro lentissimo. I sommozzatori tirano fuori i corpi di un ragazzo e una ragazza, poi quello di un’altra ragazza, dalle strette cabine in cui, anche se tutto è sottosopra, regna una strana calma. Il silenzio assoluto rallenta ogni gesto. Ora i corpi sono raccolti sulla sabbia accanto al relitto. Giacciono in fila, mentre gli uomini della Guardia costiera ne aggiungono altri e altri ancora. Sono decine, centinaia. Compongono una fila lunghissima. Ci sono quelli con la faccia riversa, quelli con gli occhi sgranati, quelli con le braccia alzate, quelli con le mani raccolte sotto il capo, come se dormissero. Quelli che giacciono vicini, quasi abbracciati. Quelli che indossano ancora i giubbotti, i pantaloni, i maglioni. Quelli che hanno provato a liberarsi dei vestiti. Quelli con le scarpe e quelli scalzi. Quelli impassibili e quelli stropicciati da uno strano sorriso.
Sono tutti neri, tutti giovani»

San Tomaso Moro,
brillante avvocato alla City di Londra, membro a 27 anni del Parlamento di cui divenisti lo speaker, amico di Erasmo da Rotterdam e di Hans Holbein, Lord Cancelliere del Regno.
Decapitato dal tuo re perché hai preferito la verità al potere.
Santo patrono dei politici e dei governanti, ti sei rifiutato di obbedire al tuo re, perché la tua coscienza te lo vietava.
Scrivesti, in una lettera dalla Torre di Londra in cui eri rinchiuso: «E come non è certo mia intenzione interferire nelle scelte degli altri, così reclamo per me il diritto di agire secondo la mia coscienza».
Ricordaci che la disobbedienza civile e nonviolenta è un nostro diritto.
Ricordaci che obbedire alla nostra coscienza è un nostro dovere, quando chi dovrebbe essere servo della Costituzione (perché ministro, in latino, vuol dire servo) diventa il padrone della paura.
Aiutaci a disobbedire, san Tomaso Moro.
E tu, che hai conservato il tuo umorismo inglese fino alla fine – quando hai chiesto di essere aiutato a salire sul patibolo assicurando che, per scendere, te la saresti cavata da solo – aiutaci a disobbedire conservando il sorriso, l’ironia, l’autoironia.

Giuseppe Dossetti,
politico, padre costituente, monaco.
Il 21 novembre 1946 proponesti all’Assemblea Costituente di scrivere nella Costituzione della Repubblica questo articolo: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino».
Ricordaci questo articolo.
Ricordarci di attuarlo.
Ricordaci di fare resistenza contro i poteri pubblici che sovvertono l’articolo 3 della Costituzione, per cui «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali … senza distinzione … di razza».

Hannah Arendt,
donna, ebrea, perseguitata, apostola laicissima della verità.
Ricordaci – sono le tue parole – «che il male non può mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possiede né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale».
Ci hai ricordato che «La prima battaglia culturale è stare di guardia ai fatti»: ricordaci di dire e di documentare perché non c’è nessuna invasione di migranti, in Italia.
Ricordaci di dire e documentare perché l’unica invasione di cui dobbiamo avere paura è quella dei razzisti e dei fascisti.
Ricordaci di dire e di argomentare perché non c’è e non ci sarà alcun rapporto tra il numero di migranti fermato, respinto, affogato e il numero di italiani che potranno migliorare la loro vita.
Ricordaci – sono ancora parole tue – che «la verità, anche se priva di potere, e sempre sconfitta nel caso di uno scontro frontale con l’autorità costituita, possiede una forza intrinseca: qualsiasi cosa possano escogitare coloro che sono al potere, essi sono incapaci di scoprire o inventare un suo valido sostituto. Persuasione e violenza possono distruggere la verità, ma non possono rimpiazzarla».

Gesù di Nazareth,
vero Dio e vero uomo. Lampada al nostro cammino, maestro dei maestri, via maestra.
Tu hai detto: «Io sono la porta». Ricordaci che chi vuole chiudere le porte in nome dell’odio, anche se giura sul tuo Vangelo e stringe un rosario, è un falso profeta e, letteralmente, un anti-Cristo.
Tu hai detto di te stesso: «Ero straniero». E ci hai ricordato che saremo giudicati esattamente su questo: «Mi avete accolto» o «Non mi avete accolto».
Ricordaci che non possiamo dirci cristiani se non accogliamo lo straniero. Perché non c’è una ‘casa loro’ in cui aiutarli e una casa nostra da cui respingerli: c’è una sola famiglia umana.
Hai gridato: «Non abbiate paura» ai tuoi amici che stavano su una barca, su un mare in tempesta. Hai camminato sulle acque, li hai presi per mano.
Dacci la forza di tendere la mano a tutti coloro che, sulle barche del nostro Mediterraneo, fuggono dalle guerre, dalle povertà, dalle ingiustizie che in gran parte noi, ricchi e sicuri, abbiamo provocato, innescato, guidato.
E dai, a noi cristiani, la forza, l’intelligenza, l’amore per capire che non siamo noi ad aiutare loro: ma sono loro l’unica nostra speranza di diventare giusti, nonostante tutte le nostre disoneste ricchezze.
Tu hai detto, hai gridato: «Non abbiate paura!». Aiutaci a non cedere alla paura.
Ricordaci di non cedere a chi governa con la forza oscura della paura.
Ricordaci di essere giusti.
Ricordaci di essere umani.

Amen

È la preghiera letta da Tomaso Montanari la sera di giovedì 28 giugno a Firenze, nell’Abbazia di San Miniato al Monte, alla presentazione della installazione “Eldorado – Nascita di una nazione” ideata all’artista fiorentino Giovanni De Gara e fortemente voluta dall’abate padre Bernardo per dare un segno forte di accoglienza e promuovere una riflessione sulle migrazioni, sulle terre promesse e brutalmente negate, sull’aspirazione a un mondo diverso, costruito oltre l’idea di confine e capace di essere nuovamente umano. L’opera sostituisce temporaneamente le porte della chiesa con le coperte termiche dorate in cui vengono avvolti i migranti quando, stremati dalla loro odissea per mare e per terra, approdano nella “terra dell’oro” in cui speravano di trovare pace e lavoro – L’installazione farà un lungo viaggio fino a Lampedusa, per poi risalire a Roma, nella speranza di rivestire di questo oro salvifico le porte di San Pietro.

Al di là delle questioni tra Italia e Francia!

  • I corpi dei migranti indifesi ridotti a ostaggi

    di Raffaele K. Salinari
    (in “il manifesto” del 14 giugno 2018)
    L’odissea dei naufraghi ospitati sulla nave Aquarius è la metafora di una disegno che travalica gli angusti, e per molti versi tragici, ambiti della politica italiana, per trasportaci, come si conviene ad ogni metafora, verso un orizzonte di livello europeo e mondiale più vasto, che l’episodio della chiusura dei porti italiani a donne incinte e bambini, sembra illuminare di una luce oscura.
    La consapevolezza che la posta in gioco sia molto più alta del destino della nave, e qui la parola riprende tutta la sua profonda gamma di significati, emerge chiaramente dalla definizione che, giustamente, è stata data degli esseri umani coinvolti: ostaggi.
    Il risultato, infatti, ricercato cinicamente attraverso i corpi di queste persone, non a caso i più esposti e dunque i più indifesi, è nulla di meno che lo smantellamento delle Convenzioni internazionalmente accettate che permettono ancora di riconoscersi tutti all’interno della stessa
    appartenenza.
    E qui, evidentemente, il corpo migrante, con tutti i suoi significati e significanti simbolici, diventa la massima espressione di una biopolitica che, come suo scopo ultimo, pretende di imporre proprio questa frattura all’interno della specie umana.
    Da una parte allora si immagina una minoranza privilegiata perché titolata di tutti i Diritti e, dall’altra, oltre i vari muri, una maggioranza che, via via li deve perdere, affinché gli altri possano continuare a beneficiarne.
    E infatti, nella modernità liberista, competitiva e consumogena, non c’è spreco e lusso per tutti.
    Questa operazione, che si deve però confrontare e sostenere attraverso i meccanismi di quel che resta delle democrazie formali nel loro degradare progressivamente in democrature, ha bisogno di cancellare il tratto comune alla specie umana: la dignità di ognuno.
    Non a caso è questo il pilastro sul quale si fonda la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E cos’è la Dignità se non il riconoscimento che ogni essere umano ha gli stessi diritti per il solo fatto di esistere, di essere venuto al mondo, di occupare uno spazio unico ed irrepetibile nell’eterno ciclo dell’esistenza? Ridurre le persone ad oggetto di una transazione politica, renderle appunto ostaggio, significa privarle della loro dignità e dunque creare una scissione profonda all’interno del corpo unico ed indivisibile della nostra specie, indivisibile come lo sono i Diritti Umani.
    Le Convenzioni che sono state violate sotto la spinta del Ministro degli Interni, evidentemente incapace di vedere al di là dell’ego dei suoi elettori in preda alle paure profonde ed inconfessabili che li agitano nel loro passare la domenica a passeggio tra le vetrine dei centri commerciali quando
    vengono disturbati nelle loro fantasie di possesso dai negri che chiedono le elemosina, include tutte le regole internazionali in materia di rifugiati e di soccorso umanitario.
    È allora chiaro, o lo dovrebbe essere, a chi ha ancora occhi per vedere l’orizzonte più vasto, che la catena delle Convenzioni internazionali, incluse quelle che concernono l’ambiente, i diritti del lavoro, gli standard minimi di salute e di istruzione, la parità di genere, e via enumerando, è forte quanto il più debole del suoi anelli, in questo caso la violazione delle Convenzioni sul diritto di asilo, del soccorso in mare e di protezione dell’infanzia, da parte dell’Italia leghista e grillina.
    Ma attenzione, quello che oggi riserviamo a queste persone già domani lo riserveremo ad altri soggetti diversamente deboli, che devono restare fuori dai supermercati o al massimo diventare parte della merce. Che gli elettori stanchi e delusi dalle debolezze e subalternità ideologiche della sinistra comincino a guardarsi dentro, a ripensare alle origini di molti dei loro cognomi, ai viaggi degli antenati, a quali lavori vorrebbero fare tra quelli che suppostamente tolgono i nuovi arrivati, e forse troveranno ragioni per interrogarsi questo plebiscito sovranista che hanno favorito solo con la loro paura di affrontare un ineludibile cambiamento che la vita stessa ha già deciso di attuare.